domenica 30 novembre 2008

Nel mirino

Solo tre giorni fa abbiamo scritto assieme, reputando l’accaduto insostenibile, una lettera a Giulio Cavalli, attore teatrale, per le intimidazioni mafiose subite. Mentre siamo impegnati per due conferenze nelle Marche ci giunge la notizia di questa ennesima intimidazione contro un intellettuale conosciuto e stimato nel campo dell’antimafia dei poveri, Michele Cagnazzo, scrittore e criminalista pugliese. Ora tutto è troppo chiaro. Le associazione criminali stanno prendendo coscienza che l’azione civile sta sottraendo loro potere e prestigio, che le denunce degli scrittori, dei giornalisti, dei familiari delle vittime di mafia stanno arrecando a queste bestie più danni di condanne penali. La gente oggi sta sempre più con noi. E’ per questo che Cagnazzo con il suo libro, con le sue denunce ha dato molto fastidio. Ed è questo il significato di quella busta anonima contenente dei proiettili. E’ la conferma che stiamo vincendo e che dobbiamo continuare esattamente sulla strada della denuncia pubblica, della sensibilizzazione che produce effetti devastanti per le organizzazioni criminali codarde.

giovedì 27 novembre 2008

Io, "intimidito" dall' "antimafia"

Quello che sto scrivendo non è il solito post, non vi sto raccontando le malefatte di qualche politico o i soprusi del potente di turno. Oggi sto scrivendo una delle pagine più nere e vergognose della storia dell’associazionismo antimafia. Avete letto qualche giorno fa il post in cui deprecavo la partecipazione della signora Maria Grazia Laganà, indagata dalla Dda di Reggio Calabria per truffa allo Stato, al vertice antimafia organizzato dalla Fondazione Caponnetto. Ho scritto l’articolo domenica scorsa, citando fatti e circostanze, chiedendo di chi fosse la responsabilità di quella presenza "inopportuna".

Martedì 25 novembre 2008 alle 15.31.35 mi scrive Salvatore Calleri, presidente della Fondazione Caponnetto:

Colgo nella tua mail rabbia e dolore anche e soprattutto nei miei confronti e me ne 
dispiace. Se vuoi a voce possiamo parlare a casa da nonna betta. Fammi sapere.

Per un momento mi rincuoro. Penso che la Fondazione si sia resa conto dello scivolone compiuto nell’invitare Maria Grazia Laganà, che voglia quanto meno “spiegarsi”, che abbia compreso l’imperdonabile e pessimo esempio fornito ai quasi duecento ragazzi delle scuole.

Oggi invece un esponente della Fondazione Caponnetto ha telefonato al direttore del Corriere Fiorentino, giornale con il quale ho un semplice contratto di collaborazione, minacciando querele contro di me e contro il giornale per le parole che ho scritto sulla Fondazione. Ma cosa c’entra il Corriere con quello che scrivo sul mio blog? Io ho scritto l’articolo sul mio sito, dicendo che ero andato al vertice per conto del Corriere Fiorentino, ma che il giorno dopo non avevo scritto nulla sul giornale. Ma questo era chiaro, non era in discussione. Quella telefonata aveva un altro significato fin troppo esplicito. Quella telefonata doveva forse mettermi contro il giornale, mettere il Corriere Fiorentino nelle condizioni di dovere annullare il mio contratto o quantomeno “richiamarmi all'ordine” per aver scritto “qualificandomi” come giornalista del Corriere, cosa che non ho fatto, e che per fortuna è sotto gli occhi di tutti. Il presidente Calleri aveva il mio recapito telefonico, perché non hanno chiamato me per minacciare querela? Aveva un significato particolare invece chiamare la redazione del giornale?

Considero questa una “intimidazione professionale” che risulta ancora più odiosa e schifosa in quanto proviene da una Fondazione che dovrebbe tutelare e trasmettere i valori di quel grande uomo e professionista che è stato Antonino Caponnetto.

Io sono davvero, per la prima volta, senza parole. Denuncerò fortemente questa azione delegittimante e mi tutelerò nelle dovute sedi.

Quello che alcuni non tollerano è che un’associazione antimafia venga chiamata a rispondere dei propri comportamenti da un comune cittadino. Si considerano intoccabili, inattaccabili, e quando qualcuno fa notare loro che tra le “guardie” c’era un sospetto “ladro” minacciano di querelare.

E’ questo il prezzo che in Italia si deve pagare solo per avere fatto notare una presenza anomala ad un vertice antimafia? Se è questo lo pagherò, con serenità, senza raddrizzare di un millimetro la mira, continuando, imperterrito, a raccontarvi quello che vedo e che vivo, cosciente che non ci sono intoccabili, tanto meno nell’antimafia.

Salvatore Borsellino e Benny Calasanzio a fianco di Giulio Cavalli


Importante: Qui potete trovare l'intervista a me e a Carlo Vulpio realizzata da Gravina On Line.

Abbiamo appreso con sdegno e rabbia delle minacce ricevute dall'attore teatrale Giulio Cavalli, realtà formidabile del teatro militante e impegnato nell'antimafia, nelle battaglie quotidiane contro ogni tipo di criminalità, da quella mafiosa a quella dei colletti bianchi. Durante le prove del suo spettacolo "Do ut Des", un'opera in cui viene ridicolizzato il mafioso e i ridicoli riti di Cosa Nostra, sconosciuti hanno lasciato scritte intimidatorie sul furgone della compagnia teatrale di Cavalli con varie scritte tra cui "Smettila", una croce disegnata a mò di morte, "Non dimentichiamo" e "Riina Libero". Cavalli vive e lavora in provincia di Lodi, non molto distante da Cernusco sul Naviglio, dove pare approderà il figlio del boss a sua volta boss anche lui Salvuccio Riina. Forse sono tentativi di rendere quella zona tranquilla e vivibile anche per gli uomini d'onore, che non devono essere disturbati da teatranti e burattini mentre rilanciano la criminalità nel modo in cui lo aveva fatto Luciano Liggio.

Non esprimiamo solidarietà, ma ci impegnamo a partecipare in prima persone agli spettacoli e alle manifestazioni che vedranno protagonista Giulio, coscienti che non debba essere prerogativa solo dello Stato proteggere Cavalli, ma anche impegno dei suoi spettatori e dei suoi colleghi, perchè a queste minacce si deve rispondere con la partecipazione, con la diffusione del messaggio di Giulio. Solo così minacciare uno come Cavalli diventerà controproducente. Giulio rappresenta la prosecuzione di quello che fu il messaggio di Peppino Impastato, e mette a nudo la pochezza e la nullità di questa gentaglia senza arte nè parte che si fa chiamare "d'onore". Se vogliono far del male a Giulio devono prima farlo ai suoi spettatori, e Salvatore Borsellino e Benny Calasanzio saranno in prima fila.

Benny Calasanzio
Salvatore Borsellino

mercoledì 26 novembre 2008

Libera era, condizionata sarà


In Liguria sta accadendo qualcosa di squallido e vergognoso, in nome dell'antimafia, in nome dei familiari delle vittime di mafia. La Casa della Legalità aveva già intuito che in Libera si stava infiltrando una "strana corrente". Ora hanno avuto le conferme scritte. Qui il loro pezzo sulla scoperta di alcuni dossier.

Ecco il loro comunicato:

In Liguria, il partito del cemento, come titola giustamente DemocraziaLegalita.it, si è divorato"Libera". La notizia, tenuta abilmente "secretata" dai protagonisti, è stata resa di pubblico dominio grazie alla pena del giornalista Bruno Lugaro, sul settimanale online "Trucioli Savonesi" che rappresenta un punta di forza dell'informazione libera in questa regione...

"Libera" Liguria, che dovrebbe essere presentata sabato 29 novembre a Palazzo Tursi con la presenza dei massimi vertici istituzional-politici, dal Comune alla Regione (visto anche che alla riunione del 17 novembre era presente anche il rappresentante del Comune di Genova che ha sollecitato - supportata da Antonio Molari della Cgil e Walter Massa dell'Arci - la necessità di un bell'intervento di Marta Vincenzi in apertura), e quella di don Luigi Ciotti, non è quel coordinamento ampio delle realtà impegnate sul territorio nella lotta alle mafie ed all'illegalità diffusa (che qui, come dimostrano le inchieste della Procura, getta pesanti ombre su quei vertici istituzional-politici, oltre che devastare il territorio con le colate di cemento)... bensì, "Libera" Liguria, è espressione pura del "blocco rosso" legato al Potere.

Infatti le riunioni di fondazione di "Libera" Liguria hanno visto il dominio esclusivo dell'asse Unipol-Cgil-LegaCoop-Arci. Naturalmente vi è il supporto del Meetup degli Amici di Beppe Grillo (il Genova 1) legato ad esponenti di primo piano delle amministrazioni pubbliche e del partito di Di Pietro (chissà come si sentono vicini a Unipol, Cgil e LegaCoop... al Partito del Cemento? Mah)

La lista dei soggetti Le realtà dell'ambientalismo sono state ignorate, le realtà impegnate nel contrasto alle mafie come il Centro Impastato e la Casa della Legalità eliminate d'un botto, l'area cattolica l'hanno lasciata per strada così che Acli, Agesci, Csi non sanno nulla. Persino la tanto amata unità sindacale è andata a farsi benedire... al tavolo di Libera c'è solo la Cgil, gli altri - Cisl, Uil, Cobas - boh. Pure tutti quei soggetti che avevano dato a "Libera" la disponibilità a lavorare insieme sono finiti nell'oblio. L'unica realtà plurale, perché nata da un percorso ampio e condiviso, è quella del Presidio di Savona, con il suo coordinamento. Ed essendo "fuori dai giochi" eccoti che ancora prima di partire questa realtà è tenuta sotto osservazione, perché vi sono elementi troppo vicini alla "destabilizzante" Casa della Legalità!
Palese è la scheda spedita via e-mail che riepiloga le strutture "ammesse" riportata qui di lato (la pubblichiamo perché sappiamo che sono già in corso le telefonate per scusarsi... per chiedere di stare calmi e tranquilli... per invitare alla calma... per coprire la porcata)

Ci stupisce? No. E' l'ennesimo avamposto che la politica, il Pd in primis, si crea per mascherarsi dietro alla società civile. Ci spiace? Molto, perché "Libera" non era nata per questo e non deve essere questo. E grave? Si, perché si spezza il fronte antimafia, si isolano quelle realtà in prima linea per garantire un paravento al partito del cemento. Parlano di unità ed eliminano un ampia schiera di realtà sociali, civili e culturali, la cui unica colpa è quella di non mostrarsi ossequiosi verso il Potere e incapaci di tacere su nomi e fatti scomodi - come ricordava Salvatore Borsellino nei giorni scorsi ad un incontro pubblico, parlando di questa "Libera" Liguria -.

Per questo, per parlare di fatti, terremo la conferenza stampa pubblica sabato 29 novembre 2008 dalle 17 a Genova, davanti a Palazzo Tursi - Via Garibaldi -. Sarà presente l'Ufficio di Presidenza e molti amici.

lunedì 24 novembre 2008

Indagati nel nome di Caponnetto

Informazione importante: preciso a beneficio della chiarezza richiestami che non sono qualificabile come "giornalista" del Corriere Fiorentino ma come "collaboratore". Inoltre questo articolo nulla a che fare con quella collaborazione. Ho seguito la conferenza per il Corriere Fiorentino ma a ciò non è seguito nessun articolo sul giornale. Quello che ho scritto è da me firmato sul mio blog non come collaboratore del Corriere Fiorentino ma come Benny Calasanzio, e ciò esclude il giornale da qualsivoglia responsabilità in caso la minacciata querela vada in porto.

Se i proverbi sono proverbi, evidentemente c'azzeccano spesso. "Al peggio non c'è mai fine". La banalità di questa frase non sarà mai equivalente alla mia tristezza, al mio senso di sconfitta, io, che per l'unità e la compattezza del fronte antimafia sto chiudendo gli occhi passando sopra a tanti sgarbi e capricci, pur di serrare le file. Sabato 22 novembre ci sarebbe stato a Campi Bisenzio (FI) l'annuale vertice antimafia della Fondazione Caponnetto. Propongo al mio giornale, il Corriere Fiorentino, di seguire l'evento, e ricevuto il via parto da Firenze. Il vertice di quest'anno si intitola "Uniti nelle diversità contro le mafie". Nelle diversità, poi capirete cosa vuol dire. Non ci sono, sul manifesto, i nomi degli ospiti, ma solo la dicitura: "Saranno presenti i principali esponenti nazionali del movimento antimafia". Entro in sala e mi siedo in prima fila. C'è tanta, tantissima gente, quasi 500, tra ragazzi delle scuole e gente comune. C'è anche la Signora Elisabetta, vedova del dottore Caponnetto, che è sempre un'emozione vedere e sentire. Alla spicciolata arrivano gli ospiti super scortati: il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, il senatore del Pd Beppe Lumia, il testimone di giustizia Bruno Piazzese, il sindaco di Gela Rosario Crocetta e altri noti e meno noti. Il cerimoniere è il presidente della Fondazione, Salvatore Calleri, che, suppongo, ha anche stilato o per lo meno supervisionato la lista degli invitati. Preparo il taccuino, la penna, e quando torno a sollevare lo sguardo verso il palco vedo che perfettamente di fronte a me c'è Maria Grazia Laganà, deputata del Pd e vedova del vicepresidente della Regione Calabria Francesco Fortugno. Prima di ogni altra considerazione, puntualizzo: la signora Laganà è una persona che ha perso il marito in maniera atroce, porta i segni di quella tragedia, e in quanto vedova ha e merita il massimo rispetto. Ma la signora Laganà a quel vertice non doveva esserci, molto semplicemente. Perchè non era un vertice umanitario, bensì un vertice antimafia. Cosa ci faceva la Laganà tra gente che combatte la mafia? Nemmeno lei, a dire la verità, mi sembrava molto a suo agio tra le "guardie". Lei, attualmente indagata per truffa aggravata ai danni dello Stato in relazione ad appalti nella sanità, nell’ambito delle indagini sulle infiltrazioni mafiose nell’Asl di Locri, di cui la Laganà è stata vicedirettrice. Non è indagata da una procura qualsiasi. Ma dalla Dda. Che vuol dire Direzione Distrettuale Antimafia. Dal sito della Casa della Legalità: L’On. Laganà non ha mai detto pubblicamente o alla DDA, a quanto risulta, nulla su ciò che accadeva nella ASL della ‘ndrangheta. Non ha mai precisato perché la sua famiglia (ivi compreso Fortugno ed il padre, Avv. Mario Laganà, potente democristiano e per lunghi anni “capo indiscusso” di quella stessa Asl) parlavano, chiamavano e ricevevano chiamate (32) da uomini della cosca Morabito-Palamara-Bruzzaniti, ed in particolare su utenze (fisse e mobili) di Pansera, compagno di latitanza di Giuseppe Morabito di cui è anche genero, avendone sposato la figlia, Giuseppina, collega di Franco Fortugno e Maria Grazia Laganà alla Asl di Locri. Come se non bastasse Maria Grazia Laganà è sorella di Fabio Laganà, indagato, che secondo la DDA di Reggio Calabria, informava gli uomini della cosca dei Piromalli, nella persona del Sindaco - arrestato - di Gioia Tauro, Giorgio Dal Torrione, delle attività di verifica sul Comune di Gioia Tauro. La domanda è: Salvatore Calleri sapeva di queste vicende e le ha ritenute insignificanti tali da rendere opportuna la presenza della Laganà nel nome di Caponnetto, oppure, egualmente grave, non era a conoscenza delle vicende, non umane ma giudiziarie, che coinvolgono la famiglia Laganà? Io pretendo delle risposte a questi interrogativi, perchè la memoria di una grande magistrato come Antonino Caponnetto non può essere una prerogativa del Calleri di turno, ma di tutti gli italiani onesti, e difendere la sua memoria anche da questi inviti inopportuni è un nostro dovere, e non solo del Calleri di turno. Se non ho preso parola, se non ho fatto domande, se non ho scritto un comunicato stampa è solo perchè non voglio dare dispiaceri ad una grande donna, come la signora Elisabetta. Ma un ulteriore domanda è: quando la Signora, tra cent'anni, non ci sarà più, la memoria del giudice Caponnetto sarà ad esclusivo appannaggio del signor Calleri? Questo, sinceramente, mi preoccupa.

P.S. Ho scritto a Calleri per avere spiegazioni domenica mattina. Ancora nulla. Ecco la missiva:

Questa mail è rivolta al sig. Calleri, uno che la mafia per fortuna sua non l'hai mai vissuta nè subita. Se così fosse forse avrebbe maggiore sensibilità, maggiore attenzione. Pensavo, speravo, che aver vissuto anni fianco a fianco di un uomo che noi siciliani consideriamo "siciliano" come il dottore Caponnetto, l'avesse formato. Pensavo. Poi il Corriere mi dice di andare a seguire il vertice annuale della Fondazione. Io arrivo, mi siedo e di fronte a me, tra i relatori, vedo Maria Grazia, che di cognome non fa Fortugno, ma LAGANA'. E mi chiedo cosa direbbe oggi il dottore Caponnetto, mi chiedo cosa farebbe, mi chiedo cosa direbbe venendo a conoscenza che la persona del sig. Calleri ha invitato al "suo" vertice una donna indagata dalla DDA [...] Come collaboratore del Corriere Fiorentino mi limiterò a declinare tutte le conferenze stampa organizzate dalla fondazione Caponnetto. Come familiare di vittime di mafia farà di tutto perchè la memoria di un padre della Sicilia venga preservata nel modo migliore.

sabato 22 novembre 2008

I siciliani...


Le massime aspirazioni del siciliano sono tre: mangiare carne, cavalcare carne, comandare carne.

Angelo Nicosia
parlamentare della Commissione antimafia 1963-1976

venerdì 21 novembre 2008

Fottuti da Villari, ahahahah

Partiamo da un concetto semplicissimo. Quando Anna Finocchiaro, capogruppo del Pd al Senato, dice qualcosa, allora bisogna prepararsi all'esatto opposto. E' una reazione scientifica e ormai codificata. E' chiaro che parlo da uomo ferito: Anna non ha mai ricambiato l'attrazione che ho sempre provato nei suoi confronti. Ma ricordo ancora il povero D'Alema, Unipol per gli amici, che presentava in Senato la mozione sulla politica estera del Governo. Per avere la maggioranza vanno a scongelare Sergio Pininfarina, senatore a vita. Appena lo vede, Anna fa: «Tranquilli, è arrivato Pininfarina». Pininfarina si astiene, alza il quorum e la mozione viene bocciata. Un'ora dopo Prodi si dimetteva. Per questo quando in tv ho visto la mia "Beatrice", mi sono rassegnato: "Io e Villari non ci siamo sentiti. Ma c'e' stata una comunicazione. Il percorso dovrebbe essere tale che domani, dopo gli adempimenti di rito, Villari di dimetterà davanti alla commissione di vigilanza". Era la conferma. Villari non si dimetterà, e così infatti è stato. Al di là del personaggio, che si qualifica con il fatto di essere pupillo di Mastella, questo episodio pone seri interrogativi per il carrozzone Pd. Il primo e più importante è: quanta credibilità ha ancora Walter Iesuichen Veltroni? Sfiancato dalla lotta intestina con D'Alema, incapace di gestire il suo partito e di imporre ordine ai suoi parlamentari. Il problema non è non essere riusciti a far dimettere Villari, il problema è averlo portato nel Pd! Su, Valterino, fatti più in là.

giovedì 20 novembre 2008

I giovani del Pd non siano come Latorre


Ogni tanto un pò di nostalgia c'è. I comizi, le manifestazioni, le proiezioni in piazza, i dibattiti, le campagne elettorali, le affissione, ahimè abusive :-), dei manifesti. Quel periodo in cui ero parte attiva di un partito, di un partito della sinistra. Gli anni della Sinistra Giovanile per me sono stati fantastici e assolutamente, purtroppo, irripetibili. Questo amarcord non è gratuito, ma mi serve per fare una breve riflessione sul futuro del movimento giovanile del Pd. A quanto pare, il 21 novembre in tutta Italia ci saranno le primarie dei Giovani Democratici, o Generazione Democratica. E io le vedo molto, molto positivamente. Sono giovani che credono nei loro ideali, sinceramente e senza interessi, almeno per la maggior parte. Io auspico il loro coinvolgimento, la loro partecipazione, perchè, non mi stancherò mai di ripeterlo, la politica fatta bene è qualcosa di nobile, di pulito. Non posso però non ricordare quello che ero io, che eravamo noi quando facevamo politica attiva. Non siamo mai stati un cuscinetto, un materasso per i Ds. Io e gli altriamo eravamo semmai problematici, pungenti, stimolanti. Noi eravamo e ci sentivamo la base di un partito, ci sentivamo i Cobas dei Democratici di Sinistra. Questo deve essere un militante, uno della base, soprattutto di un partito della sinistra. Deve pretendere dirigenti integerrimi, premiare i virtuosi e cacciare chi sbaglia macchiando la reputazione di un partito e quindi anche la propria. Io chiedo a questi giovani che si candideranno alle primarie di non entrare nei meccanismi di un partito ma di essere, a volte, elementi di frizione, critici e costruttivi. Chiedo di rinnegare con forza e determinazione persone come Nicola Latorre, personaggio più che persona senza scrupoli e con una moralità prossima allo zero. Chiedo di ricordarsi di questo video in cui Latorre si allea con Bocchino pur di dare contro a Donadi dell'Idv, tradendo patti elettorali, impegni politici e milioni di elettori. Ricordarsi di Latorre per mai diventare come lui. Chiedo di rinnegare con forza, urlando, gente amica dei mafiosi come Vladimiro Crisafulli, di chiedere che sia espulso dal Pd. Spero che saranno e rimarranno uomini e donne di Sinistra appartenenti a quella sinistra che da i suoi migliori frutti tra i 20 e i 30 anni, per poi diventare, fino ad adesso, la sinistra vuota e retorica di D'Alema e di Veltroni. Lo spero per me, che oggi mi tengo ben distante da questa politica, e lo spero per tutti gli italiani che da ragazzi corretti e coerenti possono solo guadagnarci in termini di civiltà. Loro sono la speranza per una politica nuova, che non si normalizzi, che rimanga militante. Io non avrei il coraggio di entrare in quei meccanismi, di provare a cambiarli dall'interno. Per questo spero che siano loro a rendere all'Italia una sinistra degna di chiamarsi in questo modo, e non un partito annacquato e senza alcun riferimento. Buona fortuna.

mercoledì 19 novembre 2008

Giochi innocenti per bambini... speciali


No no, niente scandali, niente paternali e niente moralismi. Uno è libero di fare l'imbecille quando e dove vuole, in piena libertà ed autonomia. Uno può entrare dal macellaio e invece che "buongiorno" dire "Cucù". Oppure andare in chiesa, nascondersi dietro il prete e appena il sacerdote si abbassa, venire fuori e fare "Cucù" ai fedeli. Solo che viene spontaneo pensare che in questo momento in America si discute di transizione tra Bush e Barack Obama, di summit con la Cia, di strategie economiche per uscire dalla crisi globale, di impegno o riduzione delle forze armate nei territori di guerra. E invece, nello stesso identico momento, in Italia stiamo parlando di Berlusconi che a dieci giorni di distanza dal "negro parafrasato" ad Obama, ci ricasca durante la visita ufficiale di Angela Merkel a Trieste per il vertice italo-tedesco. Mentre la cancelliera tedesca percorre il tappeto rosso in mezzo al classico picchetto d'accoglienza, Berlusconi si nasconde dietro una colonna e quando passa la cancelliera tedesca sbuca alle sue spalle e le fa "Cucù". Niente scandali, ripeto. Solo che a fare il buffone non sono io, e non è Silvio Berlusconi a casa sua tra le donzelle, ma è Silvio Berlusconi nella veste di Presidente del Consiglio dei Ministri Italiano. E chi fa una gran figura di merda non è Silvio Berlusconi, ma l'Italia che da vent'anni lo manda al Governo. Punto, solo questo. Per il resto... ops... guardate un attimo dietro di voi... Cucù!

martedì 18 novembre 2008

Intervista ad Angelo Vaccaro Notte per Fuoririga

La cosca mafiosa che regnava a Sant’Angelo Muxaro, stroncata dalle operazioni della magistratura “Sikania” e “Sikania2”, la chiama “la Cosca dei Pidocchi”; i componenti del sodalizio mafioso per lui sono “sacchinari (straccioni, ndr)”, “vermi”, “puci (pulci, ndr)”, “elementi ciambella” e “lampe da cinque (lampadine di scarsa luminosità,ndr)”; alle foto segnaletiche degli arrestati per gli omicidi dei suoi fratelli, al posto dei nomi e dei cognomi, sovrappone nomignoli come “Pucys Inutilis”, “Pucys Scoglionatus” e “Pucys Sciratus”. Angelo Vaccaro Notte è l’incontenibile fratello di Enzo e di Salvatore, uno piccolo imprenditore nel campo delle onoranze funebri, l’altro capo squadra della Guardia Forestale, uccisi a Sant’Angelo Muxaro rispettivamente il 3 novembre 1999 e il 5 febbraio del 2000. Il suo dolore oggi è sovrastato da una rabbia che seriamente si fatica a raccontare e che si può solo intuire dalla sua viva voce. Oggi lui è tra i 63 Testimoni di Giustizia in Italia e vive nel Nord della penisola con la moglie e con i quattro figli. Questa è la prima intervista rilasciata da Vaccaro Notte che con i giornalisti non ha un buonissimo rapporto.

Angelo Vaccaro Notte, chi erano Salvatore e Vincenzo?

Erano due persone oneste, troppo oneste, disponibili e generose, che dopo essere emigrate in Germania, nel 1979, e aver lavorato sodo per diversi anni nella loro pizzeria, tornano a Sant’Angelo ad investire lì tutti i guadagni accumulati. Acquistano anche case e terreni, e nel 1998 mio fratello Vincenzo decide di aprire un’agenzia di onoranze funebri, investimento che lo condurrà alla morte assieme all’altro fratello, Salvatore.

Uccisi per delle pompe funebri?

Oggi maledico quella intuizione di mio fratello Vincenzo. Dopo incredibili iter burocratici eravamo riusciti ad avviare la nostra attività che era l’unica autorizzata, e quindi legale, ad operare a Sant’Angelo. Potevamo vendere corone e gestire tutti gli aspetti di un funerale. Il problema è che in paese c’era un’altra agenzia di onoranze funebri, abusiva e senza permessi: apparteneva ai fratelli Milioto, Angelo e Alfonso, vicini alla famiglia mafiosa dei Fragapane di Santa Elisabetta.

Immagino che loro non fossero felici, e che voi non abbiate chiesto “il permesso” per concorrere…

Non avevamo nessun permesso da chiedere, avevamo le autorizzazioni istituzionali. Hanno provato in tutti i modi a convincerci, ad incontrarci, a mediare tramite un imprenditore edile quasi omonimo, Giuseppe Vaccaro, e tramite altre “lampe da 5”. Ma noi rifiutammo fin dal primo momento ogni patto con la “cosca dei pidocchi”. Dopo la brusca cessazione di quegli incontri “mediatori” mi fecero trovare uno dei miei cani ferito a colpi di lupara, e dopo qualche settimana, con fucili di precisione, ne uccisero altri tre. La vendetta era cominciata, ma purtroppo non pensavamo che queste nullità arrivassero ad uccidere i miei fratelli e a tentare di ammazzare anche me.

Si racconta che sin dall’inizio vi eravate dimostrati “forti”, e che dopo le minacce avevate addirittura affisso per il paese un manifesto pubblicitario in cui c’era scritto: “per i vostri funerali rivolgetevi a noi, siamo gli unici autorizzati, prezzi convenienti, un milione di lire per ogni funerale bara compresa”.

E’ vero. In Germania, un paese molto più civile dell’Italia ci siamo abituati ai doveri, ma soprattutto ai diritti che sono sacrosanti e sanciti dalla costituzione. Noi eravamo imprenditori, loro falliti semplicemente perché erano incapaci di amministrare, di portare avanti qualsiasi attività. Io, per esempio, tra Italia e Germania, ero titolare di una ventina di attività, e i miei fratelli non avevano cambiali da pagare, perché dietro di loro c’ero io che potevo finanziare. I pidocchi, invece, erano perennemente con le “pezze al sedere”.

Lei calca la mano nel descrivere gli aguzzini della vostra famiglia chiamandoli “senza palle”, in che senso? Non vi hanno forse dimostrato come con la prepotenza si può oltrepassare qualsiasi ostacolo?

Tutti sono capaci ad ammazzare a tradimento, in gruppo, come un esercito. Sono bravi pure a vantarsi nei bar delle proprie azione criminose. Ma nessuno di queste “pulci” è stato mai capace di affrontare di petto i tre fratelli Vaccaro Notte. Hanno avuto bisogno di decine di uomini, di armi, e dell’omertà di gran parte del paese per poter uccidere i miei fratelli. Non hanno coraggio, quando sono da soli, senza il branco, diventano dei bambini indifesi, fanno davvero pena.

Il 3 novembre del 1999 uccidono suo fratello Vincenzo. La partita poteva essere chiusa. Voi potevate cedere e chiudere il conto salatissimo che la cosca di San’Angelo aveva preteso.

Certo, sarebbe stata la loro vittoria. Subito dopo l’omicidio di Enzo, io e Salvatore decidiamo di tenere duro, di dimostrare che non si può ottenere tutto con le armi, con la prepotenza, con l’intimidazione. Nonostante il dolore lancinante, la nostra scelta è netta e rappresenta una sfida alla “Cosca dei pidocchi”: noi continuiamo! Forse non si aspettavano questa reazione, e a maggior ragione temevano una vendetta. Per questo hanno deciso di ucciderci tutti, perché avevano paura.

Lei aveva sete di giustizia, ma pur conoscendo mandanti ed esecutori non cercò vendetta, non si sporcò le mani.

Si, la tentazione di farmi giustizia con le mie mani è stata forte. Ma avremmo solo fatto il loro sporco gioco. Dal giorno dopo l’omicidio di mio fratello Enzo mi misi a completa disposizione delle forze dell'ordine, parlai giorni e giorni, firmai decine e decine di verbali mettendo in chiaro chi come e perché avrebbe potuto commettere il fatto. Se tutto quel materiale fosse stato usato in tempo e con modo forse oggi piangeremmo solo un fratello e forse anche il destino di quel paese sarebbe diverso.

E invece?

Posso dire senza timore, e con un eufemismo, che le indagini potevano essere svolte molto, molto meglio da magistrati molto, molto più competenti. Solo 94 giorni dopo viene ucciso anche Salvatore, con due colpi di lupara in testa. Fu la fine di tutto. E pensare che si poteva tranquillamente evitare. Per colpa di una magistratura all'epoca lenta e disattenta, questi personaggi, che tutti conoscono a Sant'Angelo Muxaro e dintorni, hanno potuto fare i loro comodi fino al giorno degli arresti. Perché già all'indomani del primo delitto io avevo indirizzato le indagini sui reali responsabili. Ecco perché le manette potevano scattare sei anni fa, risparmiando la vita a Salvatore, salvando l'integrità di una famiglia rispettata e ben voluta dalla gente per bene di Sant’Angelo.

Anche lei però ha rischiato di essere ucciso.

Non una volta, ma almeno cinque. In alcuni casi mi sono accorto degli agguati all’ultimo momento, grazie ai miei cani che sono stati i miei veri angeli costodi, che hanno abbaiato respingendo con aggressività questa “feccia” e mi hanno consentito di salvarmi. Davvero devo la mia vita a loro. E’ anche per il pericolo di vita imminente, e per l’immobilità della magistratura, non avendo più fiducia in nessuno, che il 30 marzo del 2000, assieme alla mia famiglia, lasciai Sant’Angelo per andare a vivere in Argentina. Lì rimasi per ben 13 mesi, senza la possibilità di tornare, in quanto la Procura non riteneva sussistessero garanzie per la nostra incolumità a Sant’Angelo Muxaro.

Il 10 maggio del 2006 un’operazione portò in carcere dodici persone (uno era in carcere per altre vicende), tra mandanti ed esecutori materiali dei due omicidi. Gli inquirenti scoprono che oltre al duplice omicidio ci sono gare d’appalto pilotate, estorsioni, traffico di droga, di armi, e coperture a latitanti eccellenti. E pensare che il sindaco di Sant’Angelo Muxaro di allora, Giuseppe Tirrito, dopo gli omicidi dichiarava ad Alfonso Bugea: “E’ un paese tranquillo,un’isola felice. La mafia cerca di infiltrarsi laddove c’è business e dove ci sono amministrazioni corrotte ed a S.Angelo non c’è né questo né quello”. Perché lei continua a chiedere ulteriori indagini, altri accertamenti?

Sul sindaco preferisco sorvolare. Era lo specchio di una società malata. Non ha nemmeno proclamato il lutto, nonostante mio fratello Salvatore fosse stato suo consigliere e io fossi proprio negli anni dei due omicidi, consigliere di minoranza; eravamo impegnati nell’amministrazione del paese, ma questo per lui non contava. La verità ha travolto anche le sue menzogne per fortuna e ha svelato preoccupanti coperture. Per quanto riguarda gli arresti, per me è ancora una giustizia monca e parziale, perché gli arrestati sono solo dei pagliacci, delle pulci, appunto. Dei manichini. La giustizia deve colpire chi acconsentì a quegli omicidi, il livello superiore di responsabilità. Grazie alla mia testimonianza sono stati arrestati diversi latitanti pericolosi (adesso pentiti, che collaborando con lo Stato hanno portato alla luce decine di omicidi e hanno favorito diverse operazioni Antimafia) e molti dei facenti parte della cosca di San’Angelo e dintorni, nell’ambito delle operazioni antimafia “Sicania” e “Sicania 2”. Come mandante degli omicidi dei miei fratelli è stato indicato dalla magistratura Giuseppe Vaccaro, arrestato a Padova, che io chiamo “pucys inutilis”. I killer di Salvatore sarebbero stati Pietro Mongiovì, Vincenzo Di Raimondo, Giuseppe La Porta e Stefano Iacono. Gli altri arrestati sono Calogero L’Abbate, di Porto Empedocle, Stefano Fragapane e suo fratello Francesco, di Santa Elisabetta, Raimondo Pona, di Casteltermini, Angelo Milito e suo fratello Alfonso, di Santa Elisabetta, Antonio Di Raimondo, di Sant’Angelo Muxaro e Stefano la Porta, di Santa Elisabetta.

Dodici persone, quante ne mancano?

Sono poche, troppo poche per un gioco così grande. Mancano tanti nomi, alcuni dei quali sono perfettamente liberi di delinquere. Pietro Mongiovì, poco dopo aver iniziato la sua collaborazione con i giudici, accettando i miei “saggi” consigli, decide di impiccarsi, il che non può dispiacermi. Sono cattolico, ma non posso perdonare. E quella di Mongiovì è la fine che auguro a tutti gli altri dodici. Posso dire che la mia sete di giustizia è stata soddisfatta al 50%, sto aspettando il resto. Anche la provincia di Agrigento in generale ha ricevuto eccellenti risultati dalle operazioni Antimafia che dal 2000 ad oggi sono state portate a termine, tutte collegate tra di loro. Sant’Angelo Muxaro deve essere orgogliosa e fiera di avere dato i natali ai fratelli Vaccaro Notte, che in parte hanno dato visibilità a questo piccolo centro, nella valle dei monti Sicani; imprenditori veri ed instancabili prima in Germania e poi in Sicilia.

Oggi lei lavora nel nord Italia, ha tre aziende e da lavoro ad una trentina di persone. Cosa la spinge tutte le mattine ad alzarsi, a ricominciare una vita nettamente diversa da quella che felice che viveva a Sant’Angelo con una famiglia legatissima e con due fratelli con cui in realtà eravate un tutt’uno?

La mia vera linfa vitale che mi ha sostenuto in momenti difficili della mia vita è mia moglie e i miei quattro figli. Non erano abituati a vedermi in uno stato di totale assenza psicofisica, demoralizzato e sconfitto. Per il mio carattere, ostacoli e problemi non esistevano e se si creavano venivano risolti con ottimismo. La perdita dei miei fratelli però non è stata solo un ostacolo o un problema, è stata una tragedia, parte di me stesso è morta assieme a loro. Oggi però ho l’orgoglio della mia libertà, il coraggio di tenere sempre alta la testa. L’obbligo morale di far si che quei due sacrifici non vengano dimenticati, non diventino vani. Io continuo dai miei due blog (sicania.spazioblog.it e vaccaronotte.spazioblog.it) entrambi visitatissimi (quasi 2 milioni di visitatori) da tutto il mondo, da tutte le università , associazioni o enti, da gente comune, da vittime o carnefici, da curiosi; mi onorano spesso le visite delle più alte cariche dello Stato che visitano i miei siti, non so se per curiosità o interesse. Quotidianamente sbeffeggio la “cosca dei pidocchi”, questi incapaci, questa sporcizia che ci aveva accerchiato. Scese in campo un esercito contro tre fratelli che lavorano onestamente, in un paese dove le connivenze erano all'ordine del giorno. Pensa che sulla foto di uno dei mandanti ho inserito un omino che di continuo urina sull’immagine. Oggi io, Salvatore e Vincenzo siamo i vincitori, e loro sono rimasti parassiti, pulci, o quale migliore definizione di “pidocchi”? La mia vera grande soddisfazione è che quattro “bestie criminali” facente parte della “Cosca dei Pidocchi” che parteciparono agli omicidi dei miei fratelli sono crepati, ma sarebbe stato un vantaggio per tutta la società civile se fossero morti il giorno della nascita: Bruno Giuseppe, cinque colpi di lupara , Di Raimondo Vincenzo, cancro, Sacco Agostino e Mongiovì Pietro, impiccati. Io continuo ad affidarmi alle grazie di Sant’Angelikus (il mio Santo “personale”) e ad un Santo Antimafia che punisce i criminali. Sono ottimista e aspetto ulteriori “miracoli”.

sabato 15 novembre 2008

Esiste la mafia?

1975. Luciano Liggio viene audito in Commissione Parlamentare Antimafia. "Signor Liggio, per lei esiste la mafia?" chiede il presidente. "Signor presidente, se esiste l'antimafia esisterà anche la mafia".

1999. Nello studio di Michele Santoro c'è ospite Marcello Dell'Utri. "Senatore, esiste la mafia?" gli chiede Santoro. "Se esiste l'antimafia esisterà anche la mafia".

mercoledì 12 novembre 2008

"L'oro della camorra" di Rosaria Capacchione

«Gomorra» di Roberto Saviano era solo una chiave d’accesso, un’ampia panoramica per capire di cosa stavamo parlando, per avere la genealogia dei «casalesi», era una bussola tra aneddoti e processi. Dopo Gomorra serviva un libro tecnico, scientifico, che però si leggesse agevolmente, come un romanzo. Serviva un volume che raccontasse come da Casapesenna il potere dei Casalesi sia arrivato nel pieno centro di Milano, zona Navigli, grazie all’ambasciatore Pasquale Zagaria. Serviva, soprattutto, che si scrivessero nero su bianco le responsabilità politiche, alcune delle quali naturalmente solo presunte, che hanno permesso all’esercito della camorra di espandersi e fortificarsi impunito. Serviva, in poche parole, un libro come «L’oro della camorra» edito da Bur-Rizzoli, scritto da chi, da trent’anni, effettua le radiografie dei processi, dei verbali, di tutto ciò che giudiziariamente riguarda i «casalesi». Serviva una «diagnostica per immagini» come Rosaria Capacchione, giornalista del Mattino di Napoli, giornalista che possiede una grande memoria applicata ad una semplicità di scrittura che rende i suoi articoli, e ora il suo libro, accessibile a tutti. Come si può pensare di raccontare «i casalesi», la loro espansione manageriale, senza citare Aldo Bazzini, convivente della madre di Francesca Linetti, moglie di Pasquale Zagaria, fratello del latitante Michele? Quello stesso Bazzini che grazie alla camorra ripiana i suoi debiti di gioco e che la prende per mano conducendo la consorteria negli affari di Parma, nei palazzi da ristrutturare di Milano, con almeno 500mila euro contanti in tasca procurati direttamente da Pasquale Zagaria in una domenica di luglio. Bazzini, l’uomo che gestiva, tramite Alfredo Stocchi, immobiliarista emiliano, i rapporti tra i casalesi e l’entourage dell’ex ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi (forse ora si capisce in che senso bisogna convivere con la mafia), nella persona di Giovanni Bernini, ex presidente del Consiglio Comunale di Parma, nominato dal ministro «consigliere per i rapporti con gli Enti Locali». Rosaria riesce in appena 250 pagine a raccontare e a sgrovigliare società, soci e conti correnti. Aspettavamo una Rosaria Capacchione che finalmente scrivesse di Nicola Casentino, casalese di nascita, sottosegretario di Stato all’Economia e alle Finanze, l’uomo che chiedeva posti di lavoro agli imprenditori della monnezza collusi con i casalesi, gli Orsi: “Ma erano solo posti da netturbino!” precisò. Preziosa anche la testimonianza del collaboratore di giustizia Gaetano Vassallo che la Capacchione riporta nel libro, secondo cui Sergio Orsi avrebbe addirittura consegnato una tangente “in una busta gialla” a Cosentino. Racconta le giacche e i calzini in filo di scozia Rosaria, ma anche la campagna, la terra, una terra, quella campana, quella di Casal di Principe, in cui la gente viene avvelenata da coloro che reputa eroi. Agghiacciante il racconto dei pomodori, degli agrumi destinati al macero, sovvenzionati lautamente dall’Unione Europea per essere distrutti e poi trasformati in confetture. E che dire del burro campano, che invece del latte di vacca era prodotto con sintesi chimiche e oli cosmetici, e finiva negli ignari stomaci dei campani tramite merendine e panettoni. Numeri, cifre, circostanze che Rosaria Capacchione racconta in maniera precisa e incontrovertibile. Un sistema perfetto, quello dei «casalesi» che manovrava anche le certificazioni antimafia, il «disco verde» che consentiva alle aziende di partecipare alle gare d’appalto ed essere considerate «pulite». Rimane una medaglia di questa regione raccontata dalla eccellente Rosaria: su una faccia c’è una Campania distrutta, desolante, povera, avvelenata, ancora ignara di tutto quello che è stato seppellito nelle sue campagne; dall’altra ci sono le pagine del verbale di sequestro a casa di Pasquale Zagaria, formalmente dipendente di una piccola azienda, che la Capacchione pubblica integralmente: migliaia di capi firmati rigorosamente dai migliori stilisti, da Louis Vuitton, a Dolce & Gabbana, a Cartier. Rosaria Capacchione oggi vive sotto scorta a causa delle minacce da parte di Antonio Iovine e Francesco Bidognetti durante il processo Spartacus. In realtà già nel 92 Rosaria era nel mirino dei «casalesi», e quando nel 1996 il pentito Dario De Simone svela il piano per «sopprimere» Rosaria, gli inquirenti gli chiedono: “Perché è stato abbandonato questo omicidio”. E De Simone, serafico: “E chi ha detto che è stato abbandonato? E’ stato solo rimandato…”. Diffondere “L’oro della camorra” alla pari di Gomorra. Questa è l’unica “solidarietà seria” che l’Italia può dare alla giornalista Capacchione. E così che si risponde alle minacce, alle intimidazioni.

***

P.s. C’è una immagine di Rosaria Capacchione molto significativa, che mi piace condividere con voi. E’ seduta in redazione e una giornalista di Rai News 24 la sta intervistando. Lei risponde, confessa di non sentirsi a sua agio sotto i riflettori, e non ci tiene affatto ad andare in tv. E’ imbarazzata e sinceramente modesta. Ricorda in maniera dolce quell’intervista di Marcelle Padovani a Giovanni Falcone.

Ma chi glielo fa fare?”

Falcone: - Soltanto ho spirito di servizio.

Padovani: - Ha mai avuto dei momenti di scoramento, magari di dubbi, delle

tentazioni di abbandonare questa lotta?

Falcone: - No mai.

Vi presento i miei...


Ci conosciamo da abbastanza tempo. E' arrivata l'oraaa delle decisioniii irrrrevolcabiliii, l'ora di presentarvi i "miei". L'Amministrazione Comunale di Santa Margherita di Belice, provincia di Agrigento, il mio paese natale. In un clima di totale decadenza politica, questa compagine sarà il termometro del sadomasochismo degli italiani. La giunta sopra ritratta, assieme al consiglio comunale, che vi presenterò più avanti, rappresentano una tra le peggiori amministrazioni d'Italia, in termini qualitativi e sostanziali. Ne hanno fatte e ne stanno facendo di tutti i colori. Da oggi in poi vi racconterò le cose peggiori che faranno, in modo tale da esportarle oltre le mura cittadine. E' anche un modo per far rivalutare ad ognuno di voi il livello della propria amministrazione... Su, fate gli educate, salutateli!

martedì 11 novembre 2008

Articolo esclusivo da Fuoririga sulla figura di Gino Guzzo, presunto capomafia del Belice

Avviso importante: il romanzo del mio amico Antonio Pagliaro, "Il sangue degli altri" è nella lista dei cento del Premio Scerbanenco, "miglior noir", lo Strega per i gialli, in pratica. C'è un voto popolare che precede la valutazione della giuria, vi prego di votarlo qui: http://www.noirfest.com/cerba.asp

Ecco il mio articolo pubblicato sul periodico allegato al Giornale di Sicilia, Fuoririga, dedicato alla figura del presunto boss del Belice, Gino Guzzo. Fuoririga è andato esaurito in mezza giornata. Non ci sono più copie in commercio. L'unico modo per acquistarlo è on line, cliccando qui.

Quanto segue è basato sull’ordinanza di fermo dell’operazione di polizia «Scacco Matto». Non ci sono ancora sentenze di condanna o assoluzione, se non quelle passate in giudicato che hanno riguardato Gino Guzzo. Per cui coloro che di seguito sono citati vanno considerati innocenti fino alla sentenza.

***

A tratti è riflessivo, saggio, salomonico. Un attimo dopo sfodera l’ira del capo indiscusso ed indiscutibile, del tiranno. E’ una figura ambigua quella dell’ultimo boss del Belice, Gino Guzzo, secondo le indagini capo incontrastato del mandamento che comprende Sciacca, Santa Margherita Belice, Menfi e Sambuca di Sicilia. E’ lui il «padrino» del territorio, o almeno lo era prima di finire nella rete dell’operazione “Scacco Matto”. E’ lui a tirare le fila, talvolta accarezzando gli uomini d’onore, talvolta umiliandoli e costringendoli a chiedere «scusa». L’aspetto fisico, la lucidità e la capacità di mediare ricordano l’ultimo Bernardo Provenzano, più stratega che «tratturi». La scalata di Gino Guzzo al vertice della cupola mafiosa di Agrigento inizia in un periodo di forte crisi vocazionale in Cosa Nostra. Il vecchio capomafia di Montevago, Pino La Rocca, ormai aveva una certa età e per portare avanti la «famiglia» aveva bisogno di energie giovani, di nuove leve. Ma di chi fidarsi a Montevago? Fu un uomo d’onore saccense, Accursio Dimino, ex compagno di scuola di Guzzo, a presentare Gino al grande vecchio come uno «apposto», di cui fidarsi. Prima «guarda spalle» di Don Pino, poi suo autista. Gino Guzzo è uno che la gavetta criminale l’ha fatta tutta, collezionando arresti e condanne che in Cosa Nostra fanno curriculum e certificano l’affidabilità di un uomo d’onore. Se non parli, se il carcere non ti spaventa, se dentro ti fai rispettare, hai stoffa. Gli inquirenti dicono che Guzzo è un uomo d’onore almeno dal 1996. In realtà l’affiliazione risalirebbe ai primi anni 90. Il ‘96 è l’anno della prima condanna per associazione mafiosa, da parte del Tribunale di Sciacca. E’ il 16 luglio 1996 e accanto alla frase «colpevole del reato ascritto» c’è un numero, l’8. Otto anni di reclusione «per la partecipazione all’associazione mafiosa Cosa Nostra», sentenza confermata poi dalla Corte di Appello di Palermo e divenuta definitiva il 9 ottobre del 1998. Il procedimento era il n. 7916/92, «La Rocca + 24», denominato "Havana". La sentenza è implacabile, così come lo sono le motivazioni: «in tale processo è emerso sul conto dell’indagato che:

- lo stesso era affiliato alla famiglia mafiosa di Montevago, ed aveva il ruolo di braccio destro del capo-mandamento locale Francesco La Rocca;

- si era distinto per il disprezzo della legge tanto da minacciare un carabiniere della Stazione del suo paese intimandogli di non farsi vedere più nelle sue vicinanze e non effettuare controlli sul suo conto;

- aveva partecipato insieme a Dimino Accursio all’organizzazione di un piano per uccidere alcune guardie penitenziarie;

- era in rapporti diretti sia con il più influente uomo d’onore della parte occidentale della provincia agrigentina, Salvatore Di Gangi di Sciacca, sia con il rappresentante provinciale di Trapani Matteo Messina Denaro, per conto del quale aveva trasmesso anche dei “pizzini” diretti agli esponenti di vertice dell’agrigentino».

Le parole dei magistrati non lasciavano molto spazio all’immaginazione. Di Gino Guzzo però parla anche l’ex super killer Luigi Putrone, oggi collaboratore di giustizia, che in due interrogatori, l’1 settembre 2006 e il 17 gennaio del 2007, ricorda di avere incontrato il Guzzo nei primi anni Novanta e che lo stesso gli era stato presentato come uomo d’onore. Gino lascerà il carcere il 5 febbraio del 2001. In semilibertà. Torna a Montevago e ricomincia subito a frequentare i vecchi amici, a cercarne di nuovi perché il carcere non ti allontana da Cosa Nostra. Nessuno ti può allontanare dalla «famiglia». La sua vita da «uomo libero» non dura molto però. Mentre gli inquirenti indagano, intercettano e pedinano alcuni sospettati saccensi, per quella che sarà poi «Scacco Matto», si imbattono di nuovo in Gino Guzzo. E’ il 24 gennaio 2006. Grazie alle microcamere nascoste, i Carabinieri registrano Guzzo mentre si incontra con Calogero Rizzuto e Accursio Dimino, affiliati alla famiglia di Sciacca. E’ fatta. Guzzo entra nel registro degli indagati. «Tale incontro – scrive il pm - è stato accompagnato da cautele tali da lasciarne intendere chiaramente la natura illecita». Durante l’incontro nelle campagne di Sciacca, Gino Guzzo consegna a Dimino un foglio di carta che viene letto da entrambi e che poco dopo ripone nella tasca interna del suo giubbotto. E’ un «pizzino». Da quel giorno, magistrati e organi di Polizia non lo lasceranno più un attimo da solo, fino ad arrivare ad una ordinanza di fermo di 1600 pagine in cui il suo nome compare ben 5846 volte. E dalle intercettazioni ambientali viene dipinto un boss che rappresenta la perfetta fusione tra la saggezza dei «palermitani» e la violenza dei «corleonesi». E’ il punto di riferimento del mandamento, riceve tutti i maggiori esponenti delle famiglie nel suo «ufficio» nell’officina di Antonino Gulotta, suo umile factotum. E’ li che si decide chi deve essere «messo a posto», chi deve lavorare, chi deve essere intimidito. Lui ascolta le istanze, riflette, medita, dispensa consigli e impartisce ordini facendo gravare su ogni parola il peso del capo. Lui, Gino Guzzo, è ambizioso. Non gli basta mettere il naso negli appalti, piegare le attività sotto il peso del racket, della «messa a posto», per lui non è abbastanza. Guzzo vuole espandersi in ogni direzione. Ed è così che lo vediamo interessatissimo ad entrare in massoneria, di preciso in quella di Castelvetrano. «Tu ci hai parlato con tuo cugino per il fatto della massoneria?» chiede a Giuseppe La Rocca, anche lui uomo d’onore di Montevago. Insiste sulla possibilità di piazzare uno della «famiglia». «Se ti capita l’occasione, io sono interessato Peppe, il più breve tempo possibile, a questa cosa. Gli dici che c’è una persona di un certo livello che è interessata a questa cosa… Possiamo parlarne con questo, gli dici». Certo, bisogna studiare il modo per non far pesare la sua condanna penale, un modo per «entrare dalla finestra» nella loggia. Ma affiliarsi ad altri fratelli serve, e il che la dice lunga sulla onestà e sulla potenza della consorteria massonica trapanese. Ma nelle mire di Guzzo non ci sono solo logge e grembiulini. C’è il potere politico, quello decisionale, quello che crea i posti di lavoro, quello che assume, quello che affida gli appalti. Gino Guzzo sogna di poter manovrare il Consiglio Comunale di Montevago, ma è cosciente che da solo non può arrivarci: «noi dobbiamo fare in modo che... soli non possiamo andare ad amministrare, non abbiamo le forze...». Il progetto del boss è di ampio respiro, e mira ad entrare «occultamente» nell’amministrazione del paese. Non ci sono ideali, destra e sinistra non contano. E chissà cosa direbbe Totò Riina, uno che mai sarebbe sceso a patti con dei «comunisti». «Ci abbracciamo a quello con cui abbiamo la sicurezza di vincere. Perchè, vincendo le elezioni, abbiamo 5 anni, stiamo la dentro, ci fortifichiamo facendo clientelismo, facendo politica, facendo politica... Ci fortifichiamo in maniera tale che ai prossimi 5 anni, lo diciamo noialtri che deve venire con noi» dice Guzzo. E per questa volta la famiglia di Montevago dovrà accontentarsi di sostenere un "lanzato di cane", nella fattispecie il dottore Nino Barrile, attuale sindaco di Montevago, che a Guzzo non piace proprio. Lo considera il meno peggio, e a quanto dice ha già alcuni agganci: «Il dottore (ndr Barrile Antonino) la dentro deve comandare poco. Allora, anche nella scelta della lista della cosa... ti pare che ho dormito! Ci abbiamo messo persone in lista che hanno proposto loro e devono fa.... e fanno quello che diciamo noi! Ci vado e gli dico: mi serve questa cosa. Non direttamente per dire.... a loro, a quello che è in lista». Ma Gino è un imprenditore, deve calcolare gli investimenti, i rischi e mettere in conto le perdite. Una macchina perfetta che non dimentica mai che per comandare serve carisma, serve pugno duro. E allora eccolo urlare, riguardo al alcuni fatti accaduti nel mandamento, «Ma come me lo viene a dire…ma questi qua non hanno cervello. ma come sono combinati, ma come sono combinati. […]questi qua, con la scusa di dire…neanche capiscono quello che fanno. Vedi che ci sono persone che alla fine vogliono morire. […]minchia, ma questi di qua, ma che minchia sono, ma veramente per forza si devono fare sparare, ma come minchia sono combinati questi due….(riferendosi ai fratelli Campo, Giovanni e Filippo. […]non vogliono pagare ! perché questi qua sono scimuniti, uno gli deve per forza rompere le corna, se non ci rompi le corna non fanno niente. alla prima occasione a questo ce lo dobbiamo “cogliere”! alla prima occasione li facciamo pensare…chiamiamo a qualcuno ehh… domani mattina piglia e ci spara a sto cazzo di Fontana! (riferendosi al collaboratore di Vitino Cascio)». Lo ritroviamo ancora una volta mediatore quando deve frenare gli assalti dei fratelli Cascio, Vitino e Rosario, che cercando vendetta contro Errante, imprenditore di Menfi che aveva invaso il territorio del calcestruzzo a prezzi stracciati. “…qua il discorso…il discorso…Gì (gino)…qua il pesce puzza dalla testa…qua il discorso si deve affrontare a Menfi, loro non possono venire qua” urla Vitino Cascio. Di fronte alle rimostranze dei due uomini d’onore, Guzzo li fa calmare, e gli prospetta un chiarimento con Errante, pur di mantenere equilibrio e pace nella sua zona. Come quando deve vedersela con i fratelli Campo, di Menfi, che avrebbero pagato a Calogero Rizzuto, uomo d’onore di Sambuca, 42.000 euro per assicurarsi la fornitura del calcestruzzo per l’esecuzione dei “Lavori di eliminazione degli attraversamenti a raso e realizzazione di opere di svincolo tra i Km 99+000 e 136+1000”. Nonostante il pagamento vada a buon fine, la fornitura non arriva. Anche lì, il boss pensa, medita e risolve. Gino Guzzo è un capo mafia, è un boss. E in quanto tale deve stare attento. Nei movimenti, nelle parole, anche negli sguardi. E allora impone ai suoi uomini delle regole, alcune ingenue, come quella di staccare l’interruttore della corrente nell’officina per «disattivare» eventuali microspie, che però hanno una propria alimentazione. O di mettere sul un tavolo, lontano dall’ufficio nell’officina, i cellulari, così come quella di spegnerli durante gli incontri segreti. Bisogna stare attenti a facce nuove, a gente che può apparire strana. Ha il terrore delle microspie Gino. E a questo proposito è emblematico il suo scambio di battute con Mario Davilla, affiliato alla famiglia di Burgio, che ha paura di aver incontrato uno «sbirro» o comunque un uomo dei «servizi segreti». «Quelli analizzano tutto, la faccia, cose…capace che avevano… aveva gli occhiali? Davilla Mario: Si! Guzzo Gino: Aveva la microtelecamera agli occhiali…sicuro! Davilla Mario: Ma a questi livelli così? Guzzo Gino: Minchia a questi livelli? Va “Striscia la Notizia” da una parte …parole incomprensibili...». Un uomo d’onore, pesato e misurato, capace di colpire duramente, ma anche di comprendere ed intercedere: «Non se ne fanno colpi di testa…pigli un cristiano e gli spari…così. La vita di un uomo è sacra. Se poi giustamente questo….. allora si ci “cafulla” (ndr si colpisce) così, con il piacere…. Ma, prima si verifica la cosa…. ». Oggi tutto questo sembra essere finito. Guzzo, almeno per il momento, è in galera con accuse pesantissime. L’intero mandamento è stata momentaneamente decapitata. E nel Belice si respira un aria diversa. Un giovane montevaghese, sul blog del «Movimento» di Santa Margherita, il giorno dopo il blitz «Scacco matto» lascia un commento: «a volte ho dovuto abbassare lo sguardo.. oggi alzo la testa».

lunedì 10 novembre 2008

Inchiesta del Sole 24 Ore sui rifiuti in Sicilia, seconda parte

Avevo già riassunto la prima parte dell'inchiesta degli ottimi Galullo ed Oddo sull' "affaire" dei rifiuti in Sicilia. La seconda parte non si può riassumere o raccontare, va trascritta pari pari, per capire come Cosa Nostra sia già dentro agli inceneritori non ancora costruiti.

di Roberto Galullo e Giuseppe Oddo

Cosa nostra punta al controllo dell'intero ciclo economico dello smaltimento dei rifiuti in Sicilia. Roberto Scarpinato, procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, non ha usato mezzi termini davanti alla Commissione parlamentare d'inchiesta sui rifiuti. Nell'audizione del 12 ottobre 2007 ha denunciato l'esistenza di un patto scellerato: una «cooperazione tra mafiosi, politici, professionisti e imprenditori anche non siciliani per aggiudicarsi il monopolio degli appalti della discarica di Bellolampo, per la progettazione e la realizzazione di un inceneritore». Quello di Palermo-Bellolampo è uno dei quattro termovalorizzatori che saranno realizzati nell'Isola. Gli altri sorgeranno ad Augusta, Casteltermini-Castelfranco e Paternò. Gli attori di questo patto avrebbero «progettato d'intervenire sull'intero piano regionale d'organizzazione dei servizi di smaltimento dei rifiuti urbani, per plasmarlo secondo i propri interessi». Progetti e piani, secondo Scarpinato, sono stati «accettati a scatola chiusa dagli enti pubblici e fatti propri». Il riferimento è al piano per il ciclo integrato dei rifiuti che fu messo a punto dall'allora presidente della Regione Sicilia, Totò Cuffaro, in veste di commissario straordinario per l'emergenza. Un altro segnale dell'interesse di Cosa nostra viene dalle dichiarazioni di Maurizio Di Gati, il boss dell'Agrigentino oggi collaboratore di giustizia. Di Gati ha parlato delle estorsioni e delle minacce della mafia contro il gruppo Catanzaro per la gestione della discarica di Siculiana. Ma ha anche riferito la confidenza di un altro boss, Leo Sutera, secondo il quale sarebbe stato «necessario» votare Cuffaro alle regionali del 2001 per «avere un presidente della Regione a disposizione» per la discarica di Aragona e l'inceneritore di Casteltermini-Campofranco. Come faceva Di Gati a sapere già nel 2001, prima che fosse indetta la gara, che a Casteltermini-Campofranco avrebbe dovuto sorgere un impianto del genere? La vicenda rientra nel processo "talpe in Procura" che vede Cuffaro imputato per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra. Non è più solo al "pizzo" che puntano i mafiosi, ma all'intero business: raccolta, trasporto, discarica, incenerimento. La relazione finale della citata Commissione parlamentare, approvata il 27 febbraio 2008, parla chiaro a questo proposito: «Vi è da parte di Cosa nostra l'assunzione in proprio dell'attività d'impresa, senza, peraltro, l'assunzione del connesso rischio potendo contare sulle tecniche di dissuasione proprie dell'affermazione mafiosa. Il dato relativo all'aumento dei sequestri di imprese specializzate per infiltrazione mafiosa è indicativo». Le cosche stanno cercando di aggredire anche i settori a monte dell'incenerimento. Per la Corte dei conti siciliana si corre il rischio che queste attività vengano «delegate» dalle imprese aggiudicatarie «a soggetti terzi, fuori dal controllo pubblico e, quindi, ancora più esposti alle pressioni delle ecomafie». È in questo senso indicativo il passaggio di molte imprese siciliane di movimento terra (campo tipico d'interesse mafioso) all'Albo dei trasportatori di rifiuti: fenomeno già segnalato dalla stessa Commissione bicamerale nel 2005. D'altro canto, l'intero affare è stimato intorno ai 6 miliardi nei prossimi venti anni: 1,2 destinati ai quattro termovalorizzatori e ai 34 impianti di raccolta e smistamento e una previsione di spesa di 210 milioni l'anno da parte degli Ato (gli Ambiti territoriali ottimali) per l'acquisto di tutti i servizi. Aggiungiamo a questi numeri 392 milioni di fondi europei provenienti da Agenda 2000 per il finanziamento delle opere infrastrutturali per la raccolta differenziata. Stiamo parlando del maggiore afflusso di denaro pubblico in Sicilia degli ultimi vent'anni. Pesano poi come macigni le considerazioni della stessa Corte dei conti nella relazione dell'aprile 2007. La magistratura contabile siciliana sostiene che le imprese aggiudicatarie delle gare che erano state indette nel 2002, dall'allora commissario Cuffaro, per la costruzione dei quattro termovalorizzatori, erano sostanzialmente a conoscenza dei bandi prima ancora che fossero pubblicati e alcune addirittura già in possesso di impianti e studi di fattibilità. La Corte denuncia in sostanza l'esistenza di un tavolo di spartizione tra politici e imprese cui era stata invitata persino l'Altecoen, un'azienda «infiltrata dalla criminalità mafiosa», si legge nella relazione, facente capo all'imprenditore Francesco Gulino. Questa circostanza, scrivono i giudici contabili, «non poteva essere ignorata da Cuffaro dal momento che la stessa impresa era coinvolta nell'esperienza sulla raccolta dei rifiuti nel Comune di Messina». Altecoen, promotrice di Messinambiente – società tuttora attiva, nonostante le inchieste ne abbiano prospettato il controllo diretto da parte della mafia – era entrata nella gestione dei rifiuti nella città dello Stretto con l'aiuto del boss catanese Nitto Santapaola e di altri elementi di spicco della mafia. E figurava in due dei quattro raggruppamenti d'imprese ai quali sono state aggiudicate le gare per i temovalorizzatori (gare poi annullate dall'Unione Europea, che dovranno essere bandite per la seconda volta). La difesa di Cuffaro è stata che Altecoen è poi uscita dai due raggruppamenti, tra cui quello per l'impianto palermitano di Bellolampo, cedendo le proprie quote agli altri soci. Ma, come rileva la Corte, la cessione è stata un affare per Altecoen perché l'aggiudicazione delle gare aveva nel frattempo aumentato il valore delle azioni cedute. La società di Gulino ha in sostanza incassato svariati milioni senza aver speso un centesimo. «E non risulta che gli altri soci del raggruppamento aggiudicatario gli abbiano fatto azione di responsabilità», dichiara Domenico Fontana, presidente di Legambiente Sicilia. Tra gli altri soci ritroviamo Actelios (famiglia Falck), Amia (Comune di Palermo) ed Emit, la società di Giuseppe Pisante attiva, in Sicilia, anche nei servizi idrici. La presenza di Emit non è un caso: come ha dichiarato in Commissione parlamentare antimafia il pm Enzo Arcadi, il gruppo di Giuseppe Pisante ha avuto contatti operativi e d'interesse con il gruppo Gulino. A ulteriore conferma dell'esistenza di un tavolo parallelo di spartizione degli affari tra politici e imprese, la Corte dei conti indica «la discutibile opzione d'attribuire agli operatori privati la facoltà di scegliere i siti dove ubicare i vari impianti» di incenerimento. La Regione ha così rinunciato a una funzione pubblica primaria: la scelta delle aree più adatte, dal punto di vista economico, sociale e ambientale, a ospitare gli impianti. Per di più è emerso che nessuno dei raggruppamenti aggiudicatari aveva la disponibilità fisica delle aree (secondo quanto previsto nel bando) al momento della presentazione delle offerte. Si è arrivati all'assurdo che la società Platani Energia e Ambiente (anch'essa del gruppo Falck), aggiudicataria dell'inceneritore di Casteltermini-Campofranco, ha ottenuto solo il 7 maggio 2007 la "sdemanializzazione" dei terreni su cui dovrà sorgere l'impianto e il loro passaggio dal demanio al patrimonio dello Stato. L'aggiudicazione della gara risale invece all'agosto 2002 e il giudizio di compatibilità ambientale, firmato da Cuffaro, all'aprile 2005 nonostante l'opposizione del dirigente regionale responsabile, Gioacchino Genchi, rimosso dal servizio e tuttora in attesa di essere reintegrato. Un Governo regionale che volesse smantellare questo tavolo affaristico-mafioso dovrebbe cambiare di sana pianta l'approccio politico alla gestione dei rifiuti, e la pubblicazione dei nuovi bandi prevista entro fine mese potrebbe dargliene l'opportunità. Anche il Governo nazionale potrebbe fare la sua parte non reintroducendo i contributi statali "Cip 6" che consentirebbero alle società di gestione dei termovalorizzatori di vendere elettricità alla rete pubblica di trasporto dell'energia a prezzi incentivati. Il che porterebbe il contribuente a pagare due volte: la prima con la tassa sui rifiuti e la seconda con gli aggravi in bolletta previsti nella normativa Cip 6. Saranno il presidente della Regione Siciliana, Raffaele Lombardo, e il capo del Governo, Silvio Berlusconi, a scrivere il finale di questa storia.

venerdì 7 novembre 2008

I leader del mondo per Obama, compreso il nostro

Il presidente della Repubblica Francese, Nicolas Sarkozy: ''A nome di tutta la popolazione francese, le faccio le mie più calorose congratulazioni. La sua brillante vittoria premia l'impegno instancabile verso la popolazione americana''.

Il leader del movimento anti-apartheid ed ex presidente del Sudafrica, Nelson Mandela: "La tua vittoria ha dimostrato che nessuna persona al mondo deve aver paura di sognare di voler cambiare il mondo in un posto migliore. Siamo sicuri che finalmente realizzerai il tuo sogno di rendere gli Stati Uniti d'America pieno partner di una comunita' di nazioni impegnata nella pace e nella prosperita' per tutti".

Il capo di Stato Vaticano, Joseph Ratzinger: "Dio illumini Barack Obama nella sua grandissima responsabilità. I migliori auguri di poter rispondere alle attese e alle speranze che si rivolgono verso di lui, anche per quanto riguarda il rispetto dei valori umani e spirituali essenziali. Pregherò per lui perchè possa costruire un mondo di pace, di solidarietà e giustizia".

Primo ministro australiano, Kevin Rudd: "Quarantacinque anni fa Martin Luther King aveva unsogno, un'America in cui uomini e donne non sarebbero più state giudicate per il colore della loro pelle ma per il contenuto del loro carattere. Oggi quello che ha fatto l'America è trasformare quel sogno in una realtà".

Il premier spagnolo, José Luis Rodriguez Zapatero: "L'elezione alla presidenza americana del democratico Barack Obama rappresenta un trionfo portatore di speranza e fiducia. In occasione della sua straordinaria vittoria elettorale, desidero esprimerle le mie più vive felicitazioni a nome del governo e del popolo spagnolo''.

Il presidente della Federazione Russa, Dmitry Medvedev: "Mosca spera che l'elezione di Barack Obama porti a un nuovo respiro nei rapporti bilaterali. Non abbiamo problemi col popolo americano, non c'è qui un antiamericanismo congenito. Speriamo che i nostri partner e la nuova amministrazione statunitense facciano una scelta a favore di rapporti più validi con la Russia".

Il presidente venezuelano, Hugo Chavez: "Congratulazioni a Barack Obama per la sua storica elezione, speriamo di stabilire nuove relazioni con gli Stati Uniti e rilanciare un'agenda bilaterale costruttiva per il benessere dei due popoli".

Il primo ministro pachistano, Yousuf Raza Gilani: "La vittoria di Obama promuoverà la pace".

Il premier indiano, Manmohan Singh: "Congratulazioni a Barack Obama per la straordinaria vittoria, si deve ritenere invitato a visitare l'India alla prima opportunità".

Il Presidente del Kenya, Mwai Kigaki, ha dichiarato festa nazionale per la giornata di domani in onore della vittoria storica di Barack Obama alle presidenziali Usa.

Il ministro degli esteri israeliano, Yigal Palmor: "La vittoria di Barack Obama nelle presidenziali Usa è uno splendido esempio di democrazia dato dagli Stati Uniti al mondo. Ambedue i candidati alle elezioni erano veri amici dello stato ebraico".

Il primo ministro britannico, Gordon Brown: "Felicitazioni al presidente Barack Obama. Saluto i valori progressisti e la visione per il futuro".

Il presidente cinese, Hu Jintao: "Congratulazioni sincere a Barack Obama".

Il premier giapponese, Taro Aso: "Congratulazioni al presidente Obama. Prometto di rafforzare le relazioni con gli Stati Uniti, che costituiscono il principale alleato del Giappone".

Il presidente afghano, Hamid Karzai: "Barack Obama porterà il mondo in una nuova era".

Il presidente della Commissione Ue, Josè Manuel Barroso: "Gli Stati Uniti sotto la sua direzione si uniscano all'Europa per condurre verso un 'New Deal' il mondo".

Il segretario della Lega Araba, Amr Moussa: "Ci aspettiamo cambio politica. La vittoria di Barack Obama è storica per il Medio Oriente e speriamo che il neopresidente provi a essere un mediatore onesto perché abbiamo bisogno di un cambiamento della politica di Washington nella regione".

L'alto rappresentante per la Politica estera e di sicurezza della Ue, Javier Solana: "Vittoria storica. Obama è stato eletto su una piattaforma di cambiamento e questa è una cosa benvenuta".

Primo ministro italiano, Silvio Berlusconi: "Cercherò di aiutare i rapporti fra Russia e Usa dove sono arrivate alla guida delle giovani generazioni e non vedo difficoltà per Medvedev ad instaurare buoni rapporti con Obama che è anche bello, giovane e abbronzato".

[Confindential: Caro Benny, ti chiedo di ricordarti di togliere questa postilla dall'elenco delle congratulazioni che ti mando tradotte dall'America. L'intervento integrale di Berlusconi, in realtà, faceva pressapoco così: "Bel negrone Obama, eh?! E' alto, bello, giovane e sarà sicuramente superdotato, o no? Secondo lei, Medvedev, uno così non ce l'ha lungo almeno 30 cm? E bravo il negrone... bisogna chiederlo a sua moglie Michelle... Eih Michelle, ti fa sognare Black Obama eh?". A presto, XXX]

giovedì 6 novembre 2008

Domani in tutte le edicole della provincia di Agrigento torna Fuoririga

Domani in tutte le edicole della provincia di Agrigento potrete trovare l'ultimo numero di Fuoririga, in cui ci saranno tre miei articoli: la parte finale dell'intervista ai testimoni di giustizia Antonino e Francesca Inga, un articolo sulla tragica storia dei fratelli Vaccaro Notte uccisi dalla mafia a Sant'Angelo Muxaro con una intervista esclusiva al terzo fratello, Angelo, e un importante articolo su quello che i magistrati descrivono come l'ultimo boss del Belice, Gino Guzzo, con foto ed intercettazioni inedite. Di seguito il comunicato stampa.

Venerdì 7 novembre in edicola la terza straordinaria edizione di "Fuoririga Speciale mafia".
Dopo lo storico record di vendite Fuoririga, venerdì sette novembre, torna in edicola con un nuovo sconvolgente “speciale verità” sulla Mafia Agrigentina.

In questo numero, la rivista diretta dal cronista del Giornale di Sicilia Gero Tedesco, pubblica, in esclusiva, l’identikit del boss campobellese Giuseppe Falsone: i quattro nuovi volti del superlatitante ricostruiti grazie alle indicazioni del pentito narese Giuseppe Sardino. Sotto assedio: Le tragiche vicende dei fratelli di Sant’Angelo Muxaro Vincenzo e Salvatore Vaccaro Notte e dell’imprenditore di Bivona, Ignazio Cutrò. Alta Mafia. Per la prima volta le intercettazioni inedite di decine di imprenditori e politici: un desolante scenario di commistioni fra istituzioni e clan. La storia dimenticata di Nick Gentile: il boss siculianese che per primo vuotò il sacco anticipando di molti anni Tommaso Buscetta. Gangster e dollari. Le fotografie mai viste del clan cattolicese dei Rizzuto con le immagini “rubate” dalla polizia canadese che ritraggono il boss Nick mentre infila i “soldi sporchi” nei suoi calzini. Appalti e potere: I clan favaresi fra pizzini, strategie e microspie:viaggio nel paese con il più alto numero di imprenditori edili d’Italia. Storie. Quando il collaboratore di giustizia empedoclino, Pasquale Salemi, salvò quattro palmesi dall’ergastolo. Scacco Matto. L’ombra dei servizi segreti sulla mafia del Belice e il ritratto di Gino Guzzo: l’uomo del bastone e della carota. Un’incursione a Sciacca per raccontare come i boss manipolavano pure le promozioni scolastiche. Le lettere di Ignazio Gagliardo: i testi delle missive scritte dall’ex boss di Racalmuto durante la sua carcerazione. La ricetta di Gherardo Colombo: l’ex pm di “Mani Pulite” racconta come si può uscire dalla stretta mafiosa. Io non mi pento”: il testo semisconosciuto dell’interrogatorio di Totò Riina condotto da Giancarlo Caselli e Pier Luigi Vigna. Mani Grandi torna in aula. Nuovo processo per l’empedoclino Luigi Putrone. Politici del passato: fra contrasti e aiuti ai “capi decina” dell’Agrigentino. Morti di mafia: il triste elenco della gente onesta uccisa dai clan.

Queste e tante altre storie esclusive su Fuoririga speciale mafia.

mercoledì 5 novembre 2008

Altro che America... date un occhio all'Ars

Nel silenzio più totale, mentre ci sentiamo tutti americani, in Sicilia accadono cose che ci fanno capire perchè noi non avremo mai un Obama, perchè non saremo mai americani. Nella mia Sicilia c'è un parlamento regionale, l'Assemblea Regionale Siciliana, popolata da parecchi disonorevoli, che hanno pure guadagnato un posto d'onore nel mio libro. Dopo le ultime elezioni in cui il Pd è riuscito a farsi doppiare da Raffaele Lombardo, Anna Finocchiaro, come ampiamente previsto ed anticipato, ha deciso di lasciare la Sicilia per tornare a fare il capogruppo in Senato. Lascia quindi un posto vacante all'Assemblea Regionale che secondo la legge deve essere assegnato al "candidato alla presidenza miglior perdente". Ora, siccome le leggi sono interpretabili ma non prostituibili, i candidati erano i seguenti: Anna Finocchiaro (Pd) appoggiata dal centrosinistra, Raffaele Lombardo (Mpa) appoggiato dal centrodestra, Ruggero Razza (La Destra), Sonia Alfano (Amici di Beppe Grillo), Giuseppe Bonanno Conti (Forza Nuova). I risultati sono stati i seguenti: Raffaele Lombardo: 1.862.959 voti (65,35%), Anna Finocchiaro: 866.044 (30,38%), Sonia Alfano: 69.511 (2,44%), Ruggero Razza: 45.605 (1,6%), e infine Giuseppe Bonanno Conti, 6.606 (0,23%). Ora, seguendo alla lettera la legge, se il primo vince e diventa presidente, e lo chiamiamo Lombardo, se la seconda lascia per andare al Senato, e la chiamiamo Finocchiaro, chi è la terza miglior perdente candidata presidente? O è Sonia Alfano o sono io. Di certo non è Rita Borsellino, che non era candidata alla presidenza quindi non è nemmeno contemplata tra le possibilità. Ma se proprio dovevano accordarsi tra di loro per lasciar fuori Sonia Alfano, potevano almeno ridare un minimo di dignità all'Assemblea e a quella scelta vergognosa assegnando a Rita Borsellino quel seggio, come richiesto peraltro da tanti intellettuali siciliani. Quello che certo non potevano fare era dare il seggio ad un semplice candidato alla carica di deputato regionale, come Bernardo Mattarella. Chiaramente lo hanno fatto. Yes, loro can. La proposta di attribuzione del seggio a Mattarella è stata approvata con voto segreto, naturalmente: 40 si, 20 no e 2 astenuti. Benvenuto deputato Mattarella. L'assemblea regionale approva la proposta della commissione verifica poteri, relatore Rudy Maira, e dico tutto. Loro si riuniscono, si accordano tra partiti e poi decidono autonomamente, infischiandosene della legge che era fin troppo chiara. Fila come discorso. Comprensibile il comunicato di Rita Borsellino: "Tale decisione non è supportata, come è noto, da elementi giuridici fondati, ma appare frutto di una scelta politica miope e dissennata di cui principale responsabile è lo stesso Partito Democratico. Quest’ultimo, infatti, non tenendo conto della più che significativa affermazione di Rita Borsellino in occasione delle elezioni regionali del 2006, ha voluto imporre una propria candidatura alle recenti elezioni regionali del 2008 con i risultati a tutti noti". La pensiamo tutti come lei. Ma c'è un però. Perchè il suo staff non ha ascoltato i ragazzi di Rita, quelli veri, quelli che la supplicavano di non allearsi con Anna Finocchiaro e con il Pd, che come avevamo previsto, l'avrebbe poi deliberatamente bruciata? Perchè non allearsi invece con Sonia Alfano, e scavalcare agevolmente lo sbarramento del 5%? Rita avrebbe dovuto fare semplicemente quello che fa da una vita oramai: ascoltare la sua gente. E invece la storia è andata diversamente. Ora, paradossalmente, si ritrova a reclamare un posto all'Ars, dalla stessa parte della barricata in cui si trova Sonia Alfano. E la rabbia è tanta, per chi, come me, ha chiesto fino alla fine a Rita Borsellino di mandare a quel paese il Pd e gli uomini indegni che oggi lo compongono e correre da sola, da sola con noi.