mercoledì 30 dicembre 2009

Mio nonno e mio zio, nè corrotti nè tangentari, purtroppo

Gentile Presidente della Repubblica,

le scrivo da semplice cittadino che ha alle spalle un'infanzia segnata, come purtroppo tanti siciliani, dagli omicidi del nonno e dello zio, ammazzati l'uno dopo l'altro per mano mafiosa, per non aver ceduto la loro azienda alle richieste di cosa nostra, pur sapendo che questo sarebbe costato loro ciò che di più prezioso avevano: la vita. Senza timore essi decisero di barattarla con qualcosa che forse allora valeva di più, la dignità, la capacità di poter guardare negli occhi fino in fondo noi, piccoli nipoti che crescevamo in cattività, lontano dai mostri che attanagliavano la Sicilia. Decisero di morire ma di farlo liberi e portando con loro l'onore, la certezza di aver vissuto a testa alta, e di non averla abbassata mai, nemmeno di fronte alla grande e solenne cosa nostra, che all'epoca, come oggi, decideva su ogni cosa, dall'assegnazione dei lavori pubblici alle nomine ministeriali. Avevano 32 e 56 anni. Mio zio Paolo Borsellino, omonimo del giudice, aveva due figli, uno di 2 e l'altro di 5 anni. Fu ucciso il 21 aprile del 1992. Mio nonno, Giuseppe Borsellino, di anni ne aveva 52 e di voglia di vivere tanta. Dopo essere riusciti con sacrifici indicibili a mettere in piedi il loro impianto di calcestruzzo a Lucca Sicula (AG), e dopo aver suscitato gli appetiti delle cosche locali, che li minacciarono ripetutamente di morte, incendiando i loro mezzi e i loro frutteti, decisero di non mollare. Avrebbero potuto cedere, magari entrare nel giro, magari allearsi con il più forte. Avrebbero avuto in cambio denaro, magari potere, beni per loro e per la nostra famiglia. Magari oggi saremmo estremamente ricchi, magari sarebbero amministratori pubblici. Purtroppo o per fortuna andò diversamente, e oggi siamo una famiglia che ha raccolto dal sangue per due volte due nostri cari. Una famiglia che ha visto i fori che nel corpo lasciano i proiettili. Che ha visto come un caricatore intero di mitraglietta può ridurre un uomo in carne e ben messo. Tutto questo per essere stati corretti, leali e dignitosi. Per aver agito in virtù della legalità, rifuggendo da scorciatoie e compromessi. A loro nessuno ha dedicato una via, una piazza, un giardino. Anzi, nessuno c'ha mai pensato. Nessun sindaco, nessun presidente di provincia o di regione si è mai accorto di questi due morti di serie D. Ogni tanto, di notte, sogno di essere in una qualche città del mondo e di alzare gli occhi, e leggere su una targa “Giuseppe e Paolo Borsellino, padre e figlio, uccisi dalla mafia ma morti liberi e vincitori”. E mi è successo anche una di queste notti. Solo che all'indomani ho scoperto che quella targa magari ci sarà presto, in una qualche via di Milano, ma al posto del nome dei miei parenti ci sarà quello di Bettino Craxi. Bettino che la mafia non l'ha mai combattuta, ma in compenso ha fatto ciò che di peggio può fare un politico: si è venduto al miglior offerente, ha rubato denaro pubblico per i suoi piaceri e, in minima parte, per il suo partito. Mio nonno e mio zio non ebbero la fortuna di essere condannati a 5 anni e 6 mesi per corruzione nel processo Eni-Sai e a 4 anni e 6 mesi per finanziamento illecito per le mazzette della metropolitana milanese. Craxi si. Furono degli idioti? O suona meglio coglioni per dirla come la direbbe il premier? Di certo furono illusi. Mi fa un certo senso pensare che mentre loro fronteggiavano a viso aperto mafia e mafiosi, Craxi rubava e si arricchiva. Negli stessi esatti momenti. E questo ora gli frutterà una bella targa, una via, magari un giardino in cui i bambini cresceranno, chiedeno ai genitori chi sia stato Craxi, cosa abbia fatto di così grande di meritarsi un parco. Una via verrà dedicata a chi è morto fuori dall'Italia per non finire in galera. E a chi invece è morto proprio per rimanere nella sua terra, la Sicilia, a lottare da solo di fronte da un esercito? Oblio, maldicenze, infamia. Se questo è quello che siamo diventati, se una sollevazione pacifica e popolare non fermerà questo orrore, io benedirò quelle armi e quei killer che hanno devastato le nostre vite, perchè hanno fatto si che mio nonno e mio zio non assistano oggi ad un criminale che viene innalzato al rango di eroe, ricordato dal Presidente della Repubblica, e riverito dai compagni di Pio La Torre, che in quegli anni si pulivano la coscienza dopo averlo venduto alla mafia. Loro non possono vederlo, e questo è il mio unico sollievo.

Benny Calasanzio

martedì 22 dicembre 2009

La barzelletta delle "maggioranze silenziose"

Tempo fa ho ricevuto su Facebook un messaggio da un ragazzo che, credo, in buona fede, si dissociava dalle mie parole d'accusa contro quei palermitani che il 19 luglio 2009 anzichè andare a commemorare Paolo Borsellino in una Via D'Amelio libera e pulita dai politici-coccodrilli collusi, erano a casa o chissà dove, magari mal consigliati da qualche associazione. Mi soffermo in particolare su una tra le più grandi balle autoassolutive create da chi non si espone, da chi preferisce stare a casa: la maggioranza silenziosa. Scrive il ragazzo: io appartengo a quei ragazzi che non hanno partecipato alla commemorazione della strage di via d’Amelio e alla manifestazione romana delle agende rosse, rimanendo a casa ma lontano quello stato di superficialità ed “invidioso boicottaggio” che a senso suo dovrebbe appartenermi. [...] Faccio parte di quella maggioranza silenziosa che crede nei valori simboleggiati da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che non hanno un atteggiamento superficiale nei confronti dei problemi della nostra società, in primis verso quelli della criminalità organizzata e dei movimenti anti-mafia. Certo che assimilare Falcone e Borsellino ad una maggioranza silenziosa è arduo... visto che parliamo di due dei primi esempi, dopo Rocco Chinnici, di giudici che si sono esposti e sovraesposti sui media, nelle scuole, con centinaia di conferenze pubbliche, proprio per far passare il messaggio che per esserci è necessario esserci, e non pensare di esserci. Falcone, Borsellino, Chinnici ed altri non pensavano che la cosa migliore fosse la maggioranza silenziosa, ma speravano nella presa di coscienza che porta alle azioni reali. Avevano bisogno del sostegno dei siciliani, dell'affetto della gente. "Ricordo la felicità di Falcone, quando in un breve periodo di entusiasmo, conseguente ai dirompenti successi originati dalle dichiarazioni di Buscetta, mi disse: la gente fa il tifo per noi" raccontava Paolo Borsellino. Questi sarebbero stati i silenziosi? La verità è che penso che la maggioranza silenziosa crede di essere quella che ha buoni propositi, e quello le basta. Passare all'azione? No, siamo silenziosi. Metterci la faccia? No, saremmo come gli altri. La maggioranza silenziosa non sopporta l'azione di altri perchè fa emergere il loro stallo, la loro immobilità. Quindi, anzichè essere invogliati, si sentono accusati dal moto degli altri. E attaccano. E' per questo che mi sento parte della minoranza dei (perdonate il tecnicismo) "rompicoglioni" che almeno provano a fare qualcosa.

lunedì 21 dicembre 2009

Il traforo delle Torricelle, un buco nell'acqua

Premessa: non mi sono mai piaciuti quelli del "no" ad ogni costo e ad ogni cosa. E in effetti per qualsiasi opera, anche per un attraversamento pedonale, in Italia ci sarà sempre un comitato del "no". Ma proprio per questo, grazie all'aiuto del Comitato contro il Traforo, ho approfondito il progetto per giungere alla conclusione che oltre allo scempio ambientale (a qualcuno potrebbe non interessare) e oltre a quello economico (pedaggio a carico dei cittadini), quest'opera non servirà veramente a nulla.

Cosa turba le notti del sindaco più amato d'Italia, al secolo l'imperatore di Verona Flavio Tosi I? Un buco, un grande “buso” come lo chiamano qui in terra scaligera. Il Traforo delle Torricelle, dal nome della zona collinare della città che verrà “bucata”, sarà un passante a nord di Verona, nato con l'obiettivo di decongestionare il traffico urbano che invade la zona di Veronetta e del Teatro Romano, fino alla Via Mameli, una delle arterie principali della città oltre le cui mura, secondo tale Shakespeare, nulla esisteva. Un progetto che prevede 11,6 km di strade di cui 2,6 in galleria artificiale, 2,2 in galleria naturale e il resto a cielo aperto, a soli due chilometri dall’Arena; quattro corsie di marcia, due di emergenza e cinque uscite che andranno a collegare i caselli autostradali di Verona Nord e Verona Est. Inoltre, nelle vicinanze di Parona verrà costruito un viadotto sull'Adige, un parco classificato tra i Siti di Interesse Comunitario. Il traforo verrà realizzato in project financing dall’azienda Technital, la potente s.p.a. che ha realizzato, tra le altre opere, l'autostrada Palermo Messina e gli interventi idrici nella laguna di Venezia. Il costo è la vera variabile impazzita dell'opera: i 330 milioni previsti e pattuiti, in base ad alcune dichiarazioni rilasciate dagli amministratori dovrebbero essere lievitati a 500. La Technital si è aggiudicata il progetto anche grazie alla valutazione positiva non vincolante di una commissione apposita che ha attribuito 79,69 punti al suo progetto, contro i 55,04 della seconda classificata, la Geodata, e i 23,80 punti dell'impresa Torno. La Geodata ha addirittura avuto la migliore valutazione rispetto all’impatto ambientale, ma in quanto a sicurezza ha totalizzato due 0 netti: strano per un impresa che realizza metropolitane in giro per il mondo. Quando gli assessori del Pdl hanno ventilato una riapertura dei bandi per cercare un progetto migliore, criticando soprattutto le compensazioni urbanistiche, che imponevano i permessi per la costruzione di alberghi e centri commerciali sul tracciato, una zona a traffico limitata troppo ampia e rigida e i pedaggi differenziati tra residenti e non, richiamando il progetto di Geodata (per altro completamente sotterraneo), il sindaco Tosi ha minacciato: o Technital o cade la giunta. Non che le due cose siano collegate, ma proprio Technital è la stessa azienda i cui proprietari, la famiglia Mazzi, aveva finanziato la campagna elettorale del sindaco con un contributo di 10 mila euro, una tra le donazioni più alte. Come se non bastassero i franchi tiratori, a turbare i sonni dell'imperatore ci si mette anche un comitato cittadino contro "l'autostrada in città", che contesta dalla A alla Z il progetto e la sua esecuzione, soprattutto la sua gestione oligarchica, poco trasparente e per nulla partecipata. Il “sedicente comitato”, come lo chiama in ogni occasione Flavio I, indice un referendum per consultare la città ma a causa di ostruzionismi dell'Amministrazione e del Collegio dei Garanti – tre avvocati espressione della maggioranzache si esprimono sui referendum, viene bocciato. Gli irriducibili del “no” intentano un ricorso alla magistratura e il Tribunale dà loro ragione, bacchettando Tosi & C.: “il ritardo nell'esercizio di attività amministrative necessarie per il compiuto e tempestivo esercizio di diritti politici costituisce, di per sé, un danno grave ed irreparabile, incidendo sulla sfera dei diritti fondamentali dell'individuo e della collettività”. Una serie di intoppi e colpi bassi che convince Flavio Tosi a tentare l'odiata via di Roma per uscire dall'empasse: attraverso l'approvazione del Cipe, organismo di cui ha “le chiavi” l'arrestato-libero sottosegretario Cosentino Nicola, una intesa tra Governo e Regione Veneto intende inserire il Traforo tra le infrastrutture strategiche sottoposte alla Legge Obiettivo. In questo modo l'opera sarebbe blindata e immune dai ricorsi dei Comuni e dei comitati e procederebbe spedita verso la realizzazione. Sarà quindi quello che i pentiti indicano come braccio politico dei casalesi a decidere sul destino del traforo. Oltre a non essere molto rassicurante, ciò pone degli interrogativi: anche un'opera dalle dichiarate finalità urbane che coinvolge una e una sola città può essere considerata di interesse strategico? Intanto il comitato, che recentemente ha comprato le pagine dei giornali locali al fine di porre 12 davanziane domande al sindaco, ha ottenuto in cambio solo querele: mai Tosi ha accettato di confrontarsi su questo tema. Opera a costo zero, continuano a ripetere i filogovernativi: il pedaggio però sarà a carico del cittadino, che per percorrere anche un solo metro della nuova strada dovrà sborsare la tariffa di 1,15 € a far data dal 2010 e da ritoccare in base all'inflazione reale. I camionisti invece pagheranno circa 46 centesimi a chilometro: per gli stessi chilometri sulla Verona Est- Verona Nord pagano ora 2,8 €, invece con il nuovo passante pagheranno circa 5,8 euro. Spiccioli che moltiplicati per i 4.400 veicoli/ora nelle ore di punta, per i 40/55.000 veicoli/giorno, per 22 milioni di veicoli/anno, fanno un bel pò di denari. Un investimento, quello della Techinital, a rischio zero: come si legge nella bozza di convenzione tra il Comune e l'azienda, i presupposti per l'equilibrio economico sono: assenza di problemi idrogeologici durante i lavori, assenza di ritrovamenti archeologici (che uno studio ha ritenuto probabili), emanazione di un provvedimento di istituzione di una zona a traffico limitato vastissima che taglia in due la città, così da “costringere” gli automobilisti ad usare la nuova strada, il mantenimento dei flussi di traffico previsti per i 45 anni del contratto e infine la costruzione e la gestione di strutture alberghiere, commerciali, servizi e parcheggi. Un investimento così sicuro da potersi chiamare comoda rendita. Quello che a Verona e nel mondo non si trova, però, è un urbanista indipendente che sia convinto dell'utilità dell'opera. Per tutto il resto invece c'è Flavio.

sabato 19 dicembre 2009

Il sindaco di Peschiera che mente sapendo di mentire

Ebbene si. Umberto Chincarini, valoroso sindaco di Peschiera del Garda, dopo aver trovato il coraggio di negare la presenza della camorra a Peschiera del Garda (e vi assicuro che ci vogliono due attributi così a negare cotanta evidenza), ora minaccia chi ne parla. Lo fa tramite lo spauracchio della querela contro chi ha avuto il coraggio di indicare il re nudo a fronte di tanti che si voltavano per non contraddire l'imperatore. Vincenzo Guidotto, anima del nostro movimento antimafia e già consulente della Commissione Antimafia, durante un incontro a Verona aveva accusato duramente le parole scellerate del primo cittadino lacustre che da questo blog avevano fatto il giro dell'Italia e avevano fatto fare una gran bella figura al "first citizen". Riprendendo proprio le accuse lanciate nel mio post, Guidotto aveva incalzato il sindaco, parlando genericamente della situazione preoccupante della zona in riva al lago. Anzichè contraddire fatti, indagini, verbali e ordinanze di custodia, "El Chinca" querela. Nell'articolo apparso su "L'Arena" del 17 dicembre, Chincarini ribadisce che la mafia non esiste: gli ricordo solo che nel 1997 lo Scico, il servizio centrale di investigazione della Finanza, nel rapporto annuale rivelava che la criminalità organizzata è sbarcata sul lago di Garda, investendo nell'edilizia, nel commercio e anche tentando la scalata in aziende in dissesto. O mente lo Scico della Guardia di Finanza o mente Chincarini. Per il resto rimando al mio pezzo di qualche tempo fa. Curioso poi che 29 novembre, "Verona Fedele", settimanale della diocesi veronese, pubblichi un articolo che dice le cose opposte, e rilancia l'allarme mafia. una mosca bianca Il distratto Chincarini però se l'era perso. E' proprio una soddisfazione poter dire, dati alla mano, che il sindaco sulla mafia mente, è un bugiardo, e ad essere querelato dovrebbe esseru lui, magari per mano dello Scico.

giovedì 17 dicembre 2009

Diciassette anni fa

Diciassette anni fa veniva ucciso a Lucca Sicula mio nonno, Giuseppe Borsellino, ammazzato dalla mafia per non aver ceduto ai ricatti e alle intimidazioni di cosa nostra e per essersi messo, a fianco dello Stato, alla ricerca degli assassini del figlio, Paolo Borsellino, ucciso il 21 aprile del 1992. Il tutto per aver difeso il proprio lavoro dalle richieste di gente senza coraggio e dignità, i cui amici e protettori oggi sono ai vertici dello Stato. Ecco un ricordo di quel giorno tratto da un mio articolo su Fuoririga: ...Ma il tempo era arrivato. Se la mafia può tollerare la ribellione di un padre, il dolore, la voglia naturale di giustizia, non può tollerare che questo cominci a fare nomi, a raccontare elementi così provati che rischiavano di provocare un terremoto politico-malavitoso. E allora quel capitolo andava chiuso per sempre. E lo chiusero non in campagna, dove avrebbero potuto colpirlo in qualsiasi momento, né di notte, nel silenzio della tenebre, ma in piena piazza, alle cinque del pomeriggio. Un esecuzione che doveva essere una educazione: cari lucchesi, così si finisce quando vi ribellate al padrone. Mio nonno, dopo aver comprato le sigarette ed essere risalito in macchina, venne affiancato da una motocicletta e massacrato con un caricatore intero di mitraglietta. Ma nessuno, in quella piazza, si accorse di nulla. Era morto Peppe Borsellino, che in fondo, se l’era cercata.

mercoledì 16 dicembre 2009

Riflessioni semiserie sull'aggressione a Berlusconi

Una delle migliori battute che circolano sul web è quella della suora che alza le mani al cielo e urla: "Miracolo, ho visto il Duomo andare incontro a Silvio Berlusconi" riferendosi al modellino del monumento che ha momentaneamente sfigurato la maschera di cera del premier. Bella, non c'è che dire. Ma questa, assieme a vignette, articoli e commenti, danno l'idea di come sia stata percepita dalla stragrande maggioranza del Paese un'aggressione obiettivamente grave, violenta e devastante negli effetti. Pensate per un momento se fosse accaduto a Fini, a Prodi, a Veltroni o a qualche altro personaggio politico italiano (escluso Capezzone naturalmente, per cui ci sarebbero state celebrazioni nazionali). Lo choc e la sorpresa avrebbero colpito il barista e il benzinaio, l'insegnante e lo spacciatore di eroina. E l'indignazione avrebbe travolto la vicenda: nemmeno per scherzo qualcuno avrebbe inneggiato all'aggressore, mai qualcuno avrebbe aperto fans club sul web, e mai nessuno avrebbe innalzato il Duomo ad eroe nazionale. Altro che ironia, altro che vignette. La candida verità è che era ampiamente prevedibile un gesto inconsulto ai danni di Berlusconi. E non perchè sia il premier e in quanto tale sovraesposto, ma perchè Berlusconi è un piazzista, un provocatore e uno che volontariamente cerca di portare l'Italia alla deriva autoritaria e violenta. E' impressionante come anche la gente comune metta i paletti: "condanniamo la violenza, certo, ma la solidarietà se la sogna". Se ci pensate è agghiacciante che si arrivi a negare la solidarietà umana verso la vittima di un'aggressione, di chiunque si tratti. Ma la ragione è semplice e presto spiegata: il pensiero comune è che Berlusconi chiami, inciti, aspiri alla violenza. Lasciate perdere il folle di turno, ma pensate allo stato d'animo dell'uno qualunque, di qualcuno, di destra, di centro, di sinistra o di tutti e tre gli schieramenti assieme, legato ai valori costituzionali, a quelli della Giustizia, della Repubblica. E ora pensate a questo buon Cristo che giorno dopo giorno, magari mentre torna dal lavoro o digerisce la cassa integrazione, sente per radio o vede all'inceneritore di neruroni, chiamato Tv, gli attacchi che l'attuale infermo ferito rivolge a tutto ciò che di democratico esiste in questa disgraziata nazione. L'uno qualunque non ha mezzi, non ha voce in capitolo: ha la rabbia, che monta, che monta, fino a quando ce ne sta. Poi, in qualche modo esplode. Parliamo sempre del barista, del benzinaio, dell'insegnante. Gente che di solito certi sentimenti violenti non li lascerebbe vivere più dell'attimo fuggente in cui nascono. E che in questo caso invece ride, si compiace, esulta non tanto per l'aggressione, ma per la reazione di un popolo senza armi che non tollera più il suo dittatore, anche se lo fa tramite un folle che si trovava lì per caso. Così è se vi pare.

Questa sera su Raiuno "La vita rubata"


Una scarcerazione con destinazione gli arresti domiciliari che ha stravolto pure il palinsesto di Raiuno. E infatti il direttore Mauro Mazza ha tagliato la fiction su San Francesco e Santa Chiara e ha inserito il bellissimo film sulla breve vita di Graziella Campagna, ammazzata a 17 anni per aver scoperto l'identità di un boss, Gerlando Alberti Junior, che latitava a Saponara (ME) coperto dalle forze dell'ordine e da magistrati collusi con la mafia. Boss condannato poi in tre gradi di giudizio e che ora, a causa pare di alcuni tumori in parte benigni, è stato spedito tra gli agi di casa sua, mentre Graziellina, dal posto in cui si trova, difficilmente potrà tornare per motivi di salute. Vi invito caldamente a vedere il film questa sera, interpretato magistralmente da Beppe Fiorello e dall'amico Alessio Vassallo.

martedì 15 dicembre 2009

Calasanzio aggredito dallo stipite della porta


E' successo tutto d'improvviso, senza che nessuno potesse prevedere o fermare quello che di lì a poco sarebbe accaduto. Stamane, al suono della sveglia, Benny Calasanzio si alza e senza alcun preavviso lo stipite della porta gli si scaglia contro, colpendono violentemente sul sopracciglio destro. Prima Calasanzio quasi si accascia, ma poi si rialza per mostrarsi ai presenti (l'armadio, la scarpiera, la tv, lo specchio e il letto che fino a poco prima lo accoglieva). L'immagine, veramente impressionante, ha subito fatto il giro del mondo. Lo stipite è stato subito fermato e sottratto al linciaggio dei presenti. Ora Calasanzio è ricoverato, è sofferente e fa fatica a nutrirsi. Fra i visitatori don Luigi Verzè, presidente del San Raffaele: «Ho trovato Calasanzio umiliato, non tanto dal fatto traumatico ma da quello che esso rappresenta: l'odio. Mi ha detto: io voglio bene a tutti, voglio il bene di tutti, non capisco perché mi odino a questo punto". "Non sarà necessario intervenire chirurgicamente", lo ha detto il primario e medico di fiducia di Benny, Alberto Zangrillo, dopo aver letto il bollettino medico. «L'intervento chirurgico è stato scongiurato». Parole dure anche dal ministro degli Interni: «Stamattina Benny Calasanzio ha rischiato di essere ferito gravemente, di essere ucciso» ha detto Roberto Maroni, al termine del vertice in prefettura a Verona. Dello stesso tenore le parole di Angelino Alfano, Ministro della Giustizia: "non è il gesto di un folle". Il ministro si dice «molto preoccupato» per quanto successo oggi a Verona al Calasanzio. «Il fatto non può essere derubricato al gesto di un folle - ha detto il ministro - è un questione più complessa».

mercoledì 9 dicembre 2009

Glaxo Verona, il vaccino suino e i 24 milioni di euro che non frenano i licenziamenti

Prima il maxi affare delle 440 milioni di confezioni del “cosiddetto” vaccino contro l'influenza suina, il Pandemrix, venduto a 22 nazioni con incassi per oltre 3,5 miliardi di dollari; poi i conti del terzo trimestre del 2009 in salita del 30% con un utile netto di 2,19 miliardi dollari. Nulla, davvero nulla potrebbe andar meglio, in questo momento, per la Glaxo Smith Kline, potentissima multinazionale farmaceutica benedetta anche dal (poco) funesto virus AH1N1. Ciò che invece è difficile, alla luce di questi risultati, è spiegare, ai quasi 10 mila dipendenti su un totale di 100 mila nel mondo, la ragione per cui perderanno il loro posto di lavoro a tempo indeterminato. A Verona, dal 1970, ha sede il Centro Ricerche, fiore all'occhiello di GSK e tra i siti di eccellenza internazionale per l’area delle Neuroscienze; qui dall'ottobre 2007 è in corso una mobilitazione-riorganizzazione che terminerà nel giugno 2010. Secondo i dati forniti dai sindacati, per esempio nell’area della Ricerca di base del Centro di Eccellenza di Drug Discovery la mobilità, divisa in due periodi, ha riguardato 40 ricercatori e 79 dipendenti nelle aree di Servizi e Produzione e pochi mesi dopo altri 97 ricercatori su 312, ovvero oltre il 30% dell’impegno di Ricerca nei settori coinvolti, per un totale di 216 unità. Nel solo settore della ricerca e sviluppo, di cui fa parte anche il “preclinico”, dai 100 esuberi previsti si è passati agli 84 attuali, senza contare naturalmente i numerosi contratti a termine. Il centro nel 1980 contava 200 ricercatori che nel 2000 erano 541 e che oggi hanno raggiunto le 711 unità. Nel 2001, con la fusione tra GlaxoWellcome e SmithKlineBeecham, nasce la multinazionale GlaxoSmithKline ed il Centro Ricerche di Verona viene scelto come sede di uno dei Centri di Eccellenza in Drug Discovery, con la responsabilità della ricerca di farmaci per la cura delle malattie psichiatriche. Una corsa, per il centro scaligero, che si è arrestata d'improvviso nel 2007. I lavoratori colpiti dal provvedimento “dietetico” dell'azienda avranno tempo per sciogliere il loro rapporto lavorativo fino al 30 giugno 2010; la firma volontaria entro settembre avrebbe fruttato ai dipendenti, tra i quali affermati ingegneri alla soglia dei 50 anni che ora dovranno cercarsi un nuovo lavoro, un pacchetto di bonus economici. Scaduta tale data, il bonus è stato scalato di 8 mensilità che attualmente dovrebbero essere circa 24, assieme ad una serie di corsi di formazione gratuiti, attivati, secondo alcuni dipendenti, solo grazie alle loro insistenze. Chi a giugno non avrà ancora firmato, si vedrà licenziato in tronco e senza alcun bonus o buona uscita. Ma poco o nulla distinguerebbe questa storia da quelle drammatiche di altre aziende italiane, piccole, medie e grandi, se non fosse che nell'ottobre 2008 l’Agenzia Italiana del Farmaco ha approvato alla GSK Verona un finanziamento destinato proprio alla ricerca preclinica per oltre 24 milioni di euro sui 100 stanziati complessivamente dalla legge finanziaria 2006. L'obiettivo, che fa amaramente sorridere, era proprio favorire sul territorio nazionale investimenti duraturi in ricerca e sviluppo. Una enorme boccata d'ossigeno che però non ha influito minimamente sui piani della multinazionale, che non ha ritoccato i progetti di mobilità confermando quanto deciso prima dell'iniezione milionaria. Sempre secondo la nota dei sindacati, “la “nuova” strategia adottata dalle grandi multinazionali della Farmaceutica sulla Ricerca e lo Sviluppo è quella di tagliare razionalizzare, dicono, i costi della ricerca per poter concentrare lo sforzo finanziario nelle fasi successive dei test clinici, utili alla verifica dell’efficacia di nuove molecole, acquistate già “confezionate” da altre aziende”. Una scelta, quella degli esuberi, che si unisce a quella di chiudere i comparti ad Alta Specializzazione, quali l’impianto chimico pilota, e di tagliare del 50% gli studi tossicologici, e soprattutto di trasferire in Inghilterra gli studi GLP, ossia quegli studi effettuati secondo gli standard richiesti per legge dal Ministero della Salute o da enti regolatori internazionali per lo sviluppo di nuovi farmaci; studi a valenza internazionale che lascerebbero a Verona solo studi di livello locale, riducendo così di fatto il prestigio e il valore scientifico del sito Veronese.

martedì 8 dicembre 2009

Il caso Genchi. Storia di un uomo in balia dello Stato

Da mercoledì 9 dicembre in tutte le librerie il libro verità su Gioacchino Genchi, scritto dal bravo Edoardo Montolli. E ora molti tremano... a breve su questo blog la recensione del volume.

martedì 1 dicembre 2009

L'antimafioso del Pdl, ora chiamatemi profeta

Se mi riferivo ad Aldo Pecora, capo di Ammazzatecitutti, nel post precedente, in cui vi raccontavo le mie visioni sui "poltronari" dell'antimafia? Non ha importanza, visto che qualcuno mi chiama già profeta. La prefettura mi ha assegnato una scorta perchè giungono notizie che masse di fedeli da Pietralcina abbiano deviato verso Verona, e abbiano intenzione di pregare sotto la mia finestra, in attesa di mie visioni anche su Win for Life e Superenalotto. Dopo un paio d'ore dalla pubblicazione della mia rivelazione, "Repubblica" pubblica in esclusiva un video in cui il Presidente della Camera, Gianfranco Fini, in un fuorionda al celeberrimo e insanguinato Premio Paolo Borsellino, si lascia andare a gustose considerazioni su Berlusconi, Spatuzza, Mancino e sullo stesso Aldo Pecora (che alcuni di voi hanno erroneamente identificato nel mio identikit), di cui Fini sembra innamorato e attrato da irrefrenabili istinti carnali. Ha paura che qualche suo collega di partito, tipo quello che si perde nelle strade dei viados, glielo rubi. Vuole tenerselo stretto, e allora lo corteggia, e come tra amichette alla prima cotta ,chiede conferma al magistrato che gli siede accanto. Tra le frasi carpite, ecco quelle che riguardano il preludio all'amplesso: Fini (riferendosi ad Aldo Pecora): "Lui è un creativo nato, perché il movimento lo ha chiamato 'Ammazzateci tutti'... e sì... il talento è quello". Fini: "Per i ragazzi come questi (riferendosi a Pecora) .. è chiaro che una delusione a 23 anni, non alla nostra età, ti toglie qualunque possibilità di credere nella vita". Fini, rivolgendosi a Pecora: "Con la giacca e la cravatta sei ancora più bravo". Quello che c'è stato dopo non lo si può raccontare, ci sono anche minori che leggono questo blog pettegolo.

L’antimafia che andrà con Pdl

Lo confesso: possiedo dei superpoteri al curry che mi permettono di vedere il futuro. Li ho ricevuti da qualche anno. Ogni tanto evito qualche incidente, se la vittima mi sta simpatica, o informo Berlusconi degli avvisi di garanzia, cose così. Ma oggi voglio condividere con il mondo la mia ultima visione. Un’associazione antimafia presto convoglierà armi e bagagli nel Pdl, perchè tanto la sinistra non vincerà mai e loro hanno bisogno di governo, non di opposizione. Giuro. Area An. Ci sono da un pezzo corteggiamenti, abboccamenti, slinguazzate reciproche. Essi, i colonnelli antimafia, si sono chiusi le porte da soli, rimanendo soli e disperati, rompendo sia con il Pd che con l’Idv. Gli altri partiti della sinistra sono troppo poco influenti, e loro hanno bisogno d’altro. Così si sono rivolti a uomini di governo. Ora non si sa se il passo verrà fatto alle Regionali 2010, ma ormai i leader di quell’associazione hanno scelto: fanculo gli ideali, w i potenti e l'antimafia di facciata. Cosentino? Una vittima del sistema giudiziario, rovinato da Luigi De Magistris. E già, essere scaricati addirittura dal Pd, e poi dall’Idv, per oscene pretese elettorali, non è un buon biglietto da visita. Ma pare che a destra, dove pagherebbero per avere un’associazione antimafia di riferimento, siano disposti a buttar giù di tutto in cambio di qualche poltroncina: hanno aperto le porte, e in cambio, intanto, di qualche foto ricordo, l’affare si farà. Non fate domande. La mia visione era oscura e sfocata. Ma il mio consigliere visuale mi ha suggerito di dirlo all’universo, così da salvare tutti quei militanti che in buona fede credono ancora in un progetto morto, che si regge in piedi solo per essere trampolino di lancio per i suoi colonnelli.

domenica 29 novembre 2009

Pillole del Lodo 2012

Buio in sala. E' il “2012” e come previsto dai Maya, a causa dell'allineamento dei pianeti, il mondo è giunto alla fine. Catastrofi naturali, tzunami e terremoti in pochi giorni inghiottono la terra. I potenti del mondo trovano riparo su delle “arche”, colossali navi che li porteranno in salvo. C'è un summit e lo scienziato annuncia ai capi di Stato la fine imminente. “Quanto tempo abbiamo” chiede l'alter ego bello di Angela Merkel. “Se siamo fortunati due-tre giorni”. Ma dallo schermo centrale, il premier italiano, vagamente simile a Mister B ma molto meno plastificato, irrompe: “Come può parlare di fortuna in questa situazione?”. E indignato il sensibile Mister B. “Sembra che tutti i capi di stato siano in volo, ad eccezione del Primo Ministro italiano, che ha deciso di rimanere in Patria e affidarsi alla preghiera” spiega il responsabile degli Usa. In sala la risatina contagiosa indispettisce gli elettori del Pdl, che spiegano di essere la maggioranza del paese. Il premier quindi rinuncia al “lodo 2012” e sceglie di farsi processare da D, giudice milanese. Piazza San Pietro è stracolma, e Mister B è li, con un cero in mano assieme ad una delle sue dodici famiglie. La basilica crolla e si abbatte sulla piazza, schiacciando tutti. A questo punto la platea scoppia in una risata profana e incontenibile. Va bene che si tratta di fantascienza, ma tra i 201 Stati indipendenti non c'era niente di meno antropologicamente impossibile?

venerdì 27 novembre 2009

Forgione e l'antimafia da 102 mila euro all'anno

di Benny Calasanzio e Christian Abbondanza

Opera sull'antimafia tipicamente italiana, in tre atti, con quattro protagonisti ed una clonazione.

I protagonisti:

- la Commissione Parlamentare Antimafia, quella della scorsa legislatura che a seguito delle audizioni di magistrati, esperti, reparti investigativi, funzionari e testimoni ha redatto e votato ad unanimità una Relazione conclusiva sulla 'Ndrangheta. Un atto pubblico, accessibile in rete e gratuito. Una Commissione che quando è stata costituita ha aperto le sue porte a condannati per corruzione ma anche ad indagati dai giudici dell'Antimafia. Oltre alla Relazione sulla 'ndrangheta ha anche approvato, sempre ad unanimità, una Relazione sui testimoni di giustizia per chiedere di modificare norme e prassi per garantire effettivamente quella sicurezza e dignità ai cittadini che denunciano le mafie.

- la Casa della Legalità, un Onlus nata formalmente nel 2006 a Genova e che è divenuta in pochi anni una realtà nazionale con sezioni in Liguria, Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana, Piemonte, Lazio, Campania, Calabria e Sicilia. Vive solo grazie alle donazioni volontarie ed ha un bilancio annuale che non supera i 12mila euro. Oltre a promuovere incontri per fare informazione ed un sito internet promuove inchieste e raccogli segnalazioni, collaborando con reparti investigativi dello Stato e contribuendo efficacemente al contrasto di mafie, corruzione e reati ambientali e contro la pubblica amministrazione.

- la Regione Lazio, presieduta dall’ “ei fu” Piero Marrazzo, detto Natalì. Ha fatto della “legalità” una bandiera, lavorando fianco a fianco con Libera di don Luigi Ciotti e Nando Dalla Chiesa e la Fondazione – collegata – di Libera Informazione. Non si è accorta di quanto accadeva a Fondi (ed altrove) nonostante cotanta sensibilità, sino a quando il Prefetto di Latina non si è impuntato ed è salito alla ribalta per aver provato con una Commissione di Accesso l'infiltrazione mafiosa nel Comune laziale.

- l'on. Francesco Forgione. L’Italia intera lo aveva scoperto pavido e senza timore quando, da deputato regionale di Rifondazione Comunista, lesse, appassionato e solenne, la mozione di sfiducia al Presidente della Regione Sicilia, Totò Cuffaro, dopo l’avviso di garanzia per indagini di mafia che aveva colpito l’attuale senatore Udc. Dall’aula di Palazzo dei Normanni Francesco “Ciccio” Forgione fu poi spedito in Parlamento, alla Camera, dove gli fu assegnato il prestigioso ruolo di presidente della Commissione Antimafia. Appena eletto, gli appiopparono in commissione Paolo Cirino Pomicino ed Elio Vito, dalle carriere giudiziarie imbarazzanti. Anzichè essere il primo a protestare, prima votò contro la proposta di Angela Napoli (An) e Orazio Licandro (Pdci) che avevano proposto di escludere imputati e condannati dall’Antimafia e dopo dichiarò: «Dopo che un candidato è stato eletto al Parlamento, non si possono mettere confini alla sua attività. Gli unici sono quelli posti dalla Costituzione». Parliamo dello stesso uomo che aveva messo alle corde Totò Cuffaro, che allora era solo indagato, e non condannato come i due cavalieri della passata “antimafia”.

I° atto – La relazione di tutti, il libro di uno solo
La Relazione sulla 'Ndrangheta della Commissione Antimafia – cioè pagata dallo Stato – anche se è un atto pubblico, gratuito, disponibile a chiunque ne faccia richiesta al Parlamento ed accessibile su molteplici siti internet. Presidente della Commissione che approvò questo importante documento è l'on. Francesco Forgione, preferito dal centro-sinistra (e dal centro-destra) al Sen. Beppe Lumia. Forgione lo ritroviamo poi con la pubblicazione, a suo nome, in qualità di autore, di un libro “'Ndrangheta - Boss, luoghi e affari della mafia più potente al mondo”. Ma il libro “scritto” da Forgione non è altro che la Relazione della Commissione Antimafia da lui presieduta. La relazione non è più un atto pubblico gratuito, bensì costa 17,50 euro (ora anche con un po' di sconto scende a 14). Reca anche il bollino Siae e quindi non è più fotocopiabile nonostante sia un Atto del Parlamento. Alle obiezioni il Forgione risponde stizzito: “I proventi di questo libro verranno devoluto a Libera” dice lui (e ci mancherebbe che se li mettesse in tasca grazie ad un pubblico documento per cui è stato già pagato, ma poi perché Libera e non altre associazioni antimafia? o ad un fondo per i familiari delle vittime della mafia? e come mai non si è pubblicata anche la Relazione sui testimoni di giustizia che sono abbandonati dallo Stato? quello meno si legge meglio è, vero?)

II° atto – La “clonazione”
La Regione Lazio guidata da Marrazzo che della bandiera della “legalità” ha fatto una bandiera decide di costituire presso il Segretariato Generale della Regione una struttura ad hoc che si occupi della “sensibilizzazione”. Quindi con atti ufficiali e senza tentennamenti clona una struttura esistente ed operante da anni, la “Casa della Legalità”. Senza contattare i responsabili nazionali o locali dell'onlus nata a Genova. Eppure questa è una struttura ben conosciuta nel settore, rintracciabilissima attraverso il proprio sito internet - www.casadellalegalita.org –. Ma mentre soggetti legati alle mafie o ad ampi affari di corruzione la riescono a rintracciare benissimo per promuovere le proprie intimidazioni, alla Regione Lazio nessuno la trova. Quindi che fanno? Ne fondano una tutta loro con lo stesso nome. Nasce quindi la “Casa della Legalità” quale “Coordinamento dell’Attività” del “Segretariato Generale” con risorse umane e risorse pubbliche. Inoltre la “clonazione” del nome ma non nei fatti diviene ancora più evidente sulle attività: quella nata e con sede centrale a Genova fa impegno civile e inchieste, raccoglie segnalazioni e collabora con i reparti investigativi dello Stato, mentre quella della Regione Lazio fa un po' di convegni, qualche parata e testimonianza.

III° atto – Da “disoccupato eccellente” a 102.572,78 annui di stipendio (pubblico)
La “clonazione” è davvero riuscita male e quando un esperimento finisce male i costi aumentano. Qui la “Casa della Legalità della Regione Lazio” ha bisogno di un coordinamento affidato ad un professionista e mette sul piatto 102.572,78 euro annui. Con questa delibera la Regione Lazio, presieduta da Piero Marrazzo, “conferiva dell’incarico di Responsabile della Struttura “Coordinamento dell’Attività di Attuazione della Casa della Legalità” al al Prof. Francesco FORGIONE, soggetto esterno alla Pubblica Amministrazione [...]. Il soggetto cui conferire l’incarico di che trattasi in quanto dotato di comprovata esperienza professionale desunta dal curriculum vitae, allegato alla nota suddetta”. “RITENUTO, pertanto, di corrispondere al prof. Francesco FORGIONE il trattamento economico annuo onnicomprensivo complessivamente determinato in Euro 102.572,78, oltre gli oneri riflessi a carico Ente; La retribuzione onnicomprensiva annua lorda, fissata complessivamente, in Euro 102.572,78, oltre gli oneri riflessi a carico Ente è corrisposta in tredici mensilità. Il trattamento economico così determinato remunera tutte le funzioni ed i compiti attribuiti”.

Conclusione - A voi.

mercoledì 25 novembre 2009

Salvatore Cascio (AG), onorevole con i voti della mafia?


"Quanto alle elezioni posso solo dire che in occasione delle ultime elezioni regionali, Imbornone Salvatore mi disse di votare per Cascio". Chi parla è il neo pentito di cosa nostra agrigentina, Calogero Rizzuto, ex reggente della cosca mafiosa di Sambuca di Sicilia, in un verbale pubblicato in esclusiva dal periodico Grandangolo. A quale politico si riferisce il mafioso quando parla di Cascio? Salvatore Totò Cascio è uomo di ferro di un altro Totò, Cuffaro, di cui è appena stato chiesto il rinvio a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa. Gli amici non si scelgono mai a caso. L'ex presidente della Regione durante le ultime elezioni regionali si era speso in prima persona per sostenerlo. Può l'appoggio di Cuffaro aver portato Cascio, nel collegio di Agrigento, ad ottenere 10.463 voti di preferenza su 37.354 di lista, ossia il 28,01%? A far luce sull'exploit arriva ora il collaboratore di giustizia, che, secondo accuse ancora tutte da verificare, dice che quelli sono voti di cosa nostra. Accade che qualche giorno fa Cascio si trova a Sciacca, sua città natale, e viene raggiunto da un giovane cronista dell'emittente televisiva Rmk, da sempre impegnata sui temi di mafia tanto da didicare all'informazione anti-cosa nostra un'intera puntata condotta da Massimo D'Antoni. Il giornalista, Calogero Parlapiano, si avvicina al presunto disonorevole e gli chiede notizie sulle parole del boss che lo indicano come uomo politico della mafia. Prima Cascio non risponde, poi guarda il cronista e lo minaccia: “non ti permettere più a farmi domande del genere”. L'emittente e l'Assostampa di Agrigento, capitanata dall'agguerrito Nino Randisi, hanno espresso solidarietà al cronista e attaccato duramente il politico, che chiaramente non ha arretrato né chiesto scusa, diffidando anzi l'emittente a mandare in onda la sua ripugnante risposta. Intimidazione fallita. Il 12 dicembre sarò ad una conferenza a Sciacca, assieme a Pino Maniaci e Ignazio Cutrò, organizzata dall'associazione L'Altra Sciacca. Sappia l'onorevole Cascio che leggerò pubblicamente il verbale dell'interrogatorio del pentito che lo accusa. Lo farò più volte durante la serata. E gli chiedo di presentare le sue scuse al cronista, che in maniera educata e rispettosa gli ha solamente posto una domanda. Se lui non ha la risposta o non può negare le accuse, certo non è colpa di Parlapiano. A presto onorevole, ci vediamo a Sciacca.

giovedì 19 novembre 2009

Linate secondo Giulio Cavalli

Pubblico qui un pezzo scritto per L'Arena e poi, penso per ragioni di spazio, non pubblicato.

Giulio Cavalli è un attore teatrale che si districa in modo eccellente tra i temi della mafia, che lo ha condannato a morte costringendolo a vivere sotto scorta dopo lo spettacolo «Do ut des» in cui ridicolizzava cosa nostra e i suoi riti, e il grande teatro civile impegnato nella ricerca della verità di cui il nostro Paese molte volte rimane orfano. L'altra sera al teatro Camploy è stata la volta del disastro di Linate, raccontato dall'attore nello spettacolo «Linate. 8 ottobre 2001: la strage», scritto a quattro mani con Fabrizio Tummolillo e arrangiato dalle musiche di Davide Savarè. Uno spettacolo nato grazie alla collaborazione di oltre 20 comuni, tra i quali Verona, che cerca di far luce sull'abnorme tragedia che è costata la vita a 114 passeggeri, tra i quali anche un veronese, e a quattro addetti allo smistamento bagagli al lavoro nel deposito centrato in pieno dal boeing. Una narrazione divisa in due tronconi paralleli: da una parte la fiaba raccontata da nonno Cleto, dell'avioporto di Bengodi, un paese di fantasia che celebrava il suo nuovo porto aereo fatto in fretta e furia da abitanti quali «Lustramarmitte» e «Culodigomma», all'insegna dell'approssimazione e delle leggerezze burocratiche. Dall'altra metà del palco invece l'incubo reale, la tragedia vissuta nei suoi momenti immediatamente precedenti. Cavalli da giullare si fa ora pilota, ora controllore del traffico aereo, ora pompiere in quella mattina in cui la nebbia non consentiva di vedere oltre 100 metri e in cui l'unico mezzo per vedere dall'alto, il radar di terra che in tutti gli aeroporti del mondo segue gli spostamenti degli aereomobili sulla pista, era un ammasso di ferraglia tenuto assieme da semplice spago. E allora eccolo seguire il piccolo Cessna che per errore si immette nella corsia di rullaggio sbagliata, tradito dalla segnaletica insufficiente e che allo stesso momento dava lo stop e il via libera. Poi, con un balzo attraverso le cuffie, lo troviamo sull'altro aereo, quello maestoso, il boeing della Scandinavian Airline diretto a Copenaghen, che mentre sta per prendere il volo verso il cielo plumbeo si trova il piccolo velivolo fermo sulla pista, in perfetta rotta di collisione. Poi l'urto, l'incendio e lo schianto fatale contro il toboga; uno scenario di cui i controllori si accorgono solo dopo mezz'ora l'impatto, in virtù della più totale confusione ed imbarazzante impreparazione. Negli stessi momenti a Bengodi nonno Cleto e «Maria faccia da stria» brindavano all'inaugurazione dell'avioporto, ma i professori che avevano dato il via libera, per sicurezza tornano indietro in treno. E dopo una breve, ultima immersione tra gli atti processuali, l'attore che da circa sei anni deve guardarsi le spalle dai mafiosi offre al pubblico, tra cui sedeva anche il presidente del Comitato 8 Ottobre, Paolo Pettinaroli, la triste verità: a pagare per quelle negligenze e assurde superficialità sono stati solo quei 118 corpi straziati. Per il resto, dopo otto anni, ancora e solo nebbia.

lunedì 16 novembre 2009

Arrivo del boss Raccuglia alla Squadra Mobile

Nelle riprese degli amici di Fascio e Martello, Carmelo e Francesca, l'esultanza dei ragazzi di Addio Pizzo all'arrivo del perdente Raccuglia alla Squadra Mobile.

martedì 10 novembre 2009

Premio Borsellino, terza e ultima (si spera) analisi

Ora che si è concluso il cosiddetto Premio Nazionale Paolo Borsellino, si possono fare due-tre pensieri in libertà circa l'evento di quest'anno e quelli degli anni passati. Molto si è detto e molto si è scritto, e nonostante il pericoloso tentativo di far passare come mafiosi o comunisti quelli che lo criticavano, siamo riusciti a far circolare informazioni, a riflettere e a mettere alla berlina quei personaggi che mai avrebbero pensato essere messi in discussione in virtù dell'antimafially correct. Noi, gente comune e semplice, non abbiamo dogmi nè entità inviolabili, e ciò che ci distingue dagli altri è proprio il dire sempre quello che si pensa, che si tratti del presidente della Repubblica o che si tratti dell'organizzatore di un premio. Si parla, di discute. Mai ci siamo menati, mai abbiamo minacciato qualcuno. Peraltro, viste le nostre facce, nessuno avrebbe paura. Per dare una opinione sul Premio Borsellino serve informarsi, andare indietro negli anni, vedere gli orientamenti e i mutamenti sviluppati nel corso degli anni. L'impressione di un evento pensato e realizzato solo ed unicamente per accreditarsi ora verso quello ora verso quell'altro personaggio o associazione, è forte. Con la lista degli invitati di quest'anno, gli organizzatori sono riusciti a far indignare i familiari, badate, non il familiare, del magistrato cui il premio è dedicato, che pare serbino grosse perplessità sulla possibilità di continuare a realizzare l'evento nel nome del loro congiunto. Loro, gli organizzatori, hanno lasciato dire la peggiore blasfemia al più grande fallimento della logopedia internazionale, Maurizio Gasparri, senza che nessuno lo cacciasse e gli facesse rimangiare quella parole indecenti. Nessuno degli organizzatori ha espresso la propria solidarietà a Salvatore Borsellino, l'unico vero ferito di questa kermesse. E pensate che in un colpo solo, nel premio del 1996, "Lo Stato contro la Mafia", gli organizzatori sono riusciti a premiare Nicola Mancino, allora Presidente del Senato, e Luciano Violante, Presidente della Camera; proprio i due protagonisti smemorati dei contatti e degli abboccamenti relativi alla trattativa con cosa nostra. A loro si aggiunge naturalmente il premiato 2005, Pietro Grasso, Procuratore Nazionale Antimafia per il quale la trattativa salvò la vita di molti ministri. Questo si che è fiuto investigativo e sesto senso da parte degli organizzatori. Sul leit motiv dell'aggressione al coordinatore, Leo Nodari, ancora nessuna novità. Certo chi ama la legalità e la trasparenza, per fugare ogni dubbio avrebbe fornito un identikit dell'aggressore e avrebbe chiesto che subito si accertasse la matrice del fattaccio. Molti denunciano alcune inquietanti incongruenze, quali le presupposte ferite che insanguinano il fazzoletto portato alla testa, che poi magicamente spariscono o si rimarginano. Questo non ho potuto verificarlo di persona e lo lascio ai referti che sicuramente saranno resi pubblici. Altri fanno notare come in occasione di un'altra manifestazione, in cui oltre a Sonia Alfano e Luigi De Magistris partecipava anche Leo Nodari, è apparsa una scritta di minacce di morte indirizzata anche a Nodari. Eventi o aggressioni pensati quasi per attirare l'attenzione, accendere riflettori. Anche qui, qualunque idea sarebbe priva di fondamento pratico. Ciò che è incontestabile è il deprecabile livello raggiunto dalla manifestazione che porta il nome di un magistrato che mai avrebbe avuto a che fare con alcuni degli illustri invitati. L'interrogativo che ci si pone ora è: che sia l'ultimo anno nel nome di Borsellino, per i mal di pancia dei parenti del giudice, e che quella del prossimo anno sia dedicata, magari, proprio a Nodari o a Gasparri?

venerdì 6 novembre 2009

Io (intanto) do fiducia a Massimo Ciancimino

Che quello che dice Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito, debba essere verificato non una ma cento volte, questo è dovere e lavoro dei magistrati con cui sta collaborando. Che la prudenza debba accompagnare ogni sua dichiarazione, è un imperativo. Ieri, il figlio del braccio politico corleonese, ha confermato che a tradire Salvatore Riina fu Bernardo Provenzano per prendere il controllo di cosa nostra e per trattare l'inabissamento della mafia con lo Stato. Secondo Ciancimino, il capitano dei Ros Giuseppe De Donno gli consegnò delle mappe di Palermo con la speranza che don Vito fornisse elementi per catturare Riina. Pare che poi Ciancimino senior tramite il figlio la fece avere a Provenzano, che la restituì con alcuni punti segnati e uno di questi era proprio Villa Bernini. Una verità, sospettata da molti e da anni, che dimostrerebbe come l'arresto del capo dei capi in realtà sia stata poco più di una messa in scena dei Ros poi spacciata come brillante cattura. Per fortuna oggi, più che l'arresto, è passata alla storia la seguente e sconvolgente mancata perquisizione del covo del boss, del tutto idonea all'idea di do ut des: noi vi diamo Riina, voi mollate la presa. Leggere però oggi le dichiarazioni del colonnello dei Carabinieri Sergio De Caprio, mi lascia abbastanza perplesso e mi fa sorridere: "Ciancimino è uno dei tanti servi di Riina. Infatti è chiaramente falso che Riina sia stato arrestato in seguito alle dichiarazioni di Bernardo Provenzano. Ma la cosa più grave è che ci sia qualcuno all'interno delle istituzioni che legittima questo servo di Riina. Questo significa evidentemente che i servi di Riina sono anche all'interno delle Istituzioni e certamente non sono il generale Mori e il capitano De Donno: forse sono gli stessi che hanno isolato e delegittimato Giovanni Falcone e Paolo Borsellino". Specifico subito, onde evitare confusione, che se proprio vogliamo dirlo, ad essere indagato per favoreggiamento alla mafia non fu Massimo Ciancimino, ma lo stesso Capitano Ultimo, seppur poi assolto non perchè innocente ma perchè perché "il fatto non costituisce reato". E dico pure che parlare di "servo" potrebbe essere controproducente. Non è stato Massimo Ciancimino ad obbedire e a condividere un ordine scellerato e senza senso per qualunque investigatore, ossia non perquisire la residenza di chi hai appena arrestato: se ti fermano con qualche grammo di droga, prima che tu possa respirare le forze dell'ordine stanno già prequisendo casa tua. Nel caso dell'arresto del capo assoluto di cosa nostra questo non valse. E allora addio documenti, impronte ed elementi fondamentali per le indagini. Se un servo c'è stato, io guarderei altrove. Basterebbe o sarebbe bastato che De Caprio si fosse ricordato del grande carabiniere che fu e che probabilmente è, del cacciatore di mafiosi che tutti riconoscono come uno dei migliori; sarebbe bastato dire semplicemente di aver eseguito degli ordini incomprensibili e osceni. Non farne virtù, non cercare di convincere l'Italia che così doveva essere. Una dichiarazione, quella di oggi, che gli ha fruttato una querela sporta in giornata dal figlio di Ciancimino, affinchè non passi la logica che siccome lui è figlio di un mafioso, ognuno può dire quello che vuole. Grazie a lui oggi molte cose sono più chiare e molte altre lo saranno a breve, e le mie mani si stanno sfregando da tempo. Sempre con il beneficio del dubbio, sia chiaro. In ultimo mi chiedo se i "servi all'interno delle istituzioni che ascoltano Ciancimino", di cui parla De Caprio, siano proprio Di Matteo e Ingroia. E' a loro che Ultimo si riferisce quando dice che avrebbero delegittimato ed isolato Falcone e Borsellino? Se è così saremmo curiosi di conoscenre nomi e cognomi: un uomo dell'Arma non dovrebbe parlare con mezze parole, non dovrebbe fare il corvo, ma essere coerente e affermare fino in fondo quel che pensa o quel che sa. Sennò rischia che le parole rivolte a Ciancimino gli si spalmino addosso.

mercoledì 4 novembre 2009

Premio Borsellino, analisi n.2: Gasparri si becca la querela

Quello raffigurato accanto è Maurizio Gasparri, presidente al Senato del gruppo Pdl. No, non è Neri Marcorè e la foto non è stata ritoccata. E' proprio così, anzi, pare che sia venuto abbastanza bene. Quest'uomo, o quello che ne resta, ha avuto l'ardire, lo scorso 2 novembre di affermare, con l'educazione che contraddistingue galantuomini come lui, ad una ragazza, Lea Del Greco, che gentilmente gli chiedeva di accettare le dieci domande che gli poneva il Popolo delle Agende Rosse, quanto segue: "Salvatore Borsellino era disistimato dal fratello, lei non lo sa perchè è giovane". Un attimo prima, la sua guardia del corpo, dipendente del sottoscritto e di voi altri che leggete, aveva democraticamente accartocciato il volantino. Una dichiarazione vergognosa e infamante, che solo da bocche di rosa quali quella di Gasparri poteva uscire. Salvatore Borsellino, con tranquillità e forza d'animo invidiabile, ha raccolto articoli e video e ha dato mandato al suo legale, Fabio Repici, di sporgere una querela nei confronti di Marcorè, o di Gasparri, si insomma, contro quello vero. Il fratello di Borsellino, che a quanto dicono i parenti aveva con Paolo un rapporto di stima e di affetto straordinario, si è augurato che Gasparri non si avvalga della immunità parlamentare e risponda in aula della blasfemia detta in nome di chi oggi non c'è più e non può mandarlo a zappare i fertili terreni abruzzesi. Non mi risulta che gli organizzatori del Premio Borsellino, travolti emotivamente dall'aggressione a Nodari (che ha dichiarato "l'educazione consiste anche nel capire da che parte si sta quando una persona viene ferita in nome di Paolo Borsellino e quando invece una persona cerca di ricordare l'immagine, le idee e soprattutto il sacrificio di Paolo Borsellino". Ma non avevano urlato "servo dei fascisti"? Che c'entra Borsellino?), abbiano preso le distanze da quanto detto dal diversamente bello senatore Pdl ed espresso solidarietà a Salvatore. Chi invece ha reagito subito è stata Libera Pescara, che ha chiesto che venga rimosso ogni riferimento e ogni logo dell'associazione dall'ambito del premio: "prendiamo le distanze dall’atteggiamento di chi continua a considerare la lotta alle mafie un pretesto per dare vita a passerelle di personaggi la cui storia personale ed istituzionale non presenta nessun elemento di sostegno alla lotta per la legalità e la trasparenza". E, in ultimo, la clamorosa rinuncia di Gioacchino Genchi a presenziare ad un incontro nell'ambito del premio: "La mia coerenza di uomo e di servitore dello Stato, il rigore che ho sempre imposto a tutte le mie scelte di vita e professionali, oltre alla determinazione con cui ho sempre rifiutato compromessi con chi fa dileggio della Verità, mi impongono di non partecipare ad un evento al quale ha preso parte uno come Gasparri ed a cui avrebbe dovuto presenziare – come ho pure appreso solo ieri – finanche Clemente Mastella". Non c'è che dire: bilancio di tutto rispetto per il premio di quest'anno.

AGGIORNAMENTO DELLE 13: Anche Leoluca Orlando, dopo aver letto la missiva di Gioacchino Genchi, ha deciso di annullare l'incontro a cui doveva partecipare nell'ambito del premio

martedì 3 novembre 2009

Premio Borsellino, analisi n.1: non toccate le Agende Rosse

Questa è la prima delle analisi che farò sul cosiddetto Premio Borsellino e sugli avvenimento che hanno contraddistinto l'edizione del 2009. Voglio partire dalla presunta aggressione subita da Leo Nodari, animatore della kermesse, che sarebbe stato colpito al volto nel parcheggio della Provincia. Se così fosse, la solidarietà sarebbe scontata e doverosa. E infatti leggo la vicinanza espressa da "Ammazzateci Tutti" allo stesso Nodari: "Purtroppo da qualche tempo, anche all'interno di movimenti che dicono di richiamarsi ad ideali e valori di legalita'e giustizia, il clima si e' pesantito e l'animosita' spesso si sta traducendo in aggressivita'ed anarchia. Auspico vivamente - conclude il leader di 'Ammazzateci Tutti' - che questo forme di odio cessino al piu' presto di essere alimentate e che quei soggetti singoli o plurali che non riescono o non vogliono far valere le proprie ragioni secondo le regole della civile contrapposizione sociale e politica possano trovarsi sempre piu' ai margini della societa'". Fermiamoci un attimo. Ma come fa il portavoce dell'associazione ad affermare che gli autori sono interni ai movimenti antimafia? Sa qualcosa che noi non sappiamo o sta attribuendo la responsabilità al Popolo delle Agende Rosse, visto che in quel frangente era l'unico movimento antimafia presente? Io, che molto modestamente di questo mondo qualcosa so, non sono a conoscenza di un clima pesante e animoso che si traduce addirittura in aggressività ed anarchia all'interno delle associazioni antimafia. Altra frase deprecabile, poi, dicono di richiamarsi ai valori della legalità e giustizia. Esiste una patente o solo perchè non si appartiene ad Ammazzateci Tutti vuol dire che non si può richiamarsi alla legalità, amarla, desiderarla e farla propria? Questo è un tema inquietante che sicuramente avrò male interpretato. Conosco uno per uno i ragazzi e le ragazze del Popolo delle Agende Rosse, uno per uno, conosco le loro facce, i loro nomi e i loro cognomi. Li ho visti marciare e urlare e anche sudare sotto il sole cocente, mentre altri erano a casa in un atteggiamento di superficiale ed invidioso boicottaggio. Loro sono il mio Popolo e io ne faccio parte, e, questa volta si, dico a prescindere che non è gente che va in giro a picchiare chi sbaglia a fare gli inviti a manifestazioni nel nome di patrimoni dell'intera umanità, quale Borsellino era ed è, che oggi non possono discostarsene sdegnati. Chi ha aggredito Nodari, qualora le indagini lo accertassero, è semplicemente un imbecille che nulla ha a che fare con chi la mafia la combatte giorno dopo giorno, con inchieste, manifestazioni e forti prese di posizione. Non vorrei che codesta "animosità e pesantezza del clima" provenisse proprio dalla parte di chi l'avverte, secondo l'antico motto di quella gallina che per prima cantò avendo fatto l'uovo. Le aggressioni fanno male, ma le parole a volte distruggono molto di più; suggerirei a tutti di pesare e centellinare virgole e punti, onde evitare errori madornali e figuracce nei contronti delle migliaia di giovani che con le agende in mano stanno cambiando la storia d'Italia, senza divismi e manie di protagonismo.

mercoledì 28 ottobre 2009

Le primarie del Pd e l'emorragia di cui nessuno parla

Complimenti Bersani! Oltre ad essere un noto cantautore ora sei anche segretario Partito Democratico per interposta persona. Scusa il ritardo, ma ho avuto un casino di cose da fare nei giorni successivi al 25 ottobre: ogni sera portare il cane a fare pipì, poi lo jogging, seguire Dottor House il giovedì e comprarmi delle scarpe nuove. Ora posso dedicarmi al Pd, mentre aspetto di fare qualcosa di meglio. Di cosa discutiamo? Della tragicomica corsa alle primarie si è già scritto. Voglio invece parlare di alcuni dati che sono sfuggiti ai più: in questo paese basta dice che una diarrea è un successo che essa tale diventa. I votanti delle ultime primarie, condonando i qudrupli voti e le schede prepagate per favorire l'uno o l'altro, sono stati, secondo fonte Pd, 2.926.971. Su questa cifra si sono basate le orgasmiche dichiarazioni dei tre candidati. "Siamo arrivati alla fine di una giornata fantastica. Una prova di partecipazione oltre tutte le migliori attese. Una prova di vitalità e di coinvolgimento dei nostri elettori" ha detto il trombato, ossia Dario Walter Franceschini. Così invece ha commentato Ignazio Marino: "Oggi è stato un bellissimo giorno con una partecipazione straordinaria di quasi 3 milioni di persone che dimostrano la grande vivacità del Pd". L'alter ego dello skipper nonchè neo segretaio fino al contrordine, Massimo Samuele Pigi Bersani, invece ha celebrato così il 25 ottobre: "Voglio cominciare con l'orgoglio per quanto successo oggi. Tre milioni di persone sono una grande prova di democrazia. Tre milioni di persone che hanno pagato due euro a testa per partecipare alle primarie sono un grande risultato". Ma tre milioni scarsi sono davvero un grande risultato? E' semplice: no! Il 16 ottobre del 2005, alle elezioni primarie per scegliere il leader de L'Unione, e quindi il futuro candidato alla Presidenza del Consiglio, vanno alle urne 4.311.149 elettori, ovvero 1.384.178 in più di quelli che hanno eletto Bersani. Alcuni diranno: ma che c'entra, allora c'erano gli altri partiti e i candidati degli altri partiti. Certo, ma il solo Prodi, eletto con 74,1% dei voti, ne totalizzò 3.182.686, ossia semprementequantunquemente 255.715 in più dei votanti totali del 25 ottobre. Ma entriamo invece nelle primarie ristrette al solo Pd. Il 14 ottobre del 2007 ad eleggere Walter Veltroni primo segretario del Partito Democratico furono 3.554.169 elettori, ovvero 627.198 in più di quelli che hanno incoronato domenica scorsa il capo semicalvo di Bersani. Una emorragia che dal 2005 non si è mai fermata, e che in soli due anni, da una primaria all'altra, ha perso per strada più di seicento mila elettori. Ma di questo i dirigenti non si preoccupano? Più che della fuoriuscita di Rutelli, Binetti e altri suppellettili, che al massimo faranno recuperare consensi al Pd come dice bene Travaglio, non si chiedono dove siano finiti i loro elettori? Eh no, questo è il Pd bellezza!

martedì 27 ottobre 2009

Sulla quarta di copertina di Fratelli di Sangue

Grazie alla segnalazione del carissimo amico Antonio Nicaso ho notato con piacere che uno stralcio della mia recensione di "Fratelli di Sangue", l'importante volume sulla 'ndrangheta che Antonio ha scritto con il magistrato Nicola Gratteri, è stato utilizzato sulla quarta di copertina dell'edizione spagnola, "Hermanos de sangre", edito da Random House - Mondadori. Per ingrandire basta cliccare sull'immagine.

martedì 20 ottobre 2009

Procuratore Grasso, mi spieghi un attimo un paio di cose

Dunque della trattativa sapevano cani e porci. Da «Ninu Ballerinu», il dio del pane con la milza a Palermo, al procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso. Noi invece eravamo presi quotidianamente per il culo. Guardati con ironia dall'alto dei palazzi di Palermo e di Roma. Morto Falcone, l'ex comandante del Ros Mario Mori, l'allora capitano Giuseppe De Donno, Nicola Mancino e gli altri galantuomini che trattavano con la mafia, mentre la gente al funerale del loro giudice piangeva la morte del proprio futuro, loro ridevano sotto i baffi, loro mediavano, loro contattavano, loro corteggiavano. Loro trattavano e tramavano, e se la vita del rompipalle Paolo Borsellino valeva la trattativa, beh, qualche sacrificio bisognava farlo. Salvatore, il fratello, già da qualche anno e quando ancora non lo pensava nessuno, diceva che Paolo Borsellino era stato ucciso per essersi messo di traverso alla trattativa. La chiamava sporca ed indegna trattativa, cui il fratello si era sicuramente opposto con sdegno. Il dolore di un fratello pensavano molti. Gente a lui vicina e meno vicina, pare che avesse messo in giro addirittura la voce che fosse quasi pazzo, accecato dalla rabbia e dal dolore. Poi per fortuna arriva uno molto più credibile di lui, come il figlio di un mafioso. Ora per fortuna, messi in croce dal figlio mediocre di Vito Ciancimino, Massimo, i protagonisti, smascherati, provano farla passare come una trattativa dovuta, come un qualcosa di normale. Dopo 17 anni riacquistano la memoria Mario Mori, Giuseppe De Donno, Claudio Martelli, Liliana Ferraro, Luciano Violante. Mancino, messo ormai con le spalle al muro, pare che qualche barlume intraveda. E in ultimo arriva uno qualunque, un procuratore nazionale antimafia a caso, Pietro Grasso, che in tutta tranquillità, 17 anni dopo, spiega: «il momento era terribile, bisognava cercare di fermare questa deriva stragista che era iniziata con la strage di Falcone: questi contatti dovevano servire a questo e ad avere degli interlocutori credibili. Il problema - continua - è di non riconoscere a Cosa nostra un ruolo tale da essere al livello di trattare con lo Stato, ma non c'è dubbio che questo primo contatto ha creato delle aspettative che poi ha creato ulteriori conseguenze». Ma quindi lui sapeva prima, durante e dopo di questi abboccamenti, e gli stavano bene, o li ha saputi solo dopo e ha deciso di tenerli per sè? Ma non era lui che raccontava ai bambini di non essere omertosi? Mi pare che le sue parole, concettualmente, vogliano dire: un sacrificio bisognava pure farlo. Grasso, lei era in uno stato psicofisico alterato quando ha pronunciato queste parole, o le conferma? E perchè quando è venuto a conoscenza della trattativa non ha rovesciato il tavolo denunciando tutto e tutti quelli che stavano trattando con il corpo di Falcone sotto al tavolo e con quello di Borsellino sopra, pronto per essere spartito in virtù della pax? E' legittimo dire che la vita di Paolo Borsellino fu barattata per la pax mafiosa? E' legittimo dire che Paolo Borsellino fu merce di scambio? E se non ci fosse stato Massimo Ciancimino, ormai ribattezzato «fosforo», chi avrebbe potuto smuovere le memorie di voi smemorati? E poi, Grasso, mi tolga una grossa curiosità: perchè fatto fuori Giancarlo Caselli dalla carica di super procuratore nazionale antimafia, addirittura con una legge, la scelta è ricaduta su di lei? Era più bello, più simpatico o più moderato? Ma questo glielo chiedo così, per fare amicizia, per ridarle il benvenuto nel mondo di quelli con la memoria funzionante. Ah, prima che lo dimentichi. Voi tutti, si, insomma, voi smemorati, a parte dimettervi immediatamente da qualsiasi ruolo istituzionale, preparate una letterina alle famiglie dei giudici, a quelle delle scorte, scrivete solo «perdonateci» siamo stati deboli e senza le palle, ma fatelo con molta umiltà, e poi firmatela tutti. Tutti, compresi quelli che pensiamo siano cattivi, come Mori e De Donno, e quelli che invece crediamo siano dei nostri, anche quelli che andavano a parlare del collega Falcone nelle scuole, come Liliana Ferraro, senza mai pensare di dire altre cose in altre sedi.