mercoledì 29 luglio 2009

Addio Tenebra, ripartono le indagini!

Ci sono voluti 17 anni, la testa di un sostituto procuratore come Luca Tescaroli e l’arrivo di un nuovo procuratore capo a Caltanissetta per far riaprire le vecchie indagini e farne decollare di nuove sulle stragi del 1992 ed in particolare su quella che coinvolse il giudice Paolo Borsellino e gli agenti di scorta Eddie Walter Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina, Agostino Catalano e Vincenzo Li Muli. Il Consiglio Superiore della Magistratura, caduto in un evidente errore di valutazione, forse tradito dal viso angelico e rassicurante di Sergio Lari, lo aveva nominato procuratore capo di Caltanissetta nel dicembre del 2007. Salvatore Borsellino, il giorno dopo la nomina, aveva commentato, sottovoce, con pochi intimi: «questa volta è quella buona. Lari è una persone in gamba, per bene e determinato ad andare fino in fondo». Previsione mai fu più azzeccata. In meno di due anni, assieme agli aggiunti Domenico Gozzo e Amadeo Burtone, e ai sostituti Nicolò Marino e Stefano Lucanici, Lari è riuscito a riaprire le vecchie indagini e ad avviarne di nuove che si candidano seriamente a fornire risposte sconvolgenti sulla morte dei due giudici, che pare essere stata, quantomeno, favorita dagli apparati deviati dello Stato, ammesso che in quel periodo ce ne fossero di retti. La notizia che, nell’indagine sui presunti depistaggi orditi durante le investigazioni sulla strage di Via d’Amelio, sarebbero stati iscritti nel registro degli indagati uomini dei servizi segreti e addirittura poliziotti del gruppo investigativo «Falcone Borsellino», dimostra di che pasta è fatto il pool peraltro già preso di mira da alcuni corvi: buon segno. Dopo le nuove dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza, ora anche Salvatore Candura sta tornando indietro, dicendo di essere stato convinto a mentire e ad accusarsi della paternità del furto dell’auto poi bomba proprio dal gruppo di poliziotti, che avrebbero agito per chiudere in fretta le indagini e il dibattimento. Dichiarazioni così pesanti da mettere in discussione tre gradi di giudizio bollati anche dalla Cassazione. Molti lo pensano, pochi lo dicono, ma il leit-motiv che gira è: bisognava aspettare che Giovanni Tinebra, ex Procuratore a Caltanissetta, fosse mandato, durante il governo Berlusconi 2001, a dirigere il Dipartimento amministrazione penitenziaria, che tra le altre cose si occupa dello svolgimento dei compiti inerenti all'esecuzione della misura cautelare della custodia in carcere (compresa l’attuazione del 41 bis), delle pene e delle misure di sicurezza detentive, delle misure alternative alla detenzione, per far ripartire le indagini a Caltanissetta? La risposta stai nei fatti che non necessitano di commenti. Lo stesso Tinebra che scrisse e chiese di firmare al giudice Tescaroli un provvedimento di archiviazione, nei confronti di Berlusconi e Dell’Utri, nell’indagine sui mandanti occulti, completamente assolutorio. Provvedimento che naturalmente Tescaroli, giunto con le sue indagini a tutt’altra convinzione, non firmò, preferendo mantenere la «sua» durissima archiviazione che gli costò una probabile croce sulla carriera. A tirare in ballo Tinebra nell’ultimo periodo è anche il magistrato Alfonso Sabella, affidabile cacciatore di mafiosi. In un intervista all’Unità, Sabella solleva inquietanti interrogativi su Tinebra, per sbaglio o per dolo chiamato dai più Tenebra, in particolare riguardo la pratica adottata dai mafiosi di «dissociarsi» da cosa nostra, cioè di pentirsi singolarmente per usufruire di una minima parte di benefici ma di non fare nomi. Tinebra a Caltanissetta ne era un agguerrito difensore, un atteggiamento che certo non si addice a chi vorrebbe sfruttare i collaboratori di giustizia per scardinare i clan e per penetrare nei rapporti mafia politica. Quando Sabella si oppone alla dissociazione di Biondino, legatissimo a Riina, il suo ufficio viene soppresso proprio da Tinebra che intanto aveva sostituito al Dap Caselli. «Molto tempo dopo si scopre ed è tutt’ora oggetto di un’inchiesta della procura di Roma che il magistrato che Tinebra ha messo al mio posto al Dap collaborava proprio con il Sisde di Mori nella gestione definita anomala di alcuni detenuti e aspiranti collaboratori di giustizia» ha spiegato Sabella. Un quadro fin troppo chiaro che a distanza di anni fa rimpiangere il lavoro di Luca Tescaroli: se non ci fosse stato Tenebra forse oggi qualcosa sarebbe diverso, anche in politica, probabilmente. Ora che Tenebra non c’è più, e che con lui anche le nebbie sulle responsabilità esterne a cosa nostra si stanno diradando, vedremo cosa accadrà. Intanto a Palermo i sostituti Ingroia e Di Matteo stanno facendo un lavoro magistrale sul figlio di don Vito Ciancimino; inchiesta che va di pari passo con le indagini di Caltanissetta. Quello che tutti ci chiediamo è: cacceranno prima Ingroia e Di Matteo o Lari e il suo pool? Le scommesse serviranno a pagare il vitalizio dei primi eliminati.

martedì 28 luglio 2009

"Le Primarie", la nuova fiction all'italiana in onda ad ottobre

Benny per favore, candidati alla segreteria del PD, menoelle, serve una persona giovane e coraggiosa! Così commentava tale Boris_Loris sul mio blog qualche giorno fa. Lo riprendo ora per qualche considerazione finale, mentre mi appresto a tagliare e a spedire con raccomandata a/r la tessera del Pd alla direzione di Roma, ora che la sua funzione è terminata. E non perchè i partiti politici sono come taxi, come li considerava Enrico Mattei, ma perchè fare parte di questo Pd senza avere i mezzi e il potere per cambiarlo è da masochisti. Rifletto sull'avventura lanciata con la mia autocandidatura alla segreteria nazionale, e mi rendo conto un paio di cose per me sorprendenti. Sono sempre stato molto severo con me stesso e ho sempre avuto i piedi di piombo; non so nè lodarmi nè imbrodarmi, specialità di cui strabocca il Pd. Ma mi rendo conto che fino ad oggi ho rischiato di essere il candidato più credibile tra i tre-quattro che ci sono attualmente in lizza. Ho aperto un sito ricco di funzioni e informazioni completamente dedicato alla candidatura; ho scritto un programma con il quale, con tutto il rispetto, nessuno dei tre- quattro altri può lontanamente competere, e non perchè sono un genio, ma perchè l'ho scritto con voi, con dei tecnici, e senza scrivere frasi retoriche e che tutti vogliono sentirsi dire: in quello hanno eccelso altri. Mi sono sempre confrontato con i miei sostenitori e soprattutto con i miei detrattori, e mai, mai mi sono negato al confronto in ogni luogo e in ogni termine: non ho mai fatto il "figo" e questo ha pagato enormemente, anche rispetto a chi all'inizio mi aveva crocefritto. Chi fra i tre-quattro altri può dire lo stesso? Franceschini, a cui le domande fanno l'effetto dell'Aulin? Bersani, che se avesse i baffi tutti lo chiamerebbero Massimo? E' triste però pensare che un ragazzino abbia, fino ad oggi, messo in campo più credibilità e convizione e competenza di tre-quattro big osannati da militanti che hanno ormai dimenticato la loro storia e i loro ideali, ed è triste che a dirlo non sia il ragazzino, ma centinaia di persone che il ragazzino magari non lo conoscono nemmeno di persona. Curiosamente a rispondere alle mie domande di questi tempi è stato l'unico non in corsa, Weltroni: Ciao Benny, grazie per averrmi scritto. Ho pubblicato nelle note della pagina sostenitori l'intervista di oggi al Corriere della Sera, in cui chiarisco anche le interpretazioni delle frasi su Berlinguer e Craxi. Te la invio, spero che la leggerai e aspetto di sapere cosa ne pensi. A presto, Walter. Da Franceschino, silenzio. E ora, quando ormai è chiara a tutti la farsa che faranno al congresso e alle primarie, il gioco sporco delle tessere regalate e triplicate in alcune città, io restituisco una tessera che non mi appartiene e che mai per un attimo ho sentito mia, ma sempre come un peso, a volte come un imbarazzo. Niente taxi, ripeto. Ma solo perchè, ad eccezione di una decina di uomini e di qualche donna, il Pd ha meritato tutto, fino in fondo, il suo declino, per la caparbietà ad inciuciare, al tenere sempre a galla i peggiori, a sbarrare la strada ai nuovi/ingombranti. E la vicenda Serracchiani, mandata al volo in Europa per evitare una sua candidatura alle primarie che avrebbe distrutto chiunque dei tre-quattro, è la lapide su un partito che purtroppo, purtroppo per le sue potenzialità, ha il destino segnato. L'ultima vergogna, in ordine di tempo, vietare a ripetizione l'iscrizione di Beppe Grillo al partito. A che titolo, con quale legittimità si impedisce a tizio o a caio di iscriversi ad un partito che ha rubato un aggettivo, "democratico", senza i requisiti minimi per farlo? Ehi Sam, ascoltami, non suonarla più, prendi il disco e spaccalo in mille pezzi, e poi mandane uno ad ogni mini dirigente: sarà la loro reliquia.

giovedì 23 luglio 2009

Beppe Lumia alla segreteria del Pd siciliano, si contano già i malori

Secondo Marco Travaglio la cosa più divertente accaduta negli ultimi 10 anni è stata l’autocandidatura di Beppe Grillo alla segreteria del Partito Democratico. Forse si riferiva alle facce pallide e terrorizzate di Fassino & Co immersi tra commi e commetti per far fuori il pericolosissimo comico. Il Pd arroccato tra fogli e carte bollate per estromettere un comico; nemmeno Pio La Torre, uno che «ci vedeva lungo», si sarebbe potuto aspettare tanto dai suoi discepoli. Se Marco ha ragione, la seconda cosa più divertente del periodo è la candidatura del senatore Beppe Lumia alla segreteria regionale del Partito Democratico siciliano. Certo non è lui a far ridere, ma quelli che gli stanno intorno e che pare in questi giorni stiano tentando di dissuaderlo, con decine di chiamate e messaggi anche da parte dei «mini (si tratta del Pd) big»: «Aspetta, pazienta, vediamo che possiamo fare, magari un ruolo nazionale». Beppe Lumia, ricorderete, era stato già condannato a morte da Provenzano. Nino Giuffrè, ex boss di Caccamo suo braccio destro, dopo l’arresto e il pentimento confessò: «Io e Provenzano volevamo uccidere Lumia perché era un martello pneumatico contro la mafia. Ho preso tempo e ho perso del tempo perchè era opportuno valutare se Lumia, che reputo una persona onestissima, avrebbe fatto più danni da morto o da vivo. Per la situazione in cui si trova Cosa nostra non potevamo permetterci un omicidio di questa portata senza calcolare le ripercussioni. Poi mi hanno arrestato ed eccomi qua». «Mi trovavo con Provenzano e con Benedetto Spera, sapevano tutti che io odiavo l'onorevole Lumia e che prima o poi ero intenzionato ad ucciderlo. Lo sapeva anche Provenzano. Allora un giorno mentre che eravamo assieme mi prende questo discorso di Lumia, c'ha girato bello bello attorno, fino a farmelo stabilire a me di ucciderlo. Ho fatto finta di non capire, mi faceva tanto comodo. Mi ha detto: però ti raccomando, senza premura, facciamo le cose per bene, meglio se un incidente, perché così fa un pochino, un pochino di rumore». Dopo queste parole anche i vertici del Pd si resero conto che uno stimato persino da cosa nostra per la sua incisività nella lotta alla mafia non poteva più fare il parlamentare, tantomeno in Commissione Antimafia, di cui era stato per errore efficiente presidente dal 2000 al 2001 e vice dal 2006 al 2008; proprio nel 2008, quindi, a poche ore dalla chiusura delle liste per le Politiche, Lumia viene lasciato fuori dal Senato: il Pd non lo candiderà. Se non una condanna a morte per uno che ha dedicato ogni sua cosa alla politica antimafia senza pensare all’elezione successiva, ci siamo vicini. Solo dopo una sollevazione popolare, Walter Weltroni decide di reintegrarlo per evitare di precipitare ancora più in basso, non certo per sensibilità, ci mancherebbe, non ce lo saremmo mai aspettati in effetti. Ora il senatore di Termini Imerese ha rotto gli indugi e ha annunciato la volontà di candidarsi alla segreteria regionale. Una scelta che ha sorbito più o meno l’effetto di quella di Grillo alla segreteria nazionale. L’etereo Francantonio Genovese, l’ex democristiano attualmente alla guida del Pd, dopo cinque-sei svenimenti carpiati ha deciso nel frattempo di inciuciare con l’Udc alla Regione piazzando un suo uomo alla presidenza della commissione Sanità nel governo Lombardo. Genovese, che ad un mio articolo sulla presenza tra i parlamentari Pd dell’amico del mafioso Bevilaqua di Enna, Vladimiro Crisafulli, aveva risposto così: «io sono convinto che la politica debba occuparsi della politica e ritengo anche pericoloso quando questa mostri la volontà di voler uscire dai suoi ambiti per sostituirsi alla Magistratura e agli organi inquirenti al fine di accertare e punire in vece loro». No, non vi sbagliate, è lo stesso Genovese che è stato, assieme a Tonino Russo, Angelo Capodicasa e Antonello Cracolici, uno dei protagonisti del collasso del Pd in Sicilia, che ha avuto l’apice nella candidatura e nella consecutiva sepoltura di Anna Finocchiaro alla presidenza della Regione Sicilia. Farà parte Beppe Lumia, come Grillo, di un movimento politico ostile? Varrà la sua tessera? Avrà pagato i 20 euro di iscrizione? Controllate, Lumia ha la faccia di uno che i venti euro li ha tenuti in tasca, estromettetelo, prima che possa cambiare veramente il Pd.

mercoledì 22 luglio 2009

La bomba a Pino Masciari, un messaggio d'affetto: "Noi ci siamo"

"Questa cosa qui, da come l'ho vista fatta con un chilo di polvere nera, una cosa rozzissima, ma fatta con molto rispetto, quasi con affetto... è stata fatta soltanto verso il lato esterno. Secondo me, come un altro manderebbe una lettera o farebbe una telefonata, lui ha messo una bomba". Così Silvio Berlusconi commentava, sganasciandosi dalle risate al telefono con il compare Dell'Utri, la bomba ritrovata di fronte ad uno dei suoi uffici, attribuendola in un primo momento a Vittorio Mangano, suo fattore mafioso. E invece a distanza di 23 anni, a ritrovare una bomba di simile fattura è stato uno che con la mafia non c'ha mai avuto niente a che fare, niente collusioni, niente versamenti, al contrario di Mediaset; uno che non conta un cazzo insomma. Pino Masciari i mafiosi li ha fatti arrestare, a decine. Interi clan, come quello 'ndranghetista degli Arena. Li ha fatti indagare, processare e condannare; proprio come Berlusconi verrebbe da dire. E li ha fatti incazzare come delle iene. Illuso dallo Stato che lo trasforma in testimone di giustizia, utilizzato al 20% del suo potenziale per evitare che mirasse in alto, gettato come un limone spremuto a metà quando i processi andavano verso la conclusione: la storia di Masciari ormai è nota a tutti, e questo in parte gli ha salvato la vita. Da pochi mesi Pino, stanco del trattamento-zerbino ricevuto dalla Commissione Centrale e dal sottosegretario Mantovano, lo stesso che ha sputtanato sui giornali dettagli riservati per far credere che l'unico interessedell'imprenditore calabrese fosse estorcere più soldi possibili allo stato, ha deciso di firmare ed uscire dal programma dei testimoni di giustizia, prendendosi molti meno soldi di quelli che gli spettavano e andando allo sbaraglio, senza una e una sola certezza per il futuro. In teoria doveva rimanergli una tutela, ma tutt'oggi è salterina: arriva in ritardo, a volte non arriva, a volte se ne va d'improvviso; come quella del premier, verrebbe da dire, perennemente a rischio suicidio. Lunedì 20 luglio, mentre Masciari era a marciare con Salvatore Borsellino verso il Palazzo di Giustizia per ricordare Paolo, muniti di agende rosse, una telefonata lo avverte che un ordigno di medio potenziale è stato piazzato sul davanzale della sede dell’ex impresa di costruzioni di famiglia, a Serra San Bruno, negli Emirati Calabri. Gli artificieri, dopo averla disinnescata, hanno trovato la miccia bruciata a metà: per un inconveniente non ha raggiunto la carica. Avrebbe fatto un gran botto ma pochi danni, vista la blindatura dell'ufficio: in Calabria chi non paga il pizzo deve vivere nei bunker, non lo sapevate? Anche se Masciari non si sbilancia, pare ormai certo il messaggio: "Sappiamo che hai firmato, che hai chiuso con lo Stato, e ora possiamo tornare a farti male, tanto se ti ammazziamo nessun collega statale va nei casini". Ciò che è inquietante è l'incredibile tempismo di questo ordigno. Di solito, quando un ente, una commissione parlamentare o un sottosegretario ti dice: "Non sei più in pericolo", e poi ti piazzano una bomba, l'audace veggente dovrebbe quanto meno dimettersi, chiedere scusa e chiedere di triplicare le misure di protezione per il testimone di giustizia nel mirino, prima di tornare a casa e dedicarsi al pascolo dei greggi. In Uzbekistan forse. Qui no. Anzi, io credo in fondo che Masciari se la sia messa da sola la bomba, copiando Falcone che per diventare famoso rischiò di far saltare mezza spiaggia all'Addaura. Non trova Mantovano? Secondo me è tutto finto. Io direi di aspettare che lo uccidano. Se lo faranno ci saremo sbagliati, pazienza, avremo guadagnato qualcosa in scommesse. Certo, è singolare stare a vedere come un testimone di giustizia si avvicini galoppando verso la propria fine. Capisco che siamo in Italia e i reality valgono più della ricerca contro il cancro, ma così è davvero scontato! Intanto Pino Masciari è stato nominato, è in nomination. Il prossimo passo è l'eliminazione. Il pubblico da casa può televotare chiamando il Ministero dell'Interno e urlare alla cornetta di mandare qualcuno a proteggere Masciari. Il Grande Fratello sei tu.

martedì 21 luglio 2009

19 luglio 2009 senza ipocrisie


C'era tutta Palermo assieme a Salvatore Borsellino in Via D'Amelio, a ricordare Paolo e a urlare contro lo Stato che tratta con la mafia come in un asta al rialzo. C'erano i lenzuoli bianchi, c'era Libera con le sue migliaia di iscritti, c'era l'Arci che ogni anno ricorda Paolo, c'erano tutti. Alcuni vorrebbero leggere queste parole, false, pretestuose e ingiuste nei confronti di chi invece c'era. E' invece giusto che chi non era a Palermo sappia cosa è accaduto domenica in quel budello d'asfalto in cui 17 anni fa un giudice venne mandato a morire con i suoi ragazzi in una cornice studiata a tavolino, culminata in un parcheggio pieno d'auto, che per la sicurezza del giudice doveva essere invece vuoto. Il prefetto si chiamava Iovine, se lo vedete in giro chiedetegli se quel provvedimento lo tiene ancora nel cassetto. Pensate che la zona rimozione domenica c'era però. In ritardo di 17 anni, ma c'era. Chi non c'era era la Sicilia. C'era l'Italia, tutta, dal Trentino alla Calabria, dalla Sardegna alla Basilicata. Tutta gente che ci ha seguiti in questo percorso iniziato 2 anni fa, e che è arrivata a Palermo spendendo parecchi soldi, per aerei e alberghi, e che il mare di Palermo nel week end non lo ha mai visto. Non sono venuti per fare vacanza, e il loro ricordo del giudice non si limita a quel giorno. Chi dice questo non ha il minimo rispetto del profondo sentimento di legalità che anima quella gente, che io, a differenza di chi li accusa, conosco uno per uno. Come conosco Roberto, che ha rinviato il ciclo di terapie per la sua grave malattia pur di essere tra di noi. E' questo il popolo del week end? Gente che durante tutto l'anno promuove iniziative antimafia, convegni, dibattiti e momenti di incontro, e altri di rottura. E' gente che io stimo con tutto me stesso, e a cui dico grazie, perchè se non ci fossero stati loro Via D'Amelio sarebbe rimasta vuota, in preda a Schifani e compagnia brutta. I siciliani, vi prego di credermi anche se le immagini e i giornali parlano da soli, saranno stati circa il 10 % dei presenti, voglio esagerare. I siciliani tutti, i palermitani ancora di meno. Negare questa realtà è mentire, e io non mento. Mancavano in maniera vergognosa tutte le associazioni antimafia, assenze che sapevano vagamente di boicottaggio. Le uniche presenze notate sono state quelle di Ammazzatecitutti, che siciliani non sono e che sono venuti dalla Calabria, e una delegazione di Addiopizzo di Catania. Pare che un diktat abbia impedito agli altri di stare accanto a Salvatore Borsellino. "C'erano tante altre manifestazioni in giro per Palermo, i siciliani erano altrove" diceva qualcuno per giusticare l'ingiustificabile. Ma Borsellino è morto lì, non in una chiesa e nemmeno in una caserma. Era palese come tutto si sia fatto in questi mesi per sabotare questa manifestazione alternativa, senza lacrime, con tanta rabbia. In pochi invece sappiamo quanti rospi di vario tonnellaggio abbia dovuto ingoiare Salvatore Borsellino pur di pacificare, pur di venire inontro alle richieste di organizzazioni "antimafia" e ai loro continui mal di pancia, che alla fine, beffa delle beffe, non sono nemmeno venute. Se avete una coscienza, fuggite il più lontano possibile da lei, perchè è indegno quello che avete fatto. Vi diranno "c'era uno di Libera, lo conosco" oppure, "ho visto tre ragazzi dell'Arci". Mandateli a qul paese. Eravamo da soli. Eravamo da soli. Eravamo da soli. Ma ciò non ha scalfito minimamente un giorno che possiamo consegnare alla storia di una Resistenza che sembra quanto mai vicina: per la prima volta nessun uomo delle istituzioni ha potuto avvicinarsi al luogo della strage. Ma non per minacce o uova pronte al lancio: per la paura delle contestazioni, per la vergogna, perchè noi, a differenza di altri, sappiamo chi faceva affari con i mafiosi e chi no, e non sappiamo fare le belle facce di fronte a giochi sudici. Chiedete a chi c'era, non a chi non c'era. Chiedete spiegazioni, fatevi dire cosa li ha spinti a lasciare da solo il fratello di Paolo Borsellino in quella via. Salvatore era ferito, fiaccato, umiliato. E a tirarlo su non sono stati i siciliani, ma tutti gli altri. Io credo che, come ha detto giustamente Desy Grimaldi dal palco, devono vergognarsi tutti, quelli che non c'erano, e quelli che hanno fatto di tutto per non far venire alcuno. Loro che credevano di poter essere gli unici a suonarsela e cantarsela, loro che non volevano mischiarsi a gentaglia come noi. Io però vi conosco, e siete persone con una moralità altissima, e sono orgoglioso di stare con voi, e non con chi boicotta, con chi trama, con chi non accetta "concorrenze". "Speravo che i palermitani si svegliassero. Al di là del comitato organizzatore in via D'Amelio, non c'è nessuno. Palermo ha dimenticato la promessa che aveva fatto a Paolo il giorno del suo funerale" ha detto Salvatore Borsellino. O è un bugiardo, o a mentire è chi dice che Palermo c'era. Io vi dico, di nuovo, c'era l'Italia, mancava la Sicilia, ma si sa, arriva sempre in ritardo.

venerdì 17 luglio 2009

Da Disonorevoli Nostrani: Giuseppe Buzzanca (sindaco di Messina)

Giuseppe Buzzanca, Pdl, eletto in Provincia di Messina. Nell’era delle leggi “Ad Personam” e “Ad Aziendam”, chi ha imparato il metodo per farla franca è senza dubbio Giuseppe Buzzanca, allievo di Silvio, che rischia di superare il maestro. Giuseppe Buzzanca, dietologo, amico commilitone prima nel Msi e poi in An del compaesano Domenico Nania, pure lui di Barcellona Pozzo di Gotto, è uno che ha capito che quando una legge da fastidio, semplicemente si cambia. Nel 2003 viene eletto con voto plebiscitario sindaco di Messina, in quota centro destra. Buzzanca sa di avere sulle spalle due belle condanne per reati contro la pubblica amministrazione, ma pensa sia acqua passata, pensa, spera che la gente abbia altro a cui pensare. Aveva in passato subito unasospensione dalla carica mentre era presidente della provincia di Messina, nel 1997. Nel 1991, Peppino era responsabile della Guardia Medica dell' isola di Panarea. Così responsabile che per ben due volte (almeno quelle scoperte) aveva lasciato scoperto il presidio di base. La prima volta lo fece per un giorno, la seconda, visto che aveva funzionato e nessuno si era lamentato, per due settimane: dal 21 gennaio al 4 febbraio 1991. Scoperto e sospeso, ma che sarà mai. Nel 2000 il suo nome finisce in un inchiesta sul mercato di lauree e titoli di studio. L’inchiesta era partita due anni prima, quando era stato ucciso un professore di medicina, Matteo Bottari. Buzzanca viene intercettato più volte a telefono con il dentista Alessandro Rosaniti, finito anche lui in manette (considerato il capo di questa organizzazione criminale), che in passato era stato condannato anche per droga, e che per questa inchiesta, Panta Rei, si beccherà 18 anni. I due parlano in modo molto confidenziale: «Compare, tu sai che ti voglio bene, mi dispiace che... Lo sai che sei bello... quando ci vediamo?». E ancora «Peppino: Peppino Buzzanca sono... Nuccio, dove sei? Nuccio: In giro. P: Lo sai che sei bello... Io... mi hai detto che mi aspettavi alle due. N: All' una. P: Ma cose dell' altro mondo, quando ci vediamo Nuccio, perché... senti scusa...tu mi hai capito che ero là, con il Vescovo e non mi potevo muovere, c' era la situazione del Vescovo. Capisci? Allora sarei venuto... N: Peppino... P: Compare, tu sai bene che ti voglio bene, mi dispiace che... però vorrei venire a trovarti, tu domani mi chiami alla Provincia e ci mettiamo d' accordo, tu? N: Va bene. P: Aspetto la tua telefonata? N: Okay». Solo amicizie pericolose? Questo non è dato saperlo, ma le sue frequentazione certo non depongono a suo favore. E risulta incredibile come le sue grane con la giustizia e con la pubblica amministrazione prescindano da queste frequentazioni e si basino su reati molto meno gravi. Cominciamo dal pre-elezioni. Il nostro Buzzanca, da presidente della Provincia, lancia un fantastico bando di concorso per assumere presso l’Ente 150 persone. Venticinquemila sono i giovani che fanno la domanda. Nel frattempo vengono le consultazioni elettorali e Buzzanca fa en plein, anche grazie a quel concorso che gli ha procurato l’aura di benefattore. Subito dopo le elezioni che hanno premiato sia Buzzanca in Comune sia Leonardi alla Provincia (scambio di poltrone), si scopre che quel concorso era una truffa: non c’erano soldi, e i due lo sapevano bene, e quindi concorso annullato. E questo, ve lo assicuro, è solo il biglietto da visita di Peppino. Dopo qualche settimana dalla sua elezione a sindaco della città, veniva dichiarato decaduto dalla sua carica a causa della condanna per peculato d’uso continuato. Cosa aveva combinato Buzzanca? Aveva usato la sua "auto blu" per farsi trasportare da Messina, insieme alla moglie, fino a Bari, 450 km, per imbarcarsi in crociera. “Pensavo di essere in regola - commenta il sindaco -. A dirmi che potevo farlo erano stati il segretario generale della provincia e l' esperto di diritto amministrativo”. Poi affina la versione: spiegò che prima di partire era stato a lavorare nel suo ufficio di Palazzo dei Leoni. In virtù di ciò, avrebbe usufruito dell' auto di rappresentanza, e cerca di rimediare a tutto con 111 mila lire per le spese di carburante sostenute durante il viaggio. Ma la Cassazione gli scrive nero su bianco che a parte l’uso improprio del mezzo, ad essere fuorilegge era anche la moglie. Le consorti dei funzionari che, occupando importanti ruoli istituzionali, sono dotati di auto blu, sono “estranee alle esigenze di servizio”, quindi non possono usare l’auto. “Esigenze di sicurezza” replica Buzzanca. Niente da fare. La condanna per peculato arriva. Passano alcuni anni. Buzzanca torna alla carica e si candida alla poltrona di primo cittadino di Messina. Dopo l’elezione i consiglieri di minoranza tirano fuori questa vecchia storia, sostenendo che con quella condanna non può fare il sindaco e deve dimettersi. E hanno ragione. L' articolo 59 del Testo unico dell' ordinamento degli enti locali, stabiliva che, chi avesse sulle spalle una condanna di questo tipo, non poteva candidarsi a sindaco di una città. Il Tribunale non può fare altro che applicare la legge e dichiarare decaduto Buzzanca. Come previsto dalla legge, Buzzanca impugna la sentenza davanti alla Corte di Cassazione. Nulla di strano in questo. Ci si avviava verso l’udienza quando, a pochi giorni dalla stessa, il governo emana un decreto legge ( D.L. 80 /04 ) con il quale la condanna per peculato d'uso veniva esclusa dalle cause di ineleggibilità. Si decade solo per il «peculato di appropriazione» (quando ti impossessi di una cosa per sempre) e non per il «peculato d' uso». Sembra uno scherzo di pessimo gusto. Un decreto interveniva a cambiare una e una sola regola all’interno della legge elettorale siciliana, che giustamente venne subito ribattezzato “Salva Buzzanca”. Di fronte a questo colpo di mano del governo per salvare un loro uomo, la Suprema Corte di Cassazione ritiene che non ricorrevano le condizioni di necessità ed urgenza per l'emanazione del decreto legge, e pongono una questione di costituzionalità, specificando che se il decreto venisse riconosciuto incostituzionale, non avrebbe alcun valore anche la sua eventuale conversione in legge. Lo scontro ormai è frontale. Tutto viene rimandato al parere della Corte Costituzionale. Ma mentre Buzzanca cerca in tutti i modi di farla franca, aiutato dai poteri forti del governo, nessuno si ricorda che a farlo decadere non sarebbe solo la condanna per peculato, ma anche la condanna subita dal prode Giuseppe per abuso d'ufficio nella vicenda della guardia medica. Altro decreto legge? Non serve. Dopo un anno di commissariamento del Comune di Messina, che precipita nelle classifiche di vivibilità e sviluppo, mentre si attende il verdetto della Corte Costituzionale, il decreto diviene legge, e la stessa Corte si rifiuta di pronunciarsi su un decreto che non è più decreto ma legge dello Stato. Dopo mesi e mesi di commissariamenti e decreti ad hoc, è la Corte d’Appello a mettere a dieta il dietologo. Lo dichiara decaduto e lo defenestra dal municipio con la sua giunta dopo un lungo zig zag giudiziario. Di Buzzanca bisogna anche ricordare l’efficienza conseguita con i soldi degli altri: ha dotato il Comune di un collegio difensivo degno del Presidente degli Stati Uniti: “Siamo stati costretti a incrementare il numero dei legali del Comune in seguito all' accumularsi di cause pregresse e al progressivo aumento del contenzioso”. Stiamo parlando di trentadue togati che vanno ad affiancarsi agli otto del collegio di difesa e agli altri quattro dell' avvocatura interna. Tutti esclusivamente a spese della collettività. Ma non preoccupatevi. Il Sindaco ha fatto sapere che «l'elenco è suscettibile di ulteriori arricchimenti”. Tornando a noi, chiaramente, scampato il pericolo e cambiata la legge, qualche mese fa è stato rieletto sindaco di Messina. Sia per il suo risaputo potere politico, sia per una motivazione altrettanto importante: l’alternativa era Francantonio Genovese, segretario del Partito Democratico siciliano e responsabile, assieme ai compagni Cracolici e Capodicasa, del collasso del centro sinistra in Sicilia. Genovese, da pessimo capitano, è sempre bene ricordarlo, non è affondato assieme alla sua nave. Perché avrebbe dovuto, lui non è Togliatti, né Pio La Torre, e questo si era intuito. Durante la tempesta Francantonio si è paracadutato alla Camera assieme al cognato, Franco Rinaldi, che avrà il merito di… di essere suo cognato. Ecco spiegato il motivo principale della vittoria di Buzzanca.

mercoledì 15 luglio 2009

Weltroni e il suo amico Craxi

Ci siamo arrivati. Lo so, mi rendo conto quanto sia stato un lungo peregrinare tra ipocrisie e bugie con le gambe di un criceto, ma alla fine la montagna, ma che dico la montagna, la collina, ma che dico la collina, la pianura concava ha partorito la solenne e attesa «cazzata». E’ di oggi infatti la confessione resa spontaneamente di fronte alla corte, al giornalista del Corsera, Andrea Garibaldi, da un Walter Weltroni da cui tutti, in vista delle «primarie private» di ottobre, si tengono a debita distanza. Pare sia contagioso. «Craxi innovò più di Enrico Berlinguer. Interpretò meglio di ogni altro uomo politico come la società italiana stava cambiando. Il suo sforzo (di Enrico Berlinguer, nda) non sufficiente al pro­cesso che bisognava mettere in campo. Il Pci soffriva l’inno­vazione come tale». Interpretare la società che cambia per Weltroni vuole orsodunque dire imparare a prendere mazzette, dividerle e instaurare un sistema corrotto che da Craxi in poi non fece che ingrandirsi e legittimarsi? O Vuole forse dire riuscire a far lievitare il debito pubblico fino a toccare percentuali bibliche, da 234 a 522 miliardi di euro, e portare il rapporto fra debito pubblico e Pil dal 70% al 90%? No perché questa si chiama istigazione a delinquere. Fa piacere che dopo aver affossato il Pd, Weltroni si stia impegnando a revisionare anche la storia giudiziaria d’Italia. Ma come insegna il codice etico del Pd, «una cazzata non è mai tale se non arreca danni direttamente proporzionali alla sua grandezza». E Weltroni ormai è un decano di fama mondiale. Ma è deontologicamente obbligatorio precisare quanto la violenza sulla memoria di Enrico Berlinguer non sia feticismo solo di uno o due dirigenti del Pd. Ma bisogna comprenderli: la figura di Berlinguer per loro è come uno specchio, che li costringe a confrontarsi con un uomo, che al di là dei successi e degli insuccessi, riuscì a dire per la prima volta le cose per come stavano, riuscì a criticare la politica pur facendone parte e a parlare apertamente della corruzione che stava divorando la politica. Un Ufo, un malato di mente insomma. Nel 2007, quando si decideva, come con le figurine, quali inserire e quali no nel «Pantheon» del nascente Partito Democratico, il 10 aprile Piero Fassino, chiamato anche Radica di Camera, vista la sua permanenza parlamentare unita a quella della consorte, che ormai fa parte dell’arredo con una sua collezione d’interni, la «Serafiniana», disse a Repubblica Radio, di voler inserire tra i padri del Pd anche Bettino Craxi, ladro a volte gentiluomo a volte no, morto da latitante e non da esule, come si suole dire: «Craxi fa parte del Pantheon del Pd come Rosselli, Matteotti, Nenni, e Pertini. Il Pd è il luogo in cui si riconoscono le grandi culture come quella socialista». Nei cimiteri il tumulto fu devastante. Della condanna a 5 anni e 6 mesi per corruzione nel processo Eni-Sai e di quella a 4 anni e 6 mesi per finanziamento illecito per le mazzette della metropolitana milanese, e di tutti i processi estinti a causa del suo decesso, Fassino se ne sbatte ampiamente le orecchie, essendo a stretto regime alimentare solo per il cibo; per le cazzate, anche lui, ne va matto. Di fronte ai giornalisti increduli che chiedono lumi agli altri dirigenti, a mettere le cose in chiaro ci pensa Samuele Bersani, l’ex cantante ora nei Ds con il nome d’arte di Pierluigi, che pochi giorni dopo, in tv, dichiara: «Craxi nel Pd? Non faccio questa riflessione, né su Craxi ma neanche, e guardi cosa arrivo a dire e mi costa molto, su Berlinguer. Io guarderei avanti, punto e basta». Questo qui vi ricordo che si candida oggi a guidare il Pd, prendete nota. Né con i ladri ma nemmeno con gli onesti. Il Pd deve essere equidistante. Ecco il perché quella di Weltroni pare essere una idea condivisa da larga parte dei maggiorenti del Pd, gli stessi che in questi giorni vediamo pallidi e raminghi appendersi ai cavilli per evitare a Beppe Grillo di candidarsi alle primarie e di prendere il doppio dei voti di ognuno dei «loro», come profila anche un sondaggio su l’Espresso, che grillino certo non è. Ieri le cento lire su Craxi, oggi su Veltroni: sogno di una notte di mezza estate.

La Chiesa di Santa Margherita (AG) che cita l'Antimafia senza saperlo

E' bello che qualcuno ogni tanto si ricordi dell' azione della Chiesa contro la mafia. O meglio, dell'azione di singoli sacerdoti che si sono scagliati contro la criminalità organizzata, e che anche per i laici e i non credenti sono diventati simboli da emulare con devozione e rispetto. Parlo di Don Peppino Diana, che stanco della prepotenza camorrista nella sua Casal di Principe scrisse un bellissimo appello "In nome del mio popolo non tacerò" e lo affisse a tutte le parrocchie della zona. Parliamo della Campania in mano ai Casalesi, e Don Peppino venne ucciso il giorno del suo compleanno in sacrestia. E parliamo di Don Pino Puglisi, che rubava manovalanza alla mafia di Brancaccio proponendo ai bambini altri stili di vita, proponendo la cultura a fronte dell'ignoranza in cui la mafia pescava con il paranco. Lo raggiunsero di sera e lo ammazzarono. Lui rise e disse: "Vi aspettavo", e poi morì. E, ad incorniciare queste eccezioni nella condotta indifferente di larga parte della Chiesa, arrivarono le parole di Papa Wojtyla ad Agrigento. Erano i giorni tra l'8 e il 10 maggio, e ricordo vagamente quei giorni soprattutto perchè quel Crocefisso di fronte a cui pregò il Papa era quello di Santa Margherita di Belice (mio paese natale), e a portarlo ad Agrigento fu un camion della cooperativa dei funghi di papà, la Colli Verdi. Il 9 maggio 1993, sotto il tempio della Concordia nella Valle dei templi di Agrigento, Wojtyla per la prima volta attaccò violentemente la mafia e i suoi uomini: "Dio ha detto: non uccidere! L'uomo, qualsiasi agglomerazione umana o la mafia, non può calpestare questo diritto santissimo di Dio. Nel nome di questo Cristo crocifisso e risorto, di questo Cristo che è vita, lo dico ai responsabili, lo dico ai responsabili: convertitevi! Per amore di Dio. Mafiosi convertitevi. Un giorno verrà il giudizio di Dio e dovrete rendere conto delle vostre malefatte". Fu l'investitura dei cattolici nella lotta alla mafia, fu un richiamo a chi, nella chiesa, troppe volte si era mostrato distratto, come il cardinale di Palermo Ruffini, che aveva detto: "Mafia? E' una marca di detersivi?". Tornato in paese per il funerale di mio nonno qualche giorno fa, vedo che nella tristissima piazza, ormai vuota e abbandonata da giovani e vecchi, era affisso un gonfalone del Comitato del Santissimo Crocefisso. Un gruppo di persone devote e per bene che lavora tutto l'anno per i festeggiamenti del 3 maggio. Vedo che è riportata la bellissima frase del Papa ad Agrigento. Ho un moto d'orgoglio. Vuoi vedere che anche la sonnecchiante Santa Margherita, la sua chiesa, i suoi fedeli si scagliano contro la mafia e soprattutto contro i mafiosi, chiamandoli alle loro responsabilità verso Dio? Mi avvicino e leggo meglio. E' proprio la sua frase. Ma manca qualcosa. Certo. C'è l'anatema, ma manca il soggetto. C'è l'accusa violenta e senza fronzoli a cosa nostra, a tutte le mafie e agli ominicchi che ne fanno parte. Ma lì, nel gonfalone dei festeggiamenti con il maestoso Crocefisso, manca lei, l'associazione criminale che ha ammazzato quei figli di Dio che l'hanno combattuta, come Don Diana e Don Puglisi. C'è la frase ma manca la parola mafia, che è stata stralciata, censurata, lasciando la frase poco contestualizzata. Perchè? Perchè dimezzare la memoria? Perchè non riportare integralmente quell'anatema rivolto a tutti i siciliani? La Chiesa e i suoi uomini devono prendere parte a questa battaglia, commetterebbero peccato d'omissione se se ne astenessero. Avanti, con un pennarello, aggiungete la parola mafia. Credo che Dio ve ne sarà grato.

lunedì 13 luglio 2009

Ubi Grillo Calasanzio cessat

Questa sì che è una bella notizia. Anche Beppe Grillo si candiderà alla guida del Partito Democratico. Cosa ne penso? Che è un grande gesto e che Grillo godrà del mio completo e più totale appoggio, e che attenderò a tagliare in due la tessera del Pd e a restituirla. Anche perchè Beppe ha davvero concrete possibilità di vincerle le primarie, prova ne è l'appello terrorizzato del democratico Skeleton Fassino che ha chiesto ai vassalli di impedirgli in ogni modo di tesserarsi. Alla faccia della democrazia, complimenti Piero. Sarebbero tanti i sassolini da togliermi dalle scarpe o le fatture da presentare come richiesta di risarcimento, ma come al solito, passiamo oltre: siamo fatti male per questa nazione storta. Era il 16 marzo quando ho annunciato che mi sarei candidato alla guida del Pd. Ho scritto di mio pugno un programma ampliato con contributi tecnici, ho aperto un sito, ho ricevuto l'aiuto essenziale di gente che al Pd ne stava a debita distanza. E oltre a tantissimi, tantissimi attestati di stima e proposte di collaborazione, fui inondato da critiche feroci, che per la maggior parte provenivano proprio da alcuni grillini. Ci sarebbe da dire: e ora, come la mettiamo? Ma questa la abbono. Sono stato il primo quest'anno a "lanciare" le candidature alla segreteria da parte di membri della società civile quando ancora non era di moda e nel momento peggiore del Pd. Sono quello che di conseguenza si è preso più insulti per una scelta che qualche illuminato arrivò addirittura a definire di "potere": per fare carriera comincio a mettere a nudo i difetti dei dirigenti del Pd, certo, la celebre "carriera kamikaze". Poi decisi, visti i regolamenti che escludevano ogni possibilità, per un singolo cittadino, di partecipare alla pari degli altri, di ritirarmi e lasciare il Pd al suo destino, ovvero la scissione e la catastrofe. Ieri invece, una decina di sms sconcertati mi hanno avvertito della bomba Grillo. Che paradossalmente rimane l'ultima speranza per un partito che, a confermare le mie critiche e i miei appelli a Franceschino, i sondaggi tra gli iscritti volevano guidato da un outsider come Marino, sconosciuto ai più ma apprezzato anche da me. Ma a loro non basta. Prova ne è l'orribile e aberrante frase su Grillo del dirigente nazionale dei Giovani Democratici, un ottantacinquenne con la sciatica e l'incontinenza nel corpo di un ventenne, Fausto Raciti: "uno sbadiglio lo seppellirà" ha detto riferendosi alla candidatura di Beppe. E questi, miei cari, sono i giovani indomabili, spine nel fianco dei grandi. A me sta per seppellirmi una risata, ma mi trattengo, per rispetto del corpo invecchiato di Raciti. Invierò a Beppe Grillo il mio programma, chiedendogli di attingere pure a piene mani. E vi dico già adesso che se accetteranno la candidatura di Beppe, Fassino, D'Alema & C. dovranno per la prima volta cercarsi un lavoro, perchè credo che quantomeno sarà scontata una sua schiacciante vittoria e un rilancio senza precedenti di un partito politico destinato alla scomparsa. Io, quindi, sono con Beppe.

P.S. Vedere i dirigenti del Pd così nervosi e impauriti non ha prezzo. Sono come tante gazzelle in mezzo ad un solo leone. Anche se rimarrà solo questa immagine, grazie Beppe.

domenica 12 luglio 2009

Qui Verona, anno del Signore 2009


Questo è un mio articolo di oggi su "L'Arena". Sarà il periodo, sarà il caldo, ma il clima qui non è dei migliori.

Nuovo insulto razzista in via Da Legnago, sulla strada che collega Verona con Montorio. Ad un anno dalla sua prima cancellazione ad opera del Comune, è ricomparsa in questi giorni la scritta «Sporchi terroni» con i caratteri ed il simbolo riconducibile agli striscioni esposti allo stadio. Destinatari dell’insulto quasi certamente le reclute della caserma «G. Duca» di Montorio, sede dell’85° Reggimento Addestramento Volontari; molti dei soldati, infatti, sono di origini meridionali che vivono qui per l’addestramento, e che per raggiungere il centro della città usano il bus 13 che effettua la fermata proprio nel punto in cui, sul muretto dietro la pensilina, è apparsa la scritta. La fermata infatti è sempre piena di soldati e di giovani reclute che stazionano lì ad ogni ora del giorno in attesa del mezzo pubblico. Tra di loro ieri c’era molta amarezza e anche tanta rabbia per il verificarsi, ancora oggi, di episodi che riportano indietro nel tempo, fino all’aggressione dei tre parà pestati a sangue e a colpi di manganello in Via Mazzini proprio perché «terroni» da tre giovani della Fiamma Tricolore. «Io non sono meridionale, sono di Genova, ma tra le persone del Sud ci sto crescendo e vorrei che questa gente venisse direttamente da noi, in caserma, a spiegarci le motivazioni che li spingono a fare queste idiozie» dice uno di loro. «La vergogna è per la città di Verona, non per noi che siamo sì del meridione, ma che qui ci comportiamo alla perfezione proprio per dimostrare la nostra civiltà e l’inutilità dei luoghi comuni e degli stereotipi» dice uno di loro originario della Campania. «Speriamo che la città prenda posizione di fronte a questi atti indegni. Noi siamo qui per diventare soldati, per difendere anche questa città, qualora ce ne fosse bisogno. E la gente deve dire se sta con noi o se la pensa come gli autori di questo gesto inqualificabile» conclude un giovanissimo calabrese prima di salire sul 13 che passa proprio in quel momento.

venerdì 10 luglio 2009

Salvini e la pompa di benzina. Il mio primo "terrone!"

Il caso Salvini, l'ex deputato testimonial dell'errore nell'evoluzione della specie, mi spinge ad una piccola riflessione rispetto ad un episodio accadutomi qualche giorno fa. Ora, su Salvini non esprimerò giudizi e non perderò tempo nell'analizzare un grave caso clinico. In questo momento la mia solidarietà va alla sua famiglia che per anni ha dovuto tenerlo in casa, prima che riuscisse a trovare i suoi simili. Mi chiedo piuttosto se l'enorme popolo degli elettori padani si senta rappresentato da una così alta cima; se così fosse, io e loro non avremmo più nulla da dirci, nemmeno nella loro lingua dei segni. Lunedì 6 stavo andando in aeroporto per raggiungere la Sicilia, per partecipare al funerale di mio nonno, che, beato lui, si è perso la cazzata di Salvini. A Verona hanno aperto una stazione di servizio a marchio Iper, con benzina praticamente a prezzo di costo. Volete che non sia il loro miglior cliente? Otto pompe, altrettante corsie. C'è la fila, e logica vuole che si occupi il posto libero più in fondo per lasciar scorrere le altre auto. Sono il secondo ora, e davanti a me c'è uno che fa manovre, va avanti, va indietro, si avvicina alla pompa, poi si allontana e cambia idea. Dopo due minuti decide che aspetterà alla seconda pompa, dietro un auto, quando più avanti ce ne sono addirittura di libere. Ma anzichè avvicinarsi a quello che lo precede al rifornimento, rimane a metà, con il posteriore in mezzo alla corsia, così da impedirmi di andare avanti. Abbaglianti. Non mi vede. Seconda volta, anche questa a vuoto. Faccio allora un rintocchino di clacson, ma quasi con affetto, come la bomba di Mangano (che di Mangano non era) a Berlusconi. Come dire: "Ciao, come va? Scusami se ti disturbo, potresti andare un pelo e mezzo più avanti così passo e vado più in là, facendo così scorrere la chilometrica fila?". Si vede che è straniero, perchè si incazza come una iena e comincia a imprecare. Orribile da guardare per il segno bianco degli occhiali sull'abbronzatura. "Se vai avanti scorriamo". "Che cazzo suoni". Veronese doc, altro che straniero. Vado avanti e inizio a rifornire. Verso la fine ripassa lo scaligero con la mascherina bianca: "Avevi fretta e sei ancora li". Mi avvicino alla macchina per esprimere solidarietà ai suoi figli, ma lui appena sente il mio accento da "sbarcato da Palermo il giorno prima", subito mi dice. "Guarda, poi con questo accento". "Avrò l'accento ma so come si usa una pompa multipla, al contrario di te". Lo vedo che lo carica, inserisce la cartuccia lentamente, e poi mi punta: "sei il solito terrone di merda". Minchia! La prima volta fa sempre male. Da 6 anni vivo nel Veneto, e questa è la prima volta. Gli ribadisco il concetto che per un veronese farsi dare lezioni di civiltà da un siciliano è peggio di un calcio nei coglioni, ma lui insiste. Sarei tentato di innaffiarlo con il carburante e poi far finta che l'accendi sigari dell'auto abbia preso vita raggiungendolo, ma stoicamente resisto. Salgo in macchina dopo la lezione di educazione civica all'avventore, e mi rendo conto di una cosa: impegnato come sono a parlare di integrazione degli stranieri, della protezione dei romeni dagli uomini-rutto in camicia verde, mi ero dimenticato che c'è ancora chi crede che siamo due nazioni separate. Ma è strano. L'ultima volta che mi sono insultato con un albanese, quando mi ha fatto incazzare per bene, gli ho detto "sei proprio brutto". Non ho manco pensato al fattore etnia. Sono proprio un dilettante. Terrone e dilettante.

mercoledì 8 luglio 2009

Ci vediamo il 19 luglio a Palermo


Ricordo quando ancora un anno fa, per telefono, Salvatore Borsellino mi faceva la telecronaca della commemorazione ufficiale di suo fratello Paolo, il 19 luglio. Mi raccontò di quanto fosse indignato e irato dalla presenza del presidente del consiglio Schifani, che i mafiosi non li ha mai combattuti ma al massimo c'ha fondato assieme società di brockeraggio. Avrebbe voluto fare qualcosa di plateale, ma per rispetto di sua cognata Angese, per l'enorme rispetto che ha sempre nutrito verso di lei e verso la sua famiglia, è rimasto composto, in silenzio, nelle retrovie, a masticare amaro e a digerire bocconi amarissimi. Certo è dovuto essere difficile vedere Schifani citare Paolo Borsellino. Da quel giorno, in ogni conferenza in cui ci inviatavano in giro per l'Italia, quella che prima era solo una frase, "Voglio impedire fisicamente che vengano ad insultare la memoria di mio fratello", divenne lentamente un ipotesi, poi un progetto ed infine una realtà. Palermo, il 18 e il 19 luglio, sarà letteralmente invasa da persone pacifiche armate di pericolosissime agende rosse. Rosse come il sangue che ancora macchia quei palazzi, rosse come il cuore grande delle famiglie della scorta di Paolo, rosse come non diventarono mai le guance di chi quell'agenda l'asportò illeggitamamente, ripulì a borsa e poi la rimise a posto. Rosse come l'agenda rossa. Pagine che potevano far crollare la prima, la seconda e la terza repubblica. E che ora giacciono in qualche caveau come arma di ricatto puntata alla testa di chissà chi. Salvatore Borsellino ha chiesto all'Italia di stargli accanto quando presidierà Via D'Amelio per ricordare Paolo assieme ai suoi giovani, ai tanti siciliani e non che sono cresciuti ispirandosi al giudice buono. E noi saremo con lui. Tutti noi che in questi anni abbiamo ascoltato come pugnalate le sue testimonianze, i suoi "j'accuse", i suoi momenti di sconforto, come il "rilascio" di Contrada e l'archiviazione dell'asportatore abusivo della borsa del giudice Borsellino, capitano Arcangioli. Io, Sonia Alfano, Pino Masciari, Vincenzo Guidotto, Gioacchino Genchi e tutti gli altri; ci troverete lì. Sotto l'ombra di un monte che ha visto morire 6 siciliani per bene e che ha lasciato cinque milioni di orfani. Quest'anno il giudice Paolo Borsellino lo ricorderemo noi, sperando di avere accanto la sua famiglia, perchè ci arroghiamo il diritto di pensare che abbiamo più diritto noi a ricordarlo, noi che della sua professionalità e della sua umanità siamo stati privati, piuttosto che due o tre politici di turno che con una mano toccheranno la spalla della discreta e composta vedova Borsellino e con l'altra quella di persone poi condannate per mafia. Il giudice Borsellino è il nostro giudice, non il loro, non lo sarebbe mai stato. Ad oggi ormai tutti quelli che sento, su Facebook, sul blog, mi dicono che ci incontreremo a Palermo. Lì da un mese opera un comitato cittadino che sta organizzando tutto nei minimi particolari, gente fantastica che da un presidio ha costruito una manifestazione nazionale. Non so quanti saremo, ma tantissime persone prenderanno ferie e permessi per stare accanto a Paolo e Salvatore. Questo è uno dei pochi momenti in cui sono orgoglioso di quello di cui siamo capaci quando lo vogliamo. Perchè questi sono gli ideali della Resistenza che Salvatore lancia in ogni incontro. Una Resistenza che parta dal sangue di quel luogo, che faccia tremare le coscienze di chi ha camminato su quel sangue e di chi ha fatto di tutto affinchè quel luogo diventasse una pozza di sangue. Ora che i pezzi di quei ragazzi e del giudice, come dice Salvatore, sono entrati in noi, "la partita può cominciare", citando la telefonata tra il giudice e il procuratore Giammanco il giorno della strage.

giovedì 2 luglio 2009

Dono il mio ventre per amore

Io ce l'ho una soluzione. Al posto di parlare di Franceschini e Bersani, delle due facce di una medaglia che è sempre uguale, la via d'uscita da questa situazione imbarazzante è quella di riportare in vita Enrico Berlinguer. Clonare il Dna di Enrico e farlo rinascere, magari accelerando la crescita con degli ormoni. Io mi metto a disposizione dei popoli della sinistra offrendomi di portare avanti la gravidanza; bella immagine, vero? Assieme all'idea malsana che non riuscite a togliervi dalla testa (il pancione ha il suo fascino), leggete con attenzione l'intervista che nel 1981 Enrico Berlinguer rilasciò ad Eugenio Scalfari. E capirete perchè la sinistra vuole cancellare la sua memoria: perchè Enrico è ingombrante anche da morto, perchè il migliore del Pd vale quanto una sua scarpa. (Estratti)

La passione è finita?

Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss". La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora...

Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.

È quello che io penso.

Per quale motivo?

I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c'è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le "operazioni" che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell'interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un'autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un'attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.

Lei ha detto varie volte che la questione morale oggi è al centro della questione italiana. Perché?
La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell'Italia d'oggi, fa tutt'uno con l'occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt'uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semmplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono profare d'essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. [...] Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.