venerdì 31 ottobre 2008

Cossiga suggerisce, quello che fa rima con testicoli esegui"sce"

Vedete che avevo ragione io? Cossiga va ringraziato. Una settimana fa dettava la linea guida da seguire per creare un clima da guerriglia e quindi idoneo per bastonare gli studenti; una settimana dopo un qualche ministro esegu"isce" ciò che il sardo suggerisce. Io ho sempre partecipato alle manifestazioni, e continuerò a farlo. E so bene che nei dintorni di una manifestazione, anche nei pressi della più tranquilla, ci sono sempre i cordoni della Polizia. A Roma, a Piazza Navona, lo scorso 8 luglio, ho visto con i miei occhi la Polizia vietare l'accesso ad un furgoncino elettrico che doveva fare delle consegne all'albergo di fronte al palco. Il 29 ottobre invece, nel pieno della manifestazione studentesca, un furgone viene tranquillamente lasciato passare dal cordone di polizia, senza controlli. Dal furgone scendono una trentina di skin head, che tradotto vuol dire "teste di cazzo", che con spranghe e bastoni, presi sempre dal furgonone lasciato passare poco prima, iniziano a bastonare alcuni studenti e a lanciare tavoli e sedie. Uno dice: i soliti scontri tra fascisti e comunisti. Già. Guardate il video però. Le teste di prima in teoria dovrebbero essere di Blocco Studentesco, movimento di estrema destra. E c'è un ragazzo che teoricamente dovrebbe essere uno studente, in rapporti cordialissimi con la polizia. O si è arruolato, fulminato sulla via di Piazza Navona, o uno magari potrebbe pensare essere un infiltrato, magari proprio come quelli auspicati da Cossiga. Chi può saperlo. Però certo fa impressione. Un attimo prima a picchiare, quello dopo a scambiare due chiacchiere con la polizia salendo sul cellulare, dopo il poliziotto, tenendogli cortesemente aperto il portellone. Mah. Non siente imbecilli, non servono spiegazione nè commenti. Stanno facendo di tutto per far scoppiare il bordello, per farci scappare il morto e per far tornare l'Italia alla guerra civile. Se nulla accade è solo grazie ai nostri ragazzi, ai nostri studenti, che stanno mostrando una maturità che surclassa il dilettantismo di ministri e affini. E voi, uomini delle forze dell'ordine, voi che obbedite ciecamente agli ordini, voi che accettate di tradire il vostro giuramento e di fomentare gli animi anzichè essere garanti della democrazia, ricordatevi che siete indegni colleghi di Emanuela Loi, di Antonio Montinaro, di Vito Schifani e di altri colleghi che sono morti per servire nobilmente lo Stato.

mercoledì 29 ottobre 2008

Bisogna ringraziare Francesco Cossiga

Poliziotto in borghese armato fotografato durante gli scontri del 12 maggio 1977, alla sua destra un agente in divisa

Ma perchè mai tutto questo scandalo per le parole eversive di Francesco Cossiga? Tutti ad indicare il dito del sardo senza accorgersi della luna che ci ha fatto sorgere dinanzi. Per quanto mi riguarda Cossiga è un povero vecchio, in preda ad una devastante demenza senile, per cui non ho il minimo rispetto. Ma grazie alla malattia cavalcante, Cossiga ha finalmente raccontato senza filtri quello che da sessant'anni accade in Italia durante le manifestazioni, durante le agitazioni. Penso all'inizio degli anni di piombo, il 1 marzo 1968, a Valle Giulia, quando studenti e poliziotti iniziarono la guerra. Penso all''11 marzo 1977, quando durante alcuni scontri a Bologna viene ammazzato dai carabinieri (?) Pier Francesco Lorusso, studente di Lotta Continua, e quando gli studenti manifestano per Lorusso, il ministro degli interni di allora, guarda caso Cossiga, inviò carri armati nel centro di Bologna. O il 22 marzo 1977, quando viene trucidato dai Nap (?) il poliziotto Claudio Graziosi. Penso al poliziotto Settimio Passamonti, ucciso il 21 aprile 1977 a Roma durante la "disoccupazione" di una università dagli autonomi (?). Penso anche al 28 aprile 1977, quando a Torino fu ucciso l'avvocato Fulvio Croce, con lo scopo di far saltare il processo ad alcuni terroristi. Penso all'assassinio di Giorgiana Masi, ammazzata a 19 anni durante una manifestazione in piazza Navona, il 12 maggio 1977, in una piazza infestata da agenti in borghese e provocatori statali. Penso alla manifestazione di protesta organizzata per la morte di Giorgiana, il 14 maggio 1977, quando durante gli scontri venne ammazzato a pistolettate l'agente di polizia Antonio Custrà, di appena 25 anni. E per finire ricordo anche il 3 ottobre 1977, quando fu arso vivo a Torino Roberto Crescenzio, 22 anni, colpito da bombe Molotov che alcuni militanti di Lotta Continua (?) lanciarono in un bar di cui Roberto era semplice cliente. Lui usci, infuocato, e si sedette su una sedia, di fronte a centinaia di persone che cercavano di aiutarlo. Cercate la foto. Ora sappiamo, con assoluta certezza, che tutti questi ragazzi, alcuni ragazzini, sono stati vittime sacrificali di una precisa strategia della tensione che Cossiga stesso ha confessato. Mentre poliziotti, brigatisti e terroristi neri si sparavano e credevano ognuno di lottare per la propria democrazia, quelli come Cossiga gioivano ad ogni morte, ad ogni numero che aumentava la tensione e dava sempre più poteri all'esecutivo, grazie all'approvazione degli italiani, impauriti da una morsa di paura, creata, nientemeno, da chi li governava. E viene spontaneo chiedere all'infermo Cossiga, se in quella strategia della tensione da lui promossa c'entrassero anche le stragi, visto che, sempre guardacaso, accaddero tutte in quegli anni in cui lui stesso ha ammesso di essere stato fomentatore di violenza. Abbiamo forse, finalmente, la verità, grazie alla sua intervista, sulla Strage di piazza Fontana a Milano, il 12 dicembre 1969, o sulla Strage di Peteano a Gorizia il 31 maggio 1972? E della Strage della Questura di Milano, il 17 maggio 1973, Cossiga sa nulla? Strage di Piazza della Loggia a Brescia , il 28 maggio 1974, della strage sull'espresso Roma-Brennero (Italicus), il 4 agosto 1974, e della strage di via Fani, 16 marzo 1978, in cui a Roma fu rapito Aldo Moro e ammazzati i cinque uomini di scorta, e della strage alla Stazione di Bologna, il 2 agosto 1980, Cossiga può raccontarci se anche quello era un modo per creare tensione, per farli ammazzare tra di loro e poi mandare le ambulanze a raccattare morti e feriti come castagne? Dobbiamo ringraziare Francesco Cossiga, perchè senza scavare tra i cadaveri del passato, senza volare troppo indietro nel tempo, possiamo comprendere a pieno i disastri del G8 di Genova, che ad un primo sguardo pare perfettamente pianificato secondo i precisi dettami del trattato scientifico di Cossiga. Forse i manifestanti non erano tutti ubriachi quando vedevano alcuni black block che sotto alle tute nere, avevano l'uniforme. E forse non tutti i poliziotti erano provocatori quando venivano attaccati da alcune frangie sconosciute agli altri manifestanti. Forse in realtà è sempre così che si è fatto in Italia, e Cossiga, grazie alla demenza senile, lo ha solo raccontato. Forse sempre così si farà, e forse, in occasione delle ultime proteste ed occupazioni degli studenti contro il la riformaccia Gelmini, nessuno è morto proprio perchè Cossiga lo ha raccontato, perchè sarebbe stato troppo evidente. Però avrebbe funzionato: uno studente o un poliziotto ammazzato per strada avrebbero creato un bel clima, ideale per approvare una riforma restrittiva in un clima di emergenza. Peccato, alla fine si sarebbe trattato di un morto, solo uno in più.

lunedì 27 ottobre 2008

La nostra lettera a Roberto su Repubblica.it


Riportiamo, di seguito, la lettera della rete antimafia cui apparteniamo pubblicata su La Repubblica, in favore di Saviano e di chi, come lui, combatte le mafie. Abbiamo ritenuto doveroso sostenere il nostro amico, che rischia giorno per giorno per quanto ha scritto in Gomorra e ribadisce ogni volta con estremo coraggio.

A Roberto, abbiamo chiesto un impegno diretto a favore dei tanti che sono in pericolo perché denunciano crimini e loro autori. Siamo certi che farà sentire la sua Voce, affinché vengano protetti i testimoni di giustizia e gli scrittori isolati; affinché vengano aiutati i familiari delle vittime di mafia; affinché lo Stato vada sino in fondo nelle indagini sui capitoli bui della storia italiana; affinché la giustizia premi gli onesti e punisca ogni genere di mafiosi.

Caro Direttore,

su Repubblica, Roberto Saviano ha ringraziato tutti per la vicinanza, l’intervento, il cuore. S’è rivolto alle istituzioni, alle forze dell’ordine, alla politica, alla società civile. Giustamente senza distinzioni. Gomorra è diventato "voce e carne".

Nella lotta al crimine organizzato, non s’ammettono, di regola, antipatie, deviazioni, fratture. Non dovrebbero esserci, sarebbero utili alle mafie; che non hanno solo, purtroppo, mani barbare e macellerie. Lo dimostrano stragi, fatti, condanne e silenzi rumorosi. In Italia. Saviano ha dato quindi un esempio straordinario, ha tracciato una strada. Ha invitato a restare uniti e andare avanti con coraggio. La sua storia ha insegnato che la parola può scuotere, coinvolgere, aggregare, costruire. Ha insegnato che il problema delle "onorate" non è solo meridionale. Ha mosso Nobel, chiese, coscienze.

Il suo fondo sul giornale di mercoledì scorso è stato emblematico per il Paese, che non l’ha abbandonato. Dai vertici alla base.

Forse per la prima volta, come per magia, la vita d’un uomo in pericolo per aver scritto di crimine e parlato di speranza ha fatto davvero gli italiani. Divisi, attaccati al campanile, orgogliosi e pronti quando giocano gli azzurri del pallone. Forse per la prima volta c’è ora, nella Penisola, un simbolo e un obiettivo condiviso, che rafforza il senso del sacrificio e dell’eredità di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Antonino Scopelliti, don Peppe Diana.

Possiamo dunque pensare, e credere, che il valore dell’opera e della stessa vita di Saviano serva da qui in avanti a ragionare e agire in termini nuovi, valga a inquadrare e attuare i princìpi cardine della Costituzione: libertà, lavoro, eguaglianza dei cittadini davanti alla legge, giustizia giusta, autonomia dei poteri dello Stato, diritto alla salute e all’istruzione. Non c’è repubblica che possa reggere senza la tutela di chi giorno per giorno fa lo Stato, col lavoro, le idee, l’impegno civile e sociale. Non c’è futuro, con disparità nel penale, legalizzate, ingerenze nell’organizzazione e amministrazione pubblica, restrizioni nella sanità, nella formazione, nella ricerca.

Ringraziamo Saviano per averci chiamato a raccolta davanti a un progetto di civiltà e democrazia che appartiene a tutti gli italiani e che implica, in primo luogo, vigilanza, partecipazione e fiducia collettiva. Pertanto, le istituzioni debbono essere coerenti rispetto alle loro intenzioni, indotte dalla vicenda dello scrittore. Occorre, quindi, che proteggano i testimoni di giustizia, i quali hanno scelto di stare dalla parte dello Stato, additando, come Saviano, autori e capi del crimine organizzato. Così, altri ne verranno senza timore. Bisogna che lo Stato vada sino in fondo perché emerga la verità, riguardo alle tragedie nazionali. Ed è fondamentale che le rappresentanze siano espressione della volontà vera dei cittadini, perché ciò è decisivo per battere le mafie. Così come va aiutato, non soltanto moralmente, chi rischia denunciando o ha perso familiari che hanno informato di piani e consorterie mafiosi. La società civile saprà dare il suo apporto, come è stato per Saviano, che invitiamo a sostenere queste priorità.

Salvatore Borsellino, fratello di Paolo Borsellino

Sonia Alfano, presidente Associazione nazionale dei familiari delle vittime della mafia

Francesco Saverio Alessio, scrittore

Biagio Simonetta, scrittore

Benny Calasanzio, scrittore

Pino Masciari, testimone di giustizia

Andrea Crobu, "Legalità e Giustizia"

Matteo Trebeschi, "Legalità e Giustizia"

Emiliano Morrone, scrittore

venerdì 24 ottobre 2008

Il fascistello annacquato


Se avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi, se mi uccidono vendicatemi. Ma quale rischio di fascismo? Il Duce se diceva qualcosa, la faceva. Non c'azzeccava mai, ma la faceva. Questa brutta copia con i capelli che giorno dopo giorno lo fanno assomigliare sempre di più a Jimi Hendrix ci prova ad essere autoritario, ma appena capisce di averla fatta ampiamente fuori dal vaso, torna indietro con il codino plastico tra le gambe. 22 ottobre, conferenza stampa assieme alla ministra Gelmini, scongelata dal coma e mandata in sala stampa: Non permetteremo che vengano occupate scuole ed università. Perchè l'occupazione di posti pubblici, non è una dimostrazione una applicazione di libertà, non è un fatto di democrazia, è una violenza, nei confronti degli altri studenti, nei confronti delle famiglie, nei confronti delle istituzioni, nei confronti dello Stato. Convocherò oggi il ministro degli Interni, e darò a lui istruzioni dettagliate su come intervenire attraverso le forze dell'ordine per evitare che questo possa succedere. Dopo appena un giorno, da Pechino, mentre litigava con un contadino che voleva convincerlo della fine delle Olimpiadi: «Io non ho mai detto né pensato che la polizia debba entrare nelle scuole. Ho detto invece che chi vuole è liberissimo di manifestare e protestare ma non può imporre a chi non è della sua idea a rinunciare al suo diritto essenziale. Ancora una volta c’è stato un divorzio tra i mezzi di informazione e la realta». Un divorzio c'è stato, tra lui e la realtà, e quello che più preoccupa che assieme a lui abbiano divorziato la metà degli italiani. Ma chi paga l'assegno di mantenimento ai neuroni? Vorrei essere nella mente di chi lo ha votato ogni qualvolta Berlusconi se ne esce con queste sparate. Tornando alla Gelmini, ologramma di un ministro dell'Istruzione, non sono assolutamente d'accordo con gli attacchi nei suoi confronti. Lei non sa ancora di essere ministro. Stanno cercando di non dirglielo. Per farla stare serena le hanno detto che è la parrucchiera di Berlusconi e che ogni tanto deve ripetere: scuola, tagli, razionalizzazione. "Da domani convocherò tutte le associazioni studentesche. A una sola condizione, che si discuta sui fatti. Come sono andata, bene? Ho sorriso abbastanza? E i capelli erano a posto? Che vuol dire spenga il microfono?Ahhh, scusate... ihihihih". Ma grandissima Gelmini che non sei altro, che cosa vuol dire convocare le parti in causa, gli esperti in materia, come studenti e docenti, quando già la riforma è in dirittura d'arrivo? La concertazione a posteriori?, o meglio, nel posteriore? Se avete un minimo di rispetto per le persone diversamente abili, dimostratelo adesso: lasciate in pace la Gelmini.

giovedì 23 ottobre 2008

L'obbligo all'attenzione


Quello che la gente dovrebbe pretendere, soprattutto in Sicilia, dai propri delegati politici, è l'attenzione. Attenzione rigorosa nelle frequentazioni, nelle amicizie, nei rapporti politici. Dalla Calabria arriva un esempio di come, se si vuole, si può essere attenti. Basta circondarsi di persone per bene che fungano come radar, come filtro. L'articolo di Morrone e Alessio spiega bene come una normale conferenza poteva diventare uno sponsor politico a gente dubbia. E' un pò lungo ma vi consiglio vivamente di leggere fino all'ultima parola.

Dal sito di Ebeteinfiore apprendiamo, senza meraviglia, che domani pomeriggio, nel Salone degli Stemmi della Provincia di Cosenza, si terrà un convegno intitolato “Per un ambiente libero da tutte le mafie”, promosso dall’assessorato all’Ambiente della stessa amministrazione.

Luigi Marrello, titolare della delega, illustrando l’appuntamento ha detto: «Salvatore Borsellino verrà a parlarci della rete di complicità attiva e dei silenzi spesso compiacenti della politica e di alcuni settori dell’informazione nei confronti della mafia e delle complicità e dei silenzi che hanno spesso avuto la meglio sulla verità e sulla giustizia». «Al centro del suo intervento - ha proseguito Marrello - saranno, dunque, due parole: legalità e informazione, una drammatica emergenza ieri come oggi».

All’incontro, parteciperà anche, ovviamente, il presidente della Provincia di Cosenza, l’onorevole Gerardo Mario Oliverio (nella foto, ndr), del Partito democratico. Oliverio è stato deputato della Repubblica per quattro legislature consecutive, assessore calabrese all’Agricoltura e sindaco di San Giovanni in Fiore (Cs). Dal 19 settembre 2001 al 23 gennaio 2006, è stato membro della Delegazione parlamentare presso l’assemblea del Consiglio d’Europa e della Delegazione parlamentare presso l’assemblea dell’Unione dell’Europa Occidentale. Da poco, ha confermato la sua candidatura alla presidenza della Provincia cosentina, la più estesa e popolata della Calabria. Decisiva, quindi, per gli assetti politici regionali. Le elezioni provinciali si terranno nella primavera del 2009.

Non indagato, è spesso considerato il politico più influente della sinistra cosentina; sempre eletto con percentuali bulgare, specie nell’alto Ionio.

Si dovesse valutare sulla fedina penale, non gli si potrebbe obiettare alcunché.

In Italia, la cultura dominante dello spicciolo e dell’effimero ci induce a pesare i governanti sulla sola scorta di sentenze e pendenze, in assenza delle quali ci è negato il diritto al giudizio politico, assicurato, invece, dalla Costituzione (articoli 3 e 21).

Paolo Borsellino diceva: "C’è un equivoco di fondo. Si dice che il politico che ha avuto frequentazioni mafiose, se non viene giudicato colpevole dalla magistratura, è un uomo onesto. No! La magistratura può fare solo accertamenti di carattere giudiziale. Le istituzioni hanno il dovere di estromettere gli uomini politici vicini alla mafia, per essere oneste e apparire tali".

Mario Oliverio, non sosteniamo affatto che abbia frequentato mafiosi, ha saputo riciclarsi: comunista di ferro contrario a Occhetto, burbero verso la Chiesa ne è astutamente diventato simpatizzante. Negli anni, ha assunto atteggiamenti progressivamente moderati. Ha cambiato look e da marxista s’è fatto governatore in blu. Oggi porta la cravatta e rilassato evoca, per l’abito firmato e il capo raso, l’asciutto sodale Marco Minniti, già viceministro degli Interni. I suoi discorsi sono pieni di termini sonanti: «modificazione», «risoluzione», «programmazione», «codificazione», «calendarizzazione», «affastellare».

Esclusivamente per questi dettagli, non sarebbe che uno degli innumerevoli camaleonti della «Casta», incoerenti nelle idee, nell’estetica, nella sostanza. Fumosi, retorici. Uno dei tanti trasformisti abili che hanno saputo vendere la propria immagine, adeguandosi alla nazione degli smemorati, incapace di rammentare identità e storie di primi ruoli e controfigure.

Mario Oliverio è, anzitutto, il responsabile politico dell’arretratezza nella Calabria settentrionale, il cui sviluppo è, a vari livelli del sistema, ostacolato da clientelismo becero e irresponsabilità istituzionale.

Una posizione del genere potrebbe apparire poco giornalistica e magari dettata da istintività o analisi di superficie. Qualcuno la leggerà di sicuro come sintesi partigiana, sulla base della prassi, ben poco logica, per cui le opinioni sono da ricondurre a schemi e volontà dei partiti.

Noi veniamo da San Giovanni in Fiore (Cosenza), lo stesso orrendo centro in cui Oliverio è nato e grazie a cui ha costruito le sue fortune politiche. Forte d’un largo consenso mutuato dallo zio, lì ripetutamente sindaco, ha saputo eliminare ogni concorrenza interna, impedendo politicamente l’alternanza, il confronto, il pluralismo. La normalità.

San Giovanni in Fiore è forse il comune più assistito d’Europa: 18 mila abitanti, quasi 1200 persone presero, diverse delle quali barando con complicità di politici, il Reddito minimo d’inserimento, misura statale di sostegno concepita nel 1997 da Livia Turco. San Giovanni in Fiore conta seicento forestali, assunti per calmare le acque in seguito a proteste incivili alimentate dalla politica, all’incendio di sale municipali, a blocchi stradali e delle nettezza urbana. Ci sono, poi, 200 lavoratori socialmente utili e di pubblica utilità.

San Giovanni in Fiore ha uno spaventoso tasso di emigrazione e vi trafficano ’ndrine del crotonese e forse di Gioia Tauro. Nicola Gratteri, ci pensi lei! Conta 21 autosaloni e 10 macellerie.

Il giovane Antonio Silletta fu ucciso in zona dalla ’ndrangheta. Gennaio 2006, sequestrato, sparato, carbonizzato. La madre morì di crepacuore, la società restò muta. Non si hanno invece notizie di Pino Loria, un ragazzo del posto con precedenti per spaccio come Silletta. Sparito.

San Giovanni in Fiore, a dispetto del suo nome, è anche fenomenale per la speculazione edilizia: case a cinque piani che levano il respiro e mostruose soluzioni urbanistiche di cemento armato: uno scempio che qualcuno deve aver autorizzato. Dove stava Oliverio?

Due fedelissimi sostenitori, che all’occorrenza a Oliverio procacciano voti a San Giovanni in Fiore, suo feudo elettorale, risultano rinviati a giudizio dal Gup distrettuale di Catanzaro, Alessandro Bravin. Il fatto è del 2005, l’ipotesi è di estorsione aggravata dalle modalità mafiose. Nell’operazione, denominata Ciclone, figura soprattutto Guirino Iona, ritenuto pericoloso ’ndranghetista, attualmente in regime di 41 bis. Gli uomini in questione sono Domenico Ferrarelli e Giuseppe Spadafora, titolari di Ferspa, impresa edile che ha eseguito vari lavori pubblici, fra cui l’Istituto d’Arte di San Giovanni in Fiore, voluto e pagato dalla Provincia di Cosenza. Ferrarelli, in società con l’imprenditore edile Atteritano, gestisce anche una casa di riposo a San Giovanni in Fiore, un tempo opera di carità della Diocesi di Cosenza. Non è ancora chiaro come la Chiesa, che beneficiava d’un comodato del Comune, l’abbia ceduta a privati. Questi, per le notizie reperite in municipio, non pagherebbero fitto all’ente pubblico, pur svolgendo attività di lucro.

Secondo il consigliere provinciale Mimmo Marile (Pdl), Oliverio riuscì a destinare poco meno di 250 mila euro di fondi pubblici, usciti dalle casse provinciali, alla Fondazione Europa Mezzogiorno Mediterraneo, creatura dello stesso presidente. Fu uno dei suoi primi atti, appena proclamato governatore della Provincia di Cosenza. La fondazione fece appena qualche convegno e, pare, sostiene Barile, «beneficiò in seguito di cospicui finanziamenti, quando Massimo D’Alema era ministro degli Esteri».

Di là da dichiarazioni di parte opposta, che, nell’assoluta indifferenza di pezzi dell’opinione pubblica e di certa magistratura, potrebbero produrre schiocche argomentazioni difensive o costarci volgari accuse di interesse, Oliverio ha trasformato una piscina pubblica in centro sportivo polifunzionale. A San Giovanni in Fiore.

Per completare la struttura originaria, mancavano 150 milioni di vecchie lire. Ferma e abbandonata al vandalismo, dopo un servizio di Moreno Morello sulla popolare trasmissione Striscia la notizia, Oliverio ha voluto cambiarne la destinazione d’uso, per un costo complessivo di 1,6 milioni di euro. L’impresa edile LS Costruzioni di Casal di Principe (Ce), capitale sociale di 10 mila euro, s’è aggiudicata l’appalto, affidandolo a una ditta di San Giovanni in Fiore. Ne ha scritto Ilario Lombardo sul quindicinale Diario. Non si sa, poi, quando l’opera sarà consegnata, anche per causa d’un blocco dei lavori, su cui nessuno osa esprimersi. Parlare non conviene.

Oliverio sponsorizzò alle regionali del 2005 il candidato Nicola Adamo, in competizione per un posto in Consiglio regionale. Con la sua scelta, sottrasse voti ad Antonio Acri, dello stesso partito di Oliverio, della stessa città, entrato nel parlamento regionale senza l’appoggio degli allora Ds di San Giovanni in Fiore, che in massa votarono Adamo.

Nicola Adamo è indagato dalla Procura di Paola per il settore eolico calabrese e la Procura della Repubblica di Catanzaro ha per lui ipotizzato i reati di truffa, abuso d’ufficio e associazione a delinquere. La moglie di Adamo, Enza Bruno Bossio, è rinviata a giudizio in Puglia per truffa e falso ideologico. Col marito condivide le ipotesi di associazione a delinquere e truffa, scrive il sito Rete per la Calabria. La donna fu amministratore delegato di Vallecrati, la spa che opera nello smaltimento dei rifiuti nel territorio cosentino.

Nel settembre 2008, decise agitazioni di suoi dipendenti, non pagati per mesi, hanno determinato gravi problemi di servizio nella città di Cosenza, i cui rifiuti, per la storica inezia e immoralità degli amministratori regionali, sono stati riversati nella discarica di Vetrano, in agro di San Giovanni in Fiore. A riguardo, il municipio ha riferito che è al momento Rende, nella conurbazione di Cosenza, ad essere autorizzata a scaricare a Vetrano. E Cosenza, mistero buffo?

La giunta comunale di Cosenza considera cessato lo stato di emergenza che ha riguardato lo smaltimento dei rifiuti urbani. Dobbiamo crederci?

Nel sito sono state effettuate delle ispezioni dell’Arpacal, l’agenzia della Regione Calabria per la protezione dell’ambiente. Secondo il quotidiano La Gazzetta del Sud, le conclusioni dei controlli tecnici dell’Arpacal sono state recentemente trasmesse alla Procura della Repubblica di Cosenza.

Di Vetrano si servono oggi una trentina di comuni cosentini, mentre in origine la discarica era stata pensata per il solo Comune di San Giovanni in Fiore.

In una recente apparizione televisiva a Perfidia, trasmissione sull’emittente Telespazio Calabria, Gianni Maraniello, presidente dimissionario di Vallecrati in carica per comprovate competenze, ha accusato la politica di irresponsabilità, con ovvii riferimenti all’area geografica di competenza della spa. Per i rifiuti nella Calabria del nord, potrebbe scoppiare una monnezzopoli: ci sono molti aspetti amministrativi da vagliare e scelte e immobilità politiche inquietanti.

Vallecrati è stata una creatura dei big della politica cosentina, che ai vertici hanno collocato alcuni loro adepti, incapaci o forse predatori, forse professionisti della truffa, forse affaristi abituati.

I comuni che si sono riuniti per lo smaltimento dei rifiuti, di cui si fa carico l’omonimo consorzio, hanno visto aumentare le uscite e le inefficienze. Un disastro, a sentire chi ne ha seguito le traversie: pagamenti ritardati, disagi, inadempienze, merda, morte.

Esiste, poi, un’indagine dell’associazione Le Libertà, di San Giovanni in Fiore, che ha registrato un aumento dei decessi per tumore (solo per i casi seguiti negli ospedali calabresi) pari al 50%, negli ultimi 7 anni. Tumori fulminanti hanno provocato la morte di persone che vivevano nei pressi di Vetrano. Trovati morti animali, volatili, pesci. Il Gr1 della Rai ci ha realizzato un servizio, firmato da Enrica Majo.

Dove stava, nel frattempo, Mario Oliverio, che c’è sempre, quando si tratta di coordinare la propria coalizione e stabilirne le strategie elettorali?

Per mesi, è rimasto contemporaneamente alla Camera dei Deputati e alla presidenza della Provincia di Cosenza. Ogni parlamentare rappresenta la nazione, senza vincolo di mandato. Rilevando, quindi, una mancanza di specifica competenza, quasi nessuno lo chiama in causa, in proposito. Tanto chi, nel Belpaese, è strettamente competente in senso amministrativo? Benedetto lo scaricabarile.

Mario Oliverio, sindaco, assessore regionale, quattro volte deputato e ora presidente della Provincia di Cosenza, ha taciuto? Non ha visto? Non s’è accorto della necessità di salvaguardare politicamente, nel cosentino, trasparenza, legalità e giustizia? Non ha mai parlato coi ministri e cogli amministratori regionali della sua parte politica? Non ha occupato delle cariche che potevano consertirgli di esercitare una forte azione politica a tutela della comunità, smembrata, sfiduciata, disperata e rassegnata al brutto e all’assurdo?

Che opposizione ha condotto? Che indicazioni ha dato, governando, perché nella provincia di Cosenza si invertisse la rotta, rinunciando a logiche clientelari che impoveriscono il tessuto sociale e distruggono il senso dell’etica?

Che cosa ha fatto per fermare, tornando alla politica vera, quella di cui parla Hannah Arendt, scempi, speculazioni e ricatti?

Quanto Oliverio ha inciso politicamente nella lotta vera alla criminalità organizzata, nella formazione d’una coscienza critica, nella partecipazione della base al farsi della politica e all’ingegneria sociale?

Ha vigilato sulla zona grigia, arginandone l’espansione?

Ha creato, con una politica opportunistica fondata sulla conservazione del potere, una società sparente o perfettamente sottomessa, incapace di difendere i propri diritti?

Sa chi è Salvatore Borsellino e in nome di chi e di che cosa gira per l’Italia, coraggiosamente informando e stimolando quella parte sana della nazione che ha un quadro preciso della trattativa in Sicilia, delle trattative in Calabria e delle collusioni in Campania?

Sa che Salvatore Borsellino è un uomo che, passati anni dalla morte del fratello Paolo, non si commuove più e manifesta invece rabbia per i misteri di un’Italia imbavagliata dai poteri forti, ferita da troppi traditori dello Stato?

Chi sarà il prossimo? Ci risponderà mai?

Luigi Marrello fa invece il cuoco. Sembra per passione. Cucina deliziosamente al ristorante Casa Lopez. Tanto per cambiare a San Giovanni in Fiore.

Il ristorante si trova in un immobile su cui gravavano dei vincoli. Palazzo storico, ci dormirono i fratelli Attilio ed Emilio Bandiera, prima di essere fucilati presso il Vallone di Rovito. Secondo Antonio Nicoletti, dirigente nazionale di Legambiente, nella fattispecie ci fu una speculazione edilizia.

Il Comune, amministrato da uomini vicini a Mario Oliverio, approvò una variazione al piano regolatore generale grazie a cui, sempre per Nicoletti, i proprietari dell’edificio, alcuni dei quali del partito dei Verdi, lo stesso di Marrello, sarebbero riusciti ad avviare l’attività. Uno di loro è Luigi Andrea Loria, nominato membro d’una commissione regionale per la Cultura. Non si conoscono le ragioni. Medico, sarà forse un esperto di storia dell’architettura, di italianistica o di teologia medioevale. Gioacchino da Fiore, che lì fondò il suo ordine e la sua abbazia, non deve rivoltarsi.

Marrello, invece, ha fondato il partito dei Verdi in Calabria, di cui fa parte l’ex assessore regionale Diego Tommasi. Fra i due, per onestà intellettuale, non corre buon sangue. Ma il partito è un po’ come una religione.

Nel decreto di perquisizione del 15 giugno 2007 firmato dall’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris, si legge che un teste riferisce di Tommasi: «I rapporti tra Saladino e l’attuale assessore regionale all’ambiente Diego Tommasi sono assai stretti; Saladino un giorno mi ha chiesto di accompagnarlo dall’assessore all’ambiente, c’era anche Enza (Bruno Bossio, ndr) e siamo andati a pranzo insieme». De Magistris, quindi, domanda: «È successo che abbia incontrato presso gli uffici dell’assessore Tommasi la Bruno Bossio?». L’interrogato afferma che è successo due volte e aggiunge: «Tommasi ha anche affidato una gara alla Why not, quando Saladino era ancora il referente di questa società; quando ho rotto i rapporti con Saladino anche Tommasi non ha voluto più avere rapporti con Why not».

A conclusione di questa necessaria carrellata, si può dire che Mario Oliverio e il suo assessore Luigi Marrello hanno a cuore l’eredità di Paolo Borsellino e per questo invitano il fratello Salvatore a parlare, come ha sottolineato Marrello, «dei silenzi spesso compiacenti della politica e di alcuni settori dell’informazione nei confronti della mafia e delle complicità e dei silenzi che hanno spesso avuto la meglio sulla verità e sulla giustizia».

Paolo e Salvatore Borsellino hanno un’anima, una storia e un’etica chiara. Chiarissima. Splendida.

martedì 21 ottobre 2008

... per don Peppino Diana


Il documento diffuso a natale del 1991 in tutte le chiese di Casal di Principe e della zona aversana da don Peppino Diana e dai parroci della forania di Casal di Principe, tratto da http://www.dongiuseppediana.it/

“PER AMORE DEL MIO POPOLO”

Siamo preoccupati

Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra.

Come battezzati in Cristo, come pastori della Forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno della nostra responsabilità di essere “segno di contraddizione”.

Coscienti che come chiesa “dobbiamo educare con la parola e la testimonianza di vita alla prima beatitudine del Vangelo che é la povertà, come distacco dalla ricerca del superfluo, da ogni ambiguo compromesso o ingiusto privilegio, come servizio sino al dono di sé, come esperienza generosamente vissuta di solidarietà”.

La Camorra

La Camorra oggi é una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana.

I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato.

Precise responsabilità politiche

E’ oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche é caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi.

La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale. L’inefficienza delle politiche occupazionali, della sanità, ecc; non possono che creare sfiducia negli abitanti dei nostri paesi; un preoccupato senso di rischio che si va facendo più forte ogni giorno che passa, l’inadeguata tutela dei legittimi interessi e diritti dei liberi cittadini; le carenze anche della nostra azione pastorale ci devono convincere che l’Azione di tutta la Chiesa deve farsi più tagliente e meno neutrale per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una “ministerialità” di liberazione, di promozione umana e di servizio.

Forse le nostre comunità avranno bisogno di nuovi modelli di comportamento: certamente di realtà, di testimonianze, di esempi, per essere credibili.

Impegno dei cristiani

Il nostro impegno profetico di denuncia non deve e non può venire meno.

Dio ci chiama ad essere profeti.

- Il Profeta fa da sentinella: vede l’ingiustizia, la denuncia e richiama il progetto originario di Dio (Ezechiele 3,16-18);

- Il Profeta ricorda il passato e se ne serve per cogliere nel presente il nuovo (Isaia 43);

- Il Profeta invita a vivere e lui stesso vive, la Solidarietà nella sofferenza (Genesi 8,18-23);

- Il Profeta indica come prioritaria la via della giustizia (Geremia 22,3 -Isaia 5)

Coscienti che “il nostro aiuto é nel nome del Signore” come credenti in Gesù Cristo il quale “al finir della notte si ritirava sul monte a pregare” riaffermiamo il valore anticipatorio della Preghiera che é la fonte della nostra Speranza.

NON UNA CONCLUSIONE: MA UN INIZIO

Appello

Le nostre “Chiese hanno, oggi, urgente bisogno di indicazioni articolate per impostare coraggiosi piani pastorali, aderenti alla nuova realtà; in particolare dovranno farsi promotrici di serie analisi sul piano culturale, politico ed economico coinvolgendo in ciò gli intellettuali finora troppo assenti da queste piaghe”

Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie ed in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa;

Alla Chiesa che non rinunci al suo ruolo “profetico” affinché gli strumenti della denuncia e dell’annuncio si concretizzino nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà, dei valori etici e civili (Lam. 3,17-26).

Tra qualche anno, non vorremmo batterci il petto colpevoli e dire con Geremia “Siamo rimasti lontani dalla pace… abbiamo dimenticato il benessere… La continua esperienza del nostro incerto vagare, in alto ed in basso,… dal nostro penoso disorientamento circa quello che bisogna decidere e fare… sono come assenzio e veleno”.

lunedì 20 ottobre 2008

Il Papa non si accorge della camorra



In tutti gli incontri che facciamo in giro per l'Italia con me e Salvatore Borsellino c'è quasi sempre il prof. Enzo Guidotto. Democristiano di ferro, cacciato dal partito all'epoca di Andreotti per aver chiesto pulizia e chiarezza, è, almeno per adesso, ex consulente della Commissione Parlamentare Antimafia, in attesa di nuovi ordini. Lui è un cristiano cattolico rigoroso e praticante. Durante tutti, e dico tutti i suoi interventi, cita sempre il Vangelo e la Bibbia, e si scaglia con foga autentica contro quei preti e quegli ambienti della Chiesa che non dicono parole forti contro la mafia, contro quei preti che "omettono" la legalità nelle loro omelie, contro chi non mette al centro della sua "missione" pastorale la lotta all'illegalità. "Cristo cacciava i mercanti dal tempio" urla sempre Enzo Guidotto. Lui pretende molto dalla Chiesa, dai suoi uomini e dalle sue donne. Chissà come sarebbe l'Italia se ad "arringare" e responsabilizzare i fedeli contro la mafia, oltre che poche decine di sacerdoti nel mirino delle mafie, fosse il 100%, fossero i cardinali, fossero i vescovi. "Io Cristo lo vedo in padre Pino Puglisi", ripete sempre Guidotto, e si incendia quando in sala non c'è nemmeno un rappresentante della Chiesa. E mentre gli sento pronunciare queste parole, il Papa, Benedetto XVI, si trova a Pompei, in Campania, in una terra completamente in mano alla camorra. Completamente vuol dire, all'incirca, completamente. Non esiste più nulla di pulito in Campania, i tumori stanno divorando le popolazioni casertane e i frutti degli orti sanno di escrementi, forse lì non c'è più neppure Dio. E la causa di tutto si chiama camorra, di cui nè Bassolino nè la Iervolino sembrano essersi accorti. Hanno i loro tempi. Durante gli incontri, le benedizioni, le visite alle chiese, Ratzinger non pronuncia nemmeno una volta la parola "camorra". Non una parola su don Peppino Diana, ammazzato dai casalesi nella sacrestia della sua chiesa a causa della sua instancabile lotta per sensibilizzare i fedeli contro la camorra. Non una sulla strage di Castel Volturno. Non una parola per Roberto Saviano. Niente. E su questo episodio, per una volta, non servono commenti. Completa l'opera la nota dell'ufficio stampa vaticano:
"La Campania non e' solo camorra e il Papa ha inteso incoraggiare l'impegno delle persone per bene nella difesa dei valori e nella costruzione di una civilta' dell'amore, che rappresenta certamente anche un impegno anticamorra". Ma come cavolo si fa a combattere la camorra senza nemmeno nominarla? Sono senza parole, e ancora risuonano nell'aria le parole di un altro Papa, ad Agrigento. Era il 9 maggio 1993:

“Che sia concordia! Dio ha detto una volta: non uccidere! Non può l’uomo, qualsiasi uomo, qualsiasi umana agglomerazione… mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio! Questo popolo, popolo siciliano, talmente attaccato alla vita, popolo che ama la vita, che dà la vita, non può vivere sempre sotto la pressione di una civilta contraria, civiltà della morte! Nel nome di questo Cristo crocifisso e risorto, di questo Cristo che è vita, via, verità e vita. Lo dico ai responsabili: convertitevi! Una volta, un giorno, verrà il giudizio di Dio!”

venerdì 17 ottobre 2008

Saviano vattene, senza scappare


A fronte di un coro unanime, se si esclude Maria Falcone, che chiede a Roberto Saviano di non lasciare l'Italia dopo gli ultimi avvertimenti da parte dei casalesi, mi sento di dire a Roberto una cosa molto semplice: vattene, senza per questo scappare. Gli dico di lasciare questa terra disgraziata che non raccoglie, non fa germogliare nulla, e sotto il profilo della legalità ha un aspetto di aridità desertica, se si escludono poche, rarissime oasi in mezzo al nulla. Roberto Saviano vuole lasciare l'Italia per ricominciare a vivere, a lavorare, a respirare un'aria non filtrata dalla scorta, che pure gli ha salvato la vita. "Ho bisogno di affondare le mani nella realtà, strofinarmela addosso, sentirne l'odore e il sudore e non vivere, come sterilizzato in una camera iperbarica". Non vuole andar via per codardia o per paura, ma perchè non sente il ribollire delle coscienze, perchè non percepisce gli albori di una vera rivoluzione culturale. Perchè anche i migliori, anche i "nostri" cedono al compromesso intellettuale durante le conversazioni con i "nemici" di Saviano: "Si, certo, si è arricchito, però...", "se l'è cercata", "se fosse sincero darebbe i soldi in beneficenza". Anche poche frasi del genere a fronte di 100 mila frasi di sostegno ti demoralizzano, ti tolgono dinamicità, ti indeboliscono. Fai bene, Roberto, se scegli di partire, di andar via da questa terra. Un seme, un filo d'erba riesce a spaccare l'asfalto migliore. Un uomo, un casertano, un italiano, non riesce a sconfiggere la mafia che è dentro di lui. Molti leggono Gomorra e si convincono che già quello vuol dire fare qualcosa, mettersi a posto con le rispettive coscienze. Ma se da quel libro non nasce un tumulto interiore, se quel libro non spinge a reagire, a cosa serve? Perchè non leggere altro, magari un bel romanzo fantasy? Perchè se leggi Gomorra, sai, e questo ti basta, ti innalza un pò: tu, civile, hai fatto abbastanza. Quello che Saviano cerca è la reazione, è vedere che ogni lettore, nel suo piccolo, si organizza, pianifica, mette in atto piccoli esempi di ribellione. Organizzare 1.000, 10.000 incontri per parlare con la gente, con i casertani, con i casalesi, con i siciliani, per dar loro coraggio, per far percepire l'assoluta bellezza della libertà morale e del legame indissolubile che si crea stando uno di fianco all'altro schierati contro le mafie. E se poi ognuno di quegli "spettatori" a sua volta organizzerà, si muoverà, allora forse sarà servito a qualcosa Gomorra, allora forse Saviano potrà tornare a lavorare, a vivere in Italia, anche a rischiare nuovamente la vita. Ma fino ad allora, perchè stare qui a farsi ammazzare? Per rappresentare cosa? Per essere d'esempio a chi? Lui fino ad adesso ha vissuto qui, e cosa è cambiato? Poco o nulla. E comunque troppo poco. Maria Falcone ha detto: "volevo dire a Giovanni di partire e salvarsi la vita, ora lo dico a Roberto". Falcone e Borsellino sono rimasti, non sono scappati e sono stati ammazzati. E oggi, dopo 16 anni, quel sacrificio è servito a sentire, a reti unificate, la beatificazione dell'omertà di Vittorio Mangano, senza che nessuno all'indignazione desse seguito con altre iniziative. Caro Roberto, lascia questa nazione. Hai già fatto tanto, ed esempio puoi continuare ad esserlo anche dalla Francia, dall'America, ricominciando a vivere. Coloro che ti chiedono di rimanere forse sono quelli che non hanno fatto abbastanza, che non vogliono rimanere da soli. Io ti chiedo di andartene perchè hai già fatto troppo. Ora siediti, su una panchina di Central Park, e mangia un gelato. Aspetta che i germogli fioriscano, che la gente spacchi l'asfalto con la forza dell'indignazione. Adesso lascia lavorare noi.

mercoledì 15 ottobre 2008

Se non bastasse Maria Grazia, arriva Fabio. Ancora ombre sulla famiglia Laganà


COMUNICATO STAMPA della Casa della Legalità e DemocraziaLegalità

Di nuovo la famiglia Laganà coinvolta in indagine dell'Antimafia
Questa volta è Fabio Laganà, fratello di Maria Grazia Laganà. Lui, secondo le prove raccolte dalla DDA di Reggio Calabria, informava gli uomini della cosca dei Piromalli, nella persona del Sindaco - arrestato - di Gioia Tauro, Giorgio Dal Torrione, delle attività di verifica sul Comune di Gioia Tauro. Infatti dopo l'arrivo al Comune di Gioia Tauro, nel dicembre scorso, della Commissione di Accesso, il Sindaco cercò e trovò un contatto con la Commissione Parlamentare Antimafia, o meglio con l'Ufficio della signora Maria Grazia Laganà (eletta nelle liste dell'Ulivo - ora PD -), nella persona del fratello Fabio. Nel febbraio 2008 gli inquirenti hanno registrato le comunicazioni tra il Fabio e Del Torrione, in cui il fratello della parlamentare dell'Antimafia comunicava al Del Torrione della proroga della Commissione d'Accesso ed altro. Secondo la DDA di Reggio Calabria i colloqui sono "particolarmente significativi" per due motivi "Il primo è relativo alla esigenza e alle iniziative che Dal Torrione ha adottato per ritardare al l'accesso della Commissione, al punto che 'Fabio' si affretta a chiamarlo per comunicargli della proroga. E non manca di sottolineare il valore positivo della cosa, segno evidente del fatto che ben sa come tale risultato fosse particolarmente desiderato da Dal Torrione. Il secondo è quello relativo al timore manifestato da entrambi con riferimento agli esiti del lavoro della Commissione, su cui mostrano di voler intervenire, quanto meno per ritardarne l'inizio dei lavori. Il ritardo consente a Dal Torrione di mettere a posto le cose nei limiti del possibile. E una prima cosa la mette senz'altro a posto: modifica la composizione della Giunta allo scopo di eliminare 'il personaggio equivoco', cioé il vice sindaco Rosario Schiavone, colpevole di non essersi dimesso, sicché è chiaro il riferimento alla vicenda relativa al parere favorevole espresso nei confronti di Piromalli. Alla luce dei risultati investigativi acquisiti in ordine alla vicenda - aggiungono i pm - non c'é che da concludere che il vero personaggio equivoco per bocca dello stesso interessato è proprio lui, il Dal Torrione"...

Che pesanti ombre vi fossero su queste persone, lo avevamo intuito e detto, arrivando - solo noi come Casa della Legalità, insieme a DemocraziaLegalità di Elio Veltri - a richiedere, da tempo, le dimissioni di Maria Grazia Laganà dalla Commissione Parlamentare Antimafia, nel momento in cui la signora era divenuta indagata dalla DDA di Reggio Calabria per questioni inerenti il suo passato incarico (sino all'elezione in Parlamento) di Responsabile del Personale - Vice Direttore Sanitario di quella Asl di Locri sciolta per infiltrazione mafiosa, dopo l'omicidio Fortugno. Non solo: sempre solo noi come Casa della Legalità, insieme a DemocraziaLegalità, ponemmo con forza pesanti interrogativi sulle ombre della famiglia Laganà-Fortugno, non solo a seguito dei legami della signora con Domenico Crea, evidenziati dagli atti dell'Operazione Onorata Sanità, ma da subito, ovvero già da prima della Relazione della Commissione di Accesso che portò allo scioglimento della Asl di Locri per infiltrazioni mafiose, quando emerse che la stessa, unitamente al marito ed al padre intrattenevano decine e decine di conversazioni telefoniche con esponenti della cosca Morabito-Palamara-Bruzzaniti, intercettate dalla Procura di Milano e che non si compre dove siano finite.

Abbiamo già conosciuto e scritto molto sulla vicenda Laganà-Fortugno ed abbiamo dovuto anche replicare all'arroganza con cui la signora insultava i magistrati della DDA di Reggio Calabria, protetta dalla posizione di Parlamentare componente della Commissione Antimafia, arrivando al punto di avvalersi della facoltà di non rispondere agli interrogatori a cui è stata sottoposta, dopo aver anche negato ripetutamente che la 'ndrangheta avesse mai avuto interessi sulla Asl di Locri. A questo punto le sentiamo dire che suo fratello Fabio chiarirà tutto e che è tutto un equivoco dovuto a "leggerezza". Crediamo che ora, senza più attendismi, sia opportuno che si dimetta immediatamente dall'incarico di Parlamentare della Repubblica!

Ufficio di Presidenza della Casa della Legalità - C.Abbondanza, S.Castiglion, E.D'Agostino
Caporedattore DemocraziaLegalita.it - R. Anguillesi

martedì 14 ottobre 2008

"Falcone è un cretino"


Falcone non capisce niente. Borsellino e Falcone sono due i due dioscuri. Hanno un livello di professionalità prossimo allo zero. Paolo Borsellino, appena ucciso, che Dio lo mandasse all'inferno. Io i morti li rispetto, certi no. Falcone ha quattro facce, come il caciocavallo. In una nazione decente un uomo, uno qualunque, che pronunci queste parole rischierebbe il linciaggio, prima fisico e poi morale. Ma siccome siamo la solita, disgraziata Italia, questo individuo dalle fattezze umane rischia di diventare Primo Presidente della Corte di Cassazione. Stiamo parlando del galantuomo Corrado Carnevale, che probabilmente si vanta pure di essere definito l' "ammazzasentenze". Un giudice, quelli con la g minuscola, capace di annullare oltre 500 processi per vizi di forma. Un professionista delle carte a posto a servizio, secondo la sentenza di appello, di Cosa Nostra. In primo grado era stato assolto, il galantuomo. La condanna di appello era stata annullata in Cassazione senza rinvio, da quelli che erano suoi colleghi. Assolto perchè le deposizioni dei suoi colleghi che denunciavano le sue pressioni per aggiustare i processi riferivano fatti accaduti in Camera di Consiglio, quindi coperte da segreto, trascurando che alcuni fatti erano accaduto all'esterno del Tribunale. Sorvoliamo. Vediamo cosa faceva il giudice, mentre era in Cassazione. Il 9 febbraio1981 la prima sezione annulla l'ergastolo a cui era stato condannato Paolo Signorelli per l'uccisione del giudice romano Vittorio Occorsio. 28 gennaio 1981 la Cassazione respinge i ricorsi dell' accusa nel processo sulla strage di Bologna e conferma le assoluzioni di Franco Freda, Giovanni Ventura, Pietro Valpreda e Mario Merlino. 1O gennaio 1981, ricorso contro numerosi imputati di mafia. Per un errore della prima sezione della Cassazione 2O imputati tornano in libertà: la prima sezione aveva fissato l' esame del ricorso per il giorno successivo a quello in cui scadevano i termini di custodia preventiva degli imputati. 23 febbraio 1987. Ci sono tre uomini, tre mafiosi: Armando Bonanno, Vincenzo Puccio e Giuseppe Madonia. La Corte d' assise d' appello di Palermo li aveva condannati all' ergastolo per l' omicidio del capitano dei carabinieri Emanuele Basile. La corte di Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, annulla e rinvia in Corte d'Assise, liberando i tre killer; motivazione: in base all' articolo I85 del codice di procedura penale, la convocazione inviata agli avvocati degli imputati per farli partecipare al sorteggio dei giudici popolari, aveva una data diversa da quella effettiva, come previsto dalla legge sulle corti d' assise d' appello, che però non prescrive la stessa regola per i giurati supplenti. Si era opposto solo il sostituto procuratore della Suprema Corte, Antonino Scopelliti. Processo per l' uccisione del consigliere istruttore Rocco Chinnici: la Cassazione rinvia in appello a Catania e annulla gli ergastoli inflitti ai fratelli Michele e Salvatore Greco. 21 febbraio 1987. La prima sezione annulla la condanna all' ergastolo inflitta al presunto killer del maresciallo dei carabinieri Vito Jevolella. 3 marzo 1987, sempre Carnevale presidente: 112 presunti terroristi appartenenti a Prima linea e ai Comitati comunisti rivoluzionari condannati in appello l'otto marzo 1986. Annullate le condanne all' ergastolo per Maurizio Baldasseroni, Maurice Bignami, Oscar Tagliaferri, Giovanni Stefan, Sergio Segio, Oreste Scalzone. Annullamento dei mandati di cattura contro i "cavalieri del lavoro" di Catania, ordinati dai giudici di Trapani. Annullamento dell'ordine di cattura contro Giuseppe Missi, imputato per la strage del rapido 904. Annullamento del mandato di cattura emesso dal giudice istruttore di Roma contro Pippo Calò. Presidente di Cassazione, ribadisco, sempre il redivivo Corrado Carnevale. 17 marzo 1986: la corte d' appello di Reggio Calabria il 24 aprile 1986 condanna con l' accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso Francesco Mammoliti, Francesco Strangio, Antonio Pizzata, Domenico Pipicelli, Carlo Fuda, Rocco Carrozza, Francesco Pascale, Antonia Vottari e Maria e Nina Falcomata. La prima sezione della Corte suprema presieduta da Corrado Carnevale annullato senza rinvio. 1 aprile 1987: la prima sezione della Cassazione annulla gli ordini di cattura emessi contro il boss della ' ndrangheta Giuseppe Lo Giudice e dei suoi tre figli, accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso. 14 aprile 1987: la prima sezione della Corte di Cassazione annulla sei mandati di cattura emessi dai giudici istruttori del tribunale di Reggio Calabria emessi nell' ambito di una vasta inchiesta sulla mafia reggina. 1 giugno 1987: la Cassazione, presieduta sempre dal solito, annulla e rinvia in Corte d'Appello Giuseppe Senapa e Francesco Marino, condannati a ventitré e ventiquattro anni per aver fatto sparire un ragazzo di sedici anni, Salvatore Fiorentino: nella sentenza di appello poche motivazioni. 24 settembre 1987: La prima sezione penale della Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, annulla la sentenza della corte d' appello di Roma contro una quindicina di presunti mafiosi accusati di aver organizzato un traffico di sostanze stupefacenti tra l' Italia e gli Usa, chiamato "Pizza Connection". 16 dicembre 1987, processo sulla strage dell'Italicus. La prima sezione penale della Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale annulla la sentenza della Corte d' assise d' appello di Bologna che sulla base di numerose dichiarazioni di pentiti neri aveva condannato all' ergastolo Mario Tuti e Luciano Franci. 5 febbraio 1988: la Cassazione di Carnevale annulla 45 condanne per associazione di stampo camorristico. Tra i graziati Antonio Bardellino, Francesco Bidognetti e Mario Iovine; la decisione d' appello non rispondeva ai requisiti di legge.5 aprile 1988: la prima sezione penale della Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, annulla le sentenze della corte d' assise di Salerno contro 12 presunti camorristi responsabili dell'attentato del 1982 contro il procuratore della Repubblica di Avellino, Antonio Gagliardi.20 ottobre 1988: la corte di Cassazione annulla la sentenza contro la ' ndrangheta, tra cui tredici condanne all'ergastolo e in cui era imputato Giuseppe Piromalli: la mancata nomina sia da parte del presidente della Repubblica, sia da parte del presidente della Corte d' Appello di Reggio Calabria, dei due giudici togati che affiancarono nel dibattimento il presidente della corte d'Appello. 20 ottobre 1988: la prima sezione della cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, annulla il mandato di cattura contro Vincenzo Santapaola, 32 anni, nipote del boss catanese latitante Nitto Santapaola. 1 marzo 1989: la Cassazione annulla i due ergastoli inflitti all' ideologo di destra Paolo Signorelli, per l' omicidio del giudice Mario Amato, e quello per l' uccisione del giudice Vittorio Occorsio. 26 settembre 1989: La prima sezione penale della Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, annulla la sentenza della Corte d' assise d' appello di Catania contro i boss di Francofonte: otto condanne annullate per difetto di motivazione nella sentenza. 20 novembre 1989: la prima sezione penale della Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, annulla il mandato di cattura contro Caterina Calia, presunta terrorista delle Brigate rosse. 28 novembre 1989: la prima sezione penale della Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, annulla 41 condanne per oltre cinque secoli di carcere contro gli esponenti della malavita organizzata di Roma. 10 dicembre 1990: la prima sezione della corte di Cassazione presieduta dal giudice Corrado Carnevale annulla la sentenza di condanna contro Stefano Delle Chiaie per la ricostituzione del gruppo di estrema destra Avanguardia nazionale. Marzo 1991: la prima sezione penale della corte di Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, annullato il provvedimento di custodia cautelare relativamente all' accusa di associazione camorristica, a carico di Francesco Schiavone, il boss soprannominato Sandokan. 29 ottobre 1991: la Cassazione annulla la custodia cautelare ordinata dalla corte d' assise per alcuni capi dei clan Moccia e Magliulo, della camorra di Afragola. 17 febbraio 1992: la prima sezione penale della Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, annulla la custodia cautelare per Bruno e Claudio Carbonaro, pluripregiudicati, accusati di essere stati tra i killer della strage di Gela che provocò otto morti: non valgono le dichiarazioni di un pentito che li accusava di aver fatto parte del commando assassino. 27 febbraio 1992: la prima sezione penale della Cassazione, presieduta dal giudice Corrado Carnevale, annullato la sentenza con cui la Corte d' assise d' appello di Torino aveva inflitto tredici ergastoli e ottanta altre condanne agli uomini di alcuni clan della mafia catanese trapiantata nel torinese. Niente associazione di stampo mafioso. 19 marzo 1992: la Cassazione annulla quattro ergastoli nel grande processo contro le cosche mafiose di Reggio Calabria. 24 giugno 1992: maxiprocesso-ter. La Cassazione annulla quattro ergastoli confermando l' assoluzione per Michele Greco. Paolo Alfano, Salvatore Montalto, Salvatore Rotolo e Vincenzo Sinagra, dovranno essere riprocessati. 1 settembre 1992: la Cassazione annulla l' ordinanza di rinvio a giudizio del maxiprocesso, la sentenza di condanna a 18 anni di primo grado e la condanna d'appello ad otto anni a carico del boss Alfredo Bono. Quando Falcone lo interrogò, Bono aveva un solo avvocato anzichè i due richiesti, causa una mancata notifica. Stop. Cinqucento sentenze annullate sono tante, troppo. Queste bastano a raccontare, a dipingere l'individuo Carnevale. Domani parleremo dei lodi, delle leggi ad personam e delle indagini che inchiodarono Carnevale. Oggi parlano le sue decisioni, le sue sentenze.

lunedì 13 ottobre 2008

Articolo di Simone Di Paola su Controvoce


Lo ammetto: non riesco ad essere obiettivo quando parlo di certi argomenti che mi toccano particolarmente ovvero di certe persone alle quali mi sento legato da profondi rapporti di stima e di affetto. Una di queste persone è certamente Benni Calasanzio. Potrei dilungarmi per ore evidenziando le tante qualità ed i numerosi pregi( ed anche i difetti, ben inteso! ) di Benni; basterebbe dire che lui ha tenuto con me il suo primo comizio, quando non aveva ancora 17 anni, in occasione delle Elezioni Provinciali del 2003 e già allora ne apprezzai le non comuni doti di oratore e di leader. Oggi però voglio mettere in risalto una soltanto delle tante cose che ammiro di lui: cioè che Benni appartiene a quella ristrettissima schiera di persone che si ostina a riproporre, tutte le volte che ne ha la possibilità, e nel modo più schietto possibile, il tema della lotta alla Mafia, come precondizione perché questa terra possa finalmente conoscere un’autentica stagione di libertà e di progresso economico e sociale; e lo fa senza fare sconti a nessuno, che sia esso Sindaco, Consigliere Comunale o Parlamentare, di Destra, Centro o Sinistra; ben sapendo di urtare la suscettibilità e l’ipocrita perbenismo di una certa parte di opinione pubblica, la quale da qualche tempo si è convinta ( farei meglio a dire che fa finta di crederci ) che siccome per le strade si spara sempre di meno e di Magistrati con il tritolo non ne saltano più in aria, allora l’assunto logico è che la Mafia non esiste più, che di Mafia non bisogna più parlare e che chi lo fa è quanto meno un folle, un pericoloso integralista, un pazzo criminale, da additare al disprezzo ed al pubblico ludibrio della cosiddetta “Società Civile”.Ma a Benni ed ai ragazzi del “Movimento” di Santa Margherita di Belice tutto questo non interessa per niente; loro sanno cosa è giusto fare e lo propongono anche a costo di dare fastidio, pur di manifestare liberamente il loro pensiero. Ed ogni anno raccolgono nel “Comune del Gattopardo” i più autorevoli e coraggiosi nomi della lotta alla Mafia, insieme alle Vittime Innocenti della Mafia, uniti dal comune desiderio di mostrare a tutti il vero volto della nuova mafia, anche se esso può apparire crudo e spietato al di la di ogni immaginazione, anche se questo esercizio di onestà intellettuale rischia di disturbare il sonnacchioso silenzio della pubblica opinione. La Mafia del Commercio Internazionale di Stupefacenti: quella che sempre più spesso intercetta nelle operazioni di spaccio ragazzi ancora troppo giovani: figli della cosiddetta “borghesia ben pensante”, sovente del tutto abbandonati al loro destino da genitori troppo impegnati sul lavoro da bramosie di carrierismo, desiderosi di dimostrare, attraverso l’assunzione di scelte scellerate, che anche a 14 anni si può essere uomini duri e senza paura, di niente e di nessuno, senza alcun limite ne valore di riferimento; giovani intelligenze, risorse enormi, che troppo spesso si perdono per strada, depauperando in modo irrimediabile il futuro di questa terra ”bella e disgraziata”. La Mafia delle borgate, dei quartieri popolari e delle periferie: quella che prospera in situazioni di povertà inimmaginabile e che soltanto in queste condizioni di miseria e di degrado riesce ad incunearsi in ogni nucleo familiare o contesto lavorativo, dettando legge, spodestando lo Stato, dimostrando - attraverso l’esercizio violento e prepotente dell’unica legge che conosce: legge del più forte - che in quei luoghi abbandonati e desolati lo Stato è lei stessa!La Mafia della grande Finanza e dei colletti bianchi: quella che, nell’indifferenza generale ed assoldando le migliori intelligenze e professionalità presenti sul mercato, riesce sistematicamente a trasformare i più loschi traffici e movimenti di denaro, montagne di denaro sporco ed insanguinato, in rispettabilissime operazioni di mercato.La Mafia della Politica e delle Istituzioni: quella che non si accontenta più come prima di condizionare l’elezione di questo o di quel Politico, ma che – con la compiacenza dei partiti che le aprono le porte delle Liste Elettorali - decide essa stessa di entrare direttamente e senza filtri nei luoghi del potere, determinando in prima persona e senza alcun controllo le più importanti scelte di indirizzo politico ed economico. La Mafia del racket e delle Estorsioni: quella che, come il più letale Cancro, laddove intercetta sacche di ricchezza sana o di virtuosa intrapresa, vi si getta addosso come un parassita, stritolandola fino a consumarla del tutto; un Virus ignobile che prospera e trova terreno fertile innanzitutto nell’indifferenza di una consistente parte dell’opinione pubblica e delle Istituzioni e nella paura di chi sa già che, se vi si opporrà, verrà annientato senza alcuna pietà. Su questi temi Benni ed i ragazzi del Movimento propongono ormai da diversi anni puntuali occasioni di riflessione sincera, schietta e senza censure o peli sulla lingua; e puntualmente riescono a coinvolgere nomi di grandissimo richiamo e prestigio; il che può apparire straordinario se si pensa che stiamo parlando di ragazzi ancora giovanissimi e senza alcun riferimento istituzionale.Quest’anno non è voluta mancare gente del calibro di Salvatore Vella ed Antonio Ingroia: Magistrati coraggiosi e valenti, da sempre impegnati sul fronte della lotta alla Mafia; Pino Maniàci e Lirio Abate: Giornalisti di grande valore, che hanno pagato sulla loro pelle il coraggio di dire sempre e comunque la verità; Sonia Alfano e Salvatore Borsellino: Vittime Innocenti della Mafia, colpite nei loro affetti per non aver mai piegato la testa all’arroganza di Cosa Nostra, sovente abbandonate dallo Stato, che il più delle volte li considera semplicemente “numeri di Protocollo”, cui riservare al più indifferenza, nei loro sentimenti e nella loro silenziosa sofferenza. Basterebbe citare questi nomi per rendersi conto dell’altissimo livello raggiunto da quest’iniziativa che, per la qualità e la profondità della riflessione offerta ai partecipanti, rappresenta per molti un appuntamento fisso, cui non mancare per niente al mondo. Devo in particolare confessare quanto mi abbia segnato dentro la testimonianza rabbiosa di un Imprenditore Calabrese onesto e capace,Pino Masciari: taglieggiato dalla Mafia del Pizzo, che dopo indicibili sofferenze ha trovato il coraggio di ribellarsi e denunciare il sistema nelle sue diverse sfaccettature e che per questo è stato isolato, vilipeso, strappato alla sua terra ed al suo lavoro, quasi come se fosse lui stesso il criminale e poi abbandonato alla prima occasione utile dallo Stato, che ancora oggi lo priva di una qualsiasi forma di protezione. Ha provocato un fremito, per me che credo nello Stato e nella Giustizia, ascoltare la sofferenza di un uomo coraggioso, talmente bistrattato ed abbandonato dalle Istituzioni da provare nei loro riguardi ormai soltanto rigetto e rabbia. Sono sobbalzato sulla sedia, come del resto tutti i presenti, quando Pino Masciari ha sentito il bisogno di gridare al mondo:” MA PERCHE’ DEVO MORIRE? COSA HO FATTO DI MALE?”. Sentimenti di angoscia e di frustrazione hanno attraversato il Teatro Sant’Alessandro, durante tutta la manifestazione, facendo traballare le fragili verità di quanti, come il sottoscritto, erano entrati in sala con poche certezze e ne sono usciti con mille dubbi e perplessità, specie sul ruolo delle Istituzioni Democratiche sul fronte della lotta alla Mafia e sulle cosiddette organizzazioni “Antimafia”. Ma proprio questo è, a mio avviso, il merito di Benni Calasanzio e del “Movimento: offrire occasioni di confronto vere, sincere, crude per certi versi, ma mai banali, per nulla connotate da dogmi assoluti che non possono essere mesi in discussione, lontane dai soliti luoghi comuni o da paradigmi triti e ritriti, su cui hanno germogliato falsi paladini dell’Anti Mafia, che magari si organizzano soltanto per intascare ogni anno generosi contributi statali e basta! So che c’è in giro gente, buona solo a distribuire patenti e giudizi, che definisce Benni un piccolo arrivista, alla ricerca solo di notorietà; a parte il fatto che se questo fosse vero, non ho mai visto qualcuno ricercare notorietà, rifiutando scientificamente interviste o spazi di protagonismo per propagandare la propria immagine; in ogni caso preferisco ascoltare un giovane arrivista, che parla soltanto perchè ha qualcosa di interessante da dire, piuttosto che sorbirmi i soliti vecchi arrivisti che riempiono spazi tv ed intere pagine di giornali, senza avere assolutamente niente da dire! Benni è semplicemente un giovane che usa il cervello, che dice ciò che pensa e che fa ciò in cui crede, sempre e comunque, infischiandosene altamente se quel che dice o che fa può offendere la suscettibilità dei soliti perbenisti. Benni è semplicemente un giovane che interpreta al meglio una frase pronunciata tanti anni addietro da Giovanni Falcone, che più o meno recitava così:” Soltanto quando i giovani siciliani avranno il coraggio di alzare la testa e ribellarsi alla prevaricazione della criminalità organizzata, soltanto allora la Mafia potrà dirsi battuta!

Simone Di Paola