martedì 30 dicembre 2008

Agnese Borsellino vittima di uno sporco agguato

La signora Agnese Piraino Leto è stata sia moglie del dottore Paolo Borsellino, che figlia di un grande giurista e magistrato palermitano come Angelo Piraino Leto. Posso immaginare sia cresciuta immersa nel diritto e nel rispetto assoluto delle Istituzioni della Repubblica Italiana, in tutte, nessuna esclusa. E' stata, credo, sempre attenta ai gesti e alle parole in questi anni, per fuggire polemiche, sporche strumentalizzazioni; essere la vedova di Borsellino è un grande peso. E' per questo, e per la straordinaria umanità e gentilezza che mi dicono esprima ancora oggi, che la signora avrebbe dato una disponibilità di massima al soggetto Sgarbi per una eventuale cittadinanza onoraria del Comune di Salemi a lei, che meglio di ogni altro conosce Paolo Borsellino e l'eredità che ci ha lasciato. Non perchè è incapace di intendere e di volere, come ha risposto il galantuomo Sgarbi quando in molti hanno chiesto ad Agnese Borsellino di recedere da quel proposito. Piuttosto è stato un volgare agguato quello organizzato dal "pregiudicato biondo che fa impazzire il mondo". Come racconta Manfredi Borsellino, "si è fatto intendere al lettore che mia madre avesse programmato e voluto un incontro con SGARBI per poterne elogiare ed ividenziare virtù e meriti, quando mia madre quel giorno, ospite di parenti di mia moglie, aveva innocentemente espresso il desiderio di fare un giro per il centro del Paese e di visitare il presepe vivente che proprio quel giorno è stato inaugurato. Che poi SGARBI, venuto a sapere poche ore prime della sua presenza a Salemi, abbia colto al volo l'occasione per incontrarLa e per farla accogliere festosamente da tutta la cittadinanza è un altro discorso". La signora Borsellino in quel momento, colta tra i suoi affetti e improvvisamente circondata da un manipolo di parigrado di Sgarbi, non ha pensato, o magari non lo ha mai saputo, visto che tanto poco ne parlano i giornali, che il soggetto Sgarbi non è solo stato condannato per il reato di falso e truffa aggravata e continuata ai danni dello Stato ma soprattutto nel 1998 è stato condannato dalla Cassazione per diffamazione aggravata sulle indagini del pool antimafia di Palermo, guidato da Gian Carlo Caselli. Il 7 aprile 1995, come si può leggere su Wikipedia, lesse al Tg5 una lettera sui «veri colpevoli» dell'assassinio di Don Pino Puglisi non rilevando le generalità essendo priva di firma ma attribuita ad un sedicente amico del sacerdote assassinato; la missiva accusava come mandante il procuratore Caselli e come killer Leoluca Orlando. Ma chi è Giancarlo Caselli, se non colui che è stato considerato l'erede naturale di Falcone e Borsellino e colui che ha ripristinato a Palermo i metodi del Pool? Credo la signora sappia meglio di tutti quanto Caselli ricordi il dottore Borsellino soprattutto nel suo lavoro quotidiano. Caselli non è un assassino, è un piemontese canuto che ha fatto arrestare Piddu Madonia, Nitto Santapaola, Giuseppe Pulvirenti, Leoluca Bagarella, ma anche Calogero Mannino, Bruno Contrada, ed è riuscito a provare che Andreotti fino all'80 tramava con la mafia. Sono certo che quando la signora Borsellino saprà o ricorderà con dolore gli atti quotidiani indegni di questo pregiudicato, per io nutro un profondo disprezzo, rifiuterà con sdegno la proposta ricevuto in quell'agguato senza per questo mancare di rispetto tutti quei cittadini di Salemi onesti che sono diversi sia dai Salvo che dal pregiudicato Sgarbi.

lunedì 29 dicembre 2008

Vittorio Sgarbi, il pregiudicato biondo che fa impazzire il mondo

da Corriere.it (domani manderò il mio punto di vista a questo individuo chiedendo gentilmente di essere aggiunto nella citazione in giudizio):
Rita e Salvatore Borsellino invitano la cognata a dire no al sindaco di Salemi.

Cittadinanza alla vedova di BorsellinoLite tra Sgarbi e i fratelli del giudice. «Sgarbi condannato per aver definito "assassini" dei magistrati». La replica del primo cittadino: «Li querelo».

Vittorio Sgarbi con Agnese Borsellino (da archivio Corriere) PALERMO - È polemica tra Rita e Salvatore Borsellino e Vittorio Sgarbi. I fratelli del magistrato ucciso dalla mafia il 19 luglio del 1992 prendono le distanze dalla cognata Agnese Piraino Leto, vedova del giudice, invitandola a non accettare la cittadinanza onoraria offertale dal sindaco di Salemi. La cerimonia di consegna della cittadinanza è prevista nel marzo del 2009. «Come siciliana - ha detto qualche giorno fa Agnese Borsellino - sono felicissima della scelta di Sgarbi di fare il sindaco in una cittadina siciliana. Vedo nel suo lavoro un'azione missionaria». «Apprendiamo dalla stampa con stupore e disappunto - hanno invece scritto Rita e Salvatore Borsellino in una nota - che nostra cognata avrebbe accettato l'offerta della cittadinanza onoraria della città di Salemi da parte del sindaco Vittorio Sgarbi, personaggio dai comportamenti non certamente limpidi né eticamente corretti, condannato anche per aver definito "assassini" dei magistrati, e a cui quindi non si addice certamente il termine di "missionario". Chiediamo per questo a nostra cognata, proprio per il cognome che porta, di declinare l'offerta ricevuta».
QUERELA - Parole che non sono piaciute a Vittorio Sgarbi, il quale, dicendosi «indignatissimo», ha annunciato che querelerà Rita e Salvatore Borsellino «per le gravissime frasi diffamatorie». La loro reazione, ha spiegato il sindaco di Salemi, «dimostra che Sciascia aveva ragione: sono dei professionisti dell'antimafia che, per esistere, fanno vivere la mafia anche dove non c'è». Sgarbi, in particolare, smentisce di aver definito "assassini" i magistrati: «L'ho solo detto a Fabio De Pasquale, che ha lasciato morire in carcere Gabriele Cagliari».
Rita Borsellino (Ap)Per quanto riguarda la cittadinanza ad Agnese Borsellino, il sindaco Sgarbi ribadisce che «la vedova del magistrato è venuta a Salemi per sua espressa volontà» e che «ha avuto parole di apprezzamento sincere nei miei confronti, addirittura cogliendo in me una somiglianza con Paolo Borsellino; credo - ha aggiunto Sgarbi - che più di chiunque altro abbia conosciuto bene il marito». Il sindaco del paese in provincia di Trapani puntualizza inoltre che «tutto quanto affermato dalla signora Agnese e diffuso dall'ufficio stampa è registrato. Rita e Salvatore Borsellino, offendono non solo me, ma anche la cognata, perché la ritengono incapace di intendere e di volere. Si vergognino».
LA GIUNTA SI COSTITUISCE PARTE CIVILE - Sostegno al sindaco è arrivato dalla giunta comunale di Salemi, che ha deciso di costituirsi parte civile nell'eventuale processo nei confronti di Rita e Salvatore Borsellino. Intanto, l'Associazione nazionale familiari vittime di mafia, presieduta da Sonia Alfano, ha invitato «Agnese Borsellino a non prendere decisioni avventate e a riflettere sulla proposta di Sgarbi». «Noi conosciamo - si legge nella nota della Alfano - il grande rispetto che Agnese nutre nei confronti di questo Stato ed è con immenso affetto che vorremmo indurla ad una seria ed approfondita riflessione sull'opportunità di accettare quella cittadinanza proprio in virtù della grande dedizione che, nonostante tutto, Agnese continua mirabilmente a coltivare nei confronti delle Istituzioni. Vorremmo dunque metterla in guardia - prosegue la nota - dal pericolo di essere utilizzata come strumento per ripulire l'immagine e la fedina penale di un pregiudicato come Vittorio Sgarbi». Anche nei confronti della Alfano la replica del sindaco di Salemi non si è fatta attendere: «È mia intenzione querelare anche Sonia Alfano. Io non devo proprio ripulire nessuna immagine - ha detto Sgarbi -. Si vergogni. Di diffamarmi, e soprattutto della mancanza di rispetto nei confronti della vedova Borsellino».

Francesco Musotto (copie scaricate 435)

Musotto Francesco, Pdl, eletto in Provincia di Palermo. La Costituzione Europea, in tema di giustizia penale, nell’articolo II-108, recita: “Il rispetto dei diritti della difesa è garantito ad ogni imputato”. Francesco Musetto, di questo diritto fondamentale dell’uomo, ne ha fatto una bandiera, una missione, una virtù. Da semplice penalista si è trasformato in crociato dei diritti degli sfortunati, o sventuratteddi, per dirla come la dicono i suoi assistiti. Per non essere ambiguo e voltagabbana, Musotto è sempre stato con gli imputati. E non di furto o diffamazione. È stato l'avvocato dei più pericolosi e sanguinari capimafia siciliani appartenenti a cosa nostra: da Raffaele Ganci, mafioso della famiglia della Noce, ai fratelli Graviano, organizzatori delle stragi del 1993 e dell’omicidio di Padre Puglisi, da Salvatore Sbeglia, fornitore del telecomando utilizzato per la strage di Capaci, ad
alcuni affiliati del clan Farinella. Per non farsi mancare nulla nel proprio curriculum, Musotto ha
anche difeso terroristi rossi del calibro di Renato Curcio e Toni Negri. Non è certo per il tenore e la qualità dei suoi clienti che l’8 novembre del 1995, alle quattro del mattino, viene arrestato insieme al fratello Cesare. I due erano accusati di aver fornito assistenza ai latitanti di cosa nostra, di aver passato loro notizie riservate sui provvedimenti giudiziari, di aver dato ospitalità, nel giugno 1993, nella villa di famiglia a Pollina, nei pressi di Cefalù, addirittura al boss corleonese Leoluca Bagarella, cognato di Salvatore Riina, che il dizionario del pc corregge come Cagarella. E proprio il cognato di Riina, ad un uomo d'onore che, dopo alcune pubbliche dichiarazioni antimafia di Musotto, metteva in dubbio la sua fedeltà ai corleonesi, rispondeva: “Che ci vuoi fare? Non vedi che lo attaccano tutti? Iddu cerca di difennisi. L'importanti è ca iddu sia dda (Quello cerca di difendersi. L’importante è che stia li)”. E se Bagarella era tranquillo, non lo possiamo essere noi. Ben 13 collaboratori di giustizia, lo tiravano in ballo, due dei quali, Calogero Ganci e Francesco Paolo Anzelmo, raccontano di provvidenziali "soffiate" ai boss quando spirava aria di manette. “Voci” confermate dal pentito Salvatore Cancemi: per il collaboratore di giustizia già alla metà degli anni 80 Musotto passava informazioni alla famiglia Ganci su emissioni di ordini di cattura, tramite il costruttore Salvatore Sbeglia, peraltro suo assistito. Il discorso fila troppo bene. Qualcuno potrà dire, al solito, “parole di pentiti”. Certo, ma a parte i pentiti, spuntano anche due carabinieri ad aggravare la posizione dell’avvocato dei boss: i due esponenti dell’Arma dichiarano di avere visto uscire dalla villa dei Musotto, a Finale di Pollina, il fior fior della mafia della zona, come Domenico Farinella e Gioacchino Spinnato. Delle frequentazioni mafiose di Musotto ne scrive anche il giornalista Vincenzo Pinello, che seppur querelato da Musotto per un suo articolo, non rivela la fonte e rimane con la schiena dritta. Brutte notizie per il presidente arrivano anche da Paternò, dal consigliere comunale di Forza Italia Giuseppe Orfanò. Secondo alcune indagini che hanno coinvolto Orfanò, il consigliere ad una tornata delle Europee avrebbe utilizzato la forza di cosa nostra per fare campagna elettorale in favore di Francesco Musotto, che effettivamente ottenne un'ottima affermazione, al di là di ogni previsione, totalizzando oltre mille preferenze in paese. Secondo i magistrati della procura di Catania, Orfanò avrebbe appoggiato Musotto con la speranza di ottenerne in cambio finanziamenti con fondi dell' Unione europea, soldi con cui il Orfanò voleva realizzare una fabbrica di jeans. I pm, nel descrivere le indagini, non lesinano particolari. Giuseppe Orfanò è in intimi rapporti con Salvatore Rapisarda, capo del clan Laudania a Paternò e per gli investigatori il consigliere è il tramite tra Musotto e il boss. In alcune intercettazioni Rapisarda si vanta di conoscere bene Francesco Musotto per aver trascorso con il presidente della Provincia un comune periodo di detenzione. E, sorpresa delle sorprese, in almeno due occasioni il presidente della Provincia di Palermo avrebbe incontrato Rapisarda durante alcuni incontri pubblici molto particolari. Infatti, dicono gli inquirenti, di questi incontri tra candidato ed elettori non fu data alcuna comunicazione ai carabinieri, cosa scontata e che si fa di routine. Per i magistrati le forze dell'ordine non furono avvertite per evitare "che si potesse scoprire la presenza di mafiosi tra i sostenitori di Musotto". Tornando da Paternò a Palermo, secondo le intercettazioni depositate dalla Procura, sul presidente Musotto faceva invece cieco affidamento Franco Bonura, noto boss mafioso, per sistemare Giovanna Marcianò, nipote del capo della famiglia di Boccadifalco, Vincenzo Marcianò. La ragazza lavorava alla Gesap, la società che ha in gestione l' aeroporto Falcone Borsellino, e voleva stabilizzare la sua posizione. Tutti in Sicilia sembrano contare su Musotto. Enzo Brusca racconta a Caselli nel 1994: "Nel mio paese che è San Giuseppe Jato noi Brusca controlliamo più di mille voti e alle ultime provinciali abbiamo appoggiato Francesco Musotto perché noi non abbiamo mai votato per la sinistra". Il capomafia di Carini, Giuseppe Leone avrebbe ottenuto attraverso il presidente della Provincia l' assunzione della figlia. E ancora Musotto viene citato, nei dialoghi intercettati, come lo sponsor di un’altra nomina di un uomo di cosa nostra: Francesco Paolo Cerami, nipote acquisito di Bonura, nominato consigliere di amministrazione del Cerisdi dopo la trombatura alle elezioni regionali del 2001. Il processo di primo grado sui favori e sull’assistenza ai boss mafiosi da parte di Musotto si concluse il 4 aprile 1998: l’accusa chiedeva nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Il Tribunale invece assolve Musotto ma con formula dubitativa per insufficienza di prove. La sentenza, oltre all’assoluzione, racconta altri particolari interessanti: è accertato che Leoluca Bagarella fu ospite a casa Musotto e infatti condanna il fratello Cesare a cinque anni di carcere, ma ritiene che l’accusa non abbia presentato elementi sufficienti a dimostrare che di quell’ospitalità mafiosa fosse a conoscenza anche Francesco, che dunque fu assolto. Il fratello Cesare verrà condannato anche per avere detenuto nella propria abitazione diverse armi da fuoco per conto di Leoluca Bagarella. Anche i più strenui garantisti non possono non sorridere di fronte ai proclami di vittoria di Musotto. Riesce difficile immaginare un boss che ti gira per casa, un boss del calibro di Bagarella, senza destare il minimo
sospetto. Riesce ancora più difficile immaginare di non notarlo, di non chiedere al fratello chi sia quell’uomo, il perché lo stesse ospitando. Viene da dire che Musotto, oltre ad essere il principe dei difensori dei mafiosi, è anche un gran distratto, tanto da non accorgersi di aver Bagarella tra i piedi. Tra le accuse dei pm c’era anche quella di aver firmato una delibera in favore della Rgl, l'impresa, fallita dopo avere avuto un finanziamento di 680 milioni, riconducibile a Giovanni Brusca, Bagarella e Santino Pullarà e che avrebbe dovuto realizzare la strada Palermo-Sciacca, splendidamente mai finita e tra le più pericolose dell’isola. Le accuse a Musotto, però, non arrivano solo dai pentiti e dai carabinieri. A metterlo nei guai questa volta è l'ex sindaco di un piccolo comune del messinese in cui i Musotto hanno delle proprietà, Giuseppe Abbate, primo cittadino di Pollina. Abbate ha dichiarato che l'ex presidente della provincia di Palermo Francesco Musotto nel 1990 lo aveva fatto intimidire dal boss della zona Peppino Farinella, per convincerlo a non espropriargli dei terreni. Infami, sbirri e pure sindaci, tutti a sparlare di Ciccio Musotto. Nel 1994 l’avvocato Musotto crea un conflitto elefantiaco tra funzione pubblica e attività privata, che si risolve sempre nel peggiore dei casi: decide di mantenere la difesa di un suo cliente imputato nel processo della strage di Capaci, e allo stesso tempo, la Provincia di Palermo, che lui presiede, si costituisce parte civile nel processo. Per aver raccontato questa vicenda e criticato il comportamento di Musotto in un articolo, paragonandolo a Dottor Jekill e Mister Hide, un politologo siciliano, Claudio Riolo, viene citato in giudizio da Musotto e condannato a pagare 140 milioni di lire per diffamazione. Così imparano a raccontare. Solo che Riolo ricorre a Strasburgo e ottiene ragione dalla Corte europea: la sua condanna viola l’articolo 10 della Convenzione dei diritti dell’uomo, lo Stato italiano deve risarcirlo con 60 mila euro più 12 mila di spese legali. La Corte però non si limita a dare ragione al politologo, ma spiega bene (“con gli italiani è meglio essere ridondanti” avranno pensato) le motivazioni: «l’articolo incriminato era fondato sulla situazione in cui si trovava Musotto all’epoca dei fatti». Il suo «doppio ruolo» di presidente della Provincia e di difensore di un mafioso «poteva dar luogo a dubbi sull’opportunità delle scelte di un alto rappresentante dell’amministrazione su un processo concernente fatti di estrema gravità» (la strage di Capaci). L’articolo «s’inseriva in un dibattito di pubblico interesse generale»: Musotto è «uomo politico in un posto chiave nell’amministrazione», dunque «deve attendersi che i suoi atti siano sottoposti a una scrupolosa verifica della stampa». «Sapeva o avrebbe dovuto sapere che, continuando a difendere un accusato di mafia… si esponeva a severe critiche». Riolo non ha scritto che Musotto abbia «commesso reati» o «protetto gli interessi della mafia»: ha solo osservato che «un eletto locale potrebbe essere influenzato, almeno in parte, dagli interessi di cui sono portatori i suoi elettori». Un’«opinione che non travalica il limite della libertà di espressione in una società democratica». Riolo l’ha pure sbeffeggiato con «espressioni ironiche». Ma «la libertà giornalistica
può contemplare il ricorso a una certa dose di provocazione», che non va confusa con «insulti e offese gratuite» se «si attiene alla situazione esaminata» e se «nessuno contesta la veridicità delle principali informazioni fattuali nell’articolo». Come vedete, prima o poi si trova sempre quel
famoso giudice a Berlino, qui l’abbiamo pescato a Strasburgo. In ultimo, ad onor del vero c’è da dire che Francesco “Ciccio” Musotto fa poco e nulla per allontanare i nuvoloni dei sospetti dalla sua testa. L’11 giugno 1998, infatti, da presidente della Provincia di Palermo, annulla il provvedimento della precedente giunta che aveva escluso dai bandi per gli appalti pubblici le ditte rinviate a giudizio per turbativa d'asta o per mafia. Tutti hanno diritto a lavorare, per Musotto, anche i collusi con la mafia, perché, spiegaglielo tu Ciccio, il nostro problema non è la mafia. Questo, purtroppo non è tutto. Il resto lo racconto Attilio Bolzoni in un pezzo impietoso apparso su Repubblica. Fatti che il solo raccontarli fa davvero star male. Racconta che Musotto, mentre era Presidente della Provincia di Palermo, ogni qual volta si doveva votare qualche delibera, qualche provvedimento che ponesse la Provincia, e quindi il suo presidente Musotto contro la mafia, lui semplicemente non c’era mai. Mai vuol dire mai, non qualche volta. Ed ecco l’imbarazzante dettaglio: prima "assenza" pesante 20 ottobre del 1994. Si riunisce la giunta provinciale per discutere la costituzione di parte civile dell'Ente nel processo contro i presunti esecutori materiali della strage di Via D’Amelio in cui morirono Paolo Borsellino e i 5 poliziotti della sua scorta: Eddi Walter Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli e Agostino Catalano. La giunta provinciale decide, fortunatamente, di costituirsi parte civile. Basta però controllare la delibera 1147/1 per accorgersi che in un momento così importante e significativo per un Ente come la Provincia di Palermo, Musotto non è presente. Esce al momento della votazione. Il 7 febbraio 1995, la giunta provinciale si riunisce nuovamente per costituirsi parte civile nel processo contro gli assassini di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e i tre ragazzi della scorta, Vito Schifani, Antonio Montanaro e Rocco Di Cillo. E se consultate la delibera 0098/24, non troverete di certo il nome del Presidente della Provincia di Palermo. Quello stesso giorno Musotto firmò però 36 delibere su 37. Uscì dalla stanza solo quando si trattava di firmare giusto la 0098/24. Scampata l’occasione che fa l’uomo nobile, tornò regolarmente in sala. Proseguiamo: 14 febbraio del 1995. La giunta approva una seconda delibera riguardo la costituzione parte civile nel processo per la strage di Capaci. Delibera 0117/4. Anche quel giorno, Musotto firma 30 delibere su 31, e indovinate quale non firmò? Primo giugno del 1995. La giunta provinciale decide di costituirsi parte civile nel processo contro gli assassini di Libero Grassi, l’imprenditore siciliano che non volle piegarsi al racket delle estorsioni. Quel giorno si votano altre dodici delibere nelle quali Musotto risulta sempre presente. Alla tredicesima, quella riguardo il processo Grassi, Musotto esce magicamente dall’aula. Non abbiamo finito. Due mesi
dopo, in giunta ci sono 15 delibere da approvare e solo una non portava la firma di Musotto: quella per la costituzione di parte civile contro gli assassini del giudice Antonino Saetta e suo figlio Stefano. Sempre il signor Musotto e sempre in quei giorni si macchiò di un’altra becera iniziativa: commissionò all' Azienda Provinciale per il Turismo un’ indagine per dimostrare che a causa della strage di Capaci il flusso turistico in provincia di Palermo ha subìto un calo e quindi un danno economico. L’ultima notizia di reato che riguarda l’avvocato dei boss risale al luglio del 1999, ed è relativa ad un'indagine della Procura di Palermo su una discarica abusiva nel comune di Pollina, in cui dal 1987 vengono scaricati rifiuti (si sospetta anche tossici) senza le dovute autorizzazioni, con la complicità degli amministratori locali e con tangenti pagate alla mafia della zona come permesso, concessione. Rimane da chiedersi: ma perché ce l’hanno tutti con Musotto? Lui, serafico, risponderebbe, come ha già fatto: “Perché prendo tanti voti”.

domenica 28 dicembre 2008

Vento forte tra Salerno e Catanzaro (parte 1)

Ecco il primo di una serie di articoli in cui Carlo Vulpio ricostruirà alcuni aspetti sconosciuti della vicenda Catanzaro Salerno e in cui, sopratutto, pone alcuni seri interrogativi sulla imparzialità di Giuseppe Cascini, segretario generale dell'Anm.
di Carlo Vulpio
C’è una casa di cura in Calabria. E ci sono tre banche: una in Basilicata, una in Campania ed un’altra in Emilia Romagna. Poi c’è una casa editrice, di proprietà di altre case di cura, questa volta in Campania. E poi ci sono due magistrati, GABRIELLA NUZZI e DIONIGIO VERASANI, pm di Salerno, che si vorrebbe trasferire a tutti i costi. Dopo Forleo e de Magistris - una donna e un uomo -, ecco Nuzzi e Verasani, una donna e un uomo. Dev’essere la par condicio che vogliono Csm, Anm, (quasi) tutto il Parlamento. Come mai? Megalomani, visionari, protagonisti, emotivi, pasticcioni, incompetenti anche i pm Nuzzi e Verasani (e gli altri cinque pm salernitani che indagano sulle toghe calabro-lucane)? O forse pericolosi, visto che hanno in mano quella “bomba atomica” di inchieste che stanno facendo tremare molti intoccabili di questo Paese e che sono state la ragione della illegittima aggressione a colpi di contro-indagini e contro-sequestri che i magistrati di Salerno hanno subìto da parte dei magistrati di Catanzaro? Cerchiamo di capire un po’ meglio. Prima però andiamo a leggere ciò che ha scritto (Micromega Online) il giudice di Catania, FELICE LIMA, sulla puntata di Annozero del 18 dicembre scorso dedicata al “caso Catanzaro”. “E’ stata una puntata di estremo interesse – dice Lima - per la partecipazione del segretario dell’Associazione nazionale magistrati, GIUSEPPE CASCINI: per le cose che ha detto, per il modo in cui le ha dette e per le cose che ha taciuto”. Una settimana dopo, il 26 dicembre, Cascini improvvisamente scopre cose che una settimana prima non osava chiamare per nome e a Sky tv dichiara: “La situazione in Italia è più grave di quella di Tangentopoli, perché la corruzione è più che diffusa, è capillare e fuori controllo. È un cancro molto serio rispetto al quale la politica ha perso troppo tempo ad interrogarsi sulle ragioni. Il rischio è che si continui ad interrogarsi sui magistrati che la corruzione disvelano e puniscono”. Ecco dunque un primo spunto di riflessione per l’anno nuovo. Giuseppe Cascini. Proprio lo stesso Cascini che fino a una settimana prima non aveva perso occasione di fare esattamente ciò che adesso rimprovera alla politica, e cioè “interrogarsi sui magistrati che cercano di disvelare la corruzione”, anziché difenderli (e non per mera difesa corporativistica), o almeno non attaccarli e non ostacolarli. Cascini infatti è tra coloro che non hanno manifestato mai alcun dubbio su quanto de Magistris fosse “unfit”, inadatto a fare il pm e a condurre quelle inchieste che da Roma in giù (e in su) si vorrebbero insabbiare a tutti i costi. Ma adesso, con una virata di 180 gradi, Cascini scopre ciò che de Magistris aveva detto al sottoscritto (intervista al Corriere della Sera) fin dal 17 luglio 2007, e cioè che in Italia c’è una nuova Tangentopoli, peggiore e più pericolosa di quella degli anni Novanta. Bene. Ma siamo sicuri che questa tardiva (e quindi inutile) virata sia frutto del clima natalizio? Oppure è il vento forte che s’è alzato tra Salerno e Catanzaro, che spazza via le quintalate di sabbia scaricate su queste vicende, che ha indotto Cascini a contraddire se stesso? Non potremo mai dirlo con certezza, perché non siamo nella testa di Cascini, ma grazie al vento forte che soffia tra Salerno e Catanzaro possiamo mettere in fila alcuni elementi utili a capire. Per esempio, Cascini ha difeso a spada tratta SIMONE LUERTI, l’ex presidente dell’Anm che poi si è dovuto dimettere per le bugie raccontate circa i suoi incontri al ministero della Giustizia con CLEMENTE MASTELLA e con ANTONIO SALADINO (indagati da de Magistris nell’inchiesta Why Not). Luerti, dice Cascini, non ha commesso alcun reato e ha subìto una violazione della sua sfera privata quando dalle carte di Salerno è emerso che per le sue convinzioni religiose egli ha fatto voto di castità. Cascini però sa bene che della castità di Luerti non importa nulla a nessuno. Ciò che interessa invece, e molto, è che Luerti faccia il magistrato e appartenga all’organizzazione religiosa “MEMORES DOMINI”, i cui membri devono far voto di obbedienza. Legittimo se sei un cittadino qualunque, non se sei un magistrato. Domanda: come mai Luerti, da presidente dell’Anm, nonché da “ubbidiente” ai “Memores Domini”, non ha mai mancato di esternare un giorno sì e l’altro pure contro de Magistris e Forleo, proprio mentre le inchieste erano calde e le polemiche roventi? E perché su questo punto Cascini tace e, con lui, tace anche l’attuale presidente dell’Anm, LUCA PALAMARA (ex pm alla procura di Reggio Calabria, al centro di polemiche per alcune indagini su presunti procedimenti “insabbiati”)? Ma torniamo all’inizio. Alla casa di cura in Calabria. A BELVEDERE MARITTIMO (Cosenza), ce n’è una che si chiama appunto “Cascini”. Nulla di che. Solo per memorizzare il dato. Questa “Casa di cura Cascini” è di proprietà di un parente abbastanza stretto del magistrato e, cosa più rilevante, tra i suoi amministratori ha avuto anche ANNUNZIATO SCORDO. Chi è costui? Scordo è il presidente della Pianimpinati, la principale società coinvolta in POSEIDONE (la prima inchiesta scippata a de Magistris). La PIANIMPIANTI (il cui vicepresidente è l’ex senatore e sottosegretario dc, MARIO BONFERRONI, poi consigliere in Finmeccanica) è proprio quella società a cui sono riconducibili i 3 milioni e 600 mila euro sequestrati dalla Guardia di Finanza il 17 maggio 2005 al valico di frontiera di Como. Scordo, inoltre, è uomo di fiducia di GIUSEPPE CHIARAVALLOTI, ex “governatore” della Calabria (le convenzioni sanitarie si fanno con le Regioni…) ed ex alto magistrato calabrese che per telefono diceva: “ de Magistris passerà gli anni suoi a difendersi, lo dobbiamo ammazzare di cause e ne affidiamo la gestione alla camorra napoletana”. Oggi però de Magistris è stato trasferito a Napoli e Chiaravalloti continua a ricoprire la carica di vicepresidente dell’Authority per la privacy (forse quella di Luerti, va’ a capire). Mentre Cascini Giuseppe, segretario dell’Anm, sembra non sapere nulla della casa di cura Cascini di Belvedere Marittimo, e di Scordo, e di Pianimpianti, e di Chiaravalloti. Né gli viene alla memoria la circostanza che l’inchiesta Poseidone, oltre ai depuratori da realizzare con UN MILIARDO DI EURO di fondi Ue e mai costruiti, riguardava anche il riciclaggio di denaro attraverso le case di cura convenzionate. Forse Cascini davvero non poteva occuparsi di questo. Forse era troppo impegnato al ministero della Giustizia, dove – ministro OLIVIERO DILIBERTO (Pdci) – ricopriva ruoli di vertice. Si sa come vanno queste cose. Pura meritocrazia. Non c’entra nulla il fatto che uno sia legato, come lo è Cascini, alla senatrice ANNA FINOCCHIARO (ex magistrato, Pd) o all’ex viceministro della Giustizia, LUIGI SCOTTI (ex magistrato, in quota Pdci), colui che – ministro Clemente Mastella - ha perseguito de Magistris. Così come non c’entra assolutamente nulla la coincidenza che Cascini abbia fatto il suo voto di silenzio mentre l’ex ministro Mastella nominava il fratello (di Cascini) niente di meno che capo degli ispettori della Polizia penitenziaria, presso il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, e che il neo ministro della Giustizia, ANGIOLINO ALFANO (Pdl), gli abbia confermato l’incarico. E’ tutto in regola. Tutto nella norma. Luerti l’obbedienza, Cascini il silenzio. Due “cattivi magistrati” come Forleo e de Magistris? Per favore, non scherziamo. Siamo di fronte a due fulgidi esempi di come si fanno gli esercizi spirituali per conquistare un posto in paradiso. (1. continua)

venerdì 26 dicembre 2008

Maria doveva abortire

Caro Gesù, te lo dico in tutta sincerità: quest'anno sarebbe stato meglio non nascere. Non prendertela, lo sai, ti stimo anche se non ti credo, ma sarebbe stato meglio che Maria si convincesse a prendere il mifepristone, la Ru-486, senza ascoltare Bagnasco, che parla perchè, a meno di miracoli, non rimarrà mai incinto, magari in un momento non proprio desiderato, magari da precario o magari da neoassunto. Pensa, amico mio, che per trovargliene una ho girato tutta Europa; solo in Irlanda, Portogallo e naturalmente in Italia, è bandita, come Romeo. Doveva abortire, caro Gesù, e capirai perchè, te ne renderai conto da te. Doveva essere un aborto selettivo. Potevi nascere negli altri paesi, ma non qui. Nascerai e assisterai nel giro di due mesi all'approvazione bipartisan della riforma della Giustizia, che sarà approvata dai due terzi del Parlamento e quindi non ci sarà bisogno di alcun referendum confermativo, necessario per le riforme costituzionali. Il test Margiotta è andato bene: Pd e Pd(quadro)L hanno mandato a cagare i giudici: sono entrati nel merito della richiesta di arresto e hanno deciso che non andava bene. Rifiutata. Poi hanno alzato il polverone Genchi, il Grande Fratello che intercetta tutti (come se non sapessero che è il Pm che propone al Gip le intercettazioni, e non un consulente!), per poi scoprire che non esisteva alcun archivo segreto ma solo la paura per alcuni compagni di essere coinvolti nelle indagini. E il bello deve ancora venire, fidati. Te lo dico ora, che in queste ultime righe che pochi leggeranno, visto che i benpensanti hanno già chiuso la pagina: Gesù, l'Italia è un posto di merda, fai le valige ed emigra come Troisi.

mercoledì 24 dicembre 2008

Salvino Caputo

Buon Natale, anche se è il 24. Inizio oggi a pubblicare, come suggeritomi da molti, in mezzo ai post di "ordinaria amministrazione", i profili dei deputati Ars che racconto in Disonorevoli Nostrani. Consiglio soprattutto ai non siciliani di prendere appunti, perchè i nostri parlamentari di oggi sono i loro deputati e senatori di domani, Cuffaro docet. Intanto i download del libro sono arrivati a quota 400, brutta notizia per loro. Iniziamo da Salvino Caputo.

Salvino Caputo, Pdl, eletto in Provincia di Palermo. Salvino Caputo è innanzi tutto un sopravvissuto. Merita la pole position. A leggere i suoi comunicati e ad ascoltare le sue conferenze stampa, ogni giorno subisce un attentato per la sua “attività antimafia”, che consiste in interviste e dichiarazioni alle televisioni. Veramente impegnativa. Si dice Riina lo tema tantissimo. Anche Salvatore Aragona dal carcere ormai lo prende in giro e lo mette nei guai: “ci sono persone che vanno ogni giorno in televisione a parlare contro la mafia e poi agiscono diversamente” racconta il medico alla moglie riferendosi forse a Salvino. Caputo oltre ad essere un paladino dell’antimafia del nulla, è un avvocato penalista che sa bene come girano le cose nei tribunali, conosce il mestiere, i punti deboli e quelli di forza di un legale. Sa come farsi capire. E’ stato eletto nel 2008 all’Assemblea Regionale Siciliana con 17.000 preferenze, il doppio rispetto al 2006. Gli elettori lo avranno premiato per il lavoro svolto, dice Caputo. Può darsi, sarebbe malizioso pensare ad altro, ma di certo non lo hanno penalizzato per l’incidente di percorso avuto proprio nel corso di un processo. L’avvocato Caputo, da un giorno all’altro, è passato dal banco dei testimoni nel processo alle talpe della Dda, in cui era coinvolto anche Salvatore Cuffaro, a quello degli imputati, nella fattispecie per falsa testimonianza, per aver tentato di favorire proprio il presidente della Regione. Secondo i Pm Maurizio De Lucia e Nino Di Matteo, Caputo avrebbe dichiarato il falso durante un confronto con l’avvocato Nino Zanghì, difensore del medico Salvatore Aragona, imputato nel processo e condannato nel 2002 a cinque anni per concorso esterno in associazione mafiosa per aver falsificato una cartella clinica e costruito un alibi a Enzo Brusca: risultava l'asportazione di un'ernia inguinale, ma proprio quel giorno Brusca partecipava ad un agguato. Decorso operatorio eccellente, non c’è che dire. L’avvocato Zanghì aveva riferito di essere stato avvicinato in due occasioni da Caputo, una volta addirittura sotto casa sua, che gli avrebbe chiesto di convincere il suo cliente ad avvalersi della facoltà di non rispondere e a non pronunciare verbo sul presidente Cuffaro per non danneggiarlo. Durante un confronto con Zanghì, il prode Salvino aveva fornito una differente versione rispetto a quella dell’avvocato, raccontando di avere incontrato il difensore di Aragona solo una volta e di avere parlato con lui della possibilità di prendere anche le difese di Cuffaro nel processo in atto. Circostanza difficile da credere, vista la moltitudine di avvocati che già assistono il governatore, capitanati da Nino Mormino, altro nome noto alla magistratura: negli anni Novanta è stato indagato due volte per concorso in associazione mafiosa, poi archiviato. Il nome del più famoso avvocato palermitano viene fuori però anche durante un’operazione antimafia a Trabia. Dall’indagine emerge che i boss nel 2001 “facevano il tifo per Forza Italia” e per Nino Mormino, “l’uomo giusto al posto giusto” dicevano i mafiosi intercettati. Ma questa è un’altra storia. Caputo aveva negato il secondo incontro con Zanghì, sostenendo che nel giorno indicato dall’avvocato si trovava fuori Palermo. Purtroppo per Caputo, gli agenti della sua scorta, redigendo il rapporto di servizio, non possono non scrivere che proprio quel giorno Caputo fosse in realtà a Palermo e non fuorisede come diceva: quando si dice “sfiga”. Che Cuffaro fosse il mandante del suo tentativo di “sensibilizzazione” dell’avvocato di Aragona per la Procura è provato anche dalla telefonata intercettata tra Caputo e Cuffaro. Caputo, dopo aver manifestato alla maniera di Saccà con Berlusconi, affetto e vicinanza al presidente, chiede informazioni circa un finanziamento al Comune di Monreale e poi rassicura Cuffaro: «Presidente devi stare tranquillo». E Cuffaro risponde: «Se me lo dici tu sto tranquillo». I suoi guai con la giustizia, come nelle migliori tradizioni, non finiscono con l’accusa di essere un bugiardo. Non avrebbe fatto carriera con quell’unica accusa. In Sicilia sarebbe stato uno dei tanti. Intercettando il commercialista Pino Mandalari, imputato per associazione a delinquere di stampo mafioso al maxiprocesso, da quindici anni considerato il cassiere di Totò Riina, gli inquirenti denotano un forte interesse del mafioso per appoggiare alle elezioni comunali di Monreale un preciso candidato alla carica di sindaco. Manco a dirlo, si trattava proprio Salvino Caputo, senza margine di errore alcuno. Il terzo indizio, che di solito costituisce la prova, giunge alla cronaca da un altro processo, in cui il nome di Caputo risuona per la seconda volta in alcune bocche poco raccomandabili. Questa volta a tirarlo in ballo, durante il processo contro il presidente della Provincia di Palermo Francesco Musotto, è il pentito Tullio Cannella. Parlando dei rapporti tra mafia e politici il pentito fa i nomi di alcuni politici, tra i quali, sorpresa delle sorprese, c’è ancora lui, Salvino Caputo. Sfiga, solo sfiga. Passerà alla storia, oltre che per essere un bugiardo, per un’appassionata battaglia di stampo iraniano contro i baci selvaggi in pubblico, lui che ha avuto come presidente un baciatore professionista, Totò Cuffaro. Da sindaco di Monreale, per proibire i baci nel Belvedere, una bellissima terrazza panoramica che attirava giovani coppie, Caputo ha firmato un'apposita ordinanza, spedendo gli attacchini a tappezzare in un solo pomeriggio tutta la zona “off-limits” per rendere noto il provvedimento ai baciatori e alle baciate. Tra un’archiviazione e qualche imputazione, oggi, come tanti altri, Salvino cerca di rifarsi una verginità nell’antimafia: è presidente dell'associazione antiracket “Emanuele Basile”, con buona pace dei taglieggiati e dell’eroe Basile, i cui familiari però hanno deciso di uscire dal silenzio: la moglie e i figli hanno scritto una lettera al comando provinciale dell' Arma di Palermo. “Fate tutto il possibile per tutelare nelle forme dovute e nelle sedi deputate il buon nome di Emanuele”. Il riferimento all’incorruttibile Caputo è chiaro. “Nessuno mai ci ha resi edotti né tanto meno ha ottenuto l' assenso a intitolare un sodalizio a Emanuele, e a spenderne il nome. Esprimiamo disappunto per l' uso sovente e improprio, strumentale, speculativo e politico del nome del nostro Emanuele, caduto nell' adempimento del dovere”. Il paladino dell’antimafia del nulla è però un abituee della poca delicatezza. Durante le elezioni regionali del 2001, Caputo fa molti comizi. In uno di questi, pubblicizzato su alcuni volantini, il luogo di svolgimento indicato era “Piazza Vittorio Emanuele”. Il problema è che quella piazza dal 1993 si chiama “Falcone e Borsellino”. Anche gli altoparlanti di alcune auto pubblicitarie continuavano a ripetere il nome del penultimo re d' Italia anziché quello dei due giudici antimafia. Ma la passione di Caputo per i Savoia non è una novità. Quando fu dato il via libera al rientro dei Savoia in Italia fu uno tra i primi a telefonare a Vittorio Emanuele e a invitarlo per concedergli la cittadinanza onoraria a Monreale. Va bene l’antimafia, ma vuoi mettere l’aristocrazia? Falcone e Borsellino per Caputo non valgono un solo Savoia.

lunedì 22 dicembre 2008

"Operazione sbiancante" per Mastella

A me sta bene Mastella come inviato di "Quelli che il calcio". Mi piace! Mi fa impazzire soprattutto il suo tic oculare e quello motorio. Mi piacciono le sue battute ammiccanti da "Pierino e l'infermiera", la sua simpatia da cinema di terza visione. Oh, sono gusti! Se sei italiano è un grande, se sei cinese invece... Ma tornando a noi, non ho nulla in contrario, nonostante sia stato graziato dall'archiviazione nell'indagine "Why not" solo perchè le intecettazioni suo carico erano inutilizzabili in quanto parlamentare (circostanza che i tecnici non potvano sapere visto che la sim era intestata al "Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria"). E non mi crea particolari problemi nemmeno vederlo come testimone Telethon 2008 negli studi Rai con la sciarpina giallina. Ad un patto. Che tutto questo interesse per il personaggio televisivo Mastella non sia a fin di candeggio, di purificazione morale. A patto che le comparsate, le ospitate e le gag non siano state studiate per ridare colore alla figura sbiadita e sputtanata di Clemente Mastella. Magari in vista delle prossime elezioni europee. Non si fa peccato a pensar male; basta ricordare che Simona Ventura è da sempre sua intima amica, e che in Rai non ha certo bisogno di agganci per essere ospitato, nemmeno a Telethon. Se così fosse, sarebbe una situazione squallida, sarebbe squallido lui e chi gli da la possibilità di redimersi da cose vergognose, a partire da indagini penali, a finire con lo sputtanamento di fondi statali sotto l'ombra del Campanile, il giornale dell'Udeur che conta 3 lettori. Si, uno in famiglia non sa leggere. Beh, presto sapremo se è vero o no. Se Mastella si candiderà alle elezioni europee oppure manterrà fede alle sue parole. Consentitemelo: meglio un Mastella superstar televisiva che un Mastella onorevole, vi prego!

sabato 20 dicembre 2008

Sono Adolfo Parmaliana, e mi ammazzo perchè mi avete lasciato da solo

Quello riportato sotto è l'articolo, apparso su Left, dell'ottimo Luciano Mirone, già autore di "Gli insabbiati", il libro sugli otto giornalisti sfiancati dall'indifferenza e ammazzati dalla mafia in Sicilia. Per ingrandire le due pagine basta cliccarci sopra.


venerdì 19 dicembre 2008

Ombre lucane

di Matteo Trebeschi, Legalità e Giustizia

Ombre lucane è il titolo di un video-inchiesta firmato da un gruppo professionalmente molto valido come quello di Rainews24. Lo staff guidato da Maurizio Torrealta è, infatti, costretto a lavorare sul web, affinché il proprio lavoro non raggiunga i più. Il video gira da mesi nel sito di rainews24 e ho voluto rispolverarlo per mostrare come alcune affermazioni e domande qui riportate abbiano un carattere di preveggenza rispetto ai fatti giudiziari di questi giorni, emersi dalle inchieste del pm Woodcock.

Il video è scaricabile all’indirizzo http://www.rainews24.rai.it/, nella sezione giornalismo d’inchiesta. Ne riporto solo alcuni stralci, facendo delle riflessioni.

Il senatore Egidio Digilio, PDL, esprime delle perplessità davanti alle telecamere di Rainews24:

“La Basilicata risulta la prima regione esportazione in Turchia”. Di che cosa? Di petrolio. “Come mai noi esportiamo petrolio in Turchia e poi la Turchia ce lo riporta in Italia?” – continua il senatore, che parla a ragion veduta, dopo aver appreso di questi dati dalla Camera del Commercio. “Noi ad oggi non sappiamo quanto petrolio viene estratto dalla Basilicata” prosegue il senatore, che ipotizza ci sia una relazione tra la mancanza di chiarezza nel conteggio del greggio e la sua esportazione in Turchia.

Durante le famose indagini dell’inchiesta Pizza Connection, si scoprì che dalla Turchia arrivava morfina base che veniva poi lavorata in raffinerie siciliane e poi utilizzata per lo spaccio degli stupefacenti. C’è un collegamento tra droga e petrolio? I due prodotti sono oggi molto ambiti sul mercato internazionale: uno perché arricchisce la criminalità organizzata (ndrangheta in particolare) e l’altro perché è di fatto alla base di molte guerre in corso nel mondo. Certo è solo un’ipotesi di lavoro, ma rimane oscura la vicenda lucana dell’esportazione del petrolio. Il nostro paese ne è sostanzialmente privo e noi lo facciamo lavorare in Turchia, che poi lo riconsegna all’Italia. A che pro questo lungo percorso, oltretutto in un paese non comunitario? E’ il solito meccanismo del decentramento imprenditoriale proprio della globalizzazione oppure si può forse ipotizzare un’attività di riciclaggio di denaro? La gestione dell’oro nero non è certo trasparente. E’ forse frutto del caso? Perché si fa così fatica ad acquisire dati sull’estrazione quotidiana? Perché la Basilicata, e in particolare paesi come il comune di Viggiano, non stanno traendo beneficio dal petrolio? La situazione ambientale e sanitaria è anzi peggiorata.

L’inchiesta dell’ex pm De Magistris, Why not, aveva infatti come oggetto d’indagine l’ipotesi di un comitato d’affari che a livello politico trasversale sottraeva fondi comunitari ingenti, costituiti per lo sviluppo del Mezzogiorno. Che cosa permette gestioni della cosa pubblica simili a queste, dense di misteri e sospese tra legalità e illegalità? Qualche giornalista coraggioso li chiamerebbe colletti sporchi, altri, invece, li definirebbero probabilmente alcune mele marce, salvaguardando l’integrità del sistema. Mentre è proprio il sistema di gestione della res pubblica, della sostanza pubblica, ovvero dei soldi che è marcio. O prendiamo coscienza di questa situazione oppure perdiamo di vista la possibilità di un futuro democratico e civile.

“MAZZETTE AL PETROLIO. INDAGATO UN DEPUTATO” titola Il Manifesto (17.12.08). L’articolo di Sara Menafra prosegue chiaramente: “L’ex Margherita (Salvatore Margiotta, ndA) rischia i domiciliari. Arrestato l’amministratore delegato della Total[…]I reati contestati sono associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e alla turbativa d’asta, corruzione e concussione”. I reati sono gravissimi e gli indagati spaziano da esponenti della Total a un deputato, da imprenditori a un sindaco e a un dirigente dell’Ufficio Tecnico di Matera. E’ questa cerniera che permette la relazione e la copertura di affari illeciti tra amministrazione pubblica, imprenditoria e criminalità. Eppure è un copione già visto che è drammaticamente sempre reale. Controllore e controllati stringono accordi nell’ombra, giocano nella stessa squadra pur indossando formalmente maglie diverse.

Una bufera giudiziaria si sta abbattendo su vari esponenti del Partito Democratico, dalla Campania all’Abruzzo, passando per la Basilicata. Forse chi si stupisce è chi vive ancora nelle favole, pensando che votare PD significava stare dalla parte giusta, pulita. E’ vero che il braccio destro di Berlusconi è un condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, ma governava Prodi quando venne architettato di tutto per ostacolare e delegittimare De Magistris. Il terremoto delle sue indagini avrebbe potuto aprire uno squarcio simile a Tangentopoli. Ahimè, debbo usare il condizionale perché questa indignazione non c’è stata. Sentimento, quest’ultimo, che i mass media infarciti di varietà, cronaca nera e l’immancabile spettacolo calcistico stanno cercando di tenere a freno. Bisogna deviare l’attenzione e impedire che si facciano i nomi, specie su quei giornali a larga tiratura nazionale. Nomi eccellenti che comparivano in atti giudiziari della procura di Salerno, come Nicola Mancino, vicepresidente del CSM. Il giornalismo scomodo di Carlo Vulpio, “imbavagliato e trasferito dal Corriere (Il Manifesto – 17.12.08)”, è mal tollerato. Potrebbe essere questa una punizione esemplare per aver pubblicato sul proprio sito i pdf completi dell’ordinanza della procura di Salerno nei confronti di magistrati calabresi e di altri politici e imprenditori? In un altro paese si chiamerebbe semplicemente limitazione della libertà d’espressione. E’ forse un caso che lo stesso giornalista insieme ad altri tre colleghi sia stato coinvolto in un processo il cui capo d’accusa è una stravagante e irreale associazione a delinquere a mezzo stampa finalizzata alla diffamazione? Ascoltate piuttosto quello che dice il giornalista del Corriere ai microfoni di Rainews24, parlando della pioggia di milioni di euro che investirà il Sud Italia e che fa gola a tanti: politici bipartisan, imprenditori e criminali.

Il sostituto procuratore Montemurro, pm di Potenza insieme a Woodcock nell’inchiesta denominata Iena 2, afferma nel video-inchiesta di Rainews24 denominato Ombre lucane:

“Noi troviamo ad un tavolo durante un summit di stampo mafioso[…]Renato Martolane, che è il massimo rappresentante dell’ndrangheta in Lucania, due esponenti dell’ndrangheta calabrese ed imprenditori del napoletano interessati agli appalti nel settore sanità

“Il potere mafioso era in sudditanza psicologica del potere politico-economico-imprenditoriale[…]sicuramente era il potere mafioso che cercava l’appoggio degli altri poteri”

Quale insegnamento dovremmo trarre da queste parole? Che anche se in Sicilia in questi giorni ci sono stati 94 fermi per stroncare il tentativo di ricostituire la Cupola di Cosa Nostra, sono ben altri i mafiosi che dovrebbero preoccuparci, annidati nella cosiddetta zona grigia. E’una complicità diffusa a livello amministrativo, imprenditoriale e chiaramente nel luogo deputato alla creazione delle leggi, il Parlamento (cfr. l’ultima intervista di Giuseppe Fava davanti a Enzo Biagi, 5 giorni prima di essere assassinato), che coltiva in questo paese le radici del sistema mafioso.

mercoledì 17 dicembre 2008

Sedici anni fa...

Ass.Naz.Familiari Vittime di Mafia: Sedici anni fa veniva ucciso Giuseppe Borsellino. A lui ed alla sua famiglia la nostra gratitudine.

L' Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia ricorda oggi Giuseppe Borsellino con una nota diffusa dal presidente Sonia Alfano e sottoscritta da tutti i componenti dell' associazione che presiede: "Sedici anni fa veniva ucciso Giuseppe Borsellino, un piccolo imprenditore di Lucca Sicula reo di non essersi piegato al pagamento del pizzo ed allo scippo della propria azienda da parte della mafia locale e di aver fatto i nomi degli assassini del figlio ucciso pochi mesi prima. A Giuseppe Borsellino vogliamo tributare tutta la nostra più sentita ammirazione per aver dato a questa nazione un raro esempio di civiltà, umanità e coraggio. Giuseppe Borsellino e suo figlio Paolo, sono due delle pietre sulle quali si fonda la nazione in cui crediamo e le nette linee di demarcazione tra l'essere uomini e l'essere servi. E' con immenso affetto che vorremmo stringerci intorno alla famiglia Calasanzio Borsellino in questo giorno certamente di dolore per loro e per tutti noi e tributargli la nostra riconoscenza per aver in questi anni portato in ogni dove l'esempio dei loro cari. Conosciamo bene l'intollerabile dolore di una così grave perdita ed è per questo che vogliamo sentitamente ringraziarli per aver il coraggio di rievocare da anni quei momenti per donare l' esempio di Giuseppe e Paolo alla collettività. I familiari delle vittime di mafia hanno il dovere ed il compito di provare a non seguire l'istinto di chiudersi nel proprio dolore ma di raccontare le vite e l'esempio dei propri familiari uccisi dalla mafia a tutti i cittadini di questo paese. Vogliamo ancora una volta ringraziarli per aver assolto in questi anni al loro gravoso e doloroso compito".

martedì 16 dicembre 2008

Sogno di una notte piovosa di metà dicembre

Ho fatto un sogno, non stanotte, quella prima. Ero in una specie di palazzo, ricordo che andavo verso l'uscita dopo aver parlato con qualcuno. Ero incazzato nero, come Gioele Dix. Ero quasi giunto alla porta, mi fermo, mi giro e torno indietro, quasi correndo, verso una porta. Dovevo concludere qualcosa. La apro con la delicatezza di un elefante cieco indagato per tangenti petrolifere, e dentro c'è Massimo D'Alema, Walter Veltroni e uno che non ricordo. Entro, mi avvicino alle loro sedie e comincio ad urlare. "Ve ne dovete andare, dovete sparire, per colpa vostra siamo in mezzo alla, al concime". "Faremo tutti politica, ci impegneremo tutti nel Pd se fosse diverso, se non ci foste voi, siete la rovina cazzo". "Io ve lo firmo: se ve ne andate io mi iscrivo ora stesso". Niente. Loro mi guardavano, un pò impauriti. D'Alema aveva quella faccia tra il perplesso intelligente e il perplesso apparentemente intelligente. Mentre mi sentivo tra il Martin Luther King e l'Obama andante, suona la sveglia, ore 8. Mizzica che sogno. Mi alzo rinfrancato e appagato per lo storico cazziatone. Altro che Nanni Moretti. Guardo la mia ragazza e le dico: "Dovevi vedere che faccia hanno fatto, mizzica, gliene ho dette quattro...". E lei: "Eh?". "Niente, niente...". Vado in sala, accendo la tv e danno due notizie al tg. Una è che il nuovo presidente dell'Abruzzo è Gianni Chiodi, quello che diceva sotto ai gazebo: "Portatemi i vostri curriculum". La seconda è che nella notte è stato arrestato il sindaco di Pescara Luciano D'Alfonsi, per circa trenta capi d'imputazione, dalla corruzione alla concussione. D'Alfonsi è chiaramente anche segretario regionale del Pd abruzzese. Nel frattempo Ottaviano Del Turco pensa di passare al Pdl: praticamente una confessione di colpevolezza. Che sogno di merda. Il tempo di fare pipì e torno nel triste e cupo clima allergico a politica e partiti. Grazie Massimo, grazie Walter.

lunedì 15 dicembre 2008

Il mio libro gratis!

Ho deciso di rendere liberamente scaricabile il mio libro "Disonorevoli Nostrani", il volume che racconta le vite dei diversamente onesti dell'Assemblea Regionale Siciliana. Ognuno di voi potrà scaricarselo, stamparlo, regalarlo, diffonderlo, metterlo sul proprio sito. Ho deciso di farlo perchè voglio che queste pagine raggiungano più persone possibili soprattutto in Sicilia. Chi vorrà potrà effettuare una donazione con le modalità che trovate nella sezione "Sostegno economico".

Per scaricarlo potete cliccare QUI oppure copiare questo indirizzo nella barra: http://www.mediafire.com/?rdym2qnhzze . In questa pagina basterà cliccare su "Click here to start download" per far partire lo "scaricamento".

In anteprima la prefazione di Carlo Vulpio, giornalista del Corriere della Sera.

"La mafia è stata sconfitta. Ma è stata sconfitta dalla Mafiosità. E dunque è giusto scrivere mafia con la minuscola e Mafiosità con la maiuscola. Senza Mafiosità non ci sarebbe mafia, perché alla mafia mancherebbe il terreno di coltura. Ma la Mafiosità può vivere benissimo, e addirittura prosperare, anche senza mafia: anzi, quando la Mafiosità vince, e si impone nell’agire quotidiano di persone e istituzioni, può fare della mafia ciò che vuole: ingoiandola e metabolizzandola può dichiararne l’inesistenza, tenerla sotto controllo, oppure riesumarla come pericolo pubblico numero uno. La Mafiosità ha vinto perché è il nuovo tratto distintivo del carattere nazionale, non più solo siciliano o meridionale, ma dell’Italia intera. Cambiano le forme e le modalità. Cambiano l’intensità, la quantità, l’appariscenza. Ma la sostanza è la stessa. Ed è tanto più pervasiva del carattere nazionale quanto meno riducibile alla commissione di reati, alla violazione del codice penale. La Mafiosità, insomma, può abitare dovunque, anche nelle istituzioni, anche nei palazzi di giustizia, dove spesso si trova a proprio agio, ma la sua esistenza non comporta necessariamente l’applicazione del reato di associazione mafiosa previsto dall’articolo 416 bis del codice penale. La Mafiosità però è devastante, non solo perché non può fare a meno di commettere o far commettere reati, ma anche perché per affermarsi e vincere, e diventare mentalità comune e condivisa, deve distruggere qualunque cosa assomigli all’etica pubblica. A leggere “I Divonesti” – felice fusione delle parole “diversamente onesti”, così come diremmo, in maniera pudìca e politicamente corretta, “diversamente abili” –, la sensazione del trionfo della Mafiosità è netta. “I Divonesti”, di Benny Calasanzio, è un Almanacco, un Bestiario, una grande Piccola Enciclopedia di facce, nomi, vite vissute, che si compiacciono di se stesse per il solo fatto d’essere lì, nell’Assemblea regionale siciliana, l’istituzione che rappresenta quattro milioni di persone, e dunque quattro milioni di cittadini italiani. Il libro di Calasanzio dimostra ancora una volta, nome per nome, fatto per fatto, che Leonardo Sciascia non si sbagliava quando ripeteva che la Sicilia è la metafora dell’Italia. E infatti è all’Italia e al parlamento italiano che corre il pensiero, mentre si leggono le prodezze dei parlamentari siciliani (che a differenza del resto d’Italia non sono consiglieri regionali, ma deputati, in virtù dello Statuto speciale della Regione Sicilia). Calasanzio li “fotografa” uno per uno, questi rappresentanti del popolo siciliano: a volte con ironia e con sarcasmo, a volte con severità e riprovazione. Mai però discriminandoli in base all’appartenenza politica, anche perché la materia su cui lavorare – sia a destra, sia a sinistra – non manca, anzi, abbonda. Di questo materiale umano (o “divumano”, per stare al gioco di parole del titolo del libro) Totò Cuffaro è soltanto l’espressione più visibile, più colorata, più sguaiata. Di sicuro, non la più completa, come si capisce chiaramente dal campionario proposto da Calasanzio, in cui c’è davvero di tutto. L’avvocato Salvino Caputo, per esempio, prima difende il medico che aveva falsificato la cartella clinica di Enzo Brusca per creargli un alibi nel giorno in cui Brusca partecipava a un agguato, e poi si fa eleggere presidente dell’associazione antiracket intitolata a Emanuele Basile, vittima della mafia. Mentre il deputato Gaspare Vitrano fa letteralmente “carte false” per far passare la propria candidatura. Nel secondo caso, parliamo di un reato, nel primo no. Ma forse a spiegare meglio il senso del discorso che stiamo cercando di fare è più la faccia di bronzo di Caputo che non la presunta attività falsificatrice di Vitrano. La stessa cosa si può dire per il “doppio incarico” dell’ex presidente della Provincia di Palermo, Ciccio Musotto, che da avvocato difende un imputato per la strage di Capaci del 1992 e contemporaneamente, da presidente della Provincia, rappresenta l’Ente che nel processo si costituisce parte civile. O per la signora Anna Finocchiaro, che non molla la candidatura, data per sicura perdente, a presidente del governo regionale per assicurarsi il “paracadute” che la farà atterrare a Palazzo Madama. Finocchiaro non lascia la candidatura a Rita Borsellino nemmeno quando una parte del suo elettorato le chiede di farlo come “estremo gesto d’amore”. E Gianfranco Micciché? Ruggisce come una belva contro la ricandidatura di Cuffaro e la candidatura dell’attuale presidente del governo siciliano, Lombardo, leader del Mpa. Ma appena Forza Italia e Mpa si accordano per le politiche del 2008, Micciché si accuccia come un cagnolone. E quando gli promettono la carica di sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega al Cipe (soldi pubblici, fondi Ue, piatto ricco) Micciché miagola come un gattino. Non c’è alcun reato in questi comportamenti. Ma l’effetto che producono nella società può essere più distruttivo di un furto o di una rapina. La galleria dei personaggi in cui ci conduce Calasanzio fa piangere e fa ridere al tempo stesso. Ma fa ridere solo per modo di dire, perché il sorriso che genera è un sorriso amaro, figlio di un dramma infinito, smorfia di espiazione di un castigo che sembra eterno. Per questa ragione Calasanzio, giustamente, non può trascurare la spedizione in Brasile, al carnevale di Rio, del sindaco di Adrano, Fabio Mancuso, e dei suoi cinquanta accompagnatori, o la proposta del consigliere comunale palermitano Alessandro Aricò di finanziare sconti sul prezzo del Viagra in favore degli anziani, in nome di “una migliore qualità della vita”. O ancora, del sindaco di Messina, Giuseppe Buzzanca, che arruola nel collegio difensivo del Comune ben 44 avvocati, “nemmeno fosse il presidente degli Stati Uniti”. Naturalmente, l’album dei “divonesti” è ricco di appalti truccati, consulenze d’oro, malversazioni d’ogni tipo e condanne per reati d’ogni genere. Non sempre condanne, però. I processi a volte sono terminati con prescrizioni puntuali come la morte, con assoluzioni sfacciate e incomprensibili, oppure sono sopravvissuti tra pronunce strane e contraddittorie, com’è accaduto per esempio al deputato Pippo Gianni, condannato in primo grado, assolto in Appello, ricondannato in Cassazione. E’ vero, “divonesti” non si nasce, si diventa. Però è anche vero, come riesce a dimostrare Calasanzio con una precisione martellante, che il “divonesto” tende a riprodursi e a riprodurre i propri comportamenti preferibilmente nella prole, a cui, quando cade in disgrazia o quando decide di ritirarsi, affida il testimone dell’impegno politico: ecco dunque spiegata la sfilza di “figli di padri” e “padri di figli” di cui è piena la politica siciliana (e italiana), con padri e figli che vanno e
vengono da uno scranno elettivo a uno onorario, da una poltrona in Assemblea regionale a una seggiola in un ente o in un consiglio d’amministrazione. Un conflitto di interessi impensierisce i “divonesti” quanto un fastidioso sassolino nelle scarpe. Mentre una condanna per aver favorito soggetti mafiosi può persino farli esultare e festeggiare con cannoli alla ricotta nel palazzo della Regione. Come ha fatto Cuffaro. Che poi è stato sistemato nel Parlamento nazionale, insieme con altri “divonesti”, che lo hanno salutato e applaudito come un esule perseguitato. Come “perseguitato” e applaudito era stato, qualche tempo prima, il ministro della Giustizia, Clemente Mastella, in occasione delle indagini a suo carico e dell’arresto della di lui moglie, Sandra Lonardo, presidente del consiglio regionale della Campania, per le solite storie di “divonestà”. Ma gli applausi più fragorosi furono quelli che risuonarono nell’aula dell’Assemblea regionale siciliana, quando il deputato Giuseppe Limoli, che prima di allora non aveva parlato mai, espresse un concetto impegnativo e tuttavia difficilmente confutabile: “Caro presidente Cuffaro – disse Limoli - , il popolo siciliano ti ha votato, e ti ha votato in presenza di imputazioni gravissime”. La Mafiosità aveva vinto. E ora proclamava la sua vittoria. La Mafiosità aveva battuto anche la mafia. Aveva battutto tutti".

Finalmente un giornalista!


Va bene, va bene così. Lanciala ancora, Sam. Piuttosto che stendersi in stile tappeto rosso e farsi capestare dall'intervistato, piuttosto che fare domande in ginocchio, con gli occhi lucidi e a forma di cuoricino, meglio una bella scarpata. Ecco. La scarpata potrebbe essere una nuova frontiera del giornalismo aggressivo, del giornalismo d'assalto. Basta camerieri e servi con il microfono o con la penna addolcita, servono scarpe, miriadi, moltitudini di scarpe. Certo. Noi (intendo io, Benny e Calasanzio) siamo e rimaniamo contro la violenza. E le scarpe devono essere rigidamente selezionate. Niente tacchi nè suole in cuoio. Solo gomma e niente inserti, tipo catenelle o parti contundenti. Preferito il nero, che nelle foto viene bene e si può seguire facilmente la traiettoria. La nostra corrente di pensiero nasce nel 1960, quando Kruscev all'Onu tamburellò sul banco con la sua scarpa. Ma quello era solo l'inizio, il principio. Il nostro messia, ancora non so come si chiami, è tale perchè ha sdoganato il lancio della scarpa come pratica giornalistica riconosciuta deontologicamente corretta. Certo. Bel messia, direte voi. Aveva ben due possibilità e le ha clamorosamente mancate, anche se bisogna ammettere che la seconda per poco non andava a buon fine. Ci miglioreremo. Prima di essere sopraffatto dai dormienti uomini della sicurezza, l'uomo ha urlato: "Questo e' il tuo bacio d'addio, cane". Lui l'ha detto, altri miliardi di giornalisti lo hanno pensato. Stiamo fondando un sindacato, selezionando il marchio calzaturiero che sponsorizzeremo, e poi saremo pronti. Lanciala ancora Sam!


P.S. Edizione straordinaria del Tg4. Armi di distruzione di massa contro Bush. Gli uomini della sicurezza hanno confermato che il forte odore proveniente dalle due bombe a forma di scarpa ha fatto subito temere che si trattasse di antrace o acido. Sono in corso ulteriori accertamenti.

domenica 14 dicembre 2008

Lasciate perdere Gioacchino, difendetevi dal figlio!

Gioacchino Genchi torna a parlare tramite le pagine del suo blog, gioacchinogenchi.blogspot.com. Torna a parlare perchè da "La Stampa" giunge un nuovo attacco scomposto e a dir la verità, grossolano. Pezzi dell'articolo sono praticamente copincollati da un bel, quello si, pezzo su "L'Europeo" , e altre parti sono confuse e basate davvero su frasi sentite dal telegiornale o lette su altri quotidiani. Dico soltanto: provate pure a distruggere Genchi, ma mandate avanti i migliori, sennò non c'è manco partita! Quello che mi e ci tranquillizza è la determinazione del dott. Genchi e il polverone, che ora dopo ora si dissolve, lasciando intravedere piano piano cosa c'è sotto al tappeto.

Cari amici,

mi trovo fuori sede per lavoro mentre leggo degli ultimi linciaggi del quotidiano la Stampa, nell'edizione di ieri (13-12-2008).

C’era pure da aspettarselo, specie in concomitanza del fine settimana, quando i controlli redazionali si fanno più ridotti.
Non conosco l’autore dell’articolo, anche se vedo che non si è risparmiato nei copia e incolla, persino nel riportare informazioni destituite di fondamento sul mio conto, di un altro giornalista del Sole 24 Ore, che aveva mille motivi per scriveri quello che ha scritto contro di me.

Conosco gli altri giornalisti della Stampa e conosco (solo di firma) pure qualche ultimo acquisto di quella redazione, proveniente proprio dalla direzione del quotidiano “Il Campanile”, chiuso dopo le infauste sorti di Mastella, della sua famiglia e del suo partito.
Non entro nel merito dell’articolo, posto che con questo e con altri – se qualcuno voleva proprio questo – saranno così gentili da pagarmi la buonuscita.
La cosa di cui voglio parlarvi è un’altra.
Questa mattina, guardando la posta, mi sono accorto di una e-mail che mi ha mandato mio figlio Walter.
E’ un bambino ora ha 12 anni. E' buono e molto perspicace.
Nella e-mail c’era scritto:
«papà ma hai capito con chi ti sei imbattuto?»
A seguire mio figlio Walter mi ha allegato l’articolo che vi ripropongo (a seguire), che aveva trovato su Internet, cercando con la stringa "pasquale angelosanto".
Non vi dico quello che lui e il fratello più grande (Niccolò) stanno facendo in questi giorni per il loro papà, come il resto della mia famiglia ed i tanti amici che miscrivono e mi telefonano da ogni parte d'Italia.
Mi arrivano e-mail e messaggi - anche su facebook - anche dal Canada, dagli Usa, dall'Inghilterra e dalla Spagna.
Non so quanti gruppi hanno creato su facebook e su tantissimi blog, considerato il silenzio assordante della stampa, che ha saputo solo riportare inesitezze riferite da soggetti indagati, in un procedimento di cui io sono persona offesa di gravi reati.
I miei figli che queste vicende le stanno vivendo sulla stampa, sono più incazzati di papà, che vedono così tranquillo.
Prima di rimandarvi alla lettura dell’articolo, però, vi dico solo come Walter ha chiuso la sua e-mail:
sono orgoglioso di essere tuo figlio.
un forte abbraccio papà.
ti voglio bene.
walter
Ho ringraziato Walter, come ringrazio Norberto Breda (che non conosco) per averlo scritto.
Per quanto mi riguarda non so se quanto riportato nell’articolo di Norberto Breda sia vero.
Invero ho molti dubbi, posto che se fosse vero solo un centesimo di quello che c’è scritto non servirebbero altre domande per qualificare l’operato della Procura Generale di Catanzaro che ha affidato le indagini su de Magistris e sul mio conto al Ten. Col. Pasquale Angelosanto del ROS di Roma.
Sul punto ho molto altro da dire e lo riferirò ai magistrati competenti.
Non ritengo di aggiungere altro, se non invitarvi a leggere l’articolo di Norberto Breda del 20-12-2006, pubblicato sulla Voce della Campania.
Ringrazio ancora Norberto Breda e mi complimento con il suo lavoro, pur senza commentare, né avere verificato – come ho detto - la fondatezza di quanto ha scritto, né la bontà delle fonti da cui ha tratto le sue informazioni.
L’articolo originale è reperibile al seguente link: http://www.archivio900.it/it/articoli/art.aspx?id=8221.

Per il resto vi rinvio ad una mia intervista che uscirà a giorni su un settimanale a tiratura nazionale. Vi dirò qual è quando so già che è uscito dalle rotative. Lo faccio per rispetto del giornalista coraggioso che lo ha scritto e del suo direttore che glielo ha chiesto. Non vorrei toccasse a loro la stessa sorte che è toccata a Carlo Vulpio del Corriere della Sera!

14-XII-2008
Gioacchino Genchi

Il reagalo della Domenica: la foto di Giuseppe D'Avanzo

Questo è un mezzo scoop. E' l'unica immagine esistente sul pianeta terra di Giuseppe D'Avanzo. L'unica anche sugli archivi Ansa e La Presse. Risale al 16-04-97 e ritrae alcuni giornalisti dopo l'aggressione a raffiche di mitra in un albergo a Valona. Il primo a destra, con occhiali e baffi, è Giuseppe D'Avanzo ritratto a Tirana, dopo l'aggressione.

venerdì 12 dicembre 2008

Chi ha paura di Gioacchino Genchi?

Dichiarazione del vicepresidente dei senatori del Pd, Luigi Zanda:

"L'esistenza di un archivio che avrebbe schedato dati sensibili di centinaia di migliaia di cittadini italiani è una notizia allarmante e inquietante tanto da augurarsi che non sia vera". Così il vicepresidente dei senatori del Pd Luigi Zanda commenta la notizia dell'esistenza dell'archivio di Gioacchino Genchi. "In un Paese democratico come è il nostro questa vicenda non va sottovalutata. È necessario condurre le indagini opportune e, nella massima trasparenza, capire perché quell'archivio è stato creato e quale eventuale utilizzo ne sia stato fatto o se ne intendeva fare. Il governo - conclude Zanda - ha il dovere di accertare i fatti e riferire in tempi brevissimi in Parlamento".

Il Messaggero: ROMA (10 dicembre) - Ci sono anche parlamentari e capi dei servizi segreti e delle forze armate tra i 578 mila «anagrafici», cioè utenze telefoniche e indirizzi, contenuti nell'archivio di Gioacchino Genchi, consulente tecnico dell'ex Pm di Catanzaro Luigi De Magistris; archivio che è agli atti del procedimento Why not. Un archivio pieno dunque di dati sensibili, sulla cui liceità hanno dubbi i Pm di Catanzaro, che perciò si apprestavano a trasmettere l'archivio di Genchi alla Procura di Roma prima che il fascicolo fosse loro sequestrato dalla Procura di Salerno. Ne hanno parlato nella loro audizione al Csm gli stessi Pm di Catanzaro titolari di Why not Domenico De Lorenzo, Salvatore Curcio e Alfredo Garbati. In tutto erano 392 mila le persone controllate, hanno riferito i Pm di Catanzaro e 1436 i tabulati acquisiti. Proprio la presenza di questi dati sensibili spiegherebbe le perplessità della Procura di Catanzaro di fronte alla richiesta del fascicolo Why not avanzata dalla Procura di Salerno e culminata poi con il sequestro degli atti. La trasmissione dell'archivio di Genchi a Roma, vanificata proprio dal provvedimento di sequestro, era funzionale a una verifica su eventuali violazioni penali in relazione alla costituzione di questa banca dati.

Roma, 10 dic. - (Adnkronos) - ''Se le notizie diffuse da alcune agenzie di stampa sul cosiddetto archivio Genchi fossero vere, ci troveremmo di fronte ad una situazione di inaudita gravita'. Una sorta di 'Grande fratello', che ha controllato e controlla migliaia e migliaia di persone, parlamentari, capi dei servizi segreti e delle forze armate, con l'evidente rischio di un condizionamento della democrazia italiana. Sarebbe sbagliato sottovalutare. La vicenda non puo' rimanere senza spiegazioni e, in caso di violazione di legge, severe sanzioni''. Lo dichiara il ministro dell'Interno del governo ombra, Marco Minniti.

Roma, 10 dic. (Apcom) - L'indignazione che suscita nel Pd il caso dell'archivio Genchi dovrebbe, per il vicepresidente dei senatori del Pdl Gaetano Quagliarello, spingere i Democratici a riflettere "quando sarà il momento di affrontare in Parlamento il tema delle intercettazioni e dell'utilizzo dei dati telefonici". "Il fatto che esponenti di primo piano del Partito democratico mostrino preoccupazione e indignazione per le gravissime notizie relative all'archivio di Gioacchino Genchi è una buona notizia - sostiene l'esponente del Pdl - Il dettaglio che forse sfugge ai colleghi del centrosinistra, è che tale archivio, sul quale va fatta immediatamente piena luce, non si trova nel rifugio segreto di un pirata informatico, ma agli atti di un'inchiesta giudiziaria". "Dal Pd, dunque, ci aspettiamo comportamenti conseguenti quando sarà il momento di affrontare in Parlamento il tema delle intercettazioni e dell'utilizzo dei dati telefonici, e - conclude Quagliarello - più in generale di mettere mano alle gravi patologie che affliggono la giustizia italiana, che non è più in grado di assicurare ai cittadini le più elementari garanzie".

(AGI) - Roma, 11 dic. - Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati PdL, annuncia che presentera’ un’interrogazione al ministro dell’Interno e al ministro della Giustizia “per sapere quali sono le qualifiche e il ruolo di Gioacchino Genchi, con quali magistrati egli aveva e ha attualmente rapporti, se e’ legale o illegale che egli conservi tuttora in un suo archivio personale le intercettazioni fatte e se tutto cio’ non rappresenti di per se’ una situazione assolutamente abnorme”.

giovedì 11 dicembre 2008

Durissima risposta di Gioacchino Genchi


Ieri sera, mentre rientravo da Locri - dove ho partecipato alla quinta udienza della Corte d’Assise (protrattasi per tutta la giornata) – per l’omicidio del capomafia di Siderno Salvatore Cordì, mi ha chiamato al cellulare il giornalista RAI Bruno Sokolovic, che mi ha letto una gravissima dichiarazione rilasciata sul mio conto dall’on. Marco Minniti (calabrese), ministro ombra dell’Interno del Partito Democratico.
Dopo gli affondi di D’Avanzo e di Bianconi, le dichiarazioni di Minniti (e di qualche altro che lo ha seguito a ruota) non mi hanno meravigliato più di tanto.
Ho replicato all’on. Minniti con l’intervista andata in onda al GR1 della RAI (nell’edizione delle ore 08:00 di oggi) che vi invito ad ascoltare qui.

Sono indignato delle dichiarazioni dell’on. Minniti, che è anche calabrese ed è stato pure Sottosegratario al Ministero dell’interno.
L’on. Marco Minniti sa benissimo qual è stato e qual è il mio impegno nei più importanti processi di mafia, di strage e di omicidio, perpetratisi in Calabria negli ultimi anni (e non solo in Calabria!) - fino a qualche giorno addietro - al fianco di numerosissimi magistrati onesti, bravi e coraggiosi.
Sono onorato ed orgoglioso della loro fiducia che non è mai venuta meno, nonostante le “tragedie” orchestrate da chi li ha depistati e, probabilmente, ha fatto pure loro commettere degli errori.
Sono certo, conoscendo alcuni di loro, che mai sarebbe accaduto quel che è accaduto, se a quei magistrati fossero state fornite delle corrette informazioni.
Forse il vero problema sta proprio in questo e non va ricercato all’interno della Magistratura, come in tanti si ostinano ancora a fare, nel tentativo di conseguire altri risultati.
Molti hanno citato il Capo dello Stato - anche a sproposito - al punto che la Segreteria Generale del Quirinale è stata più volte costretta ad intervenire.
Nessuno, però, si è ricordato di citare il più autorevole ed importante provvedimento che il Presidente Napolitano ha adottato quando era Ministro dell’Interno.
Mi riferisco alla famosa “Circolare Napolitano”, con cui ha cercato di limitare la autoreferenzialità del ROS dei Carabinieri nelle indagini giudiziarie, al di sopra delle competenze funzionali dei Pubblici Ministeri, dei Procuratori Distrettuali e dello stesso Procuratore Nazionale Antimafia.
La regolazione e la limitazione di competenze e prerogative si riferiva proprio all’organo centrale del ROS (quello di Roma).
Ripreso quota il ROS - per la sostanziale disapplicazione della “Circolare Napolitano” - in modo molto discutibile (commettendo pure clamorosi errori), proprio un organo centrale del ROS di Roma ha svolto gli accertamenti sul conto del dr. Luigi de Magistris e su di me, su delega dell’Avvocato Generale di Catanzaro, che aveva avocato l’indagine “Why Not”.
Di quell’organo hanno fatto parte e fanno parte soggetti che ritenendosi formalmente Carabinieri, entrano ed escono dai servizi di sicurezza a seconda delle ventate politiche del momento.
A questi si aggiungono quanti - transitando tra il ROS, la PIRELLI o qualche altra azienda telefonica - hanno cercato e cercano di riaccreditarsi al cospetto dei potenti di turno, montando “tragedie”, con conseguenze che sono state devastanti per le Istituzioni e la Magistratura.
Purtroppo molti politici, anche in buona fede, quando entrano nelle stanze dei bottoni non riescono a restare indifferenti a queste “sirene” e - col tempo - finiscono essi stessi per cadere nella trappola.
Alle stesse “sirene”, purtroppo, finiscono per soggiacere taluni magistrati in buona fede e le conseguenze sono parimenti gravi.
A volte l’ambizione, a volte la speranza di facilitare qualche risultato investigativo, tradiscono i buoni intendimenti ed arrecano danni sostanziali alla giustizia, tradendo le nobili finalità che si intendevano perseguire.
Usare certi discutibili sistemi nelle indagini giudiziarie è come il doping per l’atleta.
Si ha la sensazione di arrivare i primi e di fare meglio.
Prima o dopo, però, se ne pagano le conseguenze sulla persona e si rischia pure di essere squalificati!
A proposito di una certa genia del ROS, non è il caso che si parta dalle indagini sulle stragi del ’92 e ‘93, , dal “Papello”, dalla mancata perquisizione del covo di Riina, dall’omicidio di Luigi Ilardo, dalla continuata mancata catture di Bernardo Provenzano, dalla trattativa con Cosa Nostra, dalle indagini sulle talpe alla DDA di Palermo o alle infiltrazioni spinistiche all’interno della Telecom, per arrivare ai rampolli di quella genia, variamente distribuiti fra ROS, aziende telefoniche private ed accreditate agenzie spionistiche.
Talune di queste ancora lucrano milioni e milioni di euro dallo Stato.
Non è nemmeno il caso che io richiami le numerose e purtroppo dolorose indagini su appartenenti al ROS ed all’Arma dei Carabinieri, che in questi anni sono stato costretto ad assistere e partecipare, al fianco ed a servizio di magistrati coraggiosi (Pubblici Ministeri, Giudici e Tribunali).
I processi si sono conclusi con condanne clamorose.
A quelle indagini (come a numerosissime altre) ho avuto l’onore di lavorare (come sto lavorando) con degli onesti e bravi Carabinieri, con i quali ho condiviso i successi per i risultati conseguiti.
A loro va la mia più alta stima, amicizia e considerazione, per l’attaccamento allo Stato ed alla Legge, che hanno dimostrato nell’assolvere ai loro compiti di istituto.
Carabinieri onesti, professionali e volenterosi che, anche quando hanno fatto accesso al ROS, non hanno mai dimenticato di essere CARABINIERI, mantenendo alto il valore del giuramento di fedeltà allo STATO ed alle sue LEGGI.
Nel mio percorso personale e professionale – purtroppo, talvolta anche a mie spese – ho dovuto prendere atto che molti carabinieri acceduti al ROS (Reparto Operativo Speciale), o nelle diverse fasi di entrata ed uscita dai servizi di sicurezza e dalla varie sigle di società private, il loro giuramento di fedeltà allo STATO ed alle sue LEGGI è stato contrabbandato con finalità assai meno commendevoli.
Altri si sono pure dimenticati di essere CARABINIERI, o se ne sono ricordati solo perché era cambiato il vento (o il padrone di turno), ed era necessario rientrare nei ranghi dell’Arma.
Su taluni appartenenti agli apparati deviati dello Stato si stavano concentrando gli ambiti più importanti delle indagini, quando sono state fermate, a seguito dell’avocazione e della delega ai ROS.
In questo la cosa che mi fa più rabbia è l’avere rilevato che si stava indagando anche a tutela di politici, di alte cariche dello Stato (vedi il Vicepresidente del C.S.M.) e di alti Magistrati, che hanno finto per attaccare e censurare l’operato di chi solo cercava di difenderli.
Si veda per tutti la diffusione della falsa notizia dell’acquisizione dei tabulati delle loro utenze.
Questo ed altro è stato inserito nel tritacarne di chi ha gestito abilmente le orchestrazioni mediatiche delle ulteriori fughe di notizie, che sono state foriere di provvedimenti giudiziari abonormi.
Mi limito a definire abnormi quei provvedimenti solo per la quiete istituzionale che il Capo dello Stato ha richiesto ed ha imposto a tutti con la sua autorevolezza.
Basta leggere le puntuali anticipazioni giornalistiche di un noto quotidiano calabrese per rendersi conto di qual è oggi il vero e reale problema della Calabria, ben oltre la Ndrangheta, la criminalità comune ed il malaffare.
In un circuito perverso di complicità e di ricatti incrociati, le vittime sono finite per diventare complici dei burattinai, che ancora tirano le fila di una vicenda che sta rischiando di travolgere tutto e tutti.
Quello che sta accadendo ha dell’incredibile.
Mi sembra di trovarmi sul set di “Scherzi a parte”.
L’unica cosa è che non ho mai visto una puntata che durasse così a lungo.
Mi auguro – anzi sono certo – che le Istituzioni sapranno reagire e trovare subito delle soluzioni efficaci, che mpoco mi pare si possano conciliare con delle punizioni ispirate solo da regole di “cerchiobottismo”.
Ne vale di quel che resta della credibilità dello Stato e della Magistratura.
Ne vale del lavoro onesto e del sacrificio di tanti – magistrati, poliziotti, carabinieri, finanzieri – che hanno dato e danno il massimo di se stessi per la tutela dello Stato e per l’affermazione della Legge.
Se non sentiamo il bisogno e la capacità di ritornare a riflettere nel nome dei vivi e nel rispetto della Legge, quanto meno facciamolo nel nome e nel ricordo dei morti.
Di quanti nel nome dello STATO, della GIUSTIZIA e di una LEGGE che fosse “UGUALE PER TUTTI” hanno combattuto con coraggio e determinazione, fino all’estremo sacrificio della vita.
Abbiano in nome di costoro gli uomini delle Istituzioni – vuoi nei Palazzi di Giustizia che nei Palazzi del potere – il coraggio di abbandonare le logiche degli schieramenti, le appartenenze correntizie e corporative delle caste e levare alte le proprie coscienze alla ricerca ed all’affermazione di una morale, che sta al di sopra della Legge e che - al pari della Legge - è stata in questi giorni gravemente vilipesa, come mai era accaduto in questa Nazione.
Palermo, 11-XII-2008
Gioacchino Genchi