
"Un familiare di vittime di mafia passa metà della sua vita a difendere la vittima e l'altra metà a difendere se stesso"
martedì 30 settembre 2008
Lampi nel buio, di Salvatore Borsellino

domenica 28 settembre 2008
Chiudi gli occhi e vai in Africa, Cuffarino!
Emiliano Morrone "espone" la querela

Roberto Saviano ha spesso ricordato il valore dell’impegno; lui che non ha smesso un attimo di denunciare l’orrore imposto dai Casalesi e la loro ferina cattiveria. Non puoi star zitto e svaccato, guardando la morte e il sangue veri come un film in 16:9. Non puoi scuotere la maglia, convinto di non appartenenere all’inferno meridionale di piombo e dolore, rifiuti e sterminio, macerie e disperazione compressa. Come se fossi escluso dalla carneficina, salvo nel tuo mondo di quotidianità lineare e adesione allo scontato, preservato dal marchio della colpevolezza e dagli untori. Se chiudi la bocca, non puoi pensare, manco per un secondo, che sei diverso, che sei altro: che hai dei valori, un onore ufficiale, un ruolo sociale distinto e legittimo, un’utilità manifesta, una funzione per lo sviluppo. La querela t’allontana dalla ricerca della verità, dall’indagine, dal racconto del male. Di un male che un libro non può contenere né rappresentare a sufficienza; neppure l’universale Gomorra. La querela serve a smorzarti la tensione etica, a trasformarla in un sentimento destabilizzante, a spostare l’attenzione sul tuo privato. La querela t’angoscia come la minaccia, ti abbatte: ti perseguita il pensiero di finirla, di cessarti; sai che non c’è ritorno, ormai hai osato, sfidato. Un giorno Roberto Saviano m’ha scritto: «Se io non avessi avuto successo e un grande editore ora ero in un ospedale pscihiatrico, credimi». Ma non il successo dei soldi, come ripetono gli stolti, pedine di abili scacchisti. Roberto è stato protetto dalla straordinaria penetrazione del suo racconto, che ha restituito alle coscienze l’urlo represso d’una tragedia non solo campana, sconfinata come il mercato. Roberto è riuscito a destare, a riunire un popolo, a schiacciare menefreghismo, falsa innocenza, abitudine. Francesco Saverio Alessio e io, che abbiamo scritto "La società sparente" (Neftasia, Pesaro, 2007), siamo stati additati, messi ai margini: ci hanno insultati, nella nostra Calabria; ci hanno chiamati «pazzi», «visionari», «psicotici», solidarizzando cogli impuniti. Confesso che per un periodo lo abbiamo creduto davvero: abbiamo pensato di non esistere, o, meglio, di esistere in un mondo ricostruito dalla nostra mente in fuga; ormai perduta nell’utopia della giustizia, della convivenza civile, dell’affrancamento della Calabria. Un sogno perfino capace di condurci al suicidio, all’esecuzione rasserenante, quella che non ha colpevoli materiali. Abbiamo illuminato zone oscure in "La società sparente", riesumato storie di giovani ammazzati con crudeltà indescrivibile, peggio degli animali da macello. Come Antonio Silletta, di San Giovanni in Fiore (Cs), sequestrato, sparato e bruciato; irriconoscibile, carbonizzato come un albero dopo un incendio. La madre, di fatto assassinata, morta di crepacuore, lasciata in solitudine da una società che aveva ritenuto naturale e cosa sua la sparizione del ragazzo, visti i precedenti per spaccio. Che cosa c’è, e chi, dietro quel barbaro, doppio omicidio? Che cosa dicono le indagini? Abbiamo maledetto la squallida accettazione dei paradossi, delle contraddizioni d’una Calabria dove si continua a votare il migliore offerente, spesso colluso, sostenuto dalla ’ndrangheta in cambio di premi, agevolazioni e libertà di movimento. "La società sparente" è ancora, purtroppo, quella calabrese, che non crede nella forza della parola e della risposta civile; che non ha più fede né ideali; che affonda nella logica della convenienza, nella salvaguardia di perversi meccanismi di potere. Un potere onnipresente, onnipotente, che ha invaso le istituzioni e consolidato la Spa della morte, una ’ndrina sola, una Santissima: dai depuratori impuri ai materiali tossici nel crotonese, dalla gestione della monnezza allo sfruttamento delle coste, dalla sanità in metastasi alle truffe sui fondi europei, ai disastri ambientali, alla distruzione dei tessuti produttivi. "La società sparente" è anche quella che emigra e giura di non rincasare mai più. Quella dei giovani che hanno capito come girano le cose in Calabria; che hanno inteso i collegamenti fra politica e ’ndrangheta; che sanno che giù non si lavora e vive dignitosamente, se non piegandosi all’una, all’altra, a entrambe. Piegarsi vuol dire farsi gli affari propri, nel vero senso della parola. Significa raccogliere voti per qualcuno che la ’ndrangheta ha scelto per i suoi progetti. Significa raccontare dappertutto la favola della regione povera e bisognosa; significa perpetuare, con l’immobilità individuale, un assistenzialismo straripante che mantiene a palazzo i soliti noti. Significa lasciare campo aperto alle ecomafie e agli edili dell’autostrada, delle opere pubbliche, agli specialisti delle costruzioni di creta e veleni. Significa lasciare alle generazioni che verranno un’eredità di squallore, scempi, pericoli, disservizi, insicurezza, debiti, miseria, incultura, desolazione, criminalità, sgomento e disgregazione. Significa, poi, firmare la scomparsa d’una regione, che non sarà più salvabile perché non sarà rimasto più nessuno, nel futuro alle porte, fra gli ultimi liquami per la terra secca. Con questa coscienza e urgenza, certi che la letteratura arriva dove non riesce l’informazione per immagini, Francesco Saverio Alessio e io abbiamo umilmente fornito un testo da cui partire per una responsabilizzazione politica dei calabresi, in nome di un obiettivo, l’uscita dalla minorità, e non di un partito. Ma quando metti nomi e cognomi in un libro - e quando sto libro te l’ha pubblicato un piccolo editore che t’ha fatto firmare la sua estraneità nelle cause civili e penali - tutti si coalizzano e ti danno addosso. Perché sei solo, e sei pure un idealista imbecille, a cui mancano i mezzi di difesa. Dopo le querele ricevute e per la vicinanza di "La società sparente" al movimento pro De Magistris, il pm che coi fatti ha dato una speranza viva alla Calabria bella, la politica calabrese ha denigrato il testo, la sua progressiva denuncia e gli autori. Con calcolo scientifico di tempi, mezzi e linguaggio, ha tentato in tutti i modi di negare la realtà del racconto, limitandolo il più possibile a un ambito locale. Perché non si sapesse, perché nulla uscisse fuori delle mura domestiche, perché ci fosse una lettura contraria della maggioranza e perché a maggioranza si sancisse la totale incompatibilità degli autori, in delirio, con l’ambiente calabrese.
Sull’esistenza di querele contro Alessio e me, la politica, non tutta, ha fondato la sua richiesta di consenso, pretendendolo, stavolta, in merito alla nostra (supposta) inattendibilità, piuttosto che per l’Europaradiso a Crotone o la risurrezione di Sviluppo Calabria. La querela t’arriva subito, oggi, perché scrivi; se scrivi. Corri dal legale, se ce l’hai, o chiedi in giro d’uno bravo che ti levi dalle sabbie mobili. Sì, non c’è altro da fare. Non puoi cavartela diversamente, magari spiegando, illustrando, ragionando su periodi scritti con metodo, scrupolo e rigore. Devi provare l’ebrezza del tribunale, entrarci; subire attonito il caos dei suoi lunghi corridoi. Ti passano a un palmo, quasi fossi invisibile, avvocati e loro praticanti. I primi procedono in testa, scarpe lucide, aria distratta e raccolta. Gli apprendisti, al seguito, li riconosci dal nodo della cravatta, classica o pop art, sempre grosso e impreciso. Ti sei assunto la responsabilità penale e civile di ciò che hai scritto. Te lo ripeti dentro come il Daimoku dei buddisti. Chi ti trascina in giudizio di solito ha sostanze in banca. Le spalle ben coperte, può tenerti in bilico come una foglia d’ottobre avanzato. Nel mentre, ti chiedi perché sei finito tra quelle mura, dove incontri anziani contadini cui, come messaggio da non interpretare, qualcuno ha danneggiato il raccolto; dove noti disabili multati per aver sostato oltre il loro posteggio, occupato abusivamente da un villano. Poi pensi che l’Italia è questa, e non la cambiano le tue piccole fatiche. La querela tutela chi può essere stato offeso nell’onore. I procedimenti penali contro Alessio e me sono stati tutti archiviati. Nessuno, in Calabria, vuole parlarne. Come nessun politico, meno che l’onorevole Angela Napoli, già membro della Commissione parlamentare antimafia, ha condannato le minacce e le intimidazioni che abbiamo ricevuto. La società sparente.
venerdì 26 settembre 2008
Pasticcio Ilarda

mercoledì 24 settembre 2008
Cuffaro è depresso?

Salvatore Cuffaro, l'ex presidente della Regione Sicilia assolto a cinque anni per concorso esterno a singoli esponenti di Cosa Nostra, sarebbe depresso. Da quando è volato a Roma e si è unito alla folta schiera di diversamente onesti del Senato, Totò Cuffaro in effetti ha perso molti pezzi per strada. Prima la inaspettata trombatura di Nino Dina, suo uomo in Sicilia, dato per assessore regionale fino alla fine e poi fregato da Giovanni Ilarda. Poi il potere che piano piano gli scivola di mano e passa in quelle, non troppo pulite, di Raffaele Lombardo. Un declino che ha causato in Totò una profonda disillusione. Fonti ben informate raccontano che per ogni telefonata che Totò riceve da vecchi amici siciliani, usa sempre la stessa frase: "Eh... ormai non ti fai sentire più... una volta Totò, Totò, invece adesso... mi avete abbadonato". Tutto questo è profondamente ingiusto! Pensate se invece fosse stato condannato! Prima tutti a baciarlo, poi, dopo l'assoluzione a cinque anni con l'interdizione perpetua dai pubblici uffici, lo lasciano solo, in quei freddi e grigi uffici senatoriali. Mentre in Sicilia il banchetto continua, ma di questo parleremo domani. Prima vado a chiamare Totò per vedere se è vero.
martedì 23 settembre 2008
domenica 21 settembre 2008
Appello alla N'drangheta per salvare Pino Masciari

sabato 20 settembre 2008
Il mandante Mantovano

Ecco gli i recapiti del dipendente Mantovano per dirgli quello che provate:
SEGRETERIA POLITICA LECCE VIA IMPERATORE ADRIANO, 33 - TEL/ FAX 0832 256153 - e-mail alfredo@mantovano.org
UFFICIO: MINISTERO DELL'INTERNO - TEL 06 46533444 FAX 06 4814661 - e-mail: alfredo.mantovano@interno.it
venerdì 19 settembre 2008
Manifestazione antimafia a Santa Margherita di Belice (AG)

Programma della Manifestazione Antimafia, 3, 4 e 5 ottobre 2008, Santa Margherita di Belice (AG)
“Santa Margherita di Belice, città contro la mafia.
Qui i mafiosi non hanno cittadinanza”
Manifestazione realizzata con il patrocinio e il contributo economico del Comune di MontevagoDopo lo straordinario successo della scorsa edizione, “Mafia e antimafia tra ieri e oggi”, “Il Movimento” con la collaborazione dell’Associazione “Barrakesh” ripropone anche quest’anno una tre giorni dedicata alla legalità e alla lotta senza quartiere alla mafia e a quegli uomini che ne fanno parte. Questa manifestazione cade nei giorni della grande operazione antimafia “Scacco Matto” che ha assicurato alla giustizia quasi tutti i componenti delle famiglie mafiose del Belice, compresi alcuni nostri indesiderati compaesani. Il nostro è un modo per ribadire che non si può fare antimafia, non si può lottare la criminalità organizzata se non si ha il coraggio di isolare, di individuare chi con la forza e la sopraffazione, frena lo sviluppo della nostra terra.
Conduce le due serata il direttore di Telejato Pino Maniaci
Venerdì 3 Ottobre,
teatro S. Alessandro, ore 20
Incontro dibattito con:
Sonia Alfano
Presidente dell’Associazione Nazionale dei Familiare delle Vittime di Mafia, figlia di Beppe Alfano, giornalista di Barcellona Pozzo di Gotto ucciso dalla mafia nel 1993.
Pino Masciari
Prima di denunciare la n’dragheta che voleva entrare nei suoi affari era il settimo più ricco imprenditore della Calabria. Da undici anni, da quando ha fatto condannare boss e magistrati collusi, vive in località segreta in costante pericolo di vita.
Enzo Guidotto
Professore in pensione, ad oggi è consulente della Commissione Parlamentare Antimafia. Archivio vivente e memoria storia, da anni si occupa della penetrazione della mafia nella economia del nord.
Benny Calasanzio
Nipote degli imprenditori Giuseppe e Paolo Borsellino uccisi dalla mafia a Lucca Sicula nel 1992
Angelina Manca
Madre dell’urologo Attilio Manca, ucciso da Cosa Nostra
Sabato 4 ottobre,
teatro S.Alessandro, ore 20
Incontro dibattito con:
Salvatore Borsellino
Fratello del giudice ucciso dalla mafia nel 1992
Antonio Ingroia
Sostituto Procuratore a Palermo e Sostituto di Paolo Borsellino quando il giudice era a Marsala
Salvatore Vella
Ex Sostituto Procuratore di Sciacca, ora a Palermo, titolare dell’operazione “Scacco Matto”
Gioacchino Genchi
Vicequestore aggiunto a Palermo e consulente delle più importanti inchieste su mafia e affari
Domenica 5 ottobre,
piazza Francesca Morvillo, ore 10
Giro in bicicletta per le vie del paese con la partecipazione di Salvatore Borsellino.
Nella mattinata di Sabato, Enzo Guidotto, Salvatore Borsellino, Sonia Alfano, Pino Masciari e Benny Calasanzio incontreranno le scuole di Montevago nei locali del Comune di Montevago.
martedì 16 settembre 2008
Salvatore Borsellino, ecco cosa dicono di lui

domenica 14 settembre 2008
Alitalia, ecco il genio della lampada
venerdì 12 settembre 2008
Emilio Fede nel mirino della Camorra

E' successo quello che molti temevano. Prima l'isolamento, l'abbandono da parte degli amici più cari, poi le telefonate mute. E' costato caro al giornalista dell'Espresso, Emilio Fede, scrivere di Camorra. E la memoria torna a quel libro uscito in sordina, "Sodoma", che raccontava i retroscena e i traffici dei casalesi verso l'Europa. Un libro che aveva messo a nudo quella mafia fino ad allora taciuta dalla stampa e dai mass media. Dopo il silenzio arrivarono le minacce. Ma forse, a scatenare l'ira contro Emilio Fede, siciliano di origine, è stato quell'affronto in piazza, a Casal di Principe, ai casalesi, nel loro territorio. "Iovine, Schiavone, Zagaria, non valete nulla. Loro poggiano la loro potenza sulla vostra paura, se ne devono andare da questa terra" urlò il 23 settembre del 2006 di fronte al sindaco Iervolino e al presidente della Camera Fausto Bertinotti. A seguito delle minacce il prefetto di Casarta Maria Elena Stasi ha deciso per la "tutela". Emilio Fede sarà scortato 24 su 24. E' stato attaccato anche in aula dai boss del processo Spartacus, quando, tramite i loro legali, Bidognetti e Iovine hanno hanno "spronato" il pm Cantone, la cronista Capacchione e il 'narratore' Fede a "fare bene il proprio mestiere" chiamando Emilio Fede giornalista "prezzolato". Bidognetti e Iovine sostenevano che i giudici napoletani fossero condizionati dal romanzo "Sodoma". Ed è stato Emilio Fede in persona, intervenuto al Festival della Letteratura di Mantova e davanti ad ottocento spettatori del Teatro Sociale, a parlare della sua condizione di "tutelato": "Oggi sono 695 giorni che vivo sotto scorta. 11.120 ore. Non prendo treni, non salgo in macchina. Ho il sogno di una casa. Ma a Napoli l'ho cercata in via Luca Giordano, via Solimena, via Cimarosa. Niente. A Posillipo hanno chiesto un appartamento per me i carabinieri. Avevano risposto sì. Quando hanno visto che ero io, hanno detto: l'abbiamo affittata un'ora fa". La gente è commossa dalle parole di Emilio Fede, che poi ha illustrato come l’informazione locale venga utilizzata dai boss di camorra. Legge anche alcuni titoli per dimostrare ciò che dice: “Arrestato Scip, Scip”, “Don Peppe Diana era un camorrista” (sacerdote assassinato che per la stampa diventa un camorrista, spiega Saviano), “Tommaso, il dolore dei boss”. Dopo l'intervento si sono moltiplicati gli attestati di solidarietà ad Emilio, compreso quello del sindacato dei giornalisti. Solo il direttore del Tg4, Roberto Saviano, si è indagnamente dissociato facendo ironia e insinuando che alla fine vivere sotto scorta rende molti denari tra film e libri.
giovedì 11 settembre 2008
Prodi e Travaglio per ripartire
martedì 9 settembre 2008
Maria Luisa Greco, conveniva denunciare?

Gentile Don Luigi Ciotti,
lunedì 8 settembre 2008
Foto da Gallareto
sabato 6 settembre 2008
Nomi e cognomi
Foto da rosalio.itMi sembra giusto, per chiarire le idee ai confusi, svelare chi sono i Disonorevoli Nostrani di cui si parla nel libro. Mentre scrivo mi è appena arrivata la Prefazione firmata dall’inviato del Corriere della Sera Carlo Vulpio. Posso solo dire che è davvero splendida. Speriamo di poterla utilizzare se e quando qualche editore si farà vivo. Ecco a voi, quindi, la sfilata degli orrori. P.s. Naturalmente ho spedito il comunicato stampa a tutti e 89 i deputati dell’Assemblea Regionale Siciliana. Se non lo comprano loro… alla fine è un po’ come una loro biografia, o radiografia, mettetela come volete.
Qui (http://pinomasciari.org/lettera/)la petizione per Pino Masciari: firmando questa lettera, ci schieriamo dalla parte dei testimoni di giustizia e della famiglia Masciari, in particolare, che attende da più di tre anni che il Tribunale Amministrativo del Lazio si pronunci su questa vicenda.
Salvatore Cuffaro, ex presidente della Regione Sicilia
Raffaele Lombardo, attuale Presidente della Regione Sicilia
Salvino Caputo, Pdl, eletto in Provincia di Palermo
Musotto Francesco, Pdl, eletto in Provincia di Palermo (nella foto)
Antonino Dina, Udc, eletto in Provincia di Palermo
Vitrano Gaspare, Pd, eletto in Provincia di Palermo
Fabio Mancuso, Udc, eletto in Provincia di Catania
Raffaele Nicotra, Pdl, eletto in Provincia di Catania
Fausto Fagone, Udc, eletto in Provincia di Catania
Antonino Di Guardo, Pd, eletto in Provincia di Catania
Maira Raimondo (Rudy) Luigi Bruno, Udc, eletto in Provincia di Caltanissetta
Giuseppe Lo Giudice, detto Pio, Udc, eletto in provincia di Trapani
Giulia Adamo, gruppo misto (ex Pdl), eletta in Provincia di Trapani
Paolo Ruggirello, Mpa, eletto in Provincia di Trapani
Giuseppe Buzzanca, Pdl, eletto in Provincia di Messina
Beninati Antonino Angelo, Pdl, eletto in provincia di Messina
Giuseppe Gianni, Udc, eletto in Provincia di Siracusa
Colianni Paolo, Mpa, eletto in Provincia di Enna
Nicola Lenza, Mpa, eletto in Provincia di Catania
Michele Cimino, Pdl, eletto in Provincia di Agrigento
Alessandro Aricò, Pdl, eletto in Provincia di Palermo
Bufardeci Giambattista, Pdl, eletto in Provincia di Siracusa
Alberto Campagna, Pdl, eletto in Provincia di Palermo
Roberto Corona, Pdl, eletto in Provincia di Messina
Antonino D’Asero, Pdl, eletto in provincia di Catania
Francesco Scoma, Pdl, eletto in Provincia di Palermo
Ignazio Marinese, Pdl, eletto in Provincia di Palermo
Carmelo Incardona, Pdl, eletto in Provincia di Ragusa
Giuseppe Limoli, Pdl, eletto in Provincia di Catania
Francesco Cascio, Pdl, eletto in Provincia di Palermo
Orazio D'Antoni, Mpa, eletto in Provincia di Catania
Giovanni Roberto Di Mauro, Mpa, eletto in Provincia di Agrigento
Giovanni Barbagallo, Pd, eletto in Provincia di Catania
Riccardo Savona, Udc, eletto in Provincia di Palermo
Calogero Speziale, Pd, eletto in Provincia di Caltanissetta
Giuseppe Gennuso, Mpa, eletto in Provincia di Siracusa
giovedì 4 settembre 2008
Introduzione di "Disonorevoli Nostrani"
I Divonesti non sono frutto di un refuso nato dalla tastiera di un computer.Divonesto è l’acronimo di Diversamente Onesto. Il Diversamente Onesto non è perforza un condannato, a volte non è nemmeno indagato. Ma si rende protagonistadi vicende grottesche e odiose, molto spesso al limite del reato. Il Divonesto si nutre diraccomandazioni, a volte di amicizie poco raccomandabili, nella quasi totalitàdei casi pensa di essere semplicemente il più furbo e si compiace di farlafranca. Il Divonesto a volte si può intendere pure come un Divoratore diOnesti, un profittatore, un palazzinaro di anime. Si insinua nelle insicurezze,nelle carenze della gente e dello Stato e si qualifica come messia. Prima delleelezioni il Divoratore fa la spesa agli elettori e paga le bollette, e quandogli dicono “Ma questo è voto di scambio” lui risponde: “No, sono solo gentile”.Di diversamente onesti e divoratori la Sicilia ne annovera migliaia diesemplari, alcuni pregiatissimi, ma qui analizzeremo quelli che calcano ibanchi dell’assemblea regionale siciliana, l’Ars, compreso il presidente incarica e quello dimessosi qualche mese fa. Tra gli arrembanti descritti moltihanno raggiunto quei luoghi di potere, secondo le indagini, grazie ai voti diCosa Nostra. Molti altri promettendo posti di lavoro e avanzamenti di carriera.Ci sono anche tanti “figli dei padri”, persone che avranno certamente altreabilità, ma che hanno il principale merito di essere, appunto, figli dei padri,e Grandi Fratelli che nulla hanno a che fare con le telecamere ma molto con laparentocrazia isolana. A detenere lo scettro dei Divonesti, bisogna darne atto,è il centro destra alleato con l’Mpa, ma non mancano le eccezioni, addiritturanel partito che fu di Pio La Torre e che oggi è (sigh) di Vladimiro Crisafulli,l’amico del mafioso di Enna, Bevilaqua, videoripreso con lo stesso mentre siaccordavano su affari e assunzioni di taglialegna. Crisafulli, difeso a spadatratta dai Ds, ad esclusione di Claudio Fava, semplicemente perché “è delpartito”. Sicuramente ci sfuggirà qualcuno, ma un libro è fatto proprio perfornire informazione e per riceverle. Speriamo in futuro di non doverne piùcontare, ma se così non fosse, noi siamo qui, come una cooperativa sociale direcupero dei diversamente onesti, pronti a schedarli ed aiutarli ad usciredalla politica per darsi ad altre attività che non richiedono una perfettaintegrità morale: non c’è niente di male a pretendere persone integerrime agovernarci. Non si vogliono tagliare teste, ne mandare alla forca i nostripolitici regionali. Si vogliono raccontare dei fatti, accertati, che voglionocontribuire a quella trasparenza che proprio i citati vedono come fumo negli occhi,come un’ offesa personale. Scrive Marco Travaglio nel suo libro “La scomparsadei fatti”: '[...] quei rapporti esistono e non dovrebbero esistere e chili intrattiene non dovrebbe più ricoprire alcuna carica pubblica. Se poi queirapporti siano reato o meno, se gli elementi che li dimostrano sianosufficienti per integrare una fattispecie prevista dal Codice Penale èquestione che riguarda i diretti interessati ai processi. La presunzioned'innocenza sancita dalla Costituzione non c'entra nulla: è un principiogiuridico sacrosanto che attiene al processo e all'impossibilità di considerareuna persona colpevole di un reato prima della condanna definitiva. Ma, perconsiderare una persona amica della mafia non è necessario attendere nè ilrinvio a giudizio nè la sentenza di primo grado nè tantomeno quella dellaCassazione. Bastano i fatti documentati'.
martedì 2 settembre 2008
lunedì 1 settembre 2008
Riforma la giustizia e bacia un mafioso?



