martedì 31 marzo 2009

Pino Masciari inizierà lo sciopero della fame e della sete. "Preferisco morire"

Da www.pinomasciari.org Questa sera durante la seduta del Consiglio Comunale di Pinerolo, in occasione della cittadinanza onoraria Pino ha palesato le sue intenzioni: chi non avesse seguito la diretta potrà visionare il video a breve. Noi siamo orgogliosamente amici di Pino Masciari e, in quanto tali, gli siamo accanto nella difficilissima decisione di intraprendere lo sciopero della fame e della sete. Forma di protesta coerente con i dodici anni di battaglia per la rivendicazione dei diritti suoi,della sua famiglia e anche nostri in qualità di cittadini. Diritti,ad oggi, disattesi e negati totalmente. Questa scelta sofferta e ponderata è figlia della consapevolezza che tutto quanto i Masciari e noi potessimo tentare è stato fatto. Pino Masciari, fondamentale testimone di rettitudine e amore per lo Stato costretto a difendersi dalle Istituzioni per dodici infiniti anni. Dodici anni di lotte attraverso strumenti legali e costituzionali in nome della Giustizia: denunce, colloqui, commissioni speciali, interpellanze, esposti, confronti, ricorsi al TAR,lettere alle maggiori cariche dello Stato. Dodici anni di silenzi,omissioni e solitudine hanno eroso la sua famiglia e lui stesso. Un proiettile interrompe la vita, silenzi e omissioni la masticano lentamente in maniera feroce. Troviamo inconcepibile che un cittadino italiano debba arrivare a questo estremo atto per chiedere alle Istituzioni il rispetto delle leggi vigenti, delle delibere in atto e, in ultimo, della sentenza emessa dal Tribunale Amministrativo Regionale di Roma. I silenzi e le inadempienze colpevoli delle Istituzioni, in primis il Ministero degli Interni ,stanno convincendo la società civile che le leggi, e la Giustizia non siano diritti a difesa del cittadino e della Costituzione ma favori da elargire in maniera arbitraria. E’ quindi inaccettabile che si protragga ulteriormente questo atteggiamento lacunoso e volubile da parte delle Istituzioni che dovrebbero, per loro natura, schierarsi al fianco di chi lotta senza tentennamenti contro la ‘ndrangheta e i sistemi collusi. Le ritorsioni si compiono contro chi è avverso allo Stato,non nei confronti di chi eroicamente affida se stesso e la propria famiglia nelle mani dello stesso Stato con l’unico scopo di non tradirne i principi. La gravità delle nostre affermazioni è seconda solo alla gravità dei fatti occorsi in questi anni. La sua posizione e di conseguenza anche la nostra non prevede mediazioni. Dodici anni sono un tempo più che sufficiente a testimoniare la buona fede dei suoi intenti e il rispetto delle regole dello Stato. Per questi motivi non ammetteremo che il Ministero dell’Interno della Repubblica Italiana rinneghi il Suo stesso mandato abbassando il livello della rivendicazione ad una becera contrattazione economica. La tortura perpetrata a Pino Masciari, a sua moglie Marisa ed ai loro due bambini è contraria in ogni modo alla Costituzione ed alla Carta dei Diritti dell’infanzia: non c’è contratto, o causa di forza maggiore che possa giustificare questa verità. Conosciamo a fondo la storia di Pino e la relativa documentazione che la accerta; abbiamo vissuto una porzione di storia al loro fianco. Senza timore possiamo quindi affermare che le Istituzioni usano la sicurezza e il potere a Loro conferito come strumento di ricatto per condizionare l’esistenza dei testimoni di giustizia. Alleghiamo la dichiarazione di volontà di Pino Masciari a testimonianza della serietà della sua scelta e, quindi, della nostra. Il documento è stato ufficializzato, sottoscritto dai testimoni e depositato con gli atti della seduta del Consiglio Comunale di Pinerolo durante la consegna della cittadinanza onoraria il 26 marzo 2009.

Scarica la dichiarazione di volontà cliccando qui

lunedì 30 marzo 2009

Piccole resistenze crescono

Ho deciso di fermarmi un giorno a riflettere prima di scrivere su quello che abbiamo fatto sabato. Di ponderare, di chiarire. Ma l'entusiasmo e la grandissima soddisfazione non si placano, anzi. Ora dopo ora mi rendo conto che quello che abbiamo fatto in difesa di Gioacchino Genchi è stato qualcosa di grande, enorme, bellissimo. Sabato 28 marzo siamo riusciti a "presidiare" l'Italia. Siamo riusciti ad essere presenti in 25 grandi e piccole città italiane e a far risuonare il nome di Gioacchino Genchi di fronte a quel luogo, la questura, che fino a poco tempo fa era anche la sua "casa". Ora non più, perchè con un decreto di Antonio Manganelli è stato sospeso. Ma noi non abbiamo attaccato il capo della polizia, anzi. Abbiamo manifestato solidarietà anche a lui, alla polizia, coscienti che se non avesse firmato sarebbe stato lui a saltare, e forse lo farà, statene certi. "Noi rispettiamo A. Manganelli ma stiamo con Gioacchino Genchi" faceva un cartello. Abbiamo manifestato con una media di 15 persone per ogni gruppo, con i nostri striscioni, con i nostri tricolore. In alcune città erano una cinquantina. Abbiamo fatto tutto questo con soli tre giorni di preavviso, e solo usando Facebook, senza alcun appoggio o ripresa da parte dei media. Abbiamo fatto tutto questo puntando solo ed esclusivamente sulla nostra forza. Ora provate a pensare cosa avremmo potuto fare con un mese di tempo; e ora provate a pensare a quello che faremo. E' stato un test, superato a pieni voti. E "loro" sono avvertiti. "Loro" non troveranno più gente anestetizzata e incapace di reagire. Ogni qualvolta ce ne sarà bisogno noi ci riorganizzeremo, e torneremo a prenderci i nostri spazi, con i nostri corpi. Abbiamo armi scadenti, non abbiamo uniformi, abbiamo, appunto, solo i nostri corpi. Siamo i nuovi partigiani, e la nostra lotta è una nuova resistenza. Loro, che presto spariranno dai libri di storia, hanno ripulito l'Italia dai nazifascisti. Noi abbiamo un compito ancora più difficile, perchè il nostro nemico non ha insegne, non ha colori. E' subdolo e indegno, e soprattutto impunito. Facebook, la rete sono le nostre montagne, dove ci rifugiamo, dove pianifichiamo per poi tornare a valle e reagire da uomini e donne libere. Io non voglio ringraziarvi. Siamo una squadra, siamo un gruppo, e tra amici i grazie non servono. Dobbiamo tenerci pronti. Sabato ho avuto davvero la percezione che qualcosa stava cambiando. Ho visto mamme, nonne, indignate e stanche. Ho visto gente che si è presa mezza giornata di permesso dal lavoro per esserci. Il simbolo di sabato rimane però Luciana, una nostra amica lucana che ha manifestato da sola, avvolta nella sua bandiera, di fronte alla questura di Matera. Era sola, con i suoi cartelli, ed è rimasta lì fino alle 15. Ecco, il nostro spirito è quello di Luciana, e un giorno, ne sono certo, avremo un nostro 25 aprile.

domenica 29 marzo 2009

Gioacchino, l'Italia c'è!

Domani scriverò un articolo su quanto accaduto sabato. Qualcosa di nuovo sta iniziando, e il silenzio dei media lo testimonia. Avanti tutta. Mandatemi le foto degli altri presidi via mail, le aggiungerò. Qui potete trovare i video.
TriestePesaro
NuoroTaranto
PisaTrento
Bari
Reggio Calabria

La Spezia
Genova
Ancona
Palermo
ManerbioMatera
Torino
Terni
Ravenna
Prato
Milano
Messina
Lecce
Genzano
Ferrara
Cosenza
Catania
Bologna
Roma

giovedì 26 marzo 2009

Caso Genchi: tutta la verità in un menù

Dopo aver svelato che i tredici milioni di intestatari di utenze telefoniche che Genchi avrebbe conservato erano in realtà dei cd rom e alcuni database negli hard disk sequestrati nell’ufficio di Genchi, in cui sono contenuti semplicemente gli elenchi telefonici a partire dagli anni novanta, urge analizzare i fatti, tralasciando le indiscrezioni. Se analizziamo i fatti l'unica cosa certa in questi numeri folli è che la diffusione dei dati relativi ad indagini in corso è notizia di reato. Di più. Questa è l'unica notizia di reato di tutta la vicenda Genchi, e guarda caso non è a suo carico. Se poi ne analizziamo i contenuti non è difficile stabilire chi l'ha commessa e chi, forse, l'ha pure istigata. Una fuga di notizie ad arte che interviene, sempre guarda caso, assieme alla sospensione di Gioacchino Genchi dalle sue funzioni in polizia, proprio quando sono state preannunciate le manifestazioni in suo sostegno (ed in sostegno della Polizia) davanti alle questure di tutta Italia. Tutto questo circolare di numeri e numeretti, ormai è acclarato, serve ed è servito per allarmare gli italiani, in particolare i meno informati, i più suscettibili alle menzogne dei vari telegiornali e di taluna carta stampata, che considera la tutela della privacy una mera enunciazione di principio. Se ci pensate è incredibile. L'unica notizia di reato nell'inchiesta romana passa inosservata agli occhi della procura di Roma. Che sbadataggine, perbacco! Il difensore di Gioacchino Genchi, l'avvocato Fabio Repici, aveva subito chiesto alla procura quali fossero le iscrizioni del suo assistito nel registro delle notizie di reato. Niente da fare. Erano secretate per il dottor Genchi, ma erano state prima anticipate, poi diffuse e successivamente confermate alla stampa. Ma proseguiamo nel nostro viaggio dell'assurdo dopo esserci gustati l'aperitivo. Al dottor Genchi vengono contestate le interrogazioni all'anagrafe tributaria senza che venga indicato un solo nome "abusivo", un solo codice fiscale o una sola denuncia dei redditi di un italiano o un qualunque altro dato che avrebbe interrogato in maniera immotivata e, quindi, fuori dai suoi mandati da consulente dell'autorità giudiziaria, compresa la stessa Prcoura della Repubblica di Roma che, in tutti gli incarichi conferitigli, fino a qualche settimana fa, lo ha sempre autorizzato all'accesso ed all'interrogazione dell'anagrafe tributaria, al solo fine di verificare la corrispondenza dei codici fiscali dei reali intestatari delle utenze telefoniche. Il dottor Genchi, infatti, non svolge, non ha mai svolto ed ha chiaramente affermato di non avere mai svolto indagini finanziare e fiscali e di non saperne svolgere. Il dottor Genchi non è un tuttologo e l'unica cosa che sa fare (bene) è solo il suo lavoro, che tutti conoscono, che in moltissimi apprezzano e che in pochi, pure in malafede, temono. Da qui in poi la vicenda assume le vere e proprie connotazioni dell'assurdo. In presenza di una fantomatica "notitia criminis" (inesistente) per accertare i presunti abusi di Genchi, segnalati dall'Agenzia delle Entrate, la Procura di Roma sequestra tutti i dati di Genchi. Non sarebbe stato più semplice contestare a Genchi le risultanze dell'Agenzia delle Entrate? Io purtroppo cerco di fare il giornalista, non posso dispensare consigli legali! Di solito, in una indagine giudiziaria, un sequestro viene ordinato ed eseguito per accertare le prove di un reato, non per cercare a tutti i costi una notizia di reato, utile comunque a continuare a distruggere la reputazione e la dignità di un uomo che ha avuto il solo torto di servire solo e soltanto lo Stato e di fare fin trppo bene il suo lavoro. Senza aggiungere che il sequestro, ma lo aggiungiamo che tanto è gratis, è avvenuto in un luogo in cui la procura di Roma non ha alcuna, dicasi e leggasi alcuna, competenza territoriale. Passiamo ai secondi piatti. Gli ambienti della procura romana hanno diffuso la notizia che fossero stati sequestrati a Genchi solo gli atti e i dati legati all'indagine calabrese "Why not". Balla numero 132. I carabinieri dei Ros, gli stessi che non perquisirono il covo di Riina dopo il suo arresto e che non arrestarono Provenzano quando gli erano a pochi metri nel 1995, su specifico decreto dei magistrati di Roma hanno sequestrato tutti i dati delle indagini giudiziarie partecipate da Gioacchino Genchi, da quelle relative al fallito attentato dell'Addaura ai danni di Giovanni Falcone del 1989, fino ai più recenti incarichi per gravi omicidi di mafia e fatti che, badate bene, coinvolgevano gli stessi magistrati della procura di Roma. Che c'entra con "Why not"? Forse erano proprio questi dati quelli che interessavano i magistrati di Roma ed i Carabinieri del ROS? Parliamo ora per qualche minuto di numeri; consideratelo come sorbetto. Nella fuga di notizie, che sa tanto di istituzionale, si parla dei dati di traffico, si sparano numeri a casaccio senza considerare quanti siano gli elementi di una transazione telefonica, senza spiegare cos'è il traffico delle celle, senza specificare che non riguarda per nulla attività invasive sui soggetti controllati, perchè tutto si riduce ad evidenziare solo una, due chiamate di tutto il traffico telefonico acquisito. Le chiamate di interesse, quelle valorizzate da Genchi nelle sue relazioni, infatti, finiscono sempre per riguardare mafiosi, criminali comuni ed uomini delle istituzioni collusi con la mafia, come è stato per le "Talpe" alla DDA di Palermo, in cui il lavoro di Genchi è stato fondamentele ad identificare (ed è stato lui il primo a farlo) un marescialo del ROS (il maresciallo Riolo) ed un altro maresciallo die Carabinieri (il maresciallo Borzacchelli, frattanto divenuto deputato regionale), quali autori della fuga di notizie sulle microspie a casa del boss Giuseppe Guttadauro. Sempre in tema di numeri provate soltanto ad immaginare quante transizioni intervengono nella cella di una città, o ancor di più nella cella vicina una stazione ferroviaria, ad uno stadio o ad un aeroporto; sms, chiamate, accensione e spegnimento del cellulare. Non lo spiegano. Danno i numeri, li sbattono in faccia a chi nulla sa di queste specifiche tecniche d'ndagine e li fanno impallidire. Parliamoci chiaro, tra persone per bene e che hanno un cervello. L'unico errore, grave ed imperdonabile del dottor Genchi è stato quello di imbattersi in indagati eccellenti che si riteneveno e si ritengono immuni dalla legge penale. Questa è l'unica ragione di questa telenovelas di serie B a puntate nelle quale non si parla di ciò che di reale c'è in quei dati, dei nomi effettivi dei magistrati, dei politici, degli imprenditori, degli appartenenti ai servizi segreti e dei giornalisti di cui Genchi si stava realmente occupando e che oggi cercano di scriverne l'epitaffio. La reazione di Genchi, la sua determinazione e il suo coraggio sono una garanzia per gli italiani onesti che a migliaia, oramai quasi milioni, inondano i suoi spazi sul web, dal blog a Facebook, lasciando messaggi di vicinanza e solidarietà, tutt'altro che preoccupati di essere stati da lui intercettati. Gli scrivono i giovani Beppe Grillo, gli scrivono le casalinghe e gli insegnanti. Lo applaudono i giovani di Rifondazione Comunista come molti, moltissimi giovani di Destra, ormai orfani del loro ultimo surrogato di partito (Alleanza Nazionale) svenduto a Berlusconi nel nome dell'inciucio del partito unico, a cui solo non partecipano (ancora) ufficialmente i "diversamenti concordi" (come li definisce Travaglio) del Partito Democratico. Questo spiega tutto e spiega l'irritazione e la reazione di Rutelli, amico di Saladino, i cui tabulati e le cui intercettazioni sono pure finite nell'indagine "WhY Not". Sono in molti magistrati in questo momento che ricordano alla Procura di Roma (o meglio ai magistrati della Procura di Roma che indagano su Genchi) che Genchi nel suo lavoro ha sempre manifestato il massimo della correttezza e del rispetto per la riservetezza e per le garanzie di libertà e di difesa degli indagati dei quali si è occupato, persino dei peggiori killer. Volevano creare un mostro e hanno creato un eroe. E ora che le cose sono chiare, la telenovelas può continuare; noi nel frattempo siamo arrivati al dolce. Per il limoncello rimandiamo alla prossima puntata, aspettando le prossime fughe di notizie ad orologeria. Intanto Genchi mantiene il silenzio che si è imposto dopo la sospensione dal servizio in Polizia e dal suo status di facebook tiene solo a precisare: "Anche se sospeso dal servizio in Polizia io sto con lo Stato e difenderò il mio Capo della Polizia che mi ha sospeso fino in fondo. I nemici della Verità e della Giustizia e quelli che vi remano contro non sono nella Polizia di Stato!". Indipendentemente dal numero delle utenze e dei record dei tabulati telefonici, il valore assoluto della dignità di un uomo come Genchi è dato dai fatti, dalla sua storia, dal suo passato e ci auguriamo tutti dal suo futuro. Gli italiani onesti lo sperano, gli altri un pò meno.

La verità sull’ultima fuga di notizie su Gioacchino Genchi

Dilettantistico, improvvisato, puerile. Ma anche malconcio, alla meglio, ridicolo. Non saprei come altro definire l’ultimo tentativo delegittimante nei confronti di Gioacchino Genchi, una fuga di notizie sapientemente orchestrata (da chi sta effettuando gli accertamenti?) secondo la quale Gioacchino Genchi nel corso della sua attività di consulente per le procure italiane avrebbe conservato sui suoi computer 13 milioni di intestatari di utenze telefoniche e dati su 1.160.000 persone ricavati delle anagrafi di Palermo, di Mazara del Vallo e di alcuni comuni calabresi. Andiamo con ordine. Chi legge queste cifre si ferma appunto sui numeri, non sulle parole. Tredici milioni, un milione cento sessanta mila. Numeri enormi, che fanno paura, che terrorizzano il contadino e il pastore che temono di essere stati intercettati al telefono con l’amante. Genchi ha materiale su un sesto degli italiani? Basta leggere. I tredici milioni di intestatari di utenze telefoniche. Sono dei cd rom e alcuni database negli hard disk sequestrati nell’ufficio di Genchi in cui sono contenuti gli elenchi telefonici a partire dagli anni novanta. Sorpresi? Bastava leggere. Gli intestatari delle utenze telefoniche siamo io, sei tu, siamo noi. Quanti di voi hanno un archivio segreto in casa, chiamato in codice “elenco telefonico”? E questa era la prima balla. Poi la malconcia fuga di notizie, che forse ai Ros non è stato comunicato, ma è un reato, parla di alcuni dati anagrafici recepiti da Genchi relativi a persone calabresi, palermitane e di Mazara del Vallo. Qui più che una spiegazione mi permetto di dare un suggerimento. Una fuga di notizia fatta bene non deve dare troppi dettagli. Sennò ottiene l’effetto opposto. Sennò vuol dire che Genchi non ha acquisito dati di tutta Italia. Ma solo di alcuni soggetti di Palermo, di Mazara del Vallo e residenti nella regione Calabria. Tutti luoghi in cui Genchi è stato scelto come consulente dalla procure: Palermo per le stragi, Calabria per le indagini di Luigi De Magistris e Mazara per le indagini sulla sparizione della piccola Denise Pipitone. Quindi questa fuga di notizie che doveva terrorizzare gli italiani in realtà ha certificato cosa abbiano realmente in mano i Ros dei Carabinieri: il nulla.

mercoledì 25 marzo 2009

News per la manifestazione di Sabato in difesa di Gioacchino Genchi


L'iniziativa di supporto e solidarità a Gioacchino Genchi va fatta subito, e per questo motivo i sit in davanti alle varie questure d'Italia avverranno SABATO 28 MARZO DALLE 10 ALLE 15. Da quel momento potremo poi fermarci a ragionare su ulteriori azioni e appuntamenti unitari nelle varie città d'Italia. Noi saremo al sit in di Roma ad aprire il nostro presidio. Purtroppo il succedersi degli eventi è così rapido che non si può aspettare o rimandare, si rischia di trovarsi di fronte ad un'altra emergenza e il nostro obiettivo è evitare che accada altro, quando per altro intendiamo peggio. Oggi alcuni ragazzi hanno chiesto alle questure l'autorizzazione per un sit-in ed è stata immediatamente concessa. Potete recarvi entro oggi a comunicare, alle Questure che intendete presidiare, le nostre motivazioni e a chiedere di lasciarci manifestare pacificamente, senza gazebo o palchi, solo con il volantino proposto dagli amici bresciani stampato come cartellone o come striscione. Ben vengano le bandiere italiane, ma attenzione a non scrivere alcuna frase sopra di esse: sarebbe vilipendio. Piuttosto attaccateci sopra dei fogli, quello, almeno quello, è concesso: solo Bossi può usarla per altri scopi igienici. Capiamo le legittime perplessità di alcuni di voi sul pochissimo tempo disponibile ma siamo dell'opinione che agire tra una settimana non servirebbe a nulla. I "poteri forti" devono capire che in Italia, in tutta Italia, ci sono cittadini informati e coscienti che sono disposti a schierarsi fisicamente in difesa di una grande uomo e di un grande professionista come Gioacchino Genchi. Rinnoviamo quindi l'invito ad andare oggi stesso a chiedere l'autorizzazione. Nel caso in cui vi fosse negata, vale la precedente soluzione: gruppetti di 4-5 persone apparentemente indipendenti che con i loro cartelli daranno un segnale di fortissima solidarietà a Gioacchino Genchi.

Sonia Alfano
Benny Calasanzio
Salvatore Borsellino

martedì 24 marzo 2009

Gioacchino Genchi non si tocca. Manifestazione nazionale sabato 28 marzo

Da ieri Gioacchino Genchi è stato sospeso da ogni funzione dalla Polizia di Stato. Col provvedimento di sospensione dal servizio sono stati ritirati il tesserino, la pistola e le manette. La motivazione è addirittura una replica ad un giornalista di Panorama che lo accusava di essere un bugiardo lasciata sulla sua bacheca di Facebook, in cui Genchi si difendeva in modo misurato e contenuto. Riteniamo che ieri si sia toccato il fondo in una vicenda che ha chiarito, qualora ce ne fosse stato bisogno, cosa può accadere a chi cerca di fare luce sui coni d’ombra di cui l’Italia è piena, a chi vuole dare giustizia ai familiari delle vittime delle stragi, a chi vuole smantellare i comitati d'affari e le nuove P2. Chi tocca i fili dell'alta tensione muore. Noi forse siamo ancora in tempo. Siamo indignati e sconcertati da quello che sta accadendo ad uno dei migliori uomini dello Stato italiano, un uomo che forse quello stesso Stato fondato sul sangue delle stragi del 1992, non merita, come non lo meriteremmo noi se rimanessimo inermi ad assistere a questo massacro. Abbiamo deciso che è ora di reagire, e non più con comunicati, con articoli e con sterili prese di posizione. Noi vogliamo mostrarci, vogliamo farci vedere da chi in questo momento sta decidendo sul futuro del dott. Genchi. Senza violenza e senza aggressività, senza guerriglia, che non ce ne voglia il ministro Brunetta. Pacificamente vogliamo dimostrare che Gioacchino Genchi è circondato da persone per bene che nutrono per lui una stima e un'ammirazione incondizionata. Per questo vi invitiamo ai sit in davanti A TUTTE LE QUESTURE D'ITALIA SABATO 28 MARZO DALLE ORE 10 ALLE 15. Vi chiediamo di contattarci nonappena avrete formato un gruppo di almeno 10 persone per coordinarci e per darci un'unica regia che ci unisca in una manifestazione che sensibilizzi e che spieghi, a chi nulla sa di questa vicenda, cosa sta davvero accadendo. Noi temiamo che la sospensione di Gioacchino Genchi non sia il punto d’arrivo. Temiamo che altro possa accadergli. Reputiamo scandaloso, infine, che coloro che hanno dato il la a questa sporca vicenda, i Ros dei Carabinieri, siano guidati da un soggetto che in questo momento è sotto processo a Palermo con l´infamante accusa di favoreggiamento aggravato nei confronti di cosa nostra. E’ Mori che deve essere sospeso, non chi ha assestato colpi durissimi a cosa nostra, una organizzazione che non dimentica e colpisce chi lo stato non è riuscito a proteggere.

Sonia Alfano
Benny Calasanzio
Salvatore Borsellino

domenica 22 marzo 2009

Giornate della Memoria e dell'Impegno di Libera. Il bello e il brutto

Voglio riflettere a mente fredda prima di commentare le belle ed intense giornate di Libera. Intanto vi parlo con alcune foto che esprimono le due sensazioni che provo.

Il Bello

Con Brizio, fratello di Antonio Montinaro, con la sua e con la mia famiglia abbiamo marciato assieme per tutto il percorso, fino a piazza del Plebiscito.
150.000 persone. Quando gli interventi dal palco stavano per finire, solo allora tutta la gente del corteo ha raggiunto la piazza. Era una marea umana composta e rispettosa. Davvero toccante.

Con il girasole d'ordinanza

Il nostro "gruppo": la famiglia Montinaro e un pezzo della mia

Il Brutto

Quello cerchiato nella foto è Antonio Bassolino, presidente della Regione Campania. E' sott'inchiesta per abuso d'ufficio, frode in forniture pubbliche e truffa ai danni dello stato perché non avrebbe impedito le irregolarità nel contratto con le società Fibe e Fisia mentre era commissario straordinario per l'emergenza rifiuti. Le direttive che prevedevano, in caso di inadempienza avvenisse l'immediata rescissione del contratto con l'Ati. Sappiamo chi in Campania ha in mano il traffico dei rifiuto. Lo so e mi basta. Ieri Bassolino ha letto i nomi delle vittime innocenti della mafia. Per fortuna mio nonno e mio zio erano passati da un pezzo. C'era la Iervolino, che con mezza giunta sotto inchiesta, un assessore suicidato che non ha ritenuto dignitoso dimettersi, come il suo collega della Regione. La bella notizia, accolta con disturbo da alcuni presenti, è stata la protesta quando Bassolino ha preso la parola: "vattene" e "via dal palco" sono arrivate da un gruppetto di persone. Io stavo con loro, non con l'uomo sul palco.

P.S. In chiesa , alla veglia, in prima fila c'era anche Dario Franceschini, segretario del Pd, non so a quale titolo. Non gli ho voluto dire che sarò io a succedergli, era così contento di tutti quei fotografi.

venerdì 20 marzo 2009

Inizia il nostro cammino

Non lo avrei mai detto, davvero. Pensavo di essere subissato da critiche e insulti. Credevo che la mia candidatura alla segreteria nazionale potesse incrinare il nostro rapporto. E invece il vostro affetto sincero, i vostri incoraggiamenti sul blog, su Facebook e le vostre mail mi hanno caricato come una molla per questa esperienza che sta per iniziare. Io credo davvero di poter diventare il segretario del Pd e lo credo perché siete voi i primi a farlo. Lo credo perché attorno a me ho persone sane che amano la legalità, la coerenza e l’etica e hanno voglia di mettersi al lavoro. Non mi sarei mai aspettato che nel giro di pochissimo tempo sarebbero cominciati ad arrivare messaggi da alcune sezioni del Partito Democratico in Sicilia che mi annunciavano il loro appoggio e addirittura mi invitavano per un incontro, come hanno fatto dall’Abruzzo. La cosa più bella è stata la telefonata dell’amico Diego da Bologna. Mi ha detto che si stanno organizzando per cominciare a propormi un programma su ambiente, energie alternative e inquinamento. Stanno tirando dentro anche alcuni in iscritti del Pd che credono in questo progetto. Mi hanno davvero commosso perché ci credono come e quanto me. Manca un po’ di tempo alle primarie, è vero. Forse saranno ad ottobre, comunque dopo le europee di giugno. Ma noi abbiamo tanto da fare. E mi dovete dare non una, ma due, tre, quattro mani! L’altro ieri ho chiamato la sede centrale del Pd per chiedere lumi sul regolamento delle consultazioni. “Quando saranno le primarie e qual è il meccanismo per accedere?” ho chiesto al funzionario. E lui: “Ehhh, ancora c’è tempo, rifaremo il regolamento, per adesso pensa a portare voi…”. “Scusi?”. M’hai capito, mò dobbiamo pensare a vincere le Europee”. “Ascolti, temo mi abbia frainteso…”. “No, ho capito tutto, servono voti”. Aprirò un sito internet (qualcuno che mi aiuta?) dedicato solo al nostro cammino verso le primarie, così da non intasare il blog, e raccoglierò li le vostre proposte per il nostro programma. Io non sono un tuttologo. Ho bisogno di esperti che mi spieghino e mi propongano i punti da inserire nel nostro programma. Voglio attingere a piene mani dai programmi delle liste civiche di Beppe Grillo, in temi di economia e sviluppo; voglio essere un “candidato virtuoso” a cinque stelle. L’unica imposizione che mi sento di fare certo della vostra approvazione è il punto numero 1 della lista: impegno antimafia imprescindibile e codice etico ferreo all’interno del partito: sospensione immediata per gli indagati (esclusi i reati di opinione) fino alla chiusura delle indagini. E ora andiamo, mettiamoci al lavoro. Io ci credo!

P.s. Per i detrattori. Pensate che se avessi voluto iniziare a fare politica mi sarei infilato in una cosa così difficile? Non pensate sarebbe stato pià facile farmi candidare a qualche elezione? Pensate che solo perchè non faccio pubblicità a me stesso nessuno me lo abbia mai chiesto?

giovedì 19 marzo 2009

"Profondo Nero" di Rizza e Lo Bianco

Nero e profondo, come il buco in cui sono precipitate tutte le indagini sulle stragi italiane, farcite da servizi segreti, grembiulini, compassi e scranni parlamentari. Nero come il petrolio che inghiotte tre personaggi scomodi per ragioni diverse ma contingenti. Profondo e inarrivabile, come la verità, la giustizia, la certezza della colpevolezza. E’ una visita guidata questo “Profondo Nero” di Peppino Lo Bianco e Sandra Rizza (Chiarelettere, 2009), in cui i giornalisti conducono i lettori negli anni sessanta, e poi nei settanta. Indicano col dito i fatti, invitano ad osservarli, mentre da ciceroni mettono in fila fatti, sentenze, ipotesi. Li avevamo lasciati con le 25 mila copie dell’agenda rossa del giudice Paolo Borsellino, che ha svelato all’Italia il probabile scenario della morte del giudice, e li ritroviamo alle prese con i tre casi più controversi e oscuri della storia di questa repubblica fondata sul mistero e senza la minima voglia di fare luce. Enrico Mattei, potentissimo presidente dell’Eni e vero ispiratore della politica degli anni 50-60. Mauro De Mauro, giornalista de “L’Ora” di Palermo. Pierpaolo Pasolini, scrittore, regista, poeta e “frocio” scomodo. Tre vite, tre storie che si intrecciano, si incontrano, si scontrano, tutte parallele ad una linea sottile che corre loro parallela e le osserva: la sottile linea grigia, la sottile linea Cefis. Il libro di Lo Bianco e Rizza racconta con una fluidità cinematografica l’inchiesta aperta nel 1994 dal sostituto procuratore di Pavia, Vincenzo Calia, sulla morte di Enrico Mattei. Un assassinio, forse il primo assassinio di Stato. Omicidio che il pubblico ministero mette in relazione con quello di Pasolini e di De Mauro, riuscendo a far riconoscere al giudice che decreta l’archiviazione, la plausibilità delle sue ipotesi investigative. Pezzi di storia italiana che pochissimi, soprattutto tra le nuove generazione, conoscono vengono attualizzati in un contesto in cui le mire eversive e golpiste hanno smesso di avere significato, a fronte di una ormai perfetta attuazione del piano di rinascita democratico disegnato da Gelli. Da Gelli? Anche in questa storia, quella della P2, c’entra sempre lui: il potente Eugenio Cefis, verosimilmente reale fondatore della loggia, cavaliere di Gran Croce, vice di Mattei all’Eni, dimissionario quando lo stesso lo trova a rovistare nella sua cassaforte, tornato in sella dopo che Enrico Mattei precipita con il suo aereo nelle campagne di Bascapè. Il libro riprende le risultanze della richiesta di archiviazione presentata dallo stesso Calia e le getta più in là, raccontando una verità che può essere, che loro sanno, ma di cui “non hanno le prove” come scriveva Pasolini sul Corriere. Non sono magistrati Rizza e Lo Bianco, ma giornalisti, giudiziaristi, e allora la esplorano e la propongono la loro verità. E loro vedono Mattei venire per due volte in Sicilia nel giro di una settimana. Vedono il suo pilota raggirato da un affare imprenditoriale. Vedono 100 chilogrammi di esplosivo piazzati dietro il cruscotto del Morane-Saulnier MS-760 Paris le cui tracce vengono ritrovate sull’orologio di Mattei. Vedono che l’aereo parte da Catania e si sfracella pochi minuti prima dell’arrivo a Milano. Vedono le manovre occulte per attirare Mattei in Sicilia, per farlo decollare dall’aeroporto stabilito: Catania e non Gela. Poi, dopo la caduta dell’aereo, vedono dirigenti dell’Eni che rovistano tra i rottami, vedono il contadino Ronchi che prima parla di una esplosione in volo e poi cambia versione, mentre la figlia viene assunta in una società collegata all’Eni. Rizza, Lo Bianco e tutta Italia vedono che a trarre enormi vantaggi da quella morte è immediatamente Eugenio Cefis, che diventa, dopo un’apparente vice-presidenza, capo indiscusso dell’ente nazionale idrocarburi e uno degli uomini più potenti d’Italia. In quegli anni, due, più degli altri, credono che dietro l’apparente incidente aereo ci sia proprio l’eminenza grigia, Cefis, uomo in contatto con i servizi americani e in stretta amicizia con Amintore Fanfani. Uno è Mauro De Mauro, cui viene commissionato da Franco Rosi una “indagine” sui viaggi in Sicilia di Mattei per realizzare il suo film. Il cronista de “L’Ora” gira, raccoglie testimonianze, confidenze, parla più volte con Graziano Verzotto, ex pierre dell’Eni poi diventato presidente dell’ente minerario siciliano e nemico giurato di Cefis. Ha una cosa grossa che gli “varrà la laurea in giornalismo” dice De Mauro. Ma scompare, poco dopo aver parlato con Vito Guarrasi, democristiano siciliano indagato poi per la scomparsa del giornalista. E a Palermo muore pure Pietro Scaglione. Il procuratore di Palermo, ormai destinato a Lecce, ucciso ufficialmente da Liggio e Riina, ma giusto il giorno prima di testimoniare su una telefonata che avrebbe seriamente compromesso Guarrasi in relazione alla sparizione di De Mauro. Coincidenze, può darsi, ma da tenere a mente. Non sapremo mai nulla sulla morte di De Mauro. Ce lo ha detto lo Stato, durante una riunione in cui i servizi segreti comunicarono alle forze dell’ordine di “annacquare le indagini”. Di Cefis, in Italia, si sta ossessivamente occupando anche Pierpaolo Pasolini, nel suo “progetto di romanzo”, “Petrolio”. Con lo pseudonimo di Troyas, Cefis è l’uomo che Pasolini pone dietro l’omicidio Mattei. L’intellettuale raccoglie indizi, tracce e raffronti che grazie alla letteratura raggiungerebbero la gente, tantissima gente, propinando una versione e una verità che a distanza di anni viene ritenuta perfettamente attendibile. Non lo finisce però quel romanzo Pasolini. Forse per qualcuno quel romanzo è una bomba, come quella di De Mauro. Nel dubbio meglio disinnescarla. Viene ammazzato durante una lite tra “froci”, e l’appunto del suo romanzo che si intitola “Lampi sull’Eni", l’appunto 21, sparisce. Ad ammazzarlo Pino Pelosi, forse con qualcun altro, ma sicuramente per una banalità, sessuale o ideologica. Ucciso solo perché “frocio” e perché comunista. Una verità che vacilla tremendamente, anche grazie all’ultima intervista di Pino “La Rana”, seppur sempre reticente, rilasciata a Lo Bianco e Rizza. Tre storie diverse lo scrittore e la scrittrice riconducono a quella sottile linea grigia. Chi tocca Eugenio Cefis e i suoi inconfessabili segreti muore? Forse no, ma forse si. E forse non si farà mai luce su tutto questo. “Profondo Nero” però accende una fiammella. Alimentata dal petrolio.

martedì 17 marzo 2009

"Sonia Alfano Infame"

E' apparsa, di colore rosso e a caratteri cubitali. Mentre Sonia Alfano è su un palco a Monreale assieme a Leoluca Orlando e a Fabio Giambrone dell'Italia dei Valori la raggiunge una notizia. In una traversa di corso Calatafimi a Palermo qualcuno ha scritto "Sonia Alfano infame". Chi avverte Sonia è terrorizzato, confuso e crede addirittura di aver letto "morirai" o qualcosa di simile. Subito Sonia con amici e familiari si precipita a vedere di persona cosa sia stato scritto. "Sonia Alfano infame" scritto in rosso e nella via che porta al poligono di tiro. Ottimo presagio, non c'è che dire. Qui necessitano alcuni passi indietro. Sonia Alfano fino a qualche hanno fa non era quella che oggi tutti conoscete. Era la figlia di un morto ammazzato dalla mafia e infamato anche da chi non ti saresti mai aspettato, che si era costituita parte civile al processo e che da sola faceva pedinamenti e foto ai mafiosi di Barcellona per dimostrare intrecci e affari che avevano portato alla morte del padre. Inizia a subire minacce, la affiancano in macchina e le mostrano una pistola, le entrano in casa e stordiscono mezza famiglia alla ricerca di filmati e documenti. Ah, la spiegazione ufficiale del mal di testa condiviso è intossicazione alimentare, appuntatevelo. Per tutto questo e per altri eventi che ha preferito tenere per sè, Sonia ha vissuto per un periodo sotto tutela, protetta da una scorta armata dell'Arma dei carabinieri. Ecco. Quella scritta ha fatto tornare Sonia indietro di anni. All'indomani, allarmata, si reca alla Questura di Palermo; vuole parlare con il questore ma lui non c'è. Le dicono di parlare con il dirigente della Digos. Tutti in questura sembrano sminuire quanto accaduto. Quando si tratta di Sonia tutti sminuiscono. "Forse i tifosi... lei disse che tra i tifosi si nascondeva la mafia". Si, qualcosa del genere, ma tre settimane fa. E i tifosi lo scrivono alla stadio, non in corso Calatafimi. Ma non c'entra nulla la candidatura alle europee, i finanziamenti che arriveranno a Palermo da Bruxelles, i sub-appalti denunciati in Emilia Romagna dove, guarda caso, tutti i lavori finiscono nelle mani dei Casalesi, o la protesta per l’aggiudicazione di lavori riqualificazione territoriale a Chioggia affidati alla ditta dell’avvocato dei Lo Piccolo? Difficile, no, dai, no! Niente di che quindi. Sonia può tornare con la sua famiglia, con le sue figlie ai giardini e a passaggiare felicemente in via Ruggero Settimo. “Eviti di esporsi, anzi, di non sovraesporsi”. "???" . Ma come? E' in pericolo o no, o è a "mezza via"? Non accadrà nulla a Sonia, perchè non deve accadere, ma se accadrà sarà stato un incidente, un proiettile di rimbalzo, una pistola accidentalmente finita nelle mani di un bambino che credeva fosse un giocattolo. Questore faccia con comodo, non c'è fretta. Alla fine si parla solo di una candidata a Bruxelles, da dove partono migliaia di miliardi di euro di finanziamenti europei, si tratta solo di una mezza bionda che va lì e rischia di bloccare tutto o quantomeno di vigilare attentamente. Mica rischia.

lunedì 16 marzo 2009

Prima intervista da candidato

Il servizio andato in onda sull'emittente agrigentina Radio Monte Kronio che per prima ha dato la notizia della mia candidatura alla segreteria nazionale. Grazie di cuore a Massimo D'Antoni!

Mi candido alla segreteria nazionale del Partito Democratico

Ho deciso di ufficializzare la mia candidatura alle elezioni primarie che sceglieranno il nuovo segretario nazionale del Partito Democratico. Una scelta che può sembrare folle, sconsiderata, scellerata. E forse un po’ lo è. Ma non è un gioco, quello no. E’ una decisione di cui sono fortemente convinto e motivato, che nasce dall’indignazione per come pochi caporali abbiano portato al disastro una realtà politica che poteva davvero cambiare il mondo dei partiti in Italia. Una scelta che nasce dalla rabbia di assistere inerme ad un governo che Beppe Grillo giustamente definisce “Veltrusconico”, nato e cresciuto in nome del compromesso, dello scambio sia politico che morale. Un eterno “do ut des”, un ciclico accettare il male minore, la legge meno peggio. Un gioco delle parti indegno dei milioni di persone che battezzarono qualche anno fa la nascita del Partito Democratico. Io voglio sfidare questa gente, voglio parlare a quei milioni di uomini e donne che amano la politica, che la fanno a loro spese, con coloro che ogni giorno lottano nei loro paesini, nelle loro sezioni per portare avanti gli ideali che i loro caporali hanno dissipato in pochissimo tempo. Mi sono tesserato (e la manterrò fino alla fine di questa “corsa”) per dimostrare che io non gioco, che voglio prendere parte a questa nuova sfida e per dimostrare se i sogni si avverano raramente, quando lo fanno cambiano la Storia. Il sogno è quello di trasformare il Partito Democratico in un partito che sia finalmente e sfacciatamente antiberlusconiano e radicatamente e profondamente antimafioso. Due pilastri che il Pd di oggi ha completamente demolito. Con la retorica del “dialogo costruttivo” i consensi del Pd sono passati da oltre il 30% ad appena il 20% che gli ultimi sondaggi gli affibbiano. Colpa di scelte non condivise, punite dalle persone che avrebbero voluto un segretario, dei dirigenti che raccontassero all’Italia davvero chi è davvero Silvio Berlusconi e come ha fatto ad arrivare su quella poltrona, e cosa c’entra lui, per esempio, con le stragi del 1992 in cui morirono il giudice Falcone ed il giudice Borsellino. “La gente sa tutto su Berlusconi” ha dichiarato da poco il segretario pro-tempore Franceschini. Un’affermazione che la dice lunga sul futuro di questo partito e su quanto abbiano capito questi caporali dei loro elettori. La gente li ha puniti per quelle candidature indecenti ammesse nelle liste blindate, come quella dell’amico del mafioso Bevilaqua di Enna, Vladimiro Crisafulli, e per quelle censurate, come il niet posto alla ricandidatura del professor Dalla Chiesa e quella quasi cassata di Beppe Lumia. E nonostante questa emorragia di elettori, di iscritti, nessun segnale, mai nessuna scusa. Ho deciso quindi di provare a cambiare le cose. E ho solo due armi. La fiducia in me e nelle mie capacità e quella negli elettori del Pd e in quelli che lo diventeranno. Spero bastino per riuscire a prendere in mano un partito e per cambiare radicalmente rotta. Se non ci riusciremo potremo dire di averci provato. Ma se ci riusciremo vi prometto una sola, semplicissima cosa: vi ridarò in mano un partito che rispecchierà ognuno di voi, un partito pulito dove chi sbaglia paga subito e non dopo i processi, un partito che onori i suoi predecessori che parlavano di morale oggi umiliati da chi parla di scalate bancarie. Vi ridarò un partito che vi hanno scippato e poi venduto in virtù di meri giochi di potere. Io ci credo davvero, e voi?

sabato 14 marzo 2009

Carlo Vulpio candidato alle Europee?

Circola da qualche giorno in ambienti “amici” e da fonti più che attendibili la notizia che il giornalista del Corriere della Sera, Carlo Vulpio, recentemente epurato dai fatti calabresi per editto Mieliano e conoscitore massimo delle inchieste di Luigi De Magistris, sarà uno dei candidati indipendenti dell’Italia dei Valori, assieme a Sonia Alfano e ad altri nomi cui si dovrebbero aggiungere, nei prossimi giorni, adesioni ancora più “straordinarie”. La notizia per il momento non viene né confermata né smentita, ma se fosse vera, confermerebbe la volontà di Antonio Di Pietro di allestire uno “squadrone” della società civile. Di Pietro ha messo a disposizione le sue liste elettorali per le prossime elezioni europee ad un gruppo di cittadini e professionisti cui il potere sta cercando di mettere il bavaglio. Ero stato tra i primi a lanciare e ad insistere come un tafano fastidioso affinché Sonia Alfano accettasse la candidatura come indipendente. Se anche Carlo accetterà questa candidatura europea e se gli italiani finalmente apriranno gli occhi, riusciremo a mandare a Bruxelles il meglio che in questo momento offre l’Italia, i nostri "fiori rari" e dopo la paladina dell’antimafia vera, quella di strada e non quella da salotto, ad accompagnarla al Parlamento Europeo ci sarebbe uno che conosce il malaffare calabrese meglio di chiunque altro, soprattutto in termini di finanziamenti e truffe all’Ue, un giornalista che ha dovuto scrivere un libro per raccontare certi fatti, e quando ha fatto i nomi sul giornale che lo paga per fare quel mestiere, lo hanno fermato. Le cose, per i comitati d’affari, si mettono sempre peggio. Spero presto Carlo voglia confermare questa notizia che darebbe splendore e rilancerebbe il nostro impegno in misura ancora maggiore. Mai come ora è reale la possibilità di eleggere persone pulite, per bene, che siano portatori di bestemmie come “trasparenza” e “libertà” nella chiesa dell'affarismo e della impunità. Carlo Vulpio è un mastino, uno di quelli che non molla, che pur di scrivere e raccontare c’ha rimesso l’incarico. Lui è uno come noi, e io lo voglio assieme a Sonia, assieme agli altri che andranno in Europa e porteranno il mio nome, i vostri nomi, quelli dei vostri figli. Caro Carlo, facci un fischio.

La profezia di Salvatore Borsellino su Gioacchino Genchi

Lo diceva Salvatore Borsellino, ma pochi lo ascoltavano. Lo diceva lui che Genchi non stava pagando per Why Not, ma per cose molto più grandi. Ma né io né lui potevamo sapere che in quell’indagine emergevano nomi che Gioacchino Genchi aveva già incontrato durante le indagini su Via D’Amelio coordinate dalla procura di Caltanissetta. Ma Salvatore questo lo diceva da tempo, come se lo sentisse, come se fosse certo che tutti i guai di Genchi venivano da quella via e da quella data: Via D’Amelio, 19 luglio 1992. Certo, in Why Not e nelle inchieste calabresi Genchi aveva scomodato dall’impunità di Stato alcuni intoccabili, aveva portato alla luce frequentazioni deprecabili e comitati d’affari protetti dai politici più insospettabili. Ma forse, come sentiva Salvatore Borsellino, la madre di tutti i mali viene da quella via e da quella data: Via D’Amelio, 19 luglio 1992. E ora arriva anche la conferma dello stesso Gioacchino Genchi, che a poche ore dalla perquisizione nei suoi uffici e presso la sua abitazione da parte dei Ros dei carabinieri (lo stesso reparto operativo che OMISE di perquisire il covo di Totò Riina dopo il suo arresto), ha dichiarato: "Il motivo della mia delegittimazione nasce dalle inchieste sui mandanti esterni della strage di via D'Amelio in cui morì il giudice Borsellino e gli agenti della sua scorta. Nell'inchiesta Why not, in cui ho collaborato con il procuratore De Magistris, ho ritrovato, senza volerlo, le stesse persone in cui mi ero imbattuto nelle indagini di Caltanissetta sui mandanti esterni di quella strage". E’ una conferma atroce che la dice lunga su quello che c’è dietro quella strage. Chi tocca Via D’Amelio muore, chi fisicamente, chi professionalmente. E se Genchi sta parlando di questo, è perché è conscio che ormai rimane poco tempo per parlare, per raccontare. Qualcuno lo fermerà, in ogni modo, dalle manette a tutto il resto. Il copione atto a screditare il consulente tecnico più richiesto d’Italia prosegue la sua marcia, e ora anche la Polizia, per cui Genchi ha prestato servizio e da cui si era messo in aspettativa non retribuita, affila le armi: il dipartimento della Pubblica sicurezza ha avviato un procedimento disciplinare contro di lui, e rischia ora la sospensione dal servizio. Il procedimento disciplinare - secondo quanto si è appreso - si riferisce al contenuto di una intervista, definita "non autorizzata", che il funzionario ha rilasciato al settimanale Left. Tutto coincide, tutto ritorna. Come per Luigi De Magistris, il regime inizia a stritolare l’eretico, il rivoluzionario che svela l’imbarazzante nudità delle istituzioni. Dalla politica, che ha praticamente “dettato” questa perquisizione, come ha dichiarato l’avvocato Fabio Repici, legale di Genchi, continuano ad arrivare gli ordini di scuderia per magistrati e reparti speciali dei carabinieri. Maurizio Gasparri ha dichiarato: “Cosa aspettano ad arrestarlo”? Io non credo sia una fantasia. Il mio parere è che stiano cercando tutto il possibile per cambiare l’accusa in un qualche reato che preveda l’arresto. La cosa fondamentale di fronte a tutto questo è che tutti sappiano, è che ognuno di noi sia perfettamente cosciente del perché tutto questo sta avvenendo. Potrà accadere di tutto, dall’arresto di Genchi, alla sua diffamazione a reti unificate e a giornali uniti, alla sua delegittimazione per far sì che quello che ha scoperto diventi carta straccia. Ormai non resta che parlare e raccontare tutto, al di là di ogni rischio. Talvolta parlare, come fece De Magistris, ti può distruggere la carriera ma ti può salvare la vita. E’ avvilente e drammatico, ma dobbiamo tenere duro.

venerdì 13 marzo 2009

I Ros in casa di Genchi

Cliccare sulla vignetta per ingrandirla

Brizio Montinaro paga di aver parlato... andiamo bene!

Scusa Benny, ti allego qui di seguito ciò che ho scritto a Sonia Alfano dopo l'aggressione telefonica di questo pomeriggio da parte di Tina Martinez-Montinaro (uno sproloquio di circa 30 minuti...telefonata che faceva sul mio cellulare dal suo ufficio...)

La tristezza e la rabbia che mi assale è che non la sentivo-vedevo dal 22 maggio 2008 a Capaci e nonostante con telefonate e messaggi SMS abbia cercato di mantenere i contatti con Gaetano e Giovanni....solo il silenzio. Silenzio di questi poveri miei nipoti che non chiamano nemmeno la nonna per chiedere come sta... SCUSAMI ancora ma sono stanco come Salvatore di tacere!!!!!
A presto
Brizio

Ciao Sonia (se leggerà qualcun altro in vece di Sonia, mi faccia la cortesia di farLe avere quanto segue) dopo il mio contributo sul blog di Benny Calasanzio (puoi leggerlo se non lo hai ancora fatto) mia cognata ha chiamato nel pomeriggio dal luogo dove lavora, aggredendomi su quanto scrivo e sulla mia "amicizia" con te...??? Non capisco cosa centri. Tu ti chiederai come mai scrivo per "coinvolgerti" su una apparente questione "familiare"...ma tu ben sai che ormai noi quando coinvolti in vicende "pubbliche" come l'antimafia non possiamo che avere una sola certezza, la TRASPARENZA che deriva da fatti e dalle nostre azioni....Ebbene le ho risposto che preferisco avere persone chiare ed oneste Sonia, Salvatore Borsellino, Benny, ecc...) alle quali mi affianco anziché persone come lei che vanno a Salemi a prendere la cittadinanza onoraria da Sgarbi...ironizzando anche su Salvatore Borsellino! Che triste scempio...lo strazio che deriva dalle vicende familiari dopo le vere tragedie.....

Un caro saluto

Brizio MONTINARO

P.S.
poi non ho capito perchè se l'è presa con Sonia... e mi scherniva quasi per i miei rapporti di amicizia con Salvatore. Le ho gridato con tutta la voce che avevo che preferivo milioni di volte voi e non lei che ha strumentalizzato per il mero suo egocentrismo la figura di mio fratello ... infangandone la memoria agli occhi di persone "attente" e che sanno "vedere".

Lui critica il referente cittadino e Libera lo cancella!

Pubblico una lettera inviatami da Giuseppe Milano, ragazzo di Bari attivo nella Scuola di formazione politica Caponnetto. Di tutto ciò non condivido solo ed unicamente lo sminuimento a "commiserazione dei morti" delle giornate della memoria e dell'impegno di Libera. Per chi c'è stato sono comunque momenti indimenticabili. Per il resto, caro Giuseppe, sono con te.

"Lo scorso 1° dicembre 2008, sul mio Blog "Giro di Vite", inserii una discussione dal titolo "Libera.. ma non troppo.." denunciando con grande amarezza la poca democrazia e trasparenza che vige in diversi gruppi territoriali della più nota Associazione Antimafia presente in Italia: Libera, presieduta da Don Luigi Ciotti. Una realtà che rappresenta la cosiddetta "antimafia istituzionale" che nonostante gli straordinari progetti che ha promosso e che ha realizzato a livello nazionale con una partecipazione popolare sempre imponente, atta a legittimare "un consenso" creato con Impegno e nella Memoria di quanti nel nome della Legalità e della Giustizia sono morti, soffre della assoluta incapacità di alcuni suoi responsabili territoriali che con la loro superbia, arroganza e supponenza rischiano di minare le basi di una struttura che, per esempio, per la quasi totalità dei familiari delle vittime di mafia, rappresenta un punto di riferimento e quel "fazzoletto" che ha consentito di asciugare, ma non di lenire totalmente, il dolore per la perdita dei rispettivi cari. Dopo questa denuncia, non strumentale, mi aspettavo, lo speravo, una inversione di tendenza che portasse "buoni frutti", ossia che fossero estirpate le mele marcie e che Libera potesse essere veramente tale anche di fatto. Mi duole, invece, riferire di una altra spiacevole situazione che ha visto protagonista il sottoscritto e coloro i quali gestiscono l'account di Libera sul popolare e famosissimo social network Facebook per conto dell'Associazione e che sono del tutto anonime a chi ne richiede "l'amicizia". Ieri, dopo aver espresso delle opinioni relativamente a due "argomenti", il primo dei quali riconducibile a fatti mai smentiti (quelli presenti nel link posto in apertura) e il secondo sulla giustezza di fare della Giornata della Memoria e dell'Impegno del prossimo 21 Marzo (appuntamento che si ripete ogni anno, da 14 anni) principalmente una standardizzata "commiserazione di morti" (come se i tantissimi appartenenti all'Antimafia "sociale" ossia le migliaia di ragazzi ed esperte professionalità che in tutta italia si interessano di certe criticità ben lontani dall'affascinazione del potere meschino di cui è talvolta succube la componente istituzionale, avessero bisogno di una Giornata per ricordare Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Peppino Impastato, Don Luigi Diana, Don Pino Puglisi, Beppe Alfano, Mauro Rostagno, e tutti gli altri tantissimi "eroi") e non anche una straordinaria occasione per "celebrare i vivi" come i Testimoni di Giustizia e tutte quelle individualità che ogni giorno, nel silenzio e nell'indifferenza, fanno della loro quotidianità e della loro esistenza un continuo e incessante presidio della Legalità, annunciandola e preservandola con l'esempio che loro stesso rappresentano, ecco, senza alcuna spiegazione e giustificazione, sono stato cancellato da Libera dai suoi contatti. Evidentemente è stata espressa una opinione sgradita, non compiacente, non allineata a quella che forse si vorrebbe fosse la "linea editoriale e culturale" dell'Associazione. Io, semplicemente, non ci sto. Non ci sto per quello che rappresenta Libera per me, non ci sto per cosa rappresenta Libera per molte persone in tutta italia, non ci sto perchè la libertà di informazione e di espressione non possono essere cosi attaccate. Voltaire sosteneva "Disapprovo quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo". Bene, questo è anche il mio credo. E continuerò ad oppormi ad ogni regime birmano che naturalizzi e regolamenti queste vigliaccherie. Soprattutto se avvengono, incresciosamente, anche in Libera."

Giuseppe Milano Scuola di Formazione Politica Antonino Caponnetto

martedì 10 marzo 2009

Da Fuoririga: La storia di Michele Ciminnisi e di Vincenzo Romano

Per caso. Si può vivere, per caso, o si può morire; per qualcuno questo conta meno di una monetina di rame. I pagani lo chiamano «fato», è «volontà divina» per i credenti. Loro due per puro caso sono stati ammazzati. O meglio, come dirà un pentito, «quando si spara si spara», mica si può distinguere, esitare. Si spara e si ammazza un boss; se muore qualcun altro è solo piombo sprecato, un vero peccato. I due protagonisti della nostra storia povera e semi sconosciuta si chiamano Michele Ciminnisi e Vincenzo Romano. Si conoscono da una vita, loro due, «paesani» di un piccolo centro come San Giovanni Gemini, arroccato su per la provincia di Agrigento. Ciminnisi e Romano quel giorno stanno per morire l’uno di fronte all’altro. E’ il 29 settembre del 1981. A ricordare quei momenti è Giuseppe Ciminnisi, figlio di Michele, che quel giorno era a giocare con i suoi amici per le strade di San Giovanni. Era un ragazzino di 14 anni, all’epoca. Mentre lui correva, tirava calci ad un pallone, suo padre, dopo il lavoro da impiegato comunale, si rilassava giocando a carte seduto al tavolo del bar Reina; Vicenzo Romano era lì a guardarlo. Erano le sette di sera e quel piccolo locale era pieno. Dopo qualche minuto entra e si unisce a giocare con loro Calogero «Gigino» Pizzuto, che secondo molti pentiti in quel momento è il numero «3» della cupola palermitana, dopo Bontate ed Inzerillo. Pizzuto il 29 settembre è lì di passaggio. Lui è originario di Villalba, nel nisseno, ma vive a Palermo; è sua moglie ad essere originaria di San Giovanni Gemini. A ruota però lo seguono due, forse tre persone armate che raggiungono il boss e gli sparano contro diversi colpi. I killer sparano pur essendo completamente circondati da persone; ne hanno davanti, dietro e di fianco. Non importa. Loro sono lì per uccidere Pizzuto. Tutto il resto è solo «contesto». Sparano, e pure tanto. Fino a quando Pizzuto si accascia sul tavolo senza vita. Poi, con calma, raggiungono l’auto in cui li attende un complice e si dileguano. Nel bar oltre alla puzza di polvere da sparo, rimangono due, tre feriti, chi dai proiettili di rimbalzo, chi dalle schegge. Due corpi però sono immobili. Uno è quello del boss. L’altro è quello di Vincenzo Romano, stroncato da un proiettile che gli si pianta dritto nel cuore. Anche Michele Ciminnisi viene colpito da un proiettile che ha attraversato il corpo del boss. Cerca di alzarsi, si dirige verso l’uscita del bar, forse riesce a vedere anche l’auto dei killer che si allontana. Non importa, perché dopo qualche metro si accascia a terra senza vita. «Stavo giocando per strada, quando alcune persone mi dissero che era successo qualcosa al bar Reina – ricorda Giuseppe Ciminnisi -. Corsi verso il locale ma quando arrivai mi bloccarono impedendomi di vedere cosa era successo. Mi portarono a casa e mi dissero solo che mio padre era in ospedale, per un incidente. Solo all’indomani – conclude Ciminnisi - seppi la verità». Suo padre lascia una vedova, Nazarena, e tre orfani, Massimo, Carmelo e lo stesso Giuseppe. Fu una strage quella del bar Reina, una strage in cui morirono tre «vittime innocenti», come recitavano le prime cronache dell’epoca. Tutti però sapevano che le uniche vittime innocenti erano Ciminnisi e Romano. Pizzuto no, Pizzuto non era come loro. Pizzuto era uno che quella fine l’aveva messa in conto. Lui era un mafioso e questo oggi è assodato: si dibattè molto nei processi se fosse effettivamente capomandamento, se fosse capofamiglia di Castronovo o quant’altro. Ma che fosse mafioso e che fosse stato ucciso perché appartenente all’ala dei futuri «perdenti» nella guerra di mafia, nessuno ne ha mai dubitato. Giuseppe Ciminnisi oggi ha 43 anni, e solo da poco tempo riesce a raccontare questa storia senza crollare emotivamente. Dopo l’omicidio lui e la sua famiglia si ritrovano a fare i conti con qualcosa che prima ignoravano e che piomba loro addosso senza alcun preavviso. «Dopo l’uccisione di mio padre rimasi disorientato, senza riferimenti –dice Giuseppe-. Pensare che a parlarmi dei nostri diritti come familiari di vittima di mafia, dei benefit economici, delle assunzioni da parte delle pubbliche amministrazioni fu un tenente dei carabinieri, Lino Serra, che mi portò in caserma e mi spiegò tutto. Prima di lui non avevo mai incontrato lo Stato. Nessuno si era mai preoccupato di me, di noi». Passano gli anni e nulla si muove. Nessun processo, nessuna audizione dei familiari delle due vittime. Tutto tace fino a quando, tra il 1984 e il 1988, Tommaso Buscetta, durante la sua collaborazione con la giustizia, riconosce il Pizzuto come il numero «3» di cosa nostra palermitana. Sapeva della strage Don Masino, ma non aveva idea di chi fossero stati i killer. Dopo di lui ben nove collaboratori di giustizia raccontarono di quell’agguato e di quel «piccolo» errore dei killer. Giuseppe Ciminnisi in quegli anni legge i giornali, accumula ritagli, prepara dei memoriali e inizia ad inoltrarli alla magistratura, chiedendo, alla luce di quanto emergeva, di istruire un processo sulla morte di suo padre e di Vincenzo Romano. Nel 1990 inizia il primo processo a Palermo sull’omicidio di Pizzuto, ma delle vere vittime di quell’agguato non si parla. Tutti gli imputati saranno assolti per insufficienza di prove: i pentiti non concordavano sugli esecutori materiali degli omicidi ma solamente sull’obiettivo dell’agguato. La situazione si sblocca solo nel 2003, dopo le dichiarazioni del super pentito Nino Giuffrè che racconta altri particolari sulla caratura criminale del Pizzuto e su quell’errore che era costato la vita a due innocenti. Ancora luce sul delitto verrà dalle dichiarazioni di Ciro Vara, mafioso latitante fino al 1994, che nel 2000 si decide a collaborare. «Vara – racconta Ciminnisi – dichiarò che ebbe un ruolo nella strage, ma solo come autista dei killer. Li andò a prendere e poi li riportò al sicuro dopo l’agguato». E Vara è l’unico superstite tra gli assassini: Gigi Garofano, Calogero Sala, Rosario Corsi, e Lillo Lauria, presunti killer, sono tutti morti ammazzati. E sarà sempre lo stesso Vara, qualora ce ne fosse stato bisogno, a ribadire in sede processuale che in quell’occasione «erano stati ammazzati due innocenti, e questo aveva fatto infuriare i vertici di cosa nostra». L’11 giugno del 2008, dopo la chiusura delle indagini, il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Palermo, Vittorio Anania, rinvia a giudizio come mandanti dell’agguato di San Giovanni Gemini costato la vita a Ciminnisi e Romano: Salvatore Riina, Bernardo Provenzano e Pippò Calò; il gotha di cosa nostra. Oltre ai familiari delle due vittime, anche il Comune di San Giovanni Gemini è parte civile nel processo, con il patrocinio dell'avvocato Debora Di Caro; lo stesso comune che nel 1981 aveva pagato i funerali al boss Pizzuto, scatenando un vespaio di polemiche. Ciminnisi non perde un’udienza. E’ in aula anche quando, a turno, vengono ascoltati in videoconferenza i tre «capi dei capi». Sono ascoltati in realtà i loro avvocati, perché i boss non aprono bocca. Ciminnisi, che nel frattempo è diventato vicepresidente dell’Associazione nazionale delle vittime di mafia, fondata da Sonia Alfano, figlia del giornalista Beppe, ucciso a Barcellona Pozzo di Gotto nel 1993, aspetta il 16 marzo, data dell’interrogatorio di Nino Giuffrè, che potrebbe rivelarsi fondamentale. «Sono fiducioso per quanto riguarda il processo – confida Ciminnisi - perché sento che si arriverà ad una condanna, grazie ai collaboratori di giustizia e alle indagini che sono state condotte egregiamente». La domanda che sorge spontanea, ingenua, è quale soddisfazione possa derivare da un condanna, da un ergastolo inflitto a chi ne ha già un paio sulle spalle e non ha mai chiesto scusa, non si è mai pentito. «A me non interessa quanti ergastoli hanno, se uno, due o tre. Ne a quanti anni li condanneranno –dice Giuseppe-. Il mio desiderio è che finalmente si arrivi alla identità dei mandanti; quel giorno io saprò chi ha causato la morte di mio padre e di Romano». In questa storia, che assurda e atroce lo è già di per sé, si sono aggiunte altre beffe, causate talvolta dalla cieca burocrazia, talvolta da molto peggio. Come il rifiuto dei benefici dei familiari di vittime innocenti della mafia a Salvatore Romano: la Regione ha deciso che prima di fare qualunque passo si dovrà attendere la fine del processo, quando emergerà l’assoluta estraneità ai fatti delle due vittime, nonostante il quadro sia ormai chiarissimo. «Quando abbiamo sentito queste parole ci è sembrato giusto ricordare ai dirigenti regionali che non siamo noi gli imputati nel processo, ma siamo le vittime». Ultimo tentativo di «revisione» della vicenda viene, paradossalmente, da un parroco, don Totò Traina. «Durante un'intervista ra­diofonica –racconta Ciminnisi- citando un suo vecchio articolo con dati e circostanze sbagliate, ha commesso l'errore di non tracciare la linea di demarcazione tra le vittime innocenti della mafia morte nella strage e chi invece è stato assas­sinato in virtù della propria organicità in cosa nostra». Quando Giuseppe va dal prete a chiedere spiegazioni e scuse, don Traina gli risponde: «quello che dico io è sentenza». Di quale processo, però, non si sa.