martedì 30 settembre 2008

Lampi nel buio, di Salvatore Borsellino


Da 16 anni, dal 19 luglio del 1992, i manovratori delle luci hanno fatto calare le tenebre attorno alla scena della strage. Sono rimasti solo i riflettori accesi sul numero 19 di via D'Amelio. Con una luce forte, accecante, in maniera che gli occhi, colpiti da quella luce, non riescano a distinguere quello che succede attorno, in mezzo alle tenebre. Buio sul castello Utveggio, su via dell'Autonomia Siciliana, buio sul golfo di Palermo, sull'Arenella, sull'Acquasanta, le tenebre coprono tutto, si può solo sentire ogni giorno, alle 17, il suono delle sirene che arriva da via dell'Autonomia Siciliana, le macchine blindate che sbucano d'improvviso da quelle tenebre in una via che dovrebbe essere sgombra, dove dovrebbe essere vietato fare sostare le macchine e che invece ne è tanto piena che, una volta entrati, se ne può uscire solo a marcia indietro. Ogni giorno, alla stessa ora, il giudice scende dalla macchina lasciando la sua borsa di cuoio sul sedile posteriore, deve solo suonare il campanello della casa di sua madre e dirle di scendere perché deve accompagnarla dal cardiologo. Tutti gli uomini e l'unica donna della sua scorta scendono insieme a lui e gli si fanno attorno, non hanno che il loro corpo per proteggerlo. Il giudice suona il campanello e non si capisce se riesce a pronunciare qualche parola prima che l'esplosione di centinaia di chili di tritolo, anzi di Semtex, l'esplosivo usato dai militari, scateni l'inferno. Antonino Vullo, l'autista della macchina del giudice, è restato dentro l'auto, sta facendo la manovra per essere pronto a ripartire appena il guidice ritornerà tenendo per il braccio la madre. Un'onda di calore lo sbalza all'indietro ma la macchina è blindata e resiste all'onda d'urto. Ogni giorno, alla stessa ora, scende ferito e intontito dalla macchina e camminando sente sotto i piedi delle cose molli, sono i pezzi dei suoi compagni, cammina con i piedi in mezzo alle pozzanghere, è il sangue dei suoi compagni, del suo giudice, insieme ai quali, da allora, continuerà a desiderare di essere morto per non dovere rivivere ogni giorno ed ogni notte, nei suoi terribili sogni, sempre la stessa scena. Il giudice viene tagliato in due, il troncone del suo corpo viene sbalzato tra quel che rimane della cancellata e la facciata crollata del palazzo. Dei corpi dei ragazzi che lo proteggevano non rimane quasi nulla, una mano vola ogni giorno in alto, in una sequenza senza fine, e si ferma su quello che è rimasto su un balcone del quinto piano. La madre del giudice sa che è scoppiata quella bomba che tutti sanno, da due mesi, servirà per eliminare, dopo l'altro giudice, anche suo figlio, ma, per pietà, il suo cervello le fa credere che siano scoppiate le tubature del gas ed allora, a piedi nudi, corre per le scale, cerca di arrivare all'esterno, scende per quattro piani in mezzo alle macerie, alle vetrate distrutte, ma arriva giù senza un graffio. Forse suo figlio, prima di andare via per sempre, la prende in braccio e la porta giù, dolcemente e, quando passa vicino al suo corpo, le chiude gli occhi per non farle vedere quello che è rimasto di lui, quello che è rimasto di Emanuela, di Agostino, di Claudio, di Vincenzo, di Walter. In ospedale, dove la porta un pompiere che la raccoglie dalle braccia del giudice, dirà di non avere visto niente di quell'inferno che c'era davanti al numero 19 di via d'Amelio, di non avere visto il corpo di suo figlio, di non avere visto il sangue che riempiva la strada. Ogni giorno alla stessa ora, qualcuno, dal Castello Utveggio, vede distintamente il giudice che sta per premere il pulsante del citofono e preme il pulsante del telecomando che scatena l'inferno, il castello ora è immeso nelle tenebre ma da lassù l'ingresso del numero 19 di via D'Amelio si distingue chiaramente, illuminato dalla luce accecante dei riflettori ed è facile sincronizzare il comando al momento in cui viene premuto il campanello e non lasciare scampo al giudice ed agli uomini della sua scorta. Ogni giorno, alla stessa ora, il Cap. Giovanni Arcangioli si avvicina alla Croma blindata del Giudice e prende la borsa di cuoio che contiene l'agenda rossa, o è qualcuno a porgergliela, in mezzo alle fiamme ed al fumo non si distingue bene, ma poi si allontana con passo sicuro, guardandosi intorno, verso via dell'Autonomia Siciliana dove c'è qualcuno ad aspettarlo Quell'attentato è stato preparato anche per potere avere in mano quell'agenda. Nell'allontanarsi dalla macchina calpesta gli stessi pezzi di carne, lo stesso sangue che ha calpestato l'agente Vullo, ma dal suo viso non traspaiono emozioni, forse ha un preciso incarico da compiere, è come essere in guerra, e in guerra le emozioni devono essere controllate. Arriva in Via dell'Autonomia Siciliana ma qui le luci dei riflettori che illuminano la scena della strage non arrivano, c'è il buio, il buio assoluto e non si riesce a vedere a chi il Cap. Arcangioli consegna la borsa e chi ne estrae l'agenda rossa del Giudice. Vediamo solo, ancora sotto la luce dei riflettori, qualcuno che un'ora dopo riporta la borsa, ormai vuota di quell'agenda che potrebbe inchiodare gli assassini del Giudice e chi aveva interesse ad eliminarlo,, sul sedile posteriore della macchina blindata. Sono passati 16 anni e ogni anno, al 19 di luglio, arrivano i padroni dei tecnici delle luci, portano delle corone, le appoggiano alle cancellate, si fanno fotografare, e intanto sorvegliano che tutto vada come previsto, che i riflettori siano sempre accesi con la loro luce accecante sul luogo della strage e che tutto intorno sia tenebra, che niente si riesca a vedere di quello che è successo, di quello che succede, intorno al luogo della strage. Ma i tecnici delle luci possono controllare solo i riflettori, non possono controllare il cielo e ogni tanto, nel buio, qualche lampo arriva a squarciare le tenebre e lascia intravedere anche se solo per un attimo, quello che loro non vogliono farci vedere, quello che non dobbiamo, non possiamo vedere, non possiamo sapere perché su di esso sono fondati gli equilibri e i ricatti incrociati che tengono in piedi questa seconda repubblica, questo nuovo regime fondato sul sangue delle stragi del 1992. Ecco un lampo che squarcia le tenebre. Sono le 7 del mattino del 19 luglio, in via Cilea, a casa del Giudice che è in piedi dalle 5, arriva una telefonata del suo capo, Pietro Giammanco. Non gli ha mai telefonato a quell'ora, e di domenica, non lo ha avvisato di un rapporto del Ros in cui si rivelava che era arrivato a Palermo un carico di tritolo per l'attentato al Giudice che ha potuto conoscere la circostanza per caso, all'aereoporto, incontrando il ministro Scotti, e che sui motivi di questa omissione con il suo capo, ha avuto un violento alterco. Non gli ha ancora concesso, da quando è rientrato da Marsala prendendo le funzioni di Procuratore Aggiunto a Palermo, la delega per condurre le indagini in corso sulle cosche palermitane e, in conseguenza, la possibilità di interrogare senza la sua espressa autorizzazione, pentiti chiave come Gaspare Mutolo. Ora, il 19 luglio, quando la macchina per l'attentato è già posteggiata davanti al numero 19 di via D'Amelio, gli telefona per dirgli che gli concede quella delega e gli dice una frase che, oggi, suona in maniera sinistra "così si chiude la partita". La moglie del Giudice, Agnese, lo sente urlare al telefono e dire "no, la partita comincia adesso" e lo stesso giudice, qualche tempo prima, aveva confidato al maresciallo Canale, che lo affiancava nelle indagini, che "in estate avrebbe fatto arrestare Giammanco perché dicesse cosa conosceva sull'omicidio Lima", dal recarsi ai funerali del quale lo stesso Giammanco venne dissuaso solo all'ultimo momento da un procuratore. Ecco un altro lampo, è ancora il 19 Luglio e si vede il Giudice nella casa in cui si trasferisce in estate, a Villagrazia di Carini che invece di dormire per una mezzora, come è solito fare dopo aver mangiato, continua a fumare nervosamente tanto da riempire un portacenere di mozziconi, e intanto scrive sulla sua agenda rossa, poi prende la sua borsa di cuoio, vi mette dentro l'agenda e il pacchetto di sigarette, saluta i suoi, e parte con la scorta verso il suo ultimo appuntamento, quello con la morte che, dopo la morte di Giovanni Falcone, ha sempre saputo che sarebbe presto arrivata, tanto da continuare a dire a sua madre e a sua moglie "devo fare in fretta, devo fare in fretta". Ecco un altro lampo e in mezzo alle tenebre che circondano il castello Utveggio si vede qualcuno in attesa, ecco che arriva una telefonata sul suo cellulare ed allora punta il binocolo sul portone al numero 19 di via d'Amelio, vede scendere il giudice dalla macchina blindata, lo vede alzare la mano verso il pulsante del citofono e allora preme un altro pulsante di un telecomando che stringe nella mano e subito si vede una colonna di fumo e si sente un boato ed allora, dopo avere osservato in mezzo al fumo, per un attimo, gli effetti dell'esplosione, prende il cellulare fa un numero e dice appena qualche parola. Poi il baleno provocato dal lampo finisce e tutto ripiomba ancora nelle tenebre. Ecco un altro lampo, e si vede una barca nel golfo di Palermo, è piena di uomini, ma non sono persone qualsiasi, appartengono tutti ai servizi segreti così che le loro testimonianze potranno, dovranno essere tutte concordi. E' quasi l'ora dell'attentato e tutti sono in silenzio, sembrano attendere qualcosa. Poi si ode, attutito dalla distanza e dalla montagna un tremendo boato, e dalla parte di Palermo verso il monte Pellegrino si vede alzare una alta colonna di fumo e quasi subito dopo arriva una telefonata. Il giudice è morto, quel maledetto ostacolo sulla via della trattativa è eliminato. Dai telefoni cellulari sulla barca partono altre telefonate concitate poi il motore viene acceso e la barca riparte velocemente verso il porto. Per chiunque, in Italia, sono passate dalle quattro alle cinque ore prima di sapere che il giudice era morto, che quella morte annunciata era arrivata, ma per chi stava su quella barca sono bastati solo centoquaranta secondi per sapere tutto. Ma ora il baleno provocato dal lampo è finito e tutto è ripiombato nelle tenebre. Un altro lampo, ma stavolta è troppo di breve durata per capire se è veramente Bruno Contrada quell'uomo che si aggira in via D'Amelio subito dopo la strage come due capitani del Ros, Umberto Sinico e Raffaele del Sole affermano di avere saputo dal funzionario di polizia Roberto Di Legami che riportava a sua volta una relazione di servizio, poi distrutta, di alcuni agenti accorsi sul lugo della strage. Ancora un altro lampo che squarcia per poco tempo le tenebre. È la fine di Giugno e si riesce a vedere Vito Cianciminio che consegna al Cap. De Donno e al Col. Mori un foglio scritto a mano, il papello di Riina, con le dodici richieste del capo della cupola per fermare l'attacco al cuore dello Stato. Un altro lampo, è il 1 di Luglio e si vede il giudice al ministero, davanti alla porte di Mancino, per un incontro a cui è stato chiamato dallo stesso ministro mentre stava interrogando Gaspare Mutolo. Il giudice ha annotato questo appuntamento nella sua agenda : 1 Luglio, ore 19 : Mancino, ma la luce provocata dal lampo si esaurisce e non riusciamo a vedere chi c'e' dietro quella porta ad aspettarlo e che cosa gli viene detto. Dall'agitazione del giudice quando torna ad interrogare Mutolo si può solo immaginare che gli viene detto che lo Stato ha deciso di aderire alla richieste contenute nel papello e la reazione del giudice che deve essere stata violenta e sdegnata tanto da non lasciare spazio, per concludere la trattativa, ad altra possibilità se non quella di eliminarlo, ed eliminarlo in fretta, ma le tenebre sono troppo fitte per vedere qualcosa e solo Mancino ci potrebbe dire, se guarisse improvvisamente dalle sue amnesie, che cosa accadde veramente in quella stanza. Altrimenti potremo solo aspettare, se mai avverrà, che una serie continua di lampi squarci le tenebre ed allora potremo veramente vedere quali e quanti mani, tra quelli che oggi godono i frutti dei nuovi equilibri raggiunti, siano lorde del sangue delle stragi del 92 e di quelle altre stragi che, nel 93, furono necessarie prima che la trattativa venisse conclusa.

domenica 28 settembre 2008

Chiudi gli occhi e vai in Africa, Cuffarino!


Congo in pericolo. Ripeto. Congo in pericolo. Dopo i coloni sanguinari e le eterne guerre civili, a far precipitare la nazione verso il baratro arriva anche Totò Cuffaro in versione dalla Sicilia col furgone. La prima brutta notizia è che Totò non è stato fermato all'aeroporto. Nessuno gli ha contestato la pericolosità sociale. La seconda, amici africani, è che un condannato a cinque anni con l'interdizione perpetua dai pubblici uffici sta per insegnare ad un vostro candidato come si fa la campagna elettorale "baciata", come si coltivano le amicizie giuste e come si finisce al Senato dopo che la magistratura ti dichiara inadatto alle cariche pubbliche. Eugene Diomi Ndongala, candidato presidente per la Democratie Chritienne, durante i comizi di questi giorni, avrà accanto a se un uomo il cui adipe ripianerebbe la fame di un quarto della Repubblica che Ndongala mira ad amministrare. Ma pensavate davvero che Totò si limitasse a squalificare con la sua presenza solo il Senato italiano? E che si tenesse solo per lui e per noi quarant'anni di vergogne democristiane? No, va a portare una storia di tangenti e collusioni mafiose ai colleghi africani, per insegnare loro la vera arte politica della Balena Bianca, detta anche Scudo Crociato, o uniforme a strisce bianche e nere. La cosa più curiosa, e di cui la dirigenza piddina non dovrà chiaramente dare conto, è cosa mai ci faccia assieme al baciatore africano, Totò Cuffaro, Mirello Crisafulli, ad oggi deputato Pd. Lo avevamo lasciato con mafioso Bevilaqua a trattare assunzioni di taglialegna e lo ritroviamo a fare scuola di politica in Africa? Quei due elementi assieme rischiano davvero di infettare un sistema democratico fragile e giovane come quello congolese, qualcuno li fermi! Ve li immaginate questi due diversamente onesti che si aggirano per le poverissime vie delle città? Due uomini così grassi quei poveri bambini non li hanno mai visti. Penseranno a dei santoni, a due uomini incinti, quindi sacri; come potrebbero pensare a due che invece condividono alcune frequentazioni mafiose? Ma nè Casini nè Veltroni hanno nulla da dire su questa amicizia da Brokeback Mountain? Su questi due "amanti clandestini" che flirtano addirittura in Africa? Non me la sento di essere colpevole delle future disgrazie africane, vi prego, rimandateceli indietro, qui in Italia ormai non c'è più pericolo di peggiorare.

Emiliano Morrone "espone" la querela


La querela è il rimedio oncogeno contro giornalisti e scrittori. Non in sé, ma per l’uso incontrollato e arbitrario che oggi se ne fa. Trasformata dal tempo e dal costume, è l’arma prediletta dal potere. Intanto perché tacita i Battista: i pochi che gridano nel deserto dell’abbandono; in guerra contro l’ignoranza cieca, la meschinità opulenta, il familismo, l’indifferenza. La querela ti obbliga a difenderti, a fermarti, a lottare per te stesso, se sei soltanto un giovane ricco di buone speranze. Consapevole che dalla condanna avrai un’onta, una macchia, una traccia che gli avversari richiameranno a vita per levarti statura e carica morale. Loro, malavitosi e politici di presidio, a volte un solo corpo, hanno il placet del sistema: sono immuni e dritti al proprio posto; possono delinquere e benedire, predare e sentenziare, disintegrare strumenti, organi e presìdi democratici. Generano la convinzione che il saccheggio e la violenza sovrastano la legge; portano sfiducia collettiva, rassegnazione, sconforto, disumanità. Così, in questo clima di paura e opportunismo, di reticenza e omologazione, parlare e agire diventa un reato, ancora prima del giudizio ordinario. Domina, a livello collettivo, una «solidarietà meccanica» verso gli ordinatori, i forti, i responsabili dello sfacelo. Questa si concretizza in forme di autocensura e limitazione personale, e soprattutto in aggressioni e propaganda falsa, utili a isolare resistenti e opposizioni.
Roberto Saviano ha spesso ricordato il valore dell’impegno; lui che non ha smesso un attimo di denunciare l’orrore imposto dai Casalesi e la loro ferina cattiveria. Non puoi star zitto e svaccato, guardando la morte e il sangue veri come un film in 16:9. Non puoi scuotere la maglia, convinto di non appartenenere all’inferno meridionale di piombo e dolore, rifiuti e sterminio, macerie e disperazione compressa. Come se fossi escluso dalla carneficina, salvo nel tuo mondo di quotidianità lineare e adesione allo scontato, preservato dal marchio della colpevolezza e dagli untori. Se chiudi la bocca, non puoi pensare, manco per un secondo, che sei diverso, che sei altro: che hai dei valori, un onore ufficiale, un ruolo sociale distinto e legittimo, un’utilità manifesta, una funzione per lo sviluppo. La querela t’allontana dalla ricerca della verità, dall’indagine, dal racconto del male. Di un male che un libro non può contenere né rappresentare a sufficienza; neppure l’universale Gomorra. La querela serve a smorzarti la tensione etica, a trasformarla in un sentimento destabilizzante, a spostare l’attenzione sul tuo privato. La querela t’angoscia come la minaccia, ti abbatte: ti perseguita il pensiero di finirla, di cessarti; sai che non c’è ritorno, ormai hai osato, sfidato. Un giorno Roberto Saviano m’ha scritto: «Se io non avessi avuto successo e un grande editore ora ero in un ospedale pscihiatrico, credimi». Ma non il successo dei soldi, come ripetono gli stolti, pedine di abili scacchisti. Roberto è stato protetto dalla straordinaria penetrazione del suo racconto, che ha restituito alle coscienze l’urlo represso d’una tragedia non solo campana, sconfinata come il mercato. Roberto è riuscito a destare, a riunire un popolo, a schiacciare menefreghismo, falsa innocenza, abitudine. Francesco Saverio Alessio e io, che abbiamo scritto "La società sparente" (Neftasia, Pesaro, 2007), siamo stati additati, messi ai margini: ci hanno insultati, nella nostra Calabria; ci hanno chiamati «pazzi», «visionari», «psicotici», solidarizzando cogli impuniti. Confesso che per un periodo lo abbiamo creduto davvero: abbiamo pensato di non esistere, o, meglio, di esistere in un mondo ricostruito dalla nostra mente in fuga; ormai perduta nell’utopia della giustizia, della convivenza civile, dell’affrancamento della Calabria. Un sogno perfino capace di condurci al suicidio, all’esecuzione rasserenante, quella che non ha colpevoli materiali. Abbiamo illuminato zone oscure in "La società sparente", riesumato storie di giovani ammazzati con crudeltà indescrivibile, peggio degli animali da macello. Come Antonio Silletta, di San Giovanni in Fiore (Cs), sequestrato, sparato e bruciato; irriconoscibile, carbonizzato come un albero dopo un incendio. La madre, di fatto assassinata, morta di crepacuore, lasciata in solitudine da una società che aveva ritenuto naturale e cosa sua la sparizione del ragazzo, visti i precedenti per spaccio. Che cosa c’è, e chi, dietro quel barbaro, doppio omicidio? Che cosa dicono le indagini? Abbiamo maledetto la squallida accettazione dei paradossi, delle contraddizioni d’una Calabria dove si continua a votare il migliore offerente, spesso colluso, sostenuto dalla ’ndrangheta in cambio di premi, agevolazioni e libertà di movimento. "La società sparente" è ancora, purtroppo, quella calabrese, che non crede nella forza della parola e della risposta civile; che non ha più fede né ideali; che affonda nella logica della convenienza, nella salvaguardia di perversi meccanismi di potere. Un potere onnipresente, onnipotente, che ha invaso le istituzioni e consolidato la Spa della morte, una ’ndrina sola, una Santissima: dai depuratori impuri ai materiali tossici nel crotonese, dalla gestione della monnezza allo sfruttamento delle coste, dalla sanità in metastasi alle truffe sui fondi europei, ai disastri ambientali, alla distruzione dei tessuti produttivi. "La società sparente" è anche quella che emigra e giura di non rincasare mai più. Quella dei giovani che hanno capito come girano le cose in Calabria; che hanno inteso i collegamenti fra politica e ’ndrangheta; che sanno che giù non si lavora e vive dignitosamente, se non piegandosi all’una, all’altra, a entrambe. Piegarsi vuol dire farsi gli affari propri, nel vero senso della parola. Significa raccogliere voti per qualcuno che la ’ndrangheta ha scelto per i suoi progetti. Significa raccontare dappertutto la favola della regione povera e bisognosa; significa perpetuare, con l’immobilità individuale, un assistenzialismo straripante che mantiene a palazzo i soliti noti. Significa lasciare campo aperto alle ecomafie e agli edili dell’autostrada, delle opere pubbliche, agli specialisti delle costruzioni di creta e veleni. Significa lasciare alle generazioni che verranno un’eredità di squallore, scempi, pericoli, disservizi, insicurezza, debiti, miseria, incultura, desolazione, criminalità, sgomento e disgregazione. Significa, poi, firmare la scomparsa d’una regione, che non sarà più salvabile perché non sarà rimasto più nessuno, nel futuro alle porte, fra gli ultimi liquami per la terra secca. Con questa coscienza e urgenza, certi che la letteratura arriva dove non riesce l’informazione per immagini, Francesco Saverio Alessio e io abbiamo umilmente fornito un testo da cui partire per una responsabilizzazione politica dei calabresi, in nome di un obiettivo, l’uscita dalla minorità, e non di un partito. Ma quando metti nomi e cognomi in un libro - e quando sto libro te l’ha pubblicato un piccolo editore che t’ha fatto firmare la sua estraneità nelle cause civili e penali - tutti si coalizzano e ti danno addosso. Perché sei solo, e sei pure un idealista imbecille, a cui mancano i mezzi di difesa. Dopo le querele ricevute e per la vicinanza di "La società sparente" al movimento pro De Magistris, il pm che coi fatti ha dato una speranza viva alla Calabria bella, la politica calabrese ha denigrato il testo, la sua progressiva denuncia e gli autori. Con calcolo scientifico di tempi, mezzi e linguaggio, ha tentato in tutti i modi di negare la realtà del racconto, limitandolo il più possibile a un ambito locale. Perché non si sapesse, perché nulla uscisse fuori delle mura domestiche, perché ci fosse una lettura contraria della maggioranza e perché a maggioranza si sancisse la totale incompatibilità degli autori, in delirio, con l’ambiente calabrese.
Sull’esistenza di querele contro Alessio e me, la politica, non tutta, ha fondato la sua richiesta di consenso, pretendendolo, stavolta, in merito alla nostra (supposta) inattendibilità, piuttosto che per l’Europaradiso a Crotone o la risurrezione di Sviluppo Calabria. La querela t’arriva subito, oggi, perché scrivi; se scrivi. Corri dal legale, se ce l’hai, o chiedi in giro d’uno bravo che ti levi dalle sabbie mobili. Sì, non c’è altro da fare. Non puoi cavartela diversamente, magari spiegando, illustrando, ragionando su periodi scritti con metodo, scrupolo e rigore. Devi provare l’ebrezza del tribunale, entrarci; subire attonito il caos dei suoi lunghi corridoi. Ti passano a un palmo, quasi fossi invisibile, avvocati e loro praticanti. I primi procedono in testa, scarpe lucide, aria distratta e raccolta. Gli apprendisti, al seguito, li riconosci dal nodo della cravatta, classica o pop art, sempre grosso e impreciso. Ti sei assunto la responsabilità penale e civile di ciò che hai scritto. Te lo ripeti dentro come il Daimoku dei buddisti. Chi ti trascina in giudizio di solito ha sostanze in banca. Le spalle ben coperte, può tenerti in bilico come una foglia d’ottobre avanzato. Nel mentre, ti chiedi perché sei finito tra quelle mura, dove incontri anziani contadini cui, come messaggio da non interpretare, qualcuno ha danneggiato il raccolto; dove noti disabili multati per aver sostato oltre il loro posteggio, occupato abusivamente da un villano. Poi pensi che l’Italia è questa, e non la cambiano le tue piccole fatiche. La querela tutela chi può essere stato offeso nell’onore. I procedimenti penali contro Alessio e me sono stati tutti archiviati. Nessuno, in Calabria, vuole parlarne. Come nessun politico, meno che l’onorevole Angela Napoli, già membro della Commissione parlamentare antimafia, ha condannato le minacce e le intimidazioni che abbiamo ricevuto. La società sparente.

venerdì 26 settembre 2008

Pasticcio Ilarda


Poco tempo fa avevo scritto un post dal titolo "Su Lombardo niente pregiudizi", in cui esprimevo sincero gradimento per alcune sue scelte assessoriali: i magistrati Massimo Russo e Giovanni Ilarda potevano essere una risposta forte a sprechi e clientelismo consolidato. Ero stato tra i pochi a difendere i due magistrati quando erano stati attaccati dicendo che sporcarsi le mani è una cosa nobile, mettersi a disposizione della Sicilia con il loro curriculum era da premiare. Ma cosa mi combina Ilarda? Per chi si fosse messo solo ora all'ascolto, Giovanni Ilarda è assessore alla Presidenza della Regione Sicilia. Già da qualche tempo una cara amica che lavora in Regione mi aveva segnalato la promozione della figlia Giuliana agli uffici di gabinetto, per un reddito annuo di circa 75 mila euro. La ragazza però, è bene dirlo, era stata assunta già nel 2006, mentre Ilarda era ancora magistrato. Quando Repubblica esce con questo semi-scoop (conseguente ad una manifestazione della Cgil in cui si distribuivano volantini con l'indiscrezione) della penna del bravo Emanuele Lauria, Ilarda si giustifica nel modo peggiore: "E' laureata al Dams di Palermo con 110 e lode, parla a correntemente due lingue, è un'esperta di informatica e ha messo a disposizione la sua professionalità per un periodo limitato in un settore coerente: quello dei Beni culturali, non in un altro assessorato". Assessore, ma sa quante siciliane in quelle condizioni ci sono? Che parlano tre, quattro lingue e che si sono laureate con la lode e il bacio accademico? La figlia Giuliana, dopo il polverone, si è coerentemente dimessa. Quello che mi chiedo è: ma come si può commettere una simile ingenuità? Come si può far accettare una promozione di quelle dimensioni alla figlia a pochi mesi dall'insiediamento del padre chiamato "Stringi-cinghia"? A parer mio Ilarda ha commesso una pensantissima leggerezza che mi sa tanto gli costerà il posto: Lombardo vuole discutere del caso in Assemblea. Gli altri illustri gabinettari sono Piero Cammarata, figlio di Diego, sindaco di Palermo, un Misuraca, parlamentare di Forza Italia, e uno Scoma, assessore di Lombardo, un Davola, ex autista di Gianfranco Micciché, un Mineo, figlio di un deputato regionale, una Rosanna Schifani, sorella di Renato, presidente del Senato, una Viviana Buscaglia, cugina del ministro di Grazia e Giustizia Angelino Alfano, un Giovanni Antinoro, non parente dell'assessore ma ex autista di Cuffaro, un Domenico Di Carlo, segretario del braccio destro di Cuffaro, Saverio Romano, un Vito Raso, amico di Cuffaro, un Gianni Borrelli, ex candidato Udc amico di Cuffaro e dell' assessore Antinoro, un Ernesto Davola, ex autista del sottosegretario Gianfranco Micciché, e due trombati alle ultime regionali: gli Udc Decio Terrana e Francesco Regina. Sarà un trionfo della banalità, ma mai nessuno farà meglio di Tomasi di Lampedusa: "Tutto cambia...."

mercoledì 24 settembre 2008

Cuffaro è depresso?


Salvatore Cuffaro, l'ex presidente della Regione Sicilia assolto a cinque anni per concorso esterno a singoli esponenti di Cosa Nostra, sarebbe depresso. Da quando è volato a Roma e si è unito alla folta schiera di diversamente onesti del Senato, Totò Cuffaro in effetti ha perso molti pezzi per strada. Prima la inaspettata trombatura di Nino Dina, suo uomo in Sicilia, dato per assessore regionale fino alla fine e poi fregato da Giovanni Ilarda. Poi il potere che piano piano gli scivola di mano e passa in quelle, non troppo pulite, di Raffaele Lombardo. Un declino che ha causato in Totò una profonda disillusione. Fonti ben informate raccontano che per ogni telefonata che Totò riceve da vecchi amici siciliani, usa sempre la stessa frase: "Eh... ormai non ti fai sentire più... una volta Totò, Totò, invece adesso... mi avete abbadonato". Tutto questo è profondamente ingiusto! Pensate se invece fosse stato condannato! Prima tutti a baciarlo, poi, dopo l'assoluzione a cinque anni con l'interdizione perpetua dai pubblici uffici, lo lasciano solo, in quei freddi e grigi uffici senatoriali. Mentre in Sicilia il banchetto continua, ma di questo parleremo domani. Prima vado a chiamare Totò per vedere se è vero.

domenica 21 settembre 2008

Appello alla N'drangheta per salvare Pino Masciari


Egregi membri della N’drangheta,

mi appello a voi, alle vostre 155 n’drine, ai vostri capo-famiglia per cercare giustizia. Mi appello a voi perchiedervi di salvare l’imprenditore calabrese Pino Masciari, testimone digiustizia che tanti guai vi ha causato denunciando i vostri uomini e gli uomini dello Stato che con voi erano collusi. Sono passati tanti anni, e quello Stato che aveva convinto Pino a schierarsi contro di voi, a denunciarvi, oggi lo ha abbandonato. Ha abusato di lui, lo ha violentato, nel corpo e nella psiche, lo ha espropriato delle sue ricchezze e ora lo ha buttato. Se Pino non vi avesse dichiarato guerra oggi sarebbe uno tra i più ricchi imprenditori d’Italia, avrebbe una vita alla Briatore, e magari sarebbe dirigente di Confindustria. Come senz’altro saprete, dal 18 settembre Pino Masciari è senza scorta durante i suoi spostamenti. Potreste colpirlo in ogni momento, quando volete. Dal suo sito potete scegliere la località in cui colpirlo. Lo Stato italiano ha deciso di darvelo in pasto, gli ha tolto la protezione così, se lo colpirete, loro si potranno lavare le mani, come viscidi Pilato. Questo Stato oggi ha un nome ed un cognome, e si chiama Alfredo Mantovano. E’ lui che sin dall’inizio l’ha giurata a Pino, è lui che gli ha detto che non avrà alcuna protezione durante i suoi spostamenti ed è sempre lui che, chiamato a risponderne, ha avuto il coraggio di negare l’evidenza, mentendo spudoratamente. In pratica, non so se cosciente o no, lo ha condannato a morte. Oggi la situazione di Pino è molto delicata. E’ uscito dall’esilio silenzioso in cui lo Stato vorrebbe i testimoni di giustizia, ha deciso di mettere la sua storia personale a disposizione degli italiani, ha deciso di smuovere le coscienze raccontando la sua storia, quella di sua moglie Marisa e dei suoi due piccoli bambini. Ed oggi io, che so qualcosa di quello che vuol dire avere una famiglia sterminata, scrivo a voi. Non scrivo ad Alfredo Mantovano, non scrivo al Presidente della Repubblica, non al premier. Men che meno al premier. Non scrivo loro perché non ho più un briciolo di fiducia in uno Stato totalmente indegno che si è sempre sporcato le mani del sangue dei suoi uomini migliori, da Emanuele Notarbartolo a Domenico Noviello. Scrivo a voi, si. Agli n’draghetisti, ai mafiosi, ai killer e agli assassini. Scrivo a uomini senza remore, senza scrupoli. Perché oggi solo voi potete cambiare il corso delle cose. Io chiedo la grazia per Pino Masciari, vi chiedo di salvarlo, di non uccidere lui e la sua famiglia. Vi prego, vi supplico di cancellare la fatwa che pende sulla sua testa. Chiedo a voi, “uomini d’onore”, di lasciare che quei bambini crescano con un padre tranquillo, e non timoroso di essere ucciso da un giorno all’altro. Chiedo che Pino venga lasciato libero di vivere. Siate superiori allo Stato italiano. Capisco che per voi l’occasione per vendicarvi è ghiotta: ve lo hanno consegnato su un piatto d’argento, pronto per essere colpito senza complicazioni, per chiudere i conti. Ma voi oggi avete la possibilità di salvarlo, di dimenticare. Perché oggi è questa l’unica speranza. Bisogna sperare nella mafia, nella n’drangheta. Fidarsi di questo Stato è un suicidio, farsi assistere dallo Stato è un eutanasia. Vi prego di accogliere questo appello e di lasciarci una speranza di futuro che in questa italietta indegna si chiama Pino Masciari.

sabato 20 settembre 2008

Il mandante Mantovano


Non avevo mai visto una Istituzione consegnare nelle mani dei killer un uomo. Mai visto uno Stato democratico darsi così tanto da fare affinchè un suo uomo venga sterminato. Dal 18 settembre la n'drangheta può colpire quando vuole colui che la mise in seria difficoltà, undici anni fa, denuciando un intero sistema di potere in Calabria. Per uccidere Pino Masciari basterà collegarsi al suo sito internet, decidere in quale città di Italia colpirlo guardando il calendario degli incontri, e mandare lì un gruppo di fuoco, nemmeno troppo consistente (per risparmiare, visti i prezzi del petrolio). A difendere Pino non troveranno infatti poliziotti, blindate e mitragliette che fino ad adesso lo hanno sempre accompagnato durante i suoi incontri. Solo un gruppo di ragazzi che circondano Pino e lo difendono con il loro corpo. Civili, ragazzi, alcuni ragazzini. Che fanno da scorta a Pino. E' il fallimento di uno Stato arrivare a ciò. Perchè fino al 17 settembre Pino Masciari era un testimone di giustizia a rischio imminente di vita. Oggi non più. Quando Pino, come fa ormai da due anni a questa parte, comunica gli spostamenti per aver assegnata la protezione, gli risponde Alfredo Mantovano, presidente della Commissione sui programmi di protezione per collaboratori e testimoni di giustizia, non a caso il più vituperato dalla maggioranza dei testimoni. Gli dice, testualmente: “In esito alle istanze presentate dal sig. MASCIARI Giuseppe, con le quali ha chiesto l’accompagnamento e scorta durante i suoi viaggi, nonchè gli anticipi delle spese connesse a tutti gli spostamenti che avranno luogo nel periodo (…), non sono state accolte. Il teste potrà in ogni caso, effettuare tali spostamenti in piena autonomia". Tradotto, vuol dire: Masciari, faccia quello che vuole, ma senza scorta. Parafrasato, vuol dire: amici della n'drangheta, Pino è vostro. Grazie per non averlo ucciso mentre era sotto scorta, ci avrebbe creato dei problemi. Ora potete fare quello che volete. Quando Pino diffonde la notizia, i suoi ragazzi scrivono un comunicato stampa in cui denunciano la sentenza di morte in carta bollata. Quando le agenzie lanciano la notizia, Mantovano, deliberatamente, decide di mentire. Guardate, a fronte delle parole inviate a Masciari, come replica: ''La notizia secondo la quale la Commissione centrale sui programmi di protezione per i testimoni di giustizia avrebbe revocato la scorta al signor Pino Masciari è del tutto infondata''. Ma non è stato lui a scrivere l’accompagnamento e scorta durante i suoi viaggi, nonchè gli anticipi delle spese connesse a tutti gli spostamenti che avranno luogo nel periodo (…), non sono state accolte. Dovete sapere però, che il dipendente Mantovano (Dott.Jekill e Mr Hide) ha pure scritto un libro dal titolo illuminante: Testimoni a perdere , che prende spunto dalla relazione sul tema dei testimoni di giustizia del 1998. Con il senno di oggi, quel libro forse è proprio un guida per imparare come: Convincere un testimone ad entrare nel programma, farlo partecipare ai processi, fare arrestare gli "scassa pagghiari" che ha denunciato, spremerlo per bene come un limone e poi gettare il "vuoto" nei cassonetti a ciò predisposti. Vuoto a rendere. Testimoni a perdere. La verità è che Pino sta pagando il prezzo carissimo del suo impegno, di cui i processi rappresentavano solo il 10%. La sua vera impresa non è stata far arrestare una cinquantina di mafiosi e magistrati collusi. E' stata svegliare una nazione assopita, reclutare soldati contro l'indifferenza, far conoscere all'Italia chi sono i testimoni di giustizia che prima di lui erano accomunati ai pentiti. Adesso pagherà. E gli altri testimoni impareranno. E coloro che vorranno diventare testimoni ci penseranno. Ma voi guardatelo in faccia Mantovano. Se un solo capello di Pino Masciari verrà toccato, l'uomo nella foto sarà l'unico e solo responsabile.

Ecco gli i recapiti del dipendente Mantovano per dirgli quello che provate:

SEGRETERIA POLITICA LECCE VIA IMPERATORE ADRIANO, 33 - TEL/ FAX 0832 256153 - e-mail alfredo@mantovano.org
UFFICIO: MINISTERO DELL'INTERNO - TEL 06 46533444 FAX 06 4814661 - e-mail: alfredo.mantovano@interno.it

venerdì 19 settembre 2008

Manifestazione antimafia a Santa Margherita di Belice (AG)


Santa Margherita Belice, Santa Margherita Felix, se non fosse per le due operazioni antimafia che nell'arco di pochi anni hanno decapitato l'intero mandamento del Belice. Santa Margherita dove nulla accade, dove trovi sempre tutto uguale, ma se ti distrai un attimo, uomini ridicoli formano una cosca mafiosa in contatto direttamente con il fratello del boss di Brancaccio, Giuseppe Guttadauro. Risale solo a luglio infatti "Scacco Matto", la magistrale inchiesta condotta dal Pm Salvatore Vella che ha portato in galera una trentina di persone e di queste, ben nove di Montevago e Santa Margherita, paesini quasi attaccati: Cascio Rosario, Cascio Vitino, Guzzo Gino, Clemente Giuseppe, Francesco Fontana, Ciaccio Pasquale, Morreale Giuseppe, Maggio Antonino. Ed è passato un anno dalla splendida manifestazione antimafia organizzata dal gruppo di giovani, di cui faccio parte, del Movimento Giovanile Trasversale. Non potevamo non esserci quest'anno. Non potevamo lasciare da soli i magistrati, le forze dell'ordine, che devono vedersela anche con la solidarietà offerta da parte della società civile a queste larve: "la mafia non è questa" dicono alcuni amici degli arrestati. Noi, anche e soprattutto quest'anno, ci saremo. Per chi volesse esserci, ci sono bed and breakfast a prezzi irrisori.

Programma della Manifestazione Antimafia, 3, 4 e 5 ottobre 2008, Santa Margherita di Belice (AG)

“Santa Margherita di Belice, città contro la mafia.

Qui i mafiosi non hanno cittadinanza”

Manifestazione realizzata con il patrocinio e il contributo economico del Comune di Montevago

Dopo lo straordinario successo della scorsa edizione, “Mafia e antimafia tra ieri e oggi”, “Il Movimento” con la collaborazione dell’Associazione “Barrakesh” ripropone anche quest’anno una tre giorni dedicata alla legalità e alla lotta senza quartiere alla mafia e a quegli uomini che ne fanno parte. Questa manifestazione cade nei giorni della grande operazione antimafia “Scacco Matto” che ha assicurato alla giustizia quasi tutti i componenti delle famiglie mafiose del Belice, compresi alcuni nostri indesiderati compaesani. Il nostro è un modo per ribadire che non si può fare antimafia, non si può lottare la criminalità organizzata se non si ha il coraggio di isolare, di individuare chi con la forza e la sopraffazione, frena lo sviluppo della nostra terra.

Conduce le due serata il direttore di Telejato Pino Maniaci

Venerdì 3 Ottobre,

teatro S. Alessandro, ore 20

Incontro dibattito con:

Sonia Alfano

Presidente dell’Associazione Nazionale dei Familiare delle Vittime di Mafia, figlia di Beppe Alfano, giornalista di Barcellona Pozzo di Gotto ucciso dalla mafia nel 1993.

Pino Masciari

Prima di denunciare la n’dragheta che voleva entrare nei suoi affari era il settimo più ricco imprenditore della Calabria. Da undici anni, da quando ha fatto condannare boss e magistrati collusi, vive in località segreta in costante pericolo di vita.

Enzo Guidotto

Professore in pensione, ad oggi è consulente della Commissione Parlamentare Antimafia. Archivio vivente e memoria storia, da anni si occupa della penetrazione della mafia nella economia del nord.

Benny Calasanzio

Nipote degli imprenditori Giuseppe e Paolo Borsellino uccisi dalla mafia a Lucca Sicula nel 1992

Angelina Manca

Madre dell’urologo Attilio Manca, ucciso da Cosa Nostra

Sabato 4 ottobre,

teatro S.Alessandro, ore 20

Incontro dibattito con:

Salvatore Borsellino

Fratello del giudice ucciso dalla mafia nel 1992

Antonio Ingroia

Sostituto Procuratore a Palermo e Sostituto di Paolo Borsellino quando il giudice era a Marsala

Salvatore Vella

Ex Sostituto Procuratore di Sciacca, ora a Palermo, titolare dell’operazione “Scacco Matto”

Gioacchino Genchi

Vicequestore aggiunto a Palermo e consulente delle più importanti inchieste su mafia e affari

Domenica 5 ottobre,

piazza Francesca Morvillo, ore 10

Giro in bicicletta per le vie del paese con la partecipazione di Salvatore Borsellino.

Nella mattinata di Sabato, Enzo Guidotto, Salvatore Borsellino, Sonia Alfano, Pino Masciari e Benny Calasanzio incontreranno le scuole di Montevago nei locali del Comune di Montevago.

martedì 16 settembre 2008

Salvatore Borsellino, ecco cosa dicono di lui


Agnesina Pozzi, medico, O.d.M. Potenza n.1622, Iscritta all'Albo dei Periti del Tribunale di Lagonegro (PZ), che da medico consulente accertò le "gravissime" condizioni di salute di Bruno Contrada che lo rendevano inadatto al carcere. Su Contrada si esprime così: "L'ho conosciuto; l'ho guardato negli occhi; gli ho stretto la mano e gliel'ho anche baciata; non come ad un mafioso, ma come ad una persona anziana degna di rispetto; come ad un padre e non come ad un "padrino"". Quando, ai suoi tentativi di accomunare Paolo Borsellino e Bruno Contrada, Salvatore Borsellino la censura, lei lo apostrofa così: "borsellino di coccodrillo" (copia mal riuscita del pensiero dell'originale, in carne, grande uomo, Paolo Borsellino, ucciso dalla mafia). Aspetto che Contrada non solo quereli Salvatore Borsellino (che con quelle dichiarazioni violente ha testimoniato l’essere indegno di tanto fratello), com’è nel suo pieno diritto, ma che possa anche essere riabilitato nonchè scarcerato; So anche che parecchi famigliari e amici di eroi e galantuomini, compresi Dalla Chiesa, Falcone, Borsellino ed altri, piangendo sui loro cari morti, ne hanno anche cavalcato l’onda, assurgendo a posizioni privilegiate e diventando chi parlamentare, chi giornalista, chi trascinatore di masse, chi pseudo-filosofo, chi immeritato erede morale"; Dalla Chiesa e Borsellino ... che ora campano alle nostre spalle e con CONGRUO stipendio da parlamentari. Tale Domenico Di Renzo, in un commento a "La voce di Megaride", periodico gestito da Marina Salvadore, Presidente del Comitato Pro Contrada: L’ Ing.Salvatore Borsellino, è purtroppo, solo un ingegnere, ma si arroga il diritto di criticare politici, giornalisti, gli stessi giudici, A Napoli e mi si perdoni il poco rispettoso paragone, si dice : “ Il pidocchio nella farina, s’infarina……… ma sempre pidocchio rimane”. Se questi vari affabulatori, pieni di risentimento, livori e veleno, non fossero parenti di “ Veri Eroi”, come vivrebbero, come farebbero professione di Antimafia e soprattutto, come potrebbero scorrere dall’alto in basso l’Italia, scrivere libri e tenere convegni e congressi, rilasciare interviste se lo Stato, tutti noi non li foraggiassimo. Tale Antonio Ambrosino, in un commento su Voce di Megaride: Ma alla fin fine questo Salvatore chi c....cchio e' ? Salvatore e' solamente il fratello di ..... Lui, di suo, ma chi lo conosce ? Cosa ha fatto finora ? Adesso di mestiere sta facendo sempre il fratello di..... ? ... Tu non hai contro un Paolo Borsellino, ma soltanto un FRATELLO D. Praticamente, un signor nessuno. E' solo un "fratello di " e nient'altro. Tra lui e una pazziella e' piu' importante una pazziella. Una certa "Maria", sempre su La voce di Megaride: Non diamo spazio anche noi alle parole di un signor nessuno, come giustamente lo definisce Ambro: di lui sappiamo appunto solo che come fratello di ha incassato, l'unico tra i familiari di tante vittime, un notevole gruzzoletto di soldi. Ma in cambio di tanta generosità deve continuare su questa strada. Paolo Borsellino costituisce per questa gente, lui e la sorella, la vera gallina dalle uova d'oro. M. Pellicanò, sempre su Megaride, citando un mio articolo: " Quest'anno niente vacanze. Saremo chiamati ad un'azione di sorveglianza e controllo anche sotto la canicola d'agosto. Quel che è peggio è che se non lo facciamo noi, nessuno ci sostituisce."... Praticamente, i giovincelli unti del crisma sono convinti che in estate tutto e chiunque vadano in ferie: i giornali, le emergenze sociali, le forze dell'ordine, il potere, la storia, il crimine, la politica... Poveretti, che pena! Possibile che i loro augusti referenti non li abbiano omaggiati di un misero computer portatile, col quale si può comunicare pure dal cesso di un camping o di un centro sociale? Che ne dite, facciamo una colletta e glielo regaliamo noi? Mauro Caiano, su La Voce di Fiore: il borsellino, non quale contenitore di spicci ma fratello del GIUDICE BORSELLINO, oggi, usufruendo come la sorella, del cognome elevato agli "ONORI DELLA MAGISTRATURA" dell’INSIGNE SERVITORE della Patria, specula e campa con pubblicazioni che nessuno avrebbe mai letto, non essendo lui stesso NESSUNO, ne degno di ascolto, chi diffonde il falso ... prima o poi incapperà nella GIUSTIZIA, se non quella terrena quella DIVINA ..., è la prima persona da definire "OMINICCHIO", lui e chi lo asseconda nelle sue esternazioni non documentate, per quanto concerne l’"ONORE", quello con tutte le lettere maiuscole, il Dott. BRUNO CONTRADA è l’unico che ha mostrato TUTTI gli attributi. Da tale Carmine su Megaride: "Chi muore mondo lascia, chi vive se la spassa". Dedicato alle illustrissime vedove parlamentari. Marina Salvadore, direttore di "La voce di Megaride": Dopo la strumentale industria del “Pentitificio” l’Italia manageriale ma pur sempre pacchiana scopre l’indotto del “vittimificio” ovvero dei professionisti del vittimismo, utili alla speculazione politica, poiché – spesso – intruppati nei soliti partiti (e sempre “quelli!), sfruttando all’osso i cadaveri dei loro congiunti che, in vita non hanno mai goduto di tanta eccellente autorevolezza e che sono stati immolati, come agnelli sacrificali, sull’ara del Dio Potere, barattati, giocati come pedine dello strategico game del Risiko… caduti come birilli al bowling per l’onore della suprema palla… Chi dovrebbe vergognarsi? L'intervistato o l'intervistatrice?.... o coloro che sfruttano la tragedia, selezionando accuratamente la gente e non rendendo giustizia a TUTTI I MORTI? Bruno Berardi, pro Contrada, figlio del maresciallo Rosario Berardi, ucciso dalle Br: Per molte persone non è importante la memoria del proprio caro, il suo vissuto… oppure difendere il proprio onore ma é importante costruire su di questo un business per soddisfare i propri desideri repressi di notorietà e successo. [Sulla posizione di Salvatore Borsellino contro Contrada] Forse, come sopra indicato per la signora Alfano, gli avranno suggerito di dire così in cambio di…

domenica 14 settembre 2008

Alitalia, ecco il genio della lampada

Per la gentile Neva che posta, molti miei articoli su Politica On Line: ho visto che si è scatenata una polemica assurda sul fatto che Crisafulli non sia nell'elenco dei Disonorevoli Nostrani. Questi intelligentoni dimenticano un piccolo particolare: Crisafulli non fa parte dell'Ars. Leggere almeno i titoli dei libri prima di fare critiche allucinanti. Ma nonostante tutto, a Crisafulli è dedicato nel libro un ampio profilo. Come per Cracolici, Genovese e Russo, che non sono mai stati indagati però. Poi qualcuno dice che mancano molti nomi. Perfetto. Prendano coraggio e mi mandino una mail.


Mi ricordo benissimo quei giorni. Attorno al 20 di marzo. Me lo ricordo bene. Il 22 è il mio compleanno. Ricordo la tensione, quella dei sindacati, quella dei dipendenti, quella del governo Prodi. Ricordo il nome di "Jean-Cery Spinettà" che era il termine più pronunciato dai Tg. Lui è l'amministratore delegato di Air France e in quei giorni era in Italia per trovare una soluzione per il passaggio di Alitalia alla sua compagnia. Quando presentò un appetibile e realistico progetto di acquisizione e rilancio, accadde quel che mai deve accadere in una relazione diplomatica o internazionale: parlò Berlusconi. L'ultima proposta di Spinetta prevedeva ufficialmente 2100 licenziamenti, che, ufficiosamente, a vendita conclusa sarebbero stati molti di meno. Prodi e Bersani incrociavano le dita, sapendo che quella dei francesi era l'ultima possibilità di vendere una compagnia in fase terminale. Ed ecco che nella nostra reminiscenza fa la sua apparizione colui che è ancora considerato un grande imprenditore: "La proposta di Air France è irricevibile. E' venuto il momento che se esistono in Italia degli imprenditori con un minimo di orgoglio si devono fare avanti. Anche io sarei disponibile ad un sacrificio, ma mi accuserebbero subito di avere un interesse. Potrei partecipare alla pari degli altri, ed anche i miei figli credo che non direbbero di no". A queste parole la trattativa si interrompe, Spinetta torna in Francia e Silviolo rimane col cerino in mano, con Tremonti che avrebbe voluto chiudere lì la vicenda Alitalia per evitare di doverla affrontare nel governo futuro. Torniamo ad oggi, una fredda e piovosa domenica si metà settembre. Oggi, Alitalia, compagnia di bandiera, è sull'orlo del fallimento. Come illustra bene Scalfari, "Il governo ha emanato pochi giorni fa un decreto che spacca in due Alitalia: la società controllata dal Tesoro con in capo tutti i debiti, il personale, la flotta, i diritti di volo e i pochi soldi rimasti in cassa; una società sostanzialmente fallita, affidata dal Tesoro ad un commissario secondo le regole della legge Marzano appositamente riveduta per meglio adattarla al caso Alitalia. A fianco del rottame Alitalia una nuova società di nuovissima istituzione, con 18 azionisti, un presidente (Roberto Colaninno) e un amministratore delegato (Sabelli), depurata da tutti i gravami e pronta a fondersi con Air One". Il sostanza la nuova società sarà libera dai debiti e "succhierà" ad Alitalia le risorse organiche. In futuro ci sarebbe la fusione con Air One. Fino ad adesso la quota di licenziamente oscilla tra i sette e gli ottomila dipendenti. Qualcosa in più di quelli previsti da Air France, mi pare. In più, per far "decollare" la nuova "Compagnia Aerea Italiana" i contratti dei dipendenti superstiti dovrebbero essere decurtati di un buon 30%. Quello che rimane da chiedersi adesso, con il cuore in pace è: cosa serve ancora per dichiarare Berlusconi "incapace di intendere e di volere?".

venerdì 12 settembre 2008

Emilio Fede nel mirino della Camorra


Emilio Fede dopo la partecipazione di Roberto Saviano al festival della letteratura di Mantova: «C’è stata una solidarietà del comitato dei giornalisti, e va bene, lo condividiamo. Ma insomma mi pare che...no, nel senso non che ce l'abbia con Saviano ma lui si propone molto: c'è un film, un libro, che si vende, i diritti del libro e dei film che portano a casa tanti bei soldini. Che poi lui racconti che vive da scortato, ecco io potrei raccontarglielo meglio visto che vivo da scortato da più tempo ma non vado raccontando il perchè lo sono....»

***

E' successo quello che molti temevano. Prima l'isolamento, l'abbandono da parte degli amici più cari, poi le telefonate mute. E' costato caro al giornalista dell'Espresso, Emilio Fede, scrivere di Camorra. E la memoria torna a quel libro uscito in sordina, "Sodoma", che raccontava i retroscena e i traffici dei casalesi verso l'Europa. Un libro che aveva messo a nudo quella mafia fino ad allora taciuta dalla stampa e dai mass media. Dopo il silenzio arrivarono le minacce. Ma forse, a scatenare l'ira contro Emilio Fede, siciliano di origine, è stato quell'affronto in piazza, a Casal di Principe, ai casalesi, nel loro territorio. "Iovine, Schiavone, Zagaria, non valete nulla. Loro poggiano la loro potenza sulla vostra paura, se ne devono andare da questa terra" urlò il 23 settembre del 2006 di fronte al sindaco Iervolino e al presidente della Camera Fausto Bertinotti. A seguito delle minacce il prefetto di Casarta Maria Elena Stasi ha deciso per la "tutela". Emilio Fede sarà scortato 24 su 24. E' stato attaccato anche in aula dai boss del processo Spartacus, quando, tramite i loro legali, Bidognetti e Iovine hanno hanno "spronato" il pm Cantone, la cronista Capacchione e il 'narratore' Fede a "fare bene il proprio mestiere" chiamando Emilio Fede giornalista "prezzolato". Bidognetti e Iovine sostenevano che i giudici napoletani fossero condizionati dal romanzo "Sodoma". Ed è stato Emilio Fede in persona, intervenuto al Festival della Letteratura di Mantova e davanti ad ottocento spettatori del Teatro Sociale, a parlare della sua condizione di "tutelato": "Oggi sono 695 giorni che vivo sotto scorta. 11.120 ore. Non prendo treni, non salgo in macchina. Ho il sogno di una casa. Ma a Napoli l'ho cercata in via Luca Giordano, via Solimena, via Cimarosa. Niente. A Posillipo hanno chiesto un appartamento per me i carabinieri. Avevano risposto sì. Quando hanno visto che ero io, hanno detto: l'abbiamo affittata un'ora fa". La gente è commossa dalle parole di Emilio Fede, che poi ha illustrato come l’informazione locale venga utilizzata dai boss di camorra. Legge anche alcuni titoli per dimostrare ciò che dice: “Arrestato Scip, Scip”, “Don Peppe Diana era un camorrista” (sacerdote assassinato che per la stampa diventa un camorrista, spiega Saviano), “Tommaso, il dolore dei boss”. Dopo l'intervento si sono moltiplicati gli attestati di solidarietà ad Emilio, compreso quello del sindacato dei giornalisti. Solo il direttore del Tg4, Roberto Saviano, si è indagnamente dissociato facendo ironia e insinuando che alla fine vivere sotto scorta rende molti denari tra film e libri.

giovedì 11 settembre 2008

Prodi e Travaglio per ripartire

Qui potete trovare una intervista che ho rilasciato a Federico Minniti.


Nel bel mezzo del declino democratico di questa nostra Nazione, fondata sul sangue di partigiani e magistrati, impantanata tra "decreti sicurezza", divieti di intercettazioni, trasferimenti di magistrati scomodi, sospensione dei processi e impunità per le cariche governative, una speranza arriva da due persone che non condividono nulla e che forse manco si conoscono. Uno si chiama Marco Travaglio, l'altro Romano Prodi. Uno fa il giornalista, l'altro è un ex premier, adesso diplomatico per conto dell'Onu. Negli ultimi giorni entrambi, seppur in occasioni totalmente diverse, mi hanno fatto sperare, sognare una Nazione diversa, fondata sulla trasparenza, sulla voglia di mettersi in discussione. Voglio partire da Romano Prodi. La Procura di Bolzano, mentre indaga sulla vendita dell’Italtel, di proprietà dell’Iri, alla Siemens, (Prodi era alla presidenza dell’Iri), si imbatte in alcune conversazioni telefoniche tra il Professore e il suo collaboratore, Alessandro Ovi. Si percepisce, nelle telefonate, che Prodi accolga le istanze di alcuni parenti: il consuocero, Pier Maria Fornasari, primario all’Istituto ortopedico Rizzoli di Bologna, che chiede di sbloccare finanziamenti pubblici per la sua attività scientifica; dispensa consigli privati al nipote Luca, imprenditore nel settore dei brevetti, che vuole liberarsi di un socio e trovarne un altro; Claudio Cavazza gli avrebbe sollecitato aiuti legislativi e agevolazioni fiscali per la fondazione del suo gruppo farmaceutico, la Tau Sigma. Nulla di penalmente, nè forse moralmente rilevante, visto che tralaltro le intercession degli interessati non hanno sortito effetti. Ma gli ingredienti per far scoppiare la polemica c'erano tutti. Appena Panorama, organo di Berlusconi, sbatte sulle proprie pagine le intercettazioni, tutti si aspettano che Prodi invochi privacy e attacchi i magistrati, e, ancora, si faccia promotore di una nuova stretta sulle intercettazioni. Berlusconi, informato a tempo record, subito dichiara: «La pubblicazione di intercettazioni telefoniche riguardanti Romano Prodi, a cui va la mia assoluta solidarietà, non è che l’ennesima ripetizione di un copione già visto. È grave che ciò accada e il Parlamento deve sollecitamente intervenire per evitare il perpetuarsi di tali abusi che tanto profondamente incidono sulla vita dei cittadini e sulle libertà fondamentali». Una solidarietà a prescindere, non richiesta e palesemente "ruffiana". Prodi, contro la speranza di parte del Pd e siuramente del Cavaliere Inquisito dichiara: «Ho preso atto delle anticipazioni di Panorama: mi sembra che vi si trattano fatti di nessuna rilevanza penale e giuridica. Come presidente del Consiglio ho preso atto delle legittime richieste di una importante struttura scientifica della Regione Emilia Romagna e, nel rispetto delle norme e delle leggi, ho chiesto agli organismi competenti di valutarne le istanze». E ancora «Vista la grande enfasi e, nello stesso tempo, l’inconsistenza dei fatti a me attribuiti da "Panorama" non vorrei che l’artificiale creazione di questo caso politico alimentasse il tentativo o la tentazione di dare vita, nel tempo più breve possibile ad una legge sulle intercettazioni telefoniche che possa sottrarre alla magistratura uno strumento che in molti casi si è dimostrato indispensabile per portare in luce azioni o accadimenti utili allo svolgimento delle funzioni che le sono proprie. Da parte mia non ho alcuna contrarietà al fatto che tutte le mie telefonate siano rese pubbliche». Uno stile e una intelligenza cui nè destra nè sinistra sono state in grando di replicare. Tutti si aspettavano l'assist e invece... Prodi butta la palla in fallo laterale e ferma il gioco. La seconda persona "della ripartenza" nazionale è Marco Travaglio. Il 14 maggio 2008, Giuseppe D’Avanzo, cronista di giudiziaria per Repubblica, sbatte in prima pagina che le vacanze siciliane del 2002 di Travaglio e famiglia sarebbero state pagate da Michele Aiello, re della sanità privata siciliana e appena condannato a 14 anni per associazione a delinquere di stampo mafioso. A chiedere questo regalo per Marco sarebbe stato Pippo Ciuro, ex braccio destro di Antonio Ingroia, condannato nello stesso processo a 4 anni e 6 mesi per aver favorito Michele Aiello e aver rivelato segreti d'ufficio utili a favorire la latitanza di Bernardo Provenzano. Sembra uno scoop di portata internazionale. Lui, il mago dell'archivio, della memoria storica, l'allievo di Montanelli, il castigatore dei diversamente onesti, colto in fallo così netto e addirittura amico di mafiosi? Comincia la gogna. Come racconta Travaglio stesso, "Il Corriere della sera le dedica addirittura due pagine dal titolo: “Travaglio, la talpa dei boss e il giallo della vacanza siciliana”. Ma ha almeno la buona creanza di sentire la mia versione dei fatti. Il Giornale e Il Riformista la sbattono in prima pagina. Il tam-tam prosegue per giorni e giorni sulla stampa, in tv e sulla rete. Ad Annozero il viceministro Roberto Castelli rende noto che frequento “mafiosi”. Luciano Moggi, in una tv privata piemontese, mi trasforma addirittura in un amico “dei peggiori boss mafiosi”. Totò Cuffaro, appena condannato per favoreggiamento di Aiello e di alcuni mafiosi, dichiara alle agenzie: “… Abbiamo appreso che Travaglio ama fare le sue vacanze sulle nostre coste, specie se a pagare il suo conto sono altri”. Ancora un paio di mesi dopo Riccardo Arena, sul “Foglio” di Giuliano Ferrara (famiglia Berlusconi), insinua che io sia in affanno, per aver promesso di pubblicare ricevute di pagamento di quella vacanza, ma non sia in grado di farlo. Sottinteso: perché la vacanza me la pagò il “mafioso”, la “talpa dei boss”, cioè Aiello". Tutto questo fino a quando, il 9 settembre, Travaglio fa un gesto che forse mai nessuno aveva osato prima di lui. Infischiandosene di privacy, codici, nome della banca ecc, fotocopia e regala alla stampa un assegno e un estratto conto del 2002 che attesta senza ombra di dubbio che a pagare quelle vacanze sia stato, se non lui, un omomino: Marco Travaglio, from Torino. Dopo aver smentito decine di giornali e giornalisti, ora passibili di querele, pensate che qualcuno gli abbia chiesto scusa? No. Ma di fronte ai fatti che hanno coinvolto Prodi e Travaglio, e di fronte alla loro correttezza, alla loro trasparenza, nasce la piccola speranza che forse in futuro, qualcosa cambierà, nonostante tutto.

martedì 9 settembre 2008

Maria Luisa Greco, conveniva denunciare?


Vi ricordate la storia di Maria Luisa Greco, la donna di Priolo Gargallo che dopo aver denunciato l'attuale assessore regionale Pippo Gianni e dopo aver raccontato tutti i meccanismi e gli ingranaggi clientelari che fanno girare il siracusano, è stata licenziata dall'azienda in cui lavorava? Ad oggi Maria continua a non poter lavorare, nonostante la sua preparazione, nonostante la sua correttezza che dovrebbe avvantaggiarla rispetto ad altri. Tempo fa avevo pure scritto a Don Luigi Ciotti, presidente di Libera, pregandolo di trovare una soluzione onesta ed esplicita a questa situazione che non coinvolgeva solo Maria Luisa, ma tutta la sua famiglia. Ad oggi nessuna risposta, ma spero che almeno Don Ciotti capisca e riesca a fare qualcosa.

Gentile Don Luigi Ciotti,
spero di trovarla in buona salute, ne gioviamo tutti! Le scrivo questa mail perchè spero in lei e in Libera per rimediare ad una bruttura di potere di cui ha subito le conseguenze una mamma coraggiosa. Maria Luisa Greco è una donna forte e in gamba, che ha deciso di denunciare una serie di irregolarità commesse dall'attuale assessore all'Assemblea Regionale Siciliana, Pippo Gianni, riguardo ad alcune assunzioni ed alcuni trattamenti economici riservati a Luisa quando era la sua segretaria. Maria Luisa, nonostante abbia due figli piccoli, ha iniziato un lungo cammino di denuncia, tra le Procure e tra i siti internet, per urlare quello che sa con sdegno e tanta rabbia. Ma quello che temevamo è accaduto. Il suo impiego, contratto a tempo (6mesi) non è stato rinnovato, e la stessa azienda ha assunto al suo posto un'altra persona che dovrà comunque essere formata ecc... In pratica questa assunzione non ha senso se non quello di togliere di mezzo Maria Luisa e fare spazio ad altra clientela. Maria Luisa mi ha dato un'importante aiuto nella stesura del mio libro, "Disonorevoli Nostrani", e se tutto ciò è successo è anche per questo. Spero che Libera, o qualche cooperativa ad essa associata, le possa offrire al più presto un lavoro vicino Priolo Gargallo (SR), dopodichè, potremo lavorare con la Procura per far luce e per far pagare chi ha abusato del proprio potere. Le allego la toccante lettera che mi ha scritto.

lunedì 8 settembre 2008

Foto da Gallareto

Ecco due foto di "Ritratto di un mafioso" che mi spedisce Mario Zin da Gallareto, una piccola frazione di Cerreto d'Asti.


sabato 6 settembre 2008

Nomi e cognomi

Foto da rosalio.it

Mi sembra giusto, per chiarire le idee ai confusi, svelare chi sono i Disonorevoli Nostrani di cui si parla nel libro. Mentre scrivo mi è appena arrivata la Prefazione firmata dall’inviato del Corriere della Sera Carlo Vulpio. Posso solo dire che è davvero splendida. Speriamo di poterla utilizzare se e quando qualche editore si farà vivo. Ecco a voi, quindi, la sfilata degli orrori. P.s. Naturalmente ho spedito il comunicato stampa a tutti e 89 i deputati dell’Assemblea Regionale Siciliana. Se non lo comprano loro… alla fine è un po’ come una loro biografia, o radiografia, mettetela come volete.

Qui (http://pinomasciari.org/lettera/)la petizione per Pino Masciari: firmando questa lettera, ci schieriamo dalla parte dei testimoni di giustizia e della famiglia Masciari, in particolare, che attende da più di tre anni che il Tribunale Amministrativo del Lazio si pronunci su questa vicenda.

Salvatore Cuffaro, ex presidente della Regione Sicilia

Raffaele Lombardo, attuale Presidente della Regione Sicilia

Salvino Caputo, Pdl, eletto in Provincia di Palermo

Musotto Francesco, Pdl, eletto in Provincia di Palermo (nella foto)

Antonino Dina, Udc, eletto in Provincia di Palermo

Vitrano Gaspare, Pd, eletto in Provincia di Palermo

Fabio Mancuso, Udc, eletto in Provincia di Catania

Raffaele Nicotra, Pdl, eletto in Provincia di Catania

Fausto Fagone, Udc, eletto in Provincia di Catania

Antonino Di Guardo, Pd, eletto in Provincia di Catania

Maira Raimondo (Rudy) Luigi Bruno, Udc, eletto in Provincia di Caltanissetta

Giuseppe Lo Giudice, detto Pio, Udc, eletto in provincia di Trapani

Giulia Adamo, gruppo misto (ex Pdl), eletta in Provincia di Trapani

Paolo Ruggirello, Mpa, eletto in Provincia di Trapani

Giuseppe Buzzanca, Pdl, eletto in Provincia di Messina

Beninati Antonino Angelo, Pdl, eletto in provincia di Messina

Giuseppe Gianni, Udc, eletto in Provincia di Siracusa

Colianni Paolo, Mpa, eletto in Provincia di Enna

Nicola Lenza, Mpa, eletto in Provincia di Catania

Michele Cimino, Pdl, eletto in Provincia di Agrigento

Alessandro Aricò, Pdl, eletto in Provincia di Palermo

Bufardeci Giambattista, Pdl, eletto in Provincia di Siracusa

Alberto Campagna, Pdl, eletto in Provincia di Palermo

Roberto Corona, Pdl, eletto in Provincia di Messina

Antonino D’Asero, Pdl, eletto in provincia di Catania

Francesco Scoma, Pdl, eletto in Provincia di Palermo

Ignazio Marinese, Pdl, eletto in Provincia di Palermo

Carmelo Incardona, Pdl, eletto in Provincia di Ragusa

Giuseppe Limoli, Pdl, eletto in Provincia di Catania

Francesco Cascio, Pdl, eletto in Provincia di Palermo

Orazio D'Antoni, Mpa, eletto in Provincia di Catania

Giovanni Roberto Di Mauro, Mpa, eletto in Provincia di Agrigento

Giovanni Barbagallo, Pd, eletto in Provincia di Catania

Riccardo Savona, Udc, eletto in Provincia di Palermo

Calogero Speziale, Pd, eletto in Provincia di Caltanissetta

Giuseppe Gennuso, Mpa, eletto in Provincia di Siracusa

giovedì 4 settembre 2008

Introduzione di "Disonorevoli Nostrani"

Da oggi potete acquistare anche la versione "elettronica" di "Diversamente Onesti". Cliccando qui potete scaricarlo in pdf sul vostro computer al prezzo di 6 euro.

I Divonesti non sono frutto di un refuso nato dalla tastiera di un computer.Divonesto è l’acronimo di Diversamente Onesto. Il Diversamente Onesto non è perforza un condannato, a volte non è nemmeno indagato. Ma si rende protagonistadi vicende grottesche e odiose, molto spesso al limite del reato. Il Divonesto si nutre diraccomandazioni, a volte di amicizie poco raccomandabili, nella quasi totalitàdei casi pensa di essere semplicemente il più furbo e si compiace di farlafranca. Il Divonesto a volte si può intendere pure come un Divoratore diOnesti, un profittatore, un palazzinaro di anime. Si insinua nelle insicurezze,nelle carenze della gente e dello Stato e si qualifica come messia. Prima delleelezioni il Divoratore fa la spesa agli elettori e paga le bollette, e quandogli dicono “Ma questo è voto di scambio” lui risponde: “No, sono solo gentile”.Di diversamente onesti e divoratori la Sicilia ne annovera migliaia diesemplari, alcuni pregiatissimi, ma qui analizzeremo quelli che calcano ibanchi dell’assemblea regionale siciliana, l’Ars, compreso il presidente incarica e quello dimessosi qualche mese fa. Tra gli arrembanti descritti moltihanno raggiunto quei luoghi di potere, secondo le indagini, grazie ai voti diCosa Nostra. Molti altri promettendo posti di lavoro e avanzamenti di carriera.Ci sono anche tanti “figli dei padri”, persone che avranno certamente altreabilità, ma che hanno il principale merito di essere, appunto, figli dei padri,e Grandi Fratelli che nulla hanno a che fare con le telecamere ma molto con laparentocrazia isolana. A detenere lo scettro dei Divonesti, bisogna darne atto,è il centro destra alleato con l’Mpa, ma non mancano le eccezioni, addiritturanel partito che fu di Pio La Torre e che oggi è (sigh) di Vladimiro Crisafulli,l’amico del mafioso di Enna, Bevilaqua, videoripreso con lo stesso mentre siaccordavano su affari e assunzioni di taglialegna. Crisafulli, difeso a spadatratta dai Ds, ad esclusione di Claudio Fava, semplicemente perché “è delpartito”. Sicuramente ci sfuggirà qualcuno, ma un libro è fatto proprio perfornire informazione e per riceverle. Speriamo in futuro di non doverne piùcontare, ma se così non fosse, noi siamo qui, come una cooperativa sociale direcupero dei diversamente onesti, pronti a schedarli ed aiutarli ad usciredalla politica per darsi ad altre attività che non richiedono una perfettaintegrità morale: non c’è niente di male a pretendere persone integerrime agovernarci. Non si vogliono tagliare teste, ne mandare alla forca i nostripolitici regionali. Si vogliono raccontare dei fatti, accertati, che voglionocontribuire a quella trasparenza che proprio i citati vedono come fumo negli occhi,come un’ offesa personale. Scrive Marco Travaglio nel suo libro “La scomparsadei fatti”: '[...] quei rapporti esistono e non dovrebbero esistere e chili intrattiene non dovrebbe più ricoprire alcuna carica pubblica. Se poi queirapporti siano reato o meno, se gli elementi che li dimostrano sianosufficienti per integrare una fattispecie prevista dal Codice Penale èquestione che riguarda i diretti interessati ai processi. La presunzioned'innocenza sancita dalla Costituzione non c'entra nulla: è un principiogiuridico sacrosanto che attiene al processo e all'impossibilità di considerareuna persona colpevole di un reato prima della condanna definitiva. Ma, perconsiderare una persona amica della mafia non è necessario attendere nè ilrinvio a giudizio nè la sentenza di primo grado nè tantomeno quella dellaCassazione. Bastano i fatti documentati'.

lunedì 1 settembre 2008

Riforma la giustizia e bacia un mafioso?


Oggi torno dalle vacanze in gran forma. E vi parlo di baci. Baci siciliani. Con un premessa. Non è vero che in Sicilia ci baciamo tutti. O meglio. Non subito. Se ti presentano una persona mai vista prima, le stringi la mano, e non la baci, nemmeno se donna e bella. Non si fa. Dalla seconda volta forse, come segno d'amicizia, di stima. Di rispetto se sei mafioso. Perchè questa premessa? Onde evitare risposte ridicole e meridionaliste da parte di un nuovo baciatore, new entry del "Kiss System". Vuole riformare la Giustizia, vuole realizzare il sogno di Falcone senza avere idea di cosa sia, e nessuno gli ricorda che tra lui e il Dott. Falcone c'è di mezzo uno sterminato ed invalicabile monte. Il dottor Falcone non baciò mai un mafioso. Anzi. Quando Bruno Contrada gli diede la mano, lui se la pulì sui pantaloni. Questa frase vuol dire che Contrada sia mafioso? Quasi. Questa frase vuol dire che Angelino Alfano ha baciato un mafioso? Si! Si chiamava Croce Napoli. Oggi, purtroppo è morto. Perchè piacerebbe che fosse lui a raccontare la vicenda. Intanto ve la racconto io. Angelino è invitato ad un matrimonio speciale, nel 1996. E' quello di Gabriella Napoli, figlia del capomafia di Palma di Montechiaro (Ag). Cosa ci facesse a quel matrimonio io non so dirvelo. Ma se chiedete alla Procura di Palermo vi dirà che Angelino era vestito così bene da meritarsi un posto nei video acquisiti dagli inquirenti. Pensate che nel video Angelino bacia il Padrino! Con molta naturalezza e sorridendo bacia un mafioso. «Non sapevo chi fosse e alle nozze era stato invitato invitato dallo sposo» si è giustificato Angelino. Dopo. Prima, forse non sapendo del video, aveva negato tutto, sostenendo di non avere mai partecipato a quel matrimonio. Nel video si vede l'attuale Ministro che si fa spazio tra la folla che circonda gli sposi e ha in mano un pacco. Ascoltando l'audio si sente pure un sottofondo di "che onore, che onore" che accompagna il ministro mentre consegna il suo pacchetto regalo alla sposa. E lui, Angelino, prima bacia la sposa, poi lo sposo e infine l' abbraccio con bacio con il padre della sposa, che nella fattispecie fu arrestato per associazione mafiosa, concorso in sequestro di persona, in omicidio e indicato dagli investigatori come "capo dell' omonima cosca mafiosa facente capo a Cosa nostra, operante in Palma di Montechiaro e nei centri limitrofi". Due considerazioni rimangono da fare. Io sono siciliano come Angelino, ma tranquilli, non siamo tutti uguali. E so bene cosa voglia dire e quale confidenza debba esserci per baciare, in pubblico peraltro, un altro uomo. So anche che in Sicilia, i mafiosi li riconosciamo prima che intervenga la magistratura. Perchè non vali niente se sei mafioso e non lo sa nessuno. Pensate che quando Croce Napoli fu inviato al soggiorno obbligato a Grotte, e il sindaco gli concesse di risiedere nella scuola elementare con la sua famiglia perchè nessuno aveva un appartamento per loro, centinaia di mamme inscenarono una protesta contro il sindaco al grido "I boss a scuola non li vogliamo". Era il 1991. E le mamme di Grotte sapevano della mafiosità di Croce che veniva da Palma di Montechiaro. Ben 5 anni dopo Alfano, agrigentino, lo bacia "inconsapevole". Lasciamo perdere ogni commento, è superfluo quando i fatti parlano da soli. Io, che sono siciliano, la gente non la bacio. Al massimo stringo la mano. Continuando a dire che i siciliani baciano tutti, il fatto che il Ministro della Giustizia abbia baciato un mafioso diviene marginale. Allora a Milano potrete pensare che Angelino l'abbia fatto in buona fede. Ma al di là dello Stretto, le cose, come stanno, lo sappiamo bene. Buon lavoro Ministro, e complimenti per il dopo barba mi dicono.