sabato 31 gennaio 2009

Il Pd assolve Nicola Cosentino, toh!

Ciao lettori del Pd, molti siete miei amici, quindi ci tengo a darvi una notizia che il vostro leader con il carisma di un calcolo renale non vi darà. Mercoledì scorso la Camera ha respinto una mozione presentata dal Pd, dall’Idv e dell’Udc per far dimettere il sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino, indagato e accusato da ben sei pentiti di essere lo sbocco (non inteso come vomito ma come contatto) politico del clan dei Casalesi, che tra i camorristi con sono tra i più camomillari. La mozione beffa diceva, tra le altre cose, “A prescindere dall’eventuale responsabilità penale dell’onorevole Cosentino, su cui farà piena luce la magistratura è evidente come la sua permanenza nelle funzioni di Sottosegretario di Stato leda gravemente non solo il prestigio del Governo italiano, ma anche e soprattutto la dignità del Paese; ragioni di opportunità e di precauzione dovrebbero indurre il Governo ad evitare che una persona sottoposta ad indagini per così gravi delitti, espressivi di una collusione tra politica e sodalizi criminosi, in attesa di dimostrare la sua piena innocenza, possa continuare ad esercitare le proprie funzioni di Governo, peraltro in un ruolo così delicato, concernente tra l’altro la funzionalità del Cipe”. Si, lo so, anche a me sembravano parole sincere e sacrosante. Per tornare sulla terra mi è bastato pensare proprio che tra chi l'aveva scritta c'erano anche gli eroi del Pd e dell'Udc. E allora ho capito che doveva per forza essere una balla se il Partito Democratico si schierava contro un presunto colluso. Loro stanno già proteggendo e facendo svernare Vladiro Crisafulli, anche lui residente in Via D'Estinzione. Quando in aula arriva la mozione, la maggioranza compatta ma dileggiata dalle assenze difende Cosentino, alcuni cuor di leone del Pd si astengono, mentre i migliori escono dall'aula con nonchalance per non votare. Cioè, avrebbero potuto davvero far dimettere Cosentino. Cioè davvero la mozione poteva andare a buon fine. Cioè potevano azzeccarne una! Quando lo hanno capito si son detti "Oh, basta scherzare. E se capitasse a noi?" diceva un parlamentare travestito da Setola. Mancava anche Volpe Veltroni, che prima tuona per le dimissioni, però poi non va a votarle; te lo dico sempre io, Walter, suonala sempre... Amici del Pd, ascoltatemi... Ora vi regalo i numeri e i nomi degli imboscati che hanno fatto si che Cosentino rimanesse sottosegretario. Da oggi i suoi supereroi preferiti sono proprio i parlamentari del Pd che seguono. P.s. Tra gli astenuti c'è Angelo Capodicasa, mia vecchia conoscenza di cui vi raccomando le amicizie. P.p.s. A Marianna Madia, astenuta, hanno detto che se avesse votato, Cosentino non le avrebbe più portato le caramelle al limone e non le avrebbe più cantato "Ninna nanna", la canzone preferita di Marianna a mezzogiorno.
Hanno votato contro:
Capano e Sposetti.
Si sono astenuti:
Bachelet, Cuperlo, Parisi, La Forgia, Bernardini, Madia, Mantini, Maran, Boccia, Capodicasa, Concia, Coscioni, Ferrari, Giachetti, Ginefra, Marini, Mecacci, Recchia, Sarubbi, Schirru, Tempestini, Turco Maurizio, Vannucci, Viola, Zamparutti Zunino.
Non hanno partecipato al voto, nonostante in giornata fossero presenti in aula:
Tenaglia (ministro ombra della giustizia), Calearo, Fioroni, Gasbarra, Lanzilotta, Letta Enrico, Morassut ,Bobba, Sereni, Vassallo, Merloni, Boffa, Bonavitacola, Bressa, Bucchino, Carra, Castagnetti, Corsini,Cuomo, D’Antona, De Pasquale, De Torre, Fadda, Ferranti, Fiano, Fiorio, Genovese, Giacomelli, Giovannelli, Gozi, Losacco, Lovelli, Lulli, Marantelli, Margiotta, Mosca, Murer, Narducci, Pedoto, Piccolo, Rosato, Russo, Samperi, Scarpetti, Servodio, Testa, Vaccaro, Vassallo, Vernetti, Vico.Erano assenti gli onorevoli: Veltroni, Bersani, Colannino, D’Alema, Lusetti, Melandri, Pistelli, Touad, Ventura, Gentiloni, Beltrandi, Calvisi, Cenni, Colombo Furio, Damiano, Gaglione, Luongo, Lusetti, Marroccu, Melis, Motta, Portas, Tullo, Calipari.

Risultavano “in missione”:
Fassino, Migliavacca, Bindi, Albonetti, Barbi, Farina, Rigoni.

Amici del Pd, quando finirete di farvi prendere per il posto sempre più bianco del resto del corpo da questa gente?

venerdì 30 gennaio 2009

U Populu


Questa poesia di Ignazio Buttitta, che in origine si chiamava "Lingua e Dialettu", sarà il nostro manifesto. Non serve aggiungere altro perchè ogni parola sembra essere stata scritta ieri.

Un populu mittitilu a catina
Spugghiatilu
Atttupatici a vucca,
E` ancora libiru.
Livatici u travagghiu
U passaportu
A tavula unni mancia
U lettu unni dormi,
E` ancora libiru.
Un populu
Diventa poviru e servu,
Quannu ci arrobbanu la lingua
Addutata di patri:
E` persu di sempri.
Diventa poviru e servu
Quannu li paroli nun figghianu paroli
E si mancianu tra d'iddi.

Un popolo mettetelo in catene
spogliatelo
tappategli la bocca
è ancora libero.
Levategli il lavoro
il passaporto
la tavola dove mangia
il letto dove dorme,
è ancora ricco.
Un popolo
diventa povero e servo
quando gli rubano la lingua
ricevuta dai padri:
è perso per sempre.
Diventa povero e servo
quando le parole non figliano parole
e si mangiano tra di loro.

Ignazio Buttitta

mercoledì 28 gennaio 2009

Io ho stima per cosa nostra



Quanto segue è la bozza di quello che avrei dovuto dire stamattina in piazza Farnese dove non ho potuto essere per una serie di contingenze, in primis una febbre equina. Avrei preferito rimanere tra gli interventi e magari intervenire a telefono. Non è stato possibile. Pazienza, fa lo stesso.

Io stimo cosa nostra. Nonostante abbia ammazzato prima mio zio e poi mio nonno in questi giorni ho profonda stima per la mafia. Si, perchè quella organizzazione criminale a sua volta aveva una grande stima per i giudici che ammazzava, per quelli che ha fatto saltare in aria. Mai nessuno provò a deleggitimare Paolo Borsellino, nè Giovanni Falcone, all'interno delle cosche. Anzi, credo avessero una grande considerazione di loro due, tanto è vero che li hanno ammazzati perchè troppo pericolosi. Certo, su commissione, ma li hanno ammazzati. Quello che invece sta accadendo oggi ai magistrati è molto più disonorevole e viscido e privo di "onore", e al posto delle cosche mafiose c'è un Csm che li ammazza con le carte bollate e poi affida il compito di ripulire l'opinione pubblica al suo braccio "armato", ad una dubbia e controversa associazione di magistrati. Il Csm, l'Anm, non hanno alcuna stima per Luigi Apicella, per Luigi de Magistris, per Gabriella Nuzzi, stima che magari, ripeto, potevano avere i loro imputati. E oggi in piazza Farnese non abbiamo fatto altro che lavare i panni luridi in piazza. Abbiamo detto alla gente intervenuta che "sappiamo", e che se qualcosa accadrà in futuro, non ce la faranno sotto il naso. Noi abbiamo capito lo sporco gioco del Csm e siamo intervenuti perchè non esiste alcuna differenza tra ammazzare un magistrato e togliergli stipendio e funzione. Anzi una differenza c'è. Se lo fai saltare in aria poi magari diventa un idolo, magari diventerà un pilastro per i giovani di domani. Sarà più pericoloso da morto che da vivo. Se invece lo annulli professionalmente con ignominia, e poi affidi ai media il compito di farlo apparire come un sovversivo, come un magistrato poco equilibrato e poco metodico, nessuno si dispiacerà, nessuno rimpiangerà che Apicella oggi è un disoccupato. Senza alcuna polemica, ma in termini di risultati, volente o non, il Csm ha fatto meglio di cosa nostra. Se questo era il loro obiettivo, complimenti, promossi a pieni voti. Se invece non lo volevano, farebbero bene a ripensare dalla a alla z il loro modus operandi che ormai di super partes ha solo lo stipendio. C'è un clima torbido in Italia, Gioacchino Genchi per tutelarsi deve girare di tv in tv ad urlare la propria innocenza e la propria estraneità a quanto gli addebitano. E tra poco, fidatevi, verrà indagato. Non so se all'interno del palazzo del Csm ci sia una cupola, ma io così me lo immagino.

Fabio Mancuso

Fabio Mancuso, Udc, eletto in Provincia di Catania. Il Carnevale di Rio, cosa nota, è imperdibile. E’ come la mecca per i musulmani: almeno una volta nella vita bisogna andarci. Chi dice per le coreografie, chi per le prestanti giovani desnude che ballano la samba sui carri. Noi non sappiamo cosa di preciso preferisse delle due Fabio Mancuso, quello che è certo è che a Rio de Janeiro c’è andato e s’è pure divertito. Chiaramente non da solo. All’epoca dei fatti Mancuso era sindaco di Adrano, paese in provincia di Catania famoso per un altro carnevale, di certo più casto. C’è da dire, ad onor del vero, che i catanesi hanno un punto debole per il Brasile e per le brasiliane. Rimarrà nella storia di Catania, oltre alla bancarotta lasciata in dote, anche la romantica love story del sindaco Scapagnini con una ballerina brasiliana, Surama De Castro. Quale che sia il debole di Mancuso, il sindaco, per aver attraversato l’oceano alla volta di Rio, è indagato assieme a quattro dipendenti comunali e al titolare di un'agenzia di viaggio. Perché mai? Il giorno della partenza, al check-in per il Brasile si presentano in sessanta, come da programma. Dieci dovevano essere rappresentanti della pubblica amministrazione, e cinquanta estratti a sorte tra i partecipanti alla lotteria del Carnevale di Adrano. Di questi però se ne presentano solo 40. Chi sono gli altri dieci? L’interrogativo se lo sono posti anche i magistrati catanesi, che hanno ipotizzato per il primo cittadino e per gli altri indagati le accuse di turbativa d'asta e falso. Il sindaco Mancuso, è riuscito a conquistare anche l’accusa di peculato. Sotto la lente degli inquirenti oltre che la legittimità delle spese, anche l'appalto vinto dall'agenzia di viaggio per l'intero pacchetto. Ma è tutta colpa della deformazione professionale. Mancuso infatti con i soldi pubblici è abituato a fare finanza creativa: è stato anche condannato per illegittimi incarichi a «esperti» mentre era sindaco, per lo svolgimento di attività amministrative ordinariamente espletabili dagli uffici del comune. Se può farlo un esterno, seppur senza i titoli, perché farlo fare ad un dipendente del comune? Tesi non condivisa dalla Corte dei Conti che il 2 aprile 2004 lo ha condannato perché l’ “incaricato” era privo dei requisiti previsti. Pensatela come volete, ma cosa volete che sia un’indagine, una condanna, di fronte ad una frizzante ballerina di samba brasiliana che balla allegra con i seni al vento?

giovedì 22 gennaio 2009

Il calendarietto di Mancino, di Salvatore Borsellino

Credevo ci dovesse essere un limite alla decenza, in particolare per chi dovrebbe rappresentare le Istituzioni, per chi, essendo vicepresidente del CSM, dovrebbe rappresentare in quella carica il Presidente della Repubblica, il quale a sua volta dovrebbe assicurarsi di essere degnamente rappresentato all'interno di quella Istituzione e, nel caso che così non fosse, prendere gli adeguati provvedimenti o fare almeno sentire la sua voce.
Dopo aver visto la registrazione del programma 'Reality" sulla TV LA7, del quale riporto di seguito la trascrizione degli interventi, accompagnata, dove indispensabile, da qualche mio commento, mi accorgo che questi limiti vengono ormai oltrepassati senza alcun ritegno e che, per quanto riguarda il sen. Mancino, non di amnesia si tratta come avevo finora ipotizzato ma di qualcosa di molto, molto peggiore.
A fronte della esibizione della pagina dell'agenda grigia di Paolo relativa al 1° luglio, nella quale è chiaramente testimoniato, di pugno dello stesso Paolo, l'incontro con Mancino avvenuto intorno alle ore 19 in una stanza del Viminale, dove Paolo era stato convocato dallo stesso Mancino ("mi ha chiamato il ministro......." dice Paolo interrompendo l'interrogatorio di Gaspare Mutolo a seguito di una telefonata ricevuta), Mancino, che finora non aveva mai risposto a questa mia contestazione, tira fuori da un cassetto un "calendarietto", un planning di quelli che tengono sul tavolo le segretarie, e, mostrandolo velocemente, crede di dimostrare così che allora l'incontro con Paolo non c'è stato.
Non mi soffermo più di tanto su una pretesa come questa, che si commenta da sola, voglio solo notare che su quel calendarietto, da quanto si è potuto vedere vista la rapidità con la quale è stato mostrato e poi riposto, non c'è scritto quasi nulla, appena tre righe per tutta una settimana, il che è difficile da credere a meno che in quelle tre righe non si possa concentrare tutta l'attività settimanale di un ministro della Repubblica, cosa che, con tutta la buona volontà, suscita delle perplessità. Mi chiedo poi, dato che su questi argomenti il sen. Mancino ha già deposto in passato presso i magistrati di Caltanissetta, se questo calendarietto è stato già esibito in passato o il suo ritrovamento è un episodio recente. Qui il video della trasmissione

mercoledì 21 gennaio 2009

Uguale per Tutti, ultimo baluardo

Pubblico questa nota dal sito Ugualepertutti , il blog coordinato dal magistrato Felice Lima, che in questi ultimi mesi di attacco spietato alla magistratura è stato l'unico vero "informatore tecnico" attendibile. L'informatore giornalistico invece ha finito la benzina ed è stato costretto a fermarsi all'autogrill, tra Salerno e Catanzaro. La redazione di Uguale per tutti è riuscita nella sua nota ad esprimere lo stato d'animo di chi della Giustizia ne ha fatto una ragione di vita, come i magistrati onesti, e di chi, come me, nella legge crede perchè è l'ultima cosa che gli rimane.
Oggi è stata scritta una delle pagine più buie della storia della magistratura italiana.Riportiamo qui sotto la notizia con la freddezza di un lancio di agenzia.Oggi due magistrati sono stati trasferiti e uno è stato addirittura sospeso dallo stipendio (misura che si comminava prima per condotte – E NON PER PROVVEDIMENTI - gravissime come una ipotesi di corruzione o simili) perché hanno scritto un provvedimento giudiziario che non è piaciuto al potere.Come questo possa essere ritenuto compatibile con gli articoli 101 («i giudici sono soggetti soltanto alla legge») e 107 («i magistrati sono inamovibili») della Costituzione resta un autentico mistero.Come una qualunque riforma fatta da Berlusconi possa porre l’indipendenza della magistratura in una condizione peggiore di quella in cui l’ha posta questo C.S.M. è un altro mistero.L’effetto intimidatorio di questi provvedimenti su tutti i magistrati, che da domani, quando uno dei tanti avvocati/onorevoli in giro per i Tribunali o uno dei tanti capi di uffici giudiziari amici di questo o quel potente uomo politico li minacceranno rispetto al possibile contenuto di questo o quel provvedimento, si vedranno passare davanti l’immagine del Procuratore Apicella privato dello stipendio solo per il contenuto di un atto giudiziario da lui approvato, è evidente.Cosa abbiano in comune con la maggior parte dei magistrati italiani quelli che stanno al C.S.M. e ai vertici dell’A.N.M. (che hanno applaudito sui giornali all’iniziativa del ministro Alfano) è difficile comprenderlo.Da oggi, comunque, l’indipendenza dei magistrati, che è sempre stata compressa più di ogni altra cosa, non esiste più neppure formalmente.Della democrazia in questo Paese non è rimasto più niente. Solo vuote parole per imbonire un popolo di sudditi.E' una notte profondissima. Abbiamo il cuore a pezzi e un dolore profondo nell'anima.Non siamo stati capaci di difendere ciò per cui tanti sono morti.Abbiamo tradito tutti i colleghi assassinati per non essersi piegati all'ingiustizia e Giorgio Ambrosoli e Guido Rossa e Vittorio Bachelet e ogni singolo poliziotto e carabiniere caduto in servizio e ogni onest'uomo che ha sacrificato il proprio interesse a quello di tutti.Ci hanno consegnato un patrimonio di valori pagato con le loro vite e noi abbiamo permesso che fosse buttato via per le brame di potere di pochi.La storia si incaricherà, come sempre, di farci pagare a caro prezzo questo tradimento.

martedì 20 gennaio 2009

Noi scendiamo in piazza contro questo Csm

Sonia Alfano protesta contro la decisione del CSM"Con la sospensione del Procuratore di Salerno, Luigi Apicella, il CSM ha scritto una delle pagone più nere della recente storia italiana". Cosi Sonia Alfano che insieme a Benny Calasanzio e Salvatore Borsellino ma anche a Serenetta Monti, Francesco Saverio Alessio, Daniele Vignandel, Stefano Cucinelli, Guido De Gennaro, Stefano Franco, Massiiliano Mostardi e molti altri, saranno a Roma il 28 gennaio per protestare contro la sospensione di Luigi Apicella."L'iniziativa - ha spiegato Sonia Alfano - mira a coinvolgere tutta la cittadinanza italiana che oggi più che mai non può più delegare ad altri il controllo sulla nostra democrazia e che ha il dovere di scendere in piazza a protestare".

L' Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia aderisce ufficialmente al comitato promotore della manifestazione, indetta a Roma il 28 gennaio, a sostegno del Procuratore Capo di Salerno, Luigi Apicella. Una nutrita delegazione dell' associazione sarà presente a Roma per manifestare il dissenso dei familiari delle vittime di mafia raccolti nell' omonima associazione. "La sospensione di Apicella - hanno dichiarato i familiari in una nota per voce del presidente Sonia Alfano, di Salvatore Borsellino e di Benny Calasanzio - è l'atto di completamento della distruzione del sistema democratico italiano. La Procura di Salerno - proseguono i familiari nella nota - è stata smantellata dal potere politico senza alcuna motivazione sensata ma solo per aver avuto l'ardire di indagare su politici, imprenditori, amministratori e funzionari corrotti. La prova definitiva che la nostra democrazia sia ormai moribonda sta nelle dichiarazioni del presidente delI' ANM, Luca Palamara, che considera come "anticorpi" del sistema istituzionale un' arbitraria decisione politica a danno della sacrosanta autonomia della magistratura. Se anche gli organi associativi della magistratura si sono adeguati al piccolo colpo di Stato che la decisione del CSM ha sancito non resta altro da fare che scendere in piazza in prima persona a pretendere che in Italia si reinstauri un sistema democratico".

lunedì 19 gennaio 2009

Cesare Battisti, un assassino

Premetto che sono uno senza cuore. Uno che non sa perdonare. Uno che porta rancore. Un pessimo uomo, insomma. E non invidio invece chi ha un cuore grande. Non lo invidio soprattutto per quanto riguarda il caso Battisti, il terrorista assassino che si è reso responsabile di quattro omicidi e di vari ferimenti. Un mezzo brigatista, un mezzo terrorista, un mezzo uomo. Dopo essere stato arrestato nel 79 ed evaso nell’81, l’assassino Battisti fuggì in Francia dove godette dell’asilo politico fino al 2004, quando fu concessa l’estradizione e quando anche la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, alla richiesta presentata contro la sua estradizione in Italia, la ritenne inammissibile in quanto manifestamente infondato. Il cuor di leone allora si rifugiò in Brasile, dove venne arrestato nel 2007 mentre sguazzava nelle acque di Copacabana, turbato e distrutto per i delitti perpetrati in gioventù. Pochi giorni fa il ministro della Giustizia brasiliano, Tarso Genro, ha negato l’estradizione per timore che in Italia l'imputato possa essere perseguitato per le sue idee politiche. Anche il brasiliano Comitato Nazionale per i Rifugiati si era opposto a questa decisione. Anche il presidente Lula. Io non voglio fare insinuazioni, ma a fronte di tanti e tali dinieghi, perché un ministro brasiliano nega l’estradizione e concede lo status di rifugiato ad un assassino di cui probabilmente non conosce nemmeno la storia? Tutto ha un prezzo? Tutto ha un prezzo? Tutto ha un prezzo? Mi fermo qui. Voglio solo precisare che io non ho alcuna pietà per chi non ha mai rinnegato il suo passato terrorista e che si rende protagonista di un continuo sberleffo delle vittime dei suoi sporchi reati. Alberto Torregiani, figlio di Pierluigi, gioielliere assassinato da Battisti e dai suoi amici. Fu finito con un colpo in testa perché pochi giorni prima aveva reagito ad una rapina. Il branco di sporchi assassini lo raggiunse e lo ammazzò. I compagni. I comunisti. I proletari. Alberto fu ferito e rimase paralizzato. A 15 anni. Oggi ha poco più di quarant’anni e conduce la sua vita dignitosamente, senza gambe, ma con un grande patrimonio umano che ha raccontato nel suo libro “Ero in guerra ma non lo sapevo”. Mentre lui sopravvive a suo padre Battisti, l’assassino, se la spassa in spiaggia, strafottente, sorridente. Mi fermo qui. Fermo a questo punto la mia acredine, il mio rancore e il mio odio assoluto nei confronti di semplici e comunissimi assassini, che in virtù di agire per mano politica, oggi vengono trattati con i guanti, diventano editorialisti e scrittori e pontificano sui grandi temi di attualità. Anche Totà Riina agiva per fini politici, perché oggi non lo mandiamo a Copacabana?

sabato 17 gennaio 2009

Michè, ma sei proprio sicuro?


Penso di essere rimasto tra i 5 o 6 che hanno sempre difeso non Michele Santoro, ma il suo lavoro, che a volte è stato addirittura coraggioso. Non bisogna dimenticare le memorabili puntate dei suoi programmi, da Samarcanda fino alle migliori di Anno Zero. Ma difendere a prescindere è da idioti. Bisogna verificare, volta per volta. E quello che credo è che nell'ultima puntata di Anno Zero, Michele Santoro abbia enormemente sbagliato e offerto il fianco ai suoi detrattori che non ne vedevano l'ora. Per chi non ha assistito alla puntata, dedicata alla guerra nella striscia di Gaza, ad un certo punto Lucia Annunziata, che può, anzi ha se non tutti molti difetti del mondo, ha lecitamente e democraticamente detto la sua sull'impostazione del programma definendola "sbilanciata". Ha detto che secondo il suo criterio giornalistico, Anno Zero si era schierato per il 99% con i palestinesi mettendo in cattiva luce il popolo israeliano. Una opinione legittima espressa con molto riguardo e con toni pacatissimi. E una opinione, mi insegna qualcuno, si rispetta. A quel punto Santoro le ha strappato la parola in maniera davvero impressionante, con una violenza verbale che mi ha imbarazzato spingendosi anche a dire, di fronte a milioni di spettatori, "sta cercando di guadagnare crediti (o meriti) presso qualcuno". Questa è follia, permettetemelo. Una reazione del genere è incomprensibile ed inaccettabile, primo perchè è una opinione che poteva essere tranquillamente demolita con una risposta, e secondo perchè aggredire in quel modo un giornalista, ma ancora di più una giornalista, è stato, me lo permetta Michele, vergognoso. Non si fa così, davvero, non si fa. Sono immagini che per chi è abituato a valutare in un certo modo il lavoro di Santoro rappresentano un colpo basso, molto basso. Spero in uno scivolone, e spero che Michele chieda scusa a Lucia Annunziata, che ha democraticamente cercato di esprimere il proprio dissenso. Si può o non si può?, visto che lui dovrebbe essere più allergico di noi alle censure.

giovedì 15 gennaio 2009

Le risposte del Di Pietro

Per me Di Pietro non è la vergine santa che molti dicono. Non è perfetto, non è al di sopra di ogni sospetto. Nessuno per me lo è. Ma c’è un fatto che conferma la mia idea che attualmente il Tonino nazionale è quello, tra tutti, che merita un pò di fiducia. Un pò, per cominciare. Non ricordo nell’epoca moderna un politico che attaccato duramente da un giornale di orientamento politico opposto, anziché attaccare il quotidiano e il giornalista o il direttore che pubblica il pezzo, risponde, con molta gentilezza, alle osservazioni. Non una ma ben due volte. Quello che è accaduto mi ha rincuorato, devo essere sincero. Perché Di Pietro, seppur fagocitato dagli ingranaggi inevitabili di una struttura partitica, ha conservato quella modestia e quel senso di uguaglianza che la maggior parte dei politici perde verso i 3-4 anni di vita. E allora succede che Libero, il giornale diretto da Vittorio Feltri, in un articolo chiede all’ex pm di rispondere ad alcune accuse che già il Giornale aveva sganciato in malo modo sul padre padrone dell’Italia dei Valori. Di Pietro prende carta (elettronica) e penna (elettronica) e scrive: “Caro direttore Feltri…” e risponde a tutte le domande che il giornalista aveva posto, relative a una maggiore trasparenza nella gestione, soprattutto finanziaria, del partito e a rispondere pubblicamente alle contestazioni relative all'acquisto privato di alcuni immobili. Di Pietro risponde con tanto di dettagli e riferimenti anche superiori alle richieste. Non solo. Di Pietro si è subito impegnato a cambiare lo statuto del partito che effettivamente non è uno dei più democratici. Se fosse finita così sarebbe stato comunque un bel momento. Di umiltà e di coerenza, finalmente. Invece si è andati oltre. Feltri è tornato a proporre sette nuove domande a Di Pietro, che a sua volta avevano posto in modo irriguardoso quelli de Il Giornale. E Di Pietro, di nuovo, prende la carta e la penna di prima e torna a scrivere a Feltri. A rispondere alle domande di un giornalista, come tutti dovrebbero essere obbligati a fare. Una bella storia, questa, al di la delle domande e delle risposte.

mercoledì 14 gennaio 2009

Forse il mio libro serve a qualcosa... commissione antimafia dell'Ars

Un colpo alla mafia ed uno alla sedia, di CittàInsieme - CittàInsiemeGiovani

Forse Piercamillo Davigo ha ragione quando dice che “in Italia delinquere conviene”…
Il precedente che vede soggetti a vario titolo implicati in vicende giudiziarie intenti a moralizzare il mondo della politica e dell'imprenditoria dai pericoli della criminalità organizzata (ma pare non quella individuale) è recente e altrettanto tragicomico. Iniziò nel 2006 il centro-sinistra che, in probabile difficoltà nel coprire gli organici, affidò a pregiudicati del calibro di Cirino Pomicino (curriculum: una condanna definitiva a 1 anno e 8 mesi per finanziamento illecito, un patteggiamento a 2 mesi per corruzione) e Alfredo Vito (curriculum: condannato definitivamente a 2 anni per corruzione) l'importante scranno alla commissione parlamentare antimafia. L'idea, geniale nella sua originalità, costituì l'applicazione pratica dell'assioma assai in voga negli ultimi anni nel mondo della politica: “i reati degli altri sono sempre i più gravi”. Non sortendo l'esito sperato però i due sparirono dalla nuova commissione targata Pisanu, lasciando un vuoto incolmabile.
La pensata però sembra essere piaciuta all'Ars che dal 1991 ha visto nella commissione antimafia un vantaggioso moltiplicatore di “poltrone” che nell'isola si sa, non sono mai abbastanza. Nonostante l'eccellente lavoro svolto dall'ultima composizione presieduta da Calogero Speziale (Pd) che ha sollecitato l'autorevole legge regionale 15/2008 (Misure di contrasto alla criminalità organizzata), dell'onorevole compito di “indagare sulle attività dell'amministrazione regionale e degli enti sottoposti al suo controllo, sulla destinazione dei finanziamenti erogati e sugli appalti” nonché di assumere “ogni altra iniziativa di indagine e proposta per il migliore esercizio delle potestà regionali in ordine al fenomeno mafioso in Sicilia” sono state incaricate anche vecchie conoscenze dei tribunali isolani.
Stiamo parlando di Salvino Caputo (Pdl), imputato per falsa testimonianza a favore dell'ex presidente Cuffaro (condannato in 1° grado a 5 anni e 6 mesi ed all’interdizione perpetua dai pubblici uffici per favoreggiamento personale semplice e rivelazione di segreto d’ufficio, e dunque capolista Udc al Senato per la Sicilia) e Orazio D'Antoni (Mpa), ex assessore del comune di Catania condannato in 1° grado per abuso d'ufficio a 2 anni e 2 mesi nello stesso processo che vedeva imputati l'ex sindaco Scapagnini (promosso anch'egli per meriti penali) più mezza giunta comunale. Tutti presunti innocenti fino a giudizio definitivo e anche fino al giudizio divino qualora quello umano dovesse concludersi con una condanna.
Ci si chiede a questo punto come potrà la commissione svolgere la propria attività di repressione del fenomeno senza provare nessun turbamento se nello scacchiere dell'antimafia a muovere le pedine troviamo abili pensatori che si distinguono dall'avversario solo per il titolo di reato imputato. Se è vero che la Costituzione formalizzando un'importante regola morale enuncia che tutti si presumono innocenti fino a giudizio definitivo, è altrettanto moralmente corretto sostenere che i membri di ogni commissione anticrimine, non solo antimafia, debbano essere essi stessi scevri anche dal più piccolo sospetto. Per due motivi: da un lato si evita di svilire agli occhi del singolo il lavoro dell'intera commissione, che potrebbe essere equivocato come il mascheramento di secondi fini o come azioni di puro marketing elettorale, dall'altro per venire incontro all'interesse del componente che nella sua veste di imputato finirebbe con il sottrarre tempo ed energie utili per dimostrare la sua innocenza in un giudizio che nel perdurare arreca seri danni all'immagine che rischiano di stabilizzarsi nel caso sopravvenga la prescrizione (che non equivale alla sentenza di assoluzione). Più un'ulteriore ragione dettata da esigenze di trasparenza, buon andamento e opportunità che verrebbero meno qualora dovesse intervenire una condanna definitiva, con il conseguente e solito terremoto politico che spinge i meno accorti sulle risibili posizioni di mai provati (nel processo) “teoremi giudiziari”. E allora, così come accade nelle democrazie liberali dell'Europa continentale e del nord America, dove ben chiaro è il concetto di presunzione di innocenza, i rappresentanti politici sotto inchiesta, se da un lato non è possibile escluderli dall'assemblea elettiva perché così han deciso gli elettori, seppur con il concorso esterno dei partiti che li hanno candidati, dall'altro lato, avendo a mente il delicatissimo ruolo che vanno a ricoprire, dovrebbero perlomeno essere tenuti lontani dai gangli del potere in attesa di una sentenza assolutiva (e non prescrizionale) che dissipi ogni dubbio.

lunedì 12 gennaio 2009

Chi testimonia il falso, Paolo o Mancino?

(pagina originale dell'agenda di Paolo Borsellino)

di Salvatore Borsellino

In una recente dichiarazione il vicepresidente del CSM Mancino, con riferimento alla pubblicazione della documentazione delle telefonate intercorse tra lui e Saladino ha dichiarato: "Non ho mai telefonato a Saladino, la chiamata da uno dei miei numeri di telefono è stata fatta da un'altra persona, da un rappresentante di Comunione e Liberazione, Angelo Armini, che nel 2001 era nella schiera dei miei collaboratori".Sono passati ben 7 anni ma Mancino ricorda perfettamente tutto. E poi ha aggiunto: "Ho consultato le mie agende di allora e ho fatto indagini, scoprendo così che quella conversazione è stata fatta da un'altra persona, Angelo Arminio".Mancino quindi ha anche delle agende e le può consultare per rinfrescare la sua memoria quando questa si affievolisce o si oscura.Dato che la sua memoria, da quanto ha dichiarato fino ad oggi, ha inghiottito in uno dei suoi buchi neri la giornata del 1 Luglio 1992, quando convocò nella sua stanza al ministero Paolo Borsellino mentre stava interrogando Gaspare Mutolo.Dato che non ricorda di avergli comunicato che lo Stato aveva avviato una trattativa con quella stessa criminalità organizzata che aveva da poco, nella strage di Capaci, massacrato Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della sua scorta.Dato dato che non ricorda la reazione di Paolo a fronte di questa ignobile proposta, così sdegnata da rendere necessaria, necessaria e rapida, la sua eliminazione.Dato che in una precedente occasione non ha risposto alla mia sollecitazione con la quale gli contestavo il fatto che Paolo stesso ha testimoniato su quell'incontro tramite una annotazione lasciata sulla sua agenda grigia, quella che contrariamente all'agenda rossa è ancora in nostro possesso perché non è stata sottratta dai "servizi", voglio cercare di rinfrescargli io la memoria mostrandogli una pagina di quell'agenda, nella quale. alla pagina del 1 luglio, alle ore 19.30, c'è l'annotazione "(Mancino)".Paolo quindi testimonia di essere stato nel pomeriggio di quel giorno,dalle 15 all 18.30 alla DIA ad interrogare Mutolo, di avere incontrato dalle 18.30 alle 19.00 il Capo della Polizia Parisi, di avere incontrato dalle 19.30 alle 20.00 Mancino e di essere poi tornato alle 20 ala DIA per proseguire l'interrogatorio di Mutolo, il quale dichiarò di avere notato in lui un nervosismo spinto al punto da mettere in bocca contemporaneamente due sigarette.A questo punto chiedo ancora una vola a Mancino, e questa volta pretendo una risposta prima che debba in ogni caso darla ai giudici di Palermo, di Caltanissetta e di Firenze dai quali spero sarà presto convocato, di dichiarare se è lui stesso o Paolo a testimoniare il falso.E se non si senta in obbligo, come ha promesso nel momento in cui anche l'ombra di un dubbio sul suo operato lo avesse sfiorato, di rassegnare le dimissioni da vicepresidente del CSM.

Vento forte tra Salerno e Catanzaro/4, di Carlo Vulpio, ultima parte

Non ci voleva la zingara per indovinarlo. E infatti la prima richiesta di trasferimento è arrivata puntuale. Il procuratore generale della Corte di Cassazione, Vitaliano Esposito, ha chiesto alla sezione disciplinare del Csm di mandar via da Salerno, destinandolo ad altra sede e ad altre funzioni, il procuratore Luigi Apicella.

Il Csm deciderà sulla “richiesta urgente” il 10 gennaio prossimo, con una camera di consiglio straordinaria. Ma intanto, il messaggio è chiaro. Via il capo dei pm salernitani. Perché? Quale sarebbe la mancanza disciplinare commessa da Apicella (e dai suoi sostituti)? Boh. L’unica cosa che Apicella e gli altri sei pm salernitani hanno fatto è di aver indagato sui magistrati di Catanzaro. I quali, gridando che contro di loro si stava commettendo niente di meno che un atto eversivo, quasi che i magistrati di Catanzaro non debbano rispondere come tutti i cittadini davanti alla legge, hanno, loro sì, commesso un vero atto eversivo, contro-indagando i loro indagatori e contro-sequestrando le carte che non volevano mollare con le buone (sette richieste vane) e che i magistrati di Salerno hanno dovuto sequestrare come si fa in tutti i sequestri.

Il resto è noto. La grancassa dei giornali e delle tv ha lanciato lo slogan della “guerra tra procure” e non si è più capito chi aveva ragione e chi aveva torto. Rovesciato il tavolo, volate per aria le carte, non si è più colta la differenza tra chi giocava pulito e chi barava.
Ma non se l’è bevuta nessuno. Tutti hanno capito che Salerno ha fatto ciò che doveva fare, mentre Catanzaro ha fatto ciò che non si può e non si deve fare. Ora vedremo cosa deciderà il Csm. Ma non c’è da farsi illusioni. Certo però che se il Csm manderà via Apicella dovrebbe mandar via anche i sei sostituti che con lui hanno condotto l’operazione-Catanzaro. Né sarà sufficiente mandarne via uno o due di qua (Salerno) e uno o due di là (Catanzaro) per dimostrare che la “guerra” è finita e che tutti sono stati “ugualmente” puniti. Anche se è vero che il Csm ci ha abituati a tutto.
E tuttavia, se ne manderà via “due di là” (Catanzaro) nessuno se ne accorgerà o li rimpiangerà. Se invece ne manderà via “due di qua” (Salerno), quei due, scommetteteci, saranno Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani. Del resto, è questa l’unica strada per il salto di qualità: passare dal “colpirne uno per educarne cento” al “colpirne due per intimidirne diecimila”.

Naturalmente, c’è chi questi problemi non li vive e non li avverte. Anche se li crea. Prendete il membro del Csm Giulio Romano, per esempio. Lui può permettersi di avere rapporti strettissimi con l’ex “governatore” calabro Giuseppe Chiaravalloti, indagato dal pm Luigi de Magistris, e ciononostante essere l’estensore e il relatore della sentenza disciplinare di condanna nei confronti di de Magistris.
Romano ha partecipato, assieme a Chiaravalloti, a convegni organizzati dalla corrente di Magistratura Indipendente con ambienti di destra, e patrocinati dal ministero della Gioventù, anche nel 2008, dopo essersi occupato di de Magistris.
Quando Romano si candida per un posto nel Csm, fa campagna elettorale in Calabria appoggiato dalla figlia di Giuseppe Chiaravalloti, Caterina, anche lei magistrato (faceva il presidente del tribunale del Riesame - che decide su arresti e sequestri anche per i crimini nell’amministrazione pubblica - mentre suo padre era presidente in carica della Giunta regionale).
Una sera Caterina Chiaravalloti organizza persino una cena elettorale per Giulio Romano e ha il pensiero stupendo di invitare anche la pm Isabella De Angelis (che in quel momento indagava insieme con de Magistris). Ma la De Angelis fiuta la trappola e non ci va.
Romano però dev’essere uno che conta anche quando non è presente. Lo si comprende da alcune intercettazioni dell’inchiesta Toghe Lucane. Quando la pm di Potenza, Felicia Genovese, indagata tra l’altro per corruzione in atti giudiziari, parla del suo caso con il membro della prima commissione del Csm, Antonio Patrono, questi la rassicura, dicendole che si sarebbe occupato della vicenda e ne avrebbe parlato anche con Giulio Romano.

Avere un legame con qualcuno del Csm, ormai è chiaro, è come avere uno zio in America. Fa tanto “famiglia”. Mentre se quel qualcuno non ce l’hai, be’, sono affari tuoi.

Simone Luerti, l’ex presidente dell’Anm, per esempio, aveva legami stretti con Fabio Roja. Se da zio a nipote, non sappiamo. E non ci importa. Ciò che ci interessa è che dagli atti dell’inchiesta di Salerno risulta che Fabio Roja avrebbe partecipato a una riunione di magistrati in cui avrebbe manifestato la sua prevenzione nei confronti di de Magistris (che Luerti attaccava da presidente dell’Anm). Non solo. Roja avrebbe anche riferito che il gip Clementina Forleo sarebbe stata punita (notare il tempo al futuro) dal Csm per aver difeso pubblicamente de Magistris.
Certe cose però o si fanno bene o non si fanno. E Roja le fa bene. Se c’è da lavorare, per esempio, non si risparmia. E così, anche se non fa più parte della prima commissione del Csm (proprio come Gianfranco Anedda, che stakanovistj della madonna…) è andato lo stesso alle audizioni dei magistrati di Salerno e ha fatto pure domande. Senza che nessuno (proprio come per Anedda, uguale uguale…) abbia sollevato questioni di conflitto di interessi o ipotizzato un abuso d’ufficio. Che spettacolo.

Un altro spettacolo non meno interessante va in scena a Matera. Dove il gup Angelo Onorati (uno dei magistrati coinvolti in Toghe Lucane), in quattro udienze non è ancora riuscito a decidere se rinviare a giudizio o no i vertici della banca della sua città, la BpMat (Banca popolare del Materano), accusati di associazione a delinquere finalizzata alla truffa e di mendacio bancario.
Come dicevamo all’inizio, BpMat è una delle tre banche, insieme con Bper (Banca popolare dell’Emilia Romagna) e BpI (Banca popolare dell’Irpinia) che compaiono nelle inchieste di quel testardo pm che è de Magistris.
Bper è la più forte, visto che controlla le altre due, ma è BpMat il perno di tutto, mentre BpI è da sempre considerata la banca più “vicina” al vicepresidente del Csm, Nicola Mancino.

A proposito di Mancino, e sempre per restare in tema Csm, ve la ricordate la sua intervista a “Repubblica”, in prima pagina, il giorno stesso in cui cominciava il processo disciplinare per de Magistris?
In quell’intervista Mancino dichiara che de Magistris aveva sbagliato.
Il vicepresidente del Csm, in altri termini, ha fatto ciò che non doveva fare: ha anticipato il giudizio. Uno sbaglio non voluto? Può darsi. Ma allora perché alla fine del processo contro de Magistris Mancino concede il bis? Violando il segreto della camera di consiglio, infatti, Mancino dichiara che la decisione su de Magistris è stata presa “all’unanimità”. Evviva. Così tutti hanno saputo. E hanno capito.
Ma ciò che ancora non è stato chiarito bene è il capitolo delle telefonate con Antonio Saladino. Per quelle risalenti al 2001 Mancino si è giustificato dicendo che erano state fatte sì dal suo studio privato di Avellino, ma che a telefonare a Saladino era stato un suo collaboratore. Sarà. Certo è però che questo collaboratore di Mancino dev’essere un po’ troppo apprensivo per le vicende di Saladino, se è tornato a intrattenere contatti telefonici con lui proprio nei giorni in cui Saladino – siamo nel febbraio 2007 – veniva sottoposto alle perquisizioni dell’inchiesta Why Not.
Non solo. Ci sarebbe anche un’altra telefonata, che sarebbe stata fatta da Saladino verso l’abitazione privata di Mancino ad Avellino. Questa chiamata, come va considerata?

Infine, non per insistere, né per accanirsi contro nessuno, ma forse meriterebbe un chiarimento, da parte di Mancino, la conversazione che egli avrebbe avuto con un tale signor Bossio a bordo del volo AZ 1605 Roma-Bari del 14 dicembre 2007. Oggetto di quel colloquio - secondo la denuncia fatta alla procura di Salerno dal giornalista Nicola Piccenna, che era su quel volo e ha registrato la conversazione – era la raccolta di elementi per “fermare” de Magistris.

Per quest’anno, direi che abbiamo finito.
Buon 2009 a tutti.

sabato 10 gennaio 2009

Due domande ai barcellonesi

Qualche giorno fa Carlo Lucarelli, sempre sensibile alle tematiche antimafia, poneva su “L’Unità” due domande al sindaco di Catania riguardo al pressapochismo e alla negligenza con cui era stata organizzata la commemorazione di Pippo Fava, direttore de “I Siciliani” ammazzato dalla mafia, anche se qualcuno vi dirà che è stato per debiti di gioco. Voi credete ai secondi, mi raccomando, e non leggete quel giornale! Oggi io invece, che non posso scrivere su “L’Unità”, da qui faccio due domande alle istituzioni di Barcellona Pozzo di Gotto. Le pongo al sindaco, al prefetto di Messina, alla Stazione dei Carabinieri, al Tribunale. Mi rivolgo a loro chiedendo perché nessuno abbia bloccato quel massoncello da circolo che ha insultato Beppe Alfano proprio quando la Sicilia tutta si stringeva attorno alla sua famiglia per ricordarlo nel giorno della sua morte. Perché nessuno degli agenti presenti in sala, quelli in divisa e quelli in borghese della Digos, pagati per garantire l’ordine pubblico e per difendere le vittime, non i carnefici, se lo ricordino, abbia afferrato questo elemento indefinito di origine sgarbiana e non lo abbia sbattuto prima fuori dalla sala, e poi in una cella per una bella nottata a rispondere di calunnia e diffamazione. Così, per togliersi un sfizio verso colui che stava infangando pesantemente un uomo che tanto li aveva aiutati durante le loro indagini sui latitanti svernanti a Barcellona. Ora non serve più Beppe Alfano, vero? Che ve ne fate di un cadavere sfigurato? O adesso è più importante non pestare i piedi agli amici di Corda Frates? Vi chiedo delle spiegazioni, se le avete, e se non le avete prendo per buono un imbarazzato silenzio che nulla toglie alle vostre responsabilità gravissime e di gran lunga più pesanti di quelle di un disturbatore su commissione. Ad una ragazza che l’8 gennaio piangeva la morte del padre avete fatto piangere anche quest’oltraggio. Lei no, ma io ve lo auguro con tutto il cuore di subire l’1% di quello che Sonia e la sua famiglia stanno subendo. Con tutto il cuore. Ecco cosa scrive Sonia, che ho sentito demotivata, umiliata, fiaccata da questo agguato mafioso e codardo. Sarebbe stato bello che anche gli altri relatori avessero preso parola e condannato senza appello quelle indegne parole di una tirapiedi qualunque. Sarebbero state parole diverse, obiettive, e non quelle di una figlia che deve difendere suo padre e che può essere fraternamente compatita, tanto è gratis.

"A sedici anni di distanza dalla morte di mio padre, a Barcellona Pozzo di Gotto, siamo stati spettatori dell'ennesima beffa perpretata alla sua memoria. Durante la commemorazione, affolata, oltre che da tanti cittadini per bene, anche dai soliti "amici" di boss e magistrati corrotti presenti per poter riportare le notizie ai loro padroni, un volgare personaggio ha apostrofato mio padre con epiteti poco garbati. Tutto questo accadeva sotto gli occhi indifferenti di forze dell'ordine”.

Gaspare Vitrano, Pd. (Copie scaricate 530)

Vitrano Gaspare, Pd, eletto in Provincia di Palermo. Vitrano è uno di quelli che ci tiene all’equilibrio tra le forze politiche. Non sopporta che ci siano discriminazioni. Lui è bipartisan. Potendo creare imbarazzo il fatto che tutti i condannati o indagati fossero dei partiti di centrodestra,lui si è immolato. Grazie a Vitrano, lui che è uomo equilibrato, la bilancia si sposta verso una parità che comunque rimane lontana. Non parliamo di una banale corruzione o di una reiterata collusione mafiosa. Vitrano è troppo originale per cadere in triti cliché. Vitrano è un artista, è un “Copperfield de noialtri”. Entra nel nostro libro con un colpo di magia fatto così bene che anche se scoperto, meritava di rimanere impunito, in virtù del principio che bisogna riconoscere i meriti dei vincitori. Purtroppo non l’ha pensata così la terza sezione del Tribunale Penale di Palermo che lo ha condannato a nove mesi di reclusione per falso in atto pubblico e imputato per abuso d’ufficio assieme al partner della magia, in questo caso assistente del mago, Antonino Piceno, burocrate della Regione, premiato poco dopo la magia come Direttore del “Dipartimento per il dialogo delle culture e la salvaguardia dei diritti umani dell’Agenzia per le politiche mediterranee”, quando già era stato condannato. Per legge con il nuovo incarico, assume anche la qualifica di dirigente generale. L’accusa da parte di una magistratura irriconoscente è di aver presentato false documentazioni per la sua candidatura. Il tutto merita però di essere raccontato. Il viaggio del nostro prestigiatore delle carte bollate inizia nel giugno del 2001. Gaspare Vitrano viene eletto e si avvia verso Palazzo dei Normanni, quando all’orizzonte spunta il primo dei non eletti, Giuseppe Faraone, che presenta un ricorso per l’ineleggibilità di Vitrano, il quale, secondo Faraone, non aveva chiesto l'aspettativa dal suo lavoro di dipendente regionale, come prescrive la legge. Faraone ha ragione e vince il ricorso ai danni di Vitrano, e si insedia per quattro mesi all’Ars. Questo fino a quando il prestigiatore presenta appello e riottene il seggio, confermato anche in Cassazione. Faraone non riesce a darsi pace. Come ha fatto Vitrano a ribaltare una sentenza basata su un dato di fatto incontestabile? Semplice. Si è avvalso di un documento nel quale risultava la sua aspettativa nel periodo prescritto dalla legge. Già, peccato che le date del documento fossero state falsate dallo stesso Vitrano con l’aiuto del suo assistente. Quando è venuto alla luce questo diabolico tentativo di rimanere in sella, nel 2003 è iniziato un nuovo processo. Dopo due anni di indagini la giustizia da ragione a Faraone, ma nonostante tutto, oggi Vitrano è tornato ad essere, a meno di documenti falsificati (il vizio resta) parlamentare regionale. Un mago, in parlamento, può sempre servire. I giovani delle future generazioni lo ricorderanno anche come l’ ”assenteista frainteso”. Per sette volte, nella passata legislatura è risultato presente ma non ha partecipato alle votazioni elettroniche. “Non ho alcuna assenza in aula. Se non ho votato, è stato per una scelta politica, visto che siamo all´opposizione. Non credo poi alle firme false perché, quando firmiamo, c´è sempre qualche collega accanto. Se qualcuno inserisse il nome di un altro, ce ne accorgeremmo”. Ah ecco, adesso si che siamo tranquilli.

giovedì 8 gennaio 2009

Caro Zio Beppe...


Caro zio (acquisito) Beppe Alfano, t'hanno ammazzato barbaramente 16 anni fa, in una città che oggi è completamente in mano alla mafia, tale che ora anche politici e dubbi magistrati non possono negarlo. C'eri arrivato circa 20 anni prima di loro, ed eri un pazzo. Dicevi che vedevi Nitto Santapaola a Barcellona e ti dicevano che toccavi le ragazzine a scuola. Dicevi che quella cooperativa era un comitato d'affari con infiltrazioni pericolose e ti dicevano che avevi troppe amanti. "Un puttaniere" sei ancora oggi per i ragazzini. Poco male zio, poco male. E poi però t'hanno ammazzato. Se oggi la verità è quasi totalmente affiorata, è merito di tua figlia Sonia, che con una famiglia sulle spalle ha sempre trovato il tempo per te, per darti giustizia che quattro cani mafiosi e quattro colletti sporchi volevano negarti. Ti ha sempre messo davanti a tutto, al lavoro, alle ferie, ai debiti e alle privazioni affrontati pur di portare in giro la tua storia. Spero che tu non possa vedere quello che sta subendo Sonia per non avere mai avuto peli sulla lingua. Spero tu non possa vedere un troglodita pregiudicato scopiazzatore di saggi artistici che cerca quotidianamente di demolirla a colpi di insulti di fronte ai quali, anche l'uomo più corazzato avrebbe momenti di cedimento. Lei no. Ha le spalle larghe la tua Sonia.
"La mancanza di intelligenza, sostanziale e formale, di Sonia Alfano e delle presunte associazioni antimafia, dalle quali sono certo non si sentono rappresentati molti parenti delle vittime, arriva a colpire anche l'assessore Oliviero Toscani, il quale registrando il marchio M.a.f.i.a ha fatto una scelta antimafiosa, paradossale e provocatoria come è nel suo stile."Difficile immaginare che - aggiunge - capiscano lo stile persone che ne sono prive al punto da continuare a parlare in nome di morti che non possono rispondere. Respingo ogni polemica annunciando la commemorazione di Leonardo Sciascia nel ventennale della morte con un grande convegno sul tema "I professionisti dell'antimafia e i finanziamenti pubblici alle loro attività", già sotto inchiesta dopo la questione di don Bucaro del centro Borsellino".

Mentre Sonia stava organizzando il tuo giorno, la tua commemorazione, il tuo ricordo, come fa da anni in un clima intimidatorio e mafioseggiante (in cui i presidi che non lasciano partecipare alla manifestazione i ragazzi sono una perfetta sintesi) doveva anche difendersi da questo pregiudicato biondo che fa impazzire il mondo. Tanto non si vergognerà mai, non avrà mai rimorsi, e soprattutto non capirà mai il dolore della sottrazione violenta, della privazione improvvisa per mano umana dell'affetto più caro. E nonostante le sue becere parole Sonia, ancora, non glielo augura quel dolore. Noi siamo diversi Zio Beppe, non non siamo come lui.

mercoledì 7 gennaio 2009

Vento forte tra Salerno e Catanzaro/3, di Carlo Vulpio

Il Sud è strapieno di case di cura. Forse è per questo che sono pochi gli ospedali pubblici che non fanno schifo. Per esempio, a Belvedere Marittimo (Cosenza), novemila abitanti, di case di cura ve ne sono ben tre. E una di esse è la “casa di cura Cascini”, di cui abbiamo già detto.

Altre case di cura (convezionate, naturalmente) che rivestono un certo interesse per il vento che s’è alzato tra Salerno e Catanzaro sono quelle che operano nelle fiorenti province di Caserta, Napoli, Avellino e Benevento, dove partecipano in maniera rilevante alla proprietà di una società editoriale, la “Edizioni del Roma Spa”, che edita il quotidiano napoletano “Roma”.
Il giornale, fondato nel 1862, è legato al nome dell’armatore monarchico Achille Lauro, con il quale sul finire degli anni Cinquanta conobbe il suo momento migliore. Poi, la rovina. Da cui inutilmente cercò di sottrarlo Giuseppe Tatarella, uno degli artefici della trasfigurazione del Msi in An, che nel 1996 ne tentò il rilancio.

Oggi il “Roma”, come quotidiano, praticamente non lo legge più nessuno. Ma nella società che lo edita c’è mezza Alleanza nazionale.

Vi troviamo Ettore Bucciero, il senatore più prolifico di interrogazioni parlamentari contro il pm Luigi de Magistris, e l’ex viceministro delle Infrastrutture, Ugo Martinat, con il quale lavorava Giovan Battista Papello, consigliere d’amministrazione dell’Anas in quota An, indagato in Poseidone. Poi ci sono Ignazio La Russa, attuale ministro della Difesa, e Gianfranco Anedda, ex parlamentare e fino a poco tempo fa presidente della prima commissione del Csm, in quota An. E infine il giornalista napoletano (del “Roma”) Italo Bocchino, deputato dal ’96, per il quale la procura di Napoli ha chiesto l’arresto a causa del suo coinvolgimento nella “Tangentopoli napoletana”. Bocchino è anche molto legato ad Amedeo Laboccetta, un altro deputato napoletano (Pdl).

Laboccetta, quando era capogruppo missino nel consiglio comunale di Napoli, venne arrestato con l’accusa di avere intascato mazzette per i lavori della Linea tranviaria rapida. Grande amico di un altro indagato eccellente in Toghe Lucane, Nicola Buccico, ex senatore di An, ex membro del Csm e attualmente sindaco di Matera, Laboccetta si è rifatto vivo con ardore per sostenere la “rivolta” dei magistrati indagati di Catanzaro contro la procura di Salerno che li indaga.
In tre mosse, Laboccetta ha fatto vedere chi è. Per prima cosa, ha definito “eversiva” la deposizione di de Magistris davanti ai giudici salernitani. Poi, ha invocato l’intervento dei presidenti di Camera e Senato, Gianfranco Fini e Renato Schifani (che in effetti erano le uniche alte cariche dello Stato a non essere ancora intervenute). Infine, ha cercato di buttarla in gossip da quattro soldi, insinuando addirittura una sorta di sexgate tra de Magistris e la pm Gabriella Nuzzi. Roba da trivio. Ma ignorata dai media, dal Parlamento e dalla solita Anm, che in un altro Paese per una cosa del genere avrebbero spellato vivo uno come Laboccetta.

Gianfranco Anedda ha fatto anche di meglio. Sembra incredibile, ma pur non facendone più parte, Anedda ha partecipato alla seduta della prima commissione del Csm in cui sono stati auditi i magistrati di Salerno e ha anche rivolto loro domande. Ora, poiché Anedda risulta coinvolto sia nell’inchiesta Toghe Lucane (che il pm de Magistris è riuscito a chiudere ad agosto scorso), sia nell’inchiesta condotta dalla procura di Salerno, è curioso che finora nessuno abbia sollevato nei suoi confronti una questione di conflitto di interessi o abbia ipotizzato un qualche abuso d’ufficio. Mentre sembra che le attenzioni, dalla richiesta degli atti alle audizioni, siano tutte per i sette (diconsi sette: Luigi Apicella, Antonio Centore, Fabrizio Gambardella, Gabriella Nuzzi, Roberto Penna, Vincenzo Senatore e Dionigio Verasani) magistrati di Salerno che conducono l’indagine sul più grande scandalo giudiziario dell’Italia repubblicana.
Ma non è mica finita qui. Il capitolo, diciamo così, finale, quello riguardante il ruolo svolto in questa storia da autorevoli membri del Csm è ancora più incredibile.
Per dirne una, chi lo avrebbe mai immaginato che un indagato eccellente (in Toghe Lucane) come il procuratore generale di Potenza, Vincenzo Tufano, oltre che grande amico di Nicola Buccico e di Arcibaldo Miller (capo degli ispettori sguinzagliati da Clemente Mastella su de Magistris e ora, ovviamente, tra i candidati più accreditati per il posto di procuratore capo di Perugia), avesse rapporti così stretti con alcuni membri del Csm da intrattenere con loro una confidenziale e intensa corrispondenza epistolare?
Con Giuseppe Maria Berruti, per esempio, presidente della seconda commissione del Csm, Tufano era così vicino, ma così vicino, da chiedergli di intervenire proprio sulla vicenda che gli stava più a cuore: Toghe Lucane.
Che poi Berruti facesse parte del collegio che ha pronunciato la sentenza di condanna nei confronti di de Magistris non è un’insinuazione, ma puro sberleffo del destino.

lunedì 5 gennaio 2009

Antonino Dina (copie scaricate 500)

Antonino Dina, Udc, eletto in Provincia di Palermo. Nino Dina passerà alla storia come il parlamentare che nel documentario “La Mafia è Bianca” di Stefano Bianchi e Alberto Nerazzini, mentre l’aula discute la sfiducia al presidente Cuffaro presentata dall’opposizione, mitigava la tensione esplorando e nettando con le dita le sue cavità auricolari. Fosse noto alla cronaca solo per questo, sarebbe il meno peggio. Purtroppo anche lui incappa in indagini per mafia. Dina è saltato recentemente agli onori della cronaca perché, dato per certo un suo ruolo nella giunta Lombardo, è stato invece sonoramente trombato, si dice, per il veto posto dal magistrato Massimo Russo, new entry “tecnica” della giunta. E questo, sembra un buon inizio. Il primo a parlare di Dina come colluso con la mafia è il super pentito Nino Giuffrè, che ai giudici della terza sezione penale di Palermo, presieduta da Vittorio Alcamo racconta che Nino Dina era il mediatore, assieme a Giuseppe Guttadauro, dei rapporti tra Provenzano e la politica regionale. Se lo guardi in faccia un pò ci credi. Giuffrè non si limita ad insinuazioni ma scende nei particolari: “Nino Dina per Provenzano è sempre stato vicino agli ambienti mafiosi di Vicari fin dagli anni ' 80, poi nel 2001 fece il salto di qualità arrivando all' assemblea regionale con l' Udc accanto a Cuffaro”. Se ogni politico lascia alle generazioni future una citazione, una massima, Dina verrà ricordato con questa frase: "La mafia non si sconfigge privando una popolazione della sua amministrazione eletta democraticamente”. Batte dieci a zero “I have a dream”. Ufficialmente indagato per mafia della cosiddetta inchiesta "Ghiaccio" assieme a Mimmo Miceli & co, Nino Dina è il tizio che nel 2003 sbrigò le carte tra l'imprenditore Michele Aiello, condannato a 14 anni per associazione mafiosa, e l'ex presidente Totò Cuffaro, che nello stesso processo, conclusosi a gennaio, si è beccato 5 anni per favoreggiamento. Nel 2003 la Regione stava redigendo il tariffario sanitario, il documento che fissa i rimborsi pubblici alle cliniche private, e il presidente Cuffaro ne discuteva col suo amico Michele Aiello, proprietario della clinica d'eccellenza Villa Santa Teresa, nonostante lo stesso fosse sia mafioso che beneficiario di finanziamenti e rimborsi regionali. Cuffaro disse al suo braccio destro Nino Dina: "Ecco la bozza del tariffario, dallo a Michele Aiello e digli di scrivere in rosso le cifre da cambiare e in blu quelle da mantenere". Una cosa molto rassicurante, che fosse il controllato a decidere l’entità dei rimborsi che doveva percepire. E Michele Aiello infatti non fece sconti in virtù dell’amicizia: quando la Regione versò oltre cento milioni di euro alle cliniche di Aiello, Nino Dinaera membro della commissione sanità. Cento milioni di soldi pubblici per tariffe gonfiate del 400%. “Amici e guardati” direbbero i saggi.

Vignetta da Domenico

Oggi pubblico una vignetta molto significativa. Me l'ha mandata Domenico, un ragazzo di Bagheria di 28 anni che pubblica i suoi disegni su questo blog: http://chimeradcenere.splinder.com/ e che d'ora in poi mi beneficerà di alcuni suoi lavori. Grazie di cuore Domenico!

domenica 4 gennaio 2009

Toh, guarda chi si rivede... l'amico del mafioso!

Gli Auguri del PaDrone,
da associazioneilpicchio.blogspot.com/


Enna, 21 Dicembre 2008 _ Si respira un'aria frizzantina e natalizia per le strade del centro...
La città è piena di locandine (affisse illegalmente)
di vario genere tra pubblicità ed eventi...
Vedo la più bella... La più grande... La più calorosa...
Mi avviccino, pian pianino, finchè non metto a fuoco...
Sono gli Auguri di buon Natale e di un Felice 2009 a tutta la Provincia di Enna...
Ed a farceli è un partito politico...
Il Partito Democratico (il partito ombra del PDL)...
E per essere più preciso...
Il Senatore della Nostra Terra!!!...

Che sono affettuosi...

Voglio ricambiare, perchè è sempre facile fare
polemica ed essere insoddisfatti ed infelici di quel
che si ha...
E poi bisogna essere riconoscenti...
Poteva benissimo far altro (con lo stesso denaro)...
e invece si è ricordato di noi...


Grazie Senatore...
Grazie per le sue idee realizzate e per quelle che porta ancora sotto il cappello...
La ringrazio per:
- la Cultura che ha portato ad Enna (Libera Università Kore di Enna);
- non essersi mai dimenticato del Vero Valore della Cultura (Finanziamenti alla Kore di Enna);
- le Infrastrutture Indispensabili alla Città (La Scala Mobile);
- la sua Abilità e Determinazione negli Incontri di Affari "nostri" (Con l'Avv. R. Bevilacqua);

Naturalmente Senatore...
Tutto quello che si è fatto e che si continuerà a fare,
non è frutto della sua unica mano e testa...
Quindi, colgo l'occasione per ringraziare le altre
Illustri Personalità del PD
(e passando dal centro fino ad arrivare al PDL)
per il lavoro svolto nella nostra Provincia.
Ancora Grazie...

Concludo con due stralci del Libro "1984" di George Orwell,
perchè credo che queste frasi possano far riflettere...

Buon Natale, Buon 2009 e Buona Strada...

Enzo

"Era un po' curioso pensare che il cielo era lo stesso per tutti, in Eurasia, in Estasia, e anche lì. E la gente sotto il cielo, anche, era sempre la stessa gente... dovunque, in tutto il mondo, centinaia o migliaia di milioni di individui, tutti uguali, ignari dell'esistenza di altri individui, tenuti separati da mura di odio e di bugie, eppure quasi gli stessi..."

"Fino a che non diventeranno coscienti del loro potere, non saranno mai capaci di ribellarsi, e fino a che non si saranno liberati, non diventeranno mai coscienti del loro potere..."

dal Libro "1984" di George Orwell

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VincEnzo Monaco _ enzomonkey@hotmail.it _ 329.26 22 222
Ass. Culturale Il Picchio _ ass.ilpicchio@gmail.com

sabato 3 gennaio 2009

Vento forte tra Salerno e Catanzaro/2, di Carlo Vulpio

“Mandate via da Salerno quei due magistrati”. Cioè i pm Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani. Questo, in sintesi, e nemmeno tanto in codice, il messaggio contenuto nelle parole di Ugo Bergamo, presidente della prima commissione del Csm.
La prima commissione ha inviato al procuratore generale della Cassazione, Vitaliano Esposito, e al ministro della Giustizia, Angiolino Alfano - titolari dell'azione disciplinare - i verbali delle audizioni dei magistrati di Catanzaro e di Salerno, acquisiti dopo la nota “rivolta” della procura calabrese che si è messa a contro-indagare sui suoi indagatori (la procura campana).
“Nei verbali - ha detto Bergamo con la solita riservatezza che ormai, Nicola Mancino docet, contraddistingue gli organismi del Csm - ci sono riferimenti a comportamenti anche di altri magistrati, che saranno valutati dai titolari dell’azione disciplinare (Esposito e Alfano, appunto, ndr)”.

Noi, che siamo maliziosi, abbiamo “tradotto” le parole di Bergamo così: non meravigliatevi se, tra “gli altri magistrati” che possono finire sotto procedimento disciplinare vi possa essere di nuovo Luigi de Magistris…
Eh già, ritrovarsi ancora una volta tra i piedi de Magistris – che da qualche mese è uno dei tre giudici del tribunale del Riesame di Napoli, che deciderà sulla convalida degli arresti della “Tangentopoli napoletana”-, è un’altra rogna non prevista. Dannazione: questi automatismi nei trasferimenti e negli spostamenti di magistrati, se non si fanno bene i calcoli “prima”, a volte possono rivelarsi dei boomerang micidiali, o quanto meno provocare degli effetti collaterali indesiderati…

Noi, che siamo maliziosi, di fronte a questo scenario ci siamo chiesti: ma perché Bergamo manifesta tanto fervore per il trasferimento coatto di Nuzzi e Verasani e allude a un nuovo procedimento disciplinare nei confronti di de Magistris?
Anche in questo caso, e sempre per questo benedetto vento forte che spira tra Salerno e Catanzaro, non possiamo far altro che mettere assieme elementi utili alla riflessione e alla comprensione dei fatti.
Ugo Bergamo è uomo del segretario nazionale Udc, Lorenzo Cesa (indagato nell’inchiesta Poseidone e, dopo lo scippo di Poseidone a de Magistris, “archiviato” l’8 aprile scorso) ed è anche l’uomo che telefona a casa del procuratore capo di Catanzaro, Mariano Lombardi, la sera prima che questi revocasse (28 marzo 2007) l’inchiesta Poseidone a de Magistris.

Non era la prima volta che gli uomini di Cesa si interessavano all’inchiesta Poseidone.

Tra il dicembre 2005 e l’aprile 2007, il traffico telefonico tra il centralino della sede Udc di via Due Macelli, a Roma, e il telefono privato del procuratore Lombardi è stato piuttosto intenso. Senza contare le telefonate, sempre dalla sede romana Udc, al numero di casa di Lombardi e ai cellulari della sua compagna, Maria Grazia Muzzi, cancelliere presso la Corte d’Assise di Catanzaro, e del figlio di quest’ultima, l’avvocato Pierpaolo Greco.
Il giorno stesso dell’avvenuta revoca di Poseidone, alle 16.22, dice la perizia informatica del consulente della procura di Salerno, Gioacchino Genchi, al numero di casa di Lombardi è arrivata una chiamata da un’agenzia di stampa. La conversazione è durata più di sei minuti. E circa mezz'ora dopo questa telefonata – sostengono i pm di Salerno - la notizia della revoca dell'inchiesta Poseidone è stata “lanciata” in rete.

Coincidenze ad orologeria, ma tutte coincidenze, per carità.

Come l’appartenenza all’Udc di Giuseppe Galati, di Lamezia Terme come Antonio Saladino. Galati è stato sottosegretario del ministero delle Attività Produttive con delega al Cipe (il Comitato interministeriale per la programmazione economica, che decide sui quattrini dei finanziamenti pubblici). Anche lui è finito tra gli indagati di Poseidone. Ma Galati era anche generoso, e liquidava compensi per consulenze e incarichi al figlio della moglie del procuratore Lombardi (sì, sempre lo stesso figliolo, Pierpaolo Greco, che era anche in società con un altro indagato eccellente, il senatore Giancarlo Pittelli, di Forza Italia).
Naturalmente, in tutto questo non c’entra nulla che la figlia del procuratore Lombardi sia stata assunta al Messaggero, dove, com’è noto, Pier Ferdinando Casini è di casa.

Ma torniamo a Ugo Bergamo. Il presidente della prima commissione del Csm, guarda caso poco prima di sentire i magistrati di Salerno, cosa fa? Ha la premura di esprimere anch’egli il suo “giudizio anticipato” - sulla scia di Letizia Vacca e di Nicola Mancino - e dichiara alla stampa che il pm di Catanzaro, Salvatore Curcio, indagato a Salerno per reati gravissimi (tra i quali una serie di archiviazioni illegali, compresa quella di Clemente Mastella, e una perquisizione illegale nei confronti della giornalista del Quotidiano di Calabria, Chiara Spagnolo) è in pratica una brava persona.

Conclusione: con questi chiari di luna è difficile che da quella parte lì, da Palazzo dei Marescialli, sede del Csm, venga qualcosa di buono. Invece di fare chiarezza, di ripristinare le regole del diritto, di operare con equanimità e serenità, restituendo ai cittadini fiducia nello Stato e nelle istituzioni, sembra che si faccia di tutto per ottenere l’effetto contrario. Eppure il presidente del Csm è Giorgio Napolitano, cioè il Capo dello Stato. Si sarà posto anche lui una domanda più o meno simile a questa: dopo Forleo e de Magistris, Nuzzi e Verasani, e poi?

venerdì 2 gennaio 2009

Il Capo dei Capi e il boom di ricerche su Riina

Lunedì 10 dicembre del 2007 postavo un articolo sulla fiction "Il Capo dei Capi" in cui scrivevo, tra le altre cose: Ore ed ore di discussioni, trasmissioni, dirette. "E' giusto fare una fiction su Riina?", "Non è che poi passa per figo U Curtu?", "Non c'è dubbio, è diseducativo". Sveglia! Un solo episodio di quel film è falso? O è stato fatto passare un Totò Riina buono? O lo nobilita la scena del tg che annuncia la morte di Falcone e lui e i suoi amici che brindano e sputano alla immagini del giudice che passano in tv? Ma perchè non lasciamo che l'arte rimanga arte e ci impegnamo a garantire che un altro Riina non sia più possibile? E' passato un anno esatto, e voglio aggiungere qualche considerazione dopo aver rivisto tutta la serie di puntate. Mi rendo sempre più conto della bellezza stilistica e della assoluta qualità di tutto il lavoro. E' un prodotto cinematografico, non televisivo. E a parte qualche imprecisione grave, come la figura del commissario Mangano, ben distante dalla realtà (a tal proposito qui potete trovare la magistrale ricostruzione di Vincenzo Guidotto riguardo al furto perpetrato ai danni del tenente colonnello Ignazio Milillo, vero "catturatore di Liggio), il tutto per me è meritevole, ricordando anche che tra gli sceneggiatori c'era anche Claudio Fava. Dirò di più. Dopo aver rivisto il Capo dei Capi, quello che mi è rimasto dopo ogni puntata, è un odio profondo, un ribrezzo estremo verso la figura di Totò Riina. Quelle immagini, quegli atteggiamenti mi fanno vomitare, non glorificare o mitizzare Totò Riina. Piuttosto, il problema è in noi. Non è normale che sorgano gruppi di fans di Riina su Facebook, non è normale che il mio blog venga invaso da visitatori che cercano la parola Riina molto più che Borsellino o Falcone. Solo nel dicembre 2008 la parola Totò Riina ha portato sul mio blog 585 persone, e tra ieri e oggi 150. E le altre posizioni (ieri e oggi) non rincuorano:

toto riina 153 27,72%
salvatore riina 81 14,67%
totò riina 58 10,51%
balduccio di maggio 51 9,24%
riina 14 2,54%
giovanni brusca 10 1,81%
giulio andreotti 10 1,81%
toto' riina 9 1,63%
totò rina 9 1,63%
brusca 8 1,45%
benny calasanzio 7 1,27%
balduccio di maggio foto 5 0,91%
biagio schirò 3 0,54%

Il problema non è "Il Capo dei Capi"; è che se un giovane non prova disprezzo e conati di vomito dinanzi a quelle immagini, dobbiamo porci dei seri interrogativi. Bisogna parlare di dignità e di civiltà, altro che delle bestie affascinanti. A proposito. Io non l'avrei chiamato il Capo dei Capi, ma come dice Salvatore Borsellino, "La Bestia delle Bestie". Vi lascio con un commento esaustivo lasciatomi da Claudio Fava:

Caro Benny, letto il blog. Condivido. C'è molta paura a parlar di mafia. Soprattutto quando una fiction cerca di spiegare collusioni, amicizie, impunitá. Per qualcuno sarebbe stato meglio un bel western...
Un caro saluto,
Claudio Fava