Provate, solo per un attimo naturalmente, a mettervi nei panni di un militante del Partito Democratico. Lo so che è difficile, più o meno come essere interista fino a cinque anni fa. Immedesimatevi in uno qualunque, possibilmente incensurato e con il mito di Berlinguer ancora vivo e non cloroformizzato. L’estate è ormai archiviata, e lui sa che ad ottobre ci sarà «quella cosa». Dovrà scegliere, tramite le primarie, il nuovo segretario del Pd. Suda al solo pensiero, sa che qualunque cosa farà sarà una solenne cazzata. Ma non può rinunciare a far sentire la sua piccola unità di voce, anche solo in virtù dei 15 euro versati ogni anno. Può pensare: «voto Ignazio Marino», il meno peggio, sapendo però che difficilmente vincerà. Traduzione: «voto perso». Poi pensa: «farò di tutto, pur di non far vincere D’Alema». Ma D’Alema non è candidato. «Certo, e come chiamate quello pelato con le due due sgommate sulle tempie e con l’accento emiliano?». Bersani. «Beh, è uguale tanto. Il militante sa che dietro il cantante Bersani c’è l’eterno Massimo, e non vuole più nemmeno sentirne parlare del grande alleato di Berlusconi. Il militante sa che Maxim ne ha combinate di tutti i colori. Sa che nel 1985, quando era segretario del Pci in Puglia, intascò 20 milioni di lire dal re della sanità privata inguaiato con la Sacra Corona Unita, Francesco Cavallari. Tangente ammessa anche dallo skipper brizzolato. Per Cavallari però c’era altro: «Io consegnai personalmente a D'Alema 20 milioni in contanti in una busta bianca durante una cena a casa mia. Ma non finì lì. In altre due occasioni gli diedi due finanziamenti da 15 milioni che gli portai al consiglio regionale. Successivamente gli feci avere altre due tranche sempre da 15: in tutto 80 milioni di lire». Un regalo che D’Alema ricambiò in brevissimo tempo: «Io – continua Cavallari in un intervista a Panorama del 14 agosto-, nel chiarire la mia posizione a Maritati (il pubblico ministero del processo, che quattro anni dopo viene eletto senatore alle suppletive del giugno del 99 e poi nominato sottosegretario all'Interno del primo governo D'Alema) spiegai che D'Alema mi era stato molto utile nei rapporti con la Cgil. Dal momento in cui sono iniziate le dazioni di danaro io non sono più stato attaccato violentemente dal sindacato, il rapporto è diventato più collaborativo e garbato». In Sicilia a questi lavori ci pensa cosa nostra. Il tutto si risolse in una pacifica prescrizione seppur con l’accertamento del reato. Nel pieno scandalo «Mani pulite», quando il pentapartito tremava di fronte agli affondi del pool di Milano, D'Alema definiva, con il solito tono altezzoso «iosonoioevoinonsieteuncazz», la Procura come «il soviet di Milano»: olfatto fine che annusava la tempesta? Forse, perché il suo turno arriva nel 1996, quando il pm di Venezia Carlo Nordio, indagando sulle Colombiadi genovesi, le celebrazioni in memoria del navigatore ligure, si imbatte nei nomi di Massimo D’Alema e Achille Occhetto: secondo l’accusa, all’epoca i due politici avevano segnalato al ministro per i lavori pubblici Giovanni Prandini alcune aziende, tra le quali l’emiliana rossa Coopsette: a raccontarlo è lo stesso ministro. Poi finisce tutto nel nulla. Dal punto di vista politico, l’analisi del militante, ormai con le ascelle pezzate, peggiora la situazione: dal conflitto d’interessi archiviato per far felice Berlusconi, alla scellerata Bicamerale che rilanciò Silvio verso il dominio assoluto. Fino a quando, nel 2007, il Gip di Milano Clementina Forleo, ipotizza un coinvolgimento di Maxim il marinaio nel concorso in aggiotaggio nell'ambito della scalata alla BNL dalla Unipol di Giovanni Consorte. Il giudice Forleo chiede al Parlamento la possibilità di utilizzare le trascrizioni delle intercettazioni telefoniche che coinvolgevano D'Alema e Consorte ed altri parlamentari nel procedimento. Quella richiesta al Parlamento le costerà la carriera, le minacce di morte, la distruzione delle sue proprietà in Puglia tramite incendio doloso, e l’etichetta di «squilibrata», e poco conta che addirittura il tritatutto Csm il 27 giugno del 2008 fu costretto ad ammettere che la Forleo non commise alcun illecito quando si rivolse al Parlamento. Il militante si evirerebbe senza anestesia pur di non mandare alla guida del Pd il prestanome politico di Massimo D’Alema, «Tempie sgommate», detto anche Pierluigi Bersani. E allora, se Marino non vince, rimane Walter Weltroni, colui che estrasse Berlusconi dal sepolcro politico e lo portò a vincere le ultime Politiche quando nemmeno Casini e Fini lo credevano possibile. «Come non si candida?». Non ufficialmente. Manda Dario. Quello con la faccia standard, il suo assistente alla disfatta, che durante la reggenza ad interim della segreteria si è distinto per… per… per nulla. Pur avendo le mani libere e potendo recuperare simpatie e consensi, ad esempio inchiodando Berlusconi grazie ai tanti assist offerti dal premier, dai rapporti con cosa nostra (per la sinistra è un tabù) alla storiaccia del Grande Bordello, mai una parola, per non assomigliare troppo a Di Pietro che nel frattempo gli ruba una milionata di voti. Il militante, di fronte a questo scenario, con l’euro in mano pronto per pagare la tassa delle primarie, poco prima di raggiungere il banchetto democratico devia il percorso, entra in un bar, si fa largo e porge la moneta al barista: «Un caffè, bello forte»."Un familiare di vittime di mafia passa metà della sua vita a difendere la vittima e l'altra metà a difendere se stesso"
lunedì 31 agosto 2009
Il dilemma del militante e l'interposto candidato
Provate, solo per un attimo naturalmente, a mettervi nei panni di un militante del Partito Democratico. Lo so che è difficile, più o meno come essere interista fino a cinque anni fa. Immedesimatevi in uno qualunque, possibilmente incensurato e con il mito di Berlinguer ancora vivo e non cloroformizzato. L’estate è ormai archiviata, e lui sa che ad ottobre ci sarà «quella cosa». Dovrà scegliere, tramite le primarie, il nuovo segretario del Pd. Suda al solo pensiero, sa che qualunque cosa farà sarà una solenne cazzata. Ma non può rinunciare a far sentire la sua piccola unità di voce, anche solo in virtù dei 15 euro versati ogni anno. Può pensare: «voto Ignazio Marino», il meno peggio, sapendo però che difficilmente vincerà. Traduzione: «voto perso». Poi pensa: «farò di tutto, pur di non far vincere D’Alema». Ma D’Alema non è candidato. «Certo, e come chiamate quello pelato con le due due sgommate sulle tempie e con l’accento emiliano?». Bersani. «Beh, è uguale tanto. Il militante sa che dietro il cantante Bersani c’è l’eterno Massimo, e non vuole più nemmeno sentirne parlare del grande alleato di Berlusconi. Il militante sa che Maxim ne ha combinate di tutti i colori. Sa che nel 1985, quando era segretario del Pci in Puglia, intascò 20 milioni di lire dal re della sanità privata inguaiato con la Sacra Corona Unita, Francesco Cavallari. Tangente ammessa anche dallo skipper brizzolato. Per Cavallari però c’era altro: «Io consegnai personalmente a D'Alema 20 milioni in contanti in una busta bianca durante una cena a casa mia. Ma non finì lì. In altre due occasioni gli diedi due finanziamenti da 15 milioni che gli portai al consiglio regionale. Successivamente gli feci avere altre due tranche sempre da 15: in tutto 80 milioni di lire». Un regalo che D’Alema ricambiò in brevissimo tempo: «Io – continua Cavallari in un intervista a Panorama del 14 agosto-, nel chiarire la mia posizione a Maritati (il pubblico ministero del processo, che quattro anni dopo viene eletto senatore alle suppletive del giugno del 99 e poi nominato sottosegretario all'Interno del primo governo D'Alema) spiegai che D'Alema mi era stato molto utile nei rapporti con la Cgil. Dal momento in cui sono iniziate le dazioni di danaro io non sono più stato attaccato violentemente dal sindacato, il rapporto è diventato più collaborativo e garbato». In Sicilia a questi lavori ci pensa cosa nostra. Il tutto si risolse in una pacifica prescrizione seppur con l’accertamento del reato. Nel pieno scandalo «Mani pulite», quando il pentapartito tremava di fronte agli affondi del pool di Milano, D'Alema definiva, con il solito tono altezzoso «iosonoioevoinonsieteuncazz», la Procura come «il soviet di Milano»: olfatto fine che annusava la tempesta? Forse, perché il suo turno arriva nel 1996, quando il pm di Venezia Carlo Nordio, indagando sulle Colombiadi genovesi, le celebrazioni in memoria del navigatore ligure, si imbatte nei nomi di Massimo D’Alema e Achille Occhetto: secondo l’accusa, all’epoca i due politici avevano segnalato al ministro per i lavori pubblici Giovanni Prandini alcune aziende, tra le quali l’emiliana rossa Coopsette: a raccontarlo è lo stesso ministro. Poi finisce tutto nel nulla. Dal punto di vista politico, l’analisi del militante, ormai con le ascelle pezzate, peggiora la situazione: dal conflitto d’interessi archiviato per far felice Berlusconi, alla scellerata Bicamerale che rilanciò Silvio verso il dominio assoluto. Fino a quando, nel 2007, il Gip di Milano Clementina Forleo, ipotizza un coinvolgimento di Maxim il marinaio nel concorso in aggiotaggio nell'ambito della scalata alla BNL dalla Unipol di Giovanni Consorte. Il giudice Forleo chiede al Parlamento la possibilità di utilizzare le trascrizioni delle intercettazioni telefoniche che coinvolgevano D'Alema e Consorte ed altri parlamentari nel procedimento. Quella richiesta al Parlamento le costerà la carriera, le minacce di morte, la distruzione delle sue proprietà in Puglia tramite incendio doloso, e l’etichetta di «squilibrata», e poco conta che addirittura il tritatutto Csm il 27 giugno del 2008 fu costretto ad ammettere che la Forleo non commise alcun illecito quando si rivolse al Parlamento. Il militante si evirerebbe senza anestesia pur di non mandare alla guida del Pd il prestanome politico di Massimo D’Alema, «Tempie sgommate», detto anche Pierluigi Bersani. E allora, se Marino non vince, rimane Walter Weltroni, colui che estrasse Berlusconi dal sepolcro politico e lo portò a vincere le ultime Politiche quando nemmeno Casini e Fini lo credevano possibile. «Come non si candida?». Non ufficialmente. Manda Dario. Quello con la faccia standard, il suo assistente alla disfatta, che durante la reggenza ad interim della segreteria si è distinto per… per… per nulla. Pur avendo le mani libere e potendo recuperare simpatie e consensi, ad esempio inchiodando Berlusconi grazie ai tanti assist offerti dal premier, dai rapporti con cosa nostra (per la sinistra è un tabù) alla storiaccia del Grande Bordello, mai una parola, per non assomigliare troppo a Di Pietro che nel frattempo gli ruba una milionata di voti. Il militante, di fronte a questo scenario, con l’euro in mano pronto per pagare la tassa delle primarie, poco prima di raggiungere il banchetto democratico devia il percorso, entra in un bar, si fa largo e porge la moneta al barista: «Un caffè, bello forte».
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4 commenti:
Una volta spesi 15 euro per la tessera, tanto vale spenderne un altro per le primarie... Ps bel pezzo, Benny.
Vincenzo I.
il bello è che vince proprio Bersani...
Chapeau!!!
Che memoria corta abbiamo, caro Benny... Semmai qualcuno dovesse elencare le porcherie più appariscenti dei signori "professionisti della politica" degli ultimi 25 anni non basterebbe un'enciclopedia!
La poltrona di aristocratico è dura da lasciare, caro mio... Penso al signor Bertinotti, per esempio, incapace di render noto alla popolazione, che ha per anni intrattenuto con i suoi mondi ideali e teorici, la verità sul G8 di Genova, ottenendo (parole sue) dal regista del golpe Fini "solo" la salvezza per la massa dei manifestanti massacrati dalla Polizia di Stato.
Eh sì, il culo si adatta molto bene a quelle sedie vellutate che così bene si adattano alle forme, al punto di passarci una vita.
E immagino quante riunioni estremamente importanti hanno occupato la vita di lor signori, incontri dedicati al bene del Partito, allo studio di inciuci vari che possano garantire il mantenimento dei feudi ininterrottamente per decenni e la frequentazione di quell'intelluettalità fatta di menti ma anche di culi e di cosce, nelle più estrose dimore del mondo.
Che gran fatica e sudore meritarsi le "mance" dalle realtà imprenditoriali e pubbliche, gestire il consenso di quelle menti sopite del popolo bue da spremere, inventarsi voti e garanzie dalle caste territoriali... Solo dei professionisti possono riuscirci (Andreotti docet)!!!
D'Alema, Bertinotti, Del Turco, Bassolino, Rutelli, Veltroni, altro che Inter di cinque anni fa, questi (e tutti gli altri "Onorevoli") sono felici perdenti a vita, una formazione entusiasta dello stato di estorsione in cui vive l'elettorato perchè simbolo del loro successo.
Caro Benny, ammiro il tuo operato e la tua enorme volontà ma spesso, sempre più spesso, mi sveglio dai sogni di riscatto per vedere una realtà immutata ed immutabile, espressione di un potere che salvo rare eccezioni ha costruito la storia con il sangue dei più deboli.
Il futuro non sarà un mondo migliore, è impossibile, lo stiamo distruggendo giorno dopo giorno, anno dopo anno...
Il prossimo segretario del pd?
Ma chi se ne frega, tanto alle prossime elezioni primaverili salta, garantito!
Antonio Adamo
Strepitoso questo pezzo,bravo Benny. Anche se a pensarci, nonostante l'ironia con cui racconti tutto, vengono i conati a vedere com'è ridotto il PD.
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