martedì 26 agosto 2008

Per adesso solo la copertina!

Benny Calasanzio. "I Disonorevoli nostrani. Indagini, arresti e disavventure dei diversamente onesti dell'attuale Assemblea Regionale Siciliana", 170 pagine circa.

Ecco la mia creatura. Avete visto?, ormai cammina da sola! Ho deciso (aspetto notizie solo da Melampo editore) che pubblicherò il mio libro con le piattaforme internet "il mio libro.it" e "Lulu". Senza dover supplicare nessun editore, in questo modo potrò gestire tutti gli aspetti del volume. Se il libro andrà bene, sicuramente qualche casa editrice si farà viva. Si potrà comprare da qualsiasi parte del mondo e sarà recapitato direttamente a casa dell'acquirente ad un prezzo tutto incluso attorno ai 12 euro per una qualità davvero buona. Per quanto riguarda la promozione, mi affiderò ad internet e YouTube, e affiancherò a questo una serie di presentazioni del libro soprattutto in Sicilia. Il successo di questo libro, ma soprattutto la sua diffusione dipenderà solo da voi. Spero mi aiutiate a portare queste notizie, questi documenti nelle case dei siciliani per far capire loro chi li sta governando e chi fa l'opposizione. L'uscita è prevista per metà settembre. Per i querelanti: aspettate almeno che esca!

domenica 24 agosto 2008

"La società del sapere" di Ferruccio Pinotti


Ci sono fatti, episodi, tasselli che nemmeno i più grandi giornalisti d’inchiesta riescono a mettere al loro posto. Puoi immaginare, pensare, presupporre. Con un romanzo puoi provare però a dare la tua visione delle cose, offrire una soluzione che non sia una e una sola. E allora puoi scrivere un “romanzo-inchiesta” (che di per sè sembrerebbe un ossimoro) e intitolarlo “La società del sapere”. Se poi l’autore si chiama Ferruccio Pinotti ecco perché la curiosità per questo volume è tanta. Pinotti, riconosciuto come uno tra i migliori cronisti d’inchiesta in Europa, ha trattato fino ad adesso temi scottanti e delicati, come la massoneria,“Fratelli d’Italia”, e la pedofilia, “Olocausto bianco”, prima di approdare ad un genere come quello del romanzo. Per la prima volta si cimenta con il probabile, con il verosimile. Scrive Pinotti: «Certe storie sono difficili da raccontare. Sono storie inquietanti, che dovrebbero essere scavate attraverso un'inchiesta, con gli strumenti dell'indagine giornalistica più approfondita. Ma sono così complesse che ti scivolano tra le dita. Anche se cerchi di afferrarle, si negano all'analisi razionale. Si rifiutano di essere inquadrate e catalogate dagli strumenti giudiziari. Ma proprio perché sono nascoste, seppellite in un angolo della memoria collettiva, queste storie devono essere raccontate. Bisogna farlo per una ragione di impegno civile, perché certi eventi sono simbolo, metafora di qualcosa di più ampio». E dai fatti, una serie di inspiegabili suicidi seriali di dottorandi modello in una delle migliori università d’Europa in Italia, sulle colline di Fiesole, Pinotti, manda avanti un giovane professore di Harvard di origini italiane ad indagare su questi fatti, tramite una consulenza richiesta da una Procura italiana al luminare per capire se ci fosse una regia occulta dietro a questa strage in continua progressione. Già dai primi capitoli si entra in un vortice di eventi, di immagini che Pinotti dipinge in maniera eccellente grazie alla sua esperienza con le “cose vere”. Giorno dopo giorno il professor Fabrizio Corsini scoprirà, tra le colline toscane, una scuola di alti studi piena di misteri, che si pone come obiettivo quello di formare l’elite tecnico scientifica europea a qualunque costo e senza sconti, abbandonando per strada chi non ha la stoffa e conducendolo in un tunnel in cui il suicidio è l’estrema forma di ribellione. Con l’abilità di un regista, Pinotti raccoglie indizi, testimonianze e scopre in prima persona gli orrendi segreti che si nascondono non solo dietro la morte dei giovani, ma in tutto quel sistema d’elite marcio e disumano che conduce al baratro. Pian piano, durante il suo “corso – copertura” il professore riuscirà a penetrare quei segreti stringendo rapporti con alcuni studenti, e riuscendo, alla fine, a dare una risposta alla magistratura ma soprattutto a se stesso, al suo passato, segnato dal suicidio del suo migliore amico, vittima a sua volta di un carnefice involontario. Il ritratto di queste “società del sapere”, pensate come vere e proprie catene di montaggio omologanti, è spietato. Dopo aver terminato il libro si rimane turbati, senza punti di orientamento. Rimangono impresse le scene di perversione, di sodomia e di sangue che costellano la "Scuola di alti studi europei". Forse l'angoscia è figlia della consapevolezza che raramente, nelle altre sue inchieste, Pinotti ha preso abbagli. Speriamo solo che non sia l'ultimo romanzo del giornalista veronese, perchè visto l'esito qualitativo de "La società del sapere" sarebbe un vero peccato.

venerdì 22 agosto 2008

Berlusconi, ovvero l'unico che non può citare Giovanni Falcone


21 agosto 2008: “Per la riforma della giustizia mi ispirerò a Falcone. Vogliamo mettere in atto le sue idee”. Silvio Berlusconi, Presidente del Consiglio dei Ministri italiano.


1974, Milano. Dal libro “Fratelli d’Italia” di Ferruccio Pinotti. Dalle dichiarazioni di Francesco Di Carlo, ex boss collaboratore di giustizia. Stando agli atti del processo Dell’Utri, nel 1974 Silvio Berlusconi ebbe contatti proprio con Stefano Bontate e con altri esponenti di Cosa Nostra: l’incontro sarebbe avvenuto a causa delle minacce di rapimento di cui Silvio Berlusconi e la sua famiglia erano oggetto. Scrivono i magistrati: “Di Carlo riferisce di aver partecipato personalmente ad un incontro a Milano, in Foro Bonaparte, sede della Edilnord di Berlusconi. Incontro cui parteciparono anche Stefano Bontate, Mimmo Teresi, Marcello Dell’Utri e Gaetano Cinà. Di Carlo: Siamo entrati e a venirci incontro è stato proprio Marcello Dell’Utri, che io conoscevo. E’ una persona bassina. Ci ha salutati, una stretta di mano, con Tanino (Cinà, ex medico di Totò Riina, condannato a nove anni assieme a Dell’Utri per mafia) si è baciato, con gli altri si, con me no. Tra di loro si davano del tu. Siamo entrati in una grande stanza e c’era una scrivania. C’era qualche divano per sedersi, delle sedie. Ci siamo seduti là. Dopo un quarto d’ora è spuntato questo signore sui 30 anni, 30 e rotti anni, e ci hanno presentato il dottore Berlusconi…”. Pm: “Ricorda chi faceva le presentazioni?”. Di Carlo: “Dell’Utri, ma Berlusconi conosceva già Gaetano Cinà”. […] Dell’Utri era con un vestito blu, giacca e cravatta. Il dottore Berlusconi non era quello di adesso, senza capelli. Aveva i capelli, era un castano chiaro, aveva una camicia sotto e un maglioncino a girocollo e un jeans, un pantalone sportivo comunque. Abbiamo scherzato di questo con Bontate e Teresi dopo. Ovvero il fatto che abbiamo passato un'ora a prepararci, come le donne quando si truccano, e quello è venuto in jeans e maglioncino” . Dopo i convenevoli, si passa al tema dell’incontro. Racconta Di Carlo: “Sono andati nel discorso della garanzia perché Berlusconi era preoccupato. […] Stefano Bontate gli fece raccontare la situazione. Lui disse che aveva dei bambini, dei familiari, che non stava tranquillo, che avrebbe voluto una garanzia. Berlusconi disse: “Marcello mi ha detto che lei è una persona che può garantirmi questo ed altro”. Allora Stefano, modesto, rispose: “No, io sa… però lei può stare tranquillo, se lo dico io può stare tranquillo. Lei avrà persone molto vicine, che qualsiasi cosa chiede sarà fatta. Poi ha Marcello qua vicino e per qualsiasi cosa si rivolga a lui”. Disse che oltre a Marcello gli mandava qualcuno, una persona molto vicina a loro. Disse: “In ogni caso Marcello può garantire perché è una persona molto vicina a noialtri”. Pm: “Poi avete discusso della persona fidata da mandare a Berlusconi?”. Di Carlo “Non mi ricordo se già c’era andato Mangano. Quando ne parlammo Teresi disse: “Ma c’è già Vittorio, perché questo Vittorio è amico di Dell’Utri. Per quello che deve fare va bene Mangano, perché in Cosa Nostra non è la presenza che conta, c’è Cosa Nostra che protegge, basta che si sappia che uno è protetto da Cosa Nostra e può stare tranquillo”. Poi Bontate chiede a Berlusconi il motivo per il quale non venga ad investire in Sicilia, e il futuro premier risponde: “Ma come, con i meridionali e i siciliani (in quegli anni a Milano erano siciliani e calabresi protagonisti dei sequestri) ho problemi e debbo venire là?”. Di Carlo conclude: “Berlusconi alla fine ci ha detto che era pure a disposizione per qualsiasi cosa. E “a disposizione” non so se per i milanesi abbia un senso differente che per i siciliani – perché noialtri, quando ci dicono “a disposizione”, in Cosa Nostra, si deve essere disponibili a tutto”.

mercoledì 20 agosto 2008

Maria Luisa Greco parla troppo: licenziata

Cliccare per ingrandire. Il dirigente dell'azienda (ex) di Maria Luisa Greco che organizza un incontro tra i dipendenti e il candidato sindaco (non è una istituzione, non rappresenta nulla) per fare votare i dipendenti e le loro famiglie per questo tizio.

Ieri è successa una cosa veramente grave, e conto sulla sensibilità di chi legge questo blog e i siti che pubblicheranno questo scritto per risolverla e per fare girare questa vergogna il più possibile. Maria Luisa Greco, ormai la conoscete, è una donna forte e in gamba, che ha deciso di denunciare una serie di irregolarità commesse dall'attuale assessore all'Assemblea Regionale Siciliana, Pippo Gianni, riguardo ad alcune assunzioni ed alcuni trattamenti economici riservati a Luisa quando era la sua segretaria. Maria Luisa, nonostante abbia due figli piccoli, ha iniziato un lungo cammino di denuncia, tra le Procure e tra i siti internet per urlare quello che sa con sdegno e tanta rabbia. Ma quello che temevamo è accaduto. Il suo impiego, contratto a tempo (6 mesi) non è stato rinnovato, e la stessa azienda ha assunto al suo posto un'altra persona che dovrà comunque essere formata ecc... in pratica questa assunzione non ha senso se non quello di togliere di mezzo Maria Luisa e fare spazio ad altra clientela. Maria Luisa mi ha dato un'importante aiuto nella stesura del libro, e se tutto questo è successo è anche per questo. Spero qualcuno, tramite la mia mail, le possa offrire a Maria Luisa al più presto un lavoro vicino Priolo Gargallo (SR), dopodichè, potremo lavorare con la Procura per far luce e per far pagare chi ha abusato del proprio potere.
Di seguito la sua lettera.

Ciao Benny, io non ho niente da discutere con quelli dell'azienda, ho passato la notte in bianco, piangendo e fumando, sono un relitto, ma a questi sporchi giochi non ci stò: "parliamone, appena ricomincia il lavoro lei sarà la prima a rientrare", mi vogliono tenere buona, in stand by, ma io non ci stò. Non avrei mai voluto, amico mio, scriverti questa lettera ma sono costretta poichè è accaduto ciò che da tempo pensavo e che in una mail ti ebbi a confidare. Lavoravo nella zona industriale ( questo è l'ultimo giorno), la società non ha più bisogno di me. E' cosa sarà mai successo? Motivazione ufficiale: sono fermi e non ci sono lavori in prospettiva ( a breve termine). Apparentemente tutto regolare se non fosse che due settimane fà circa hanno fatto assunzione di nuovo personale per gli uffici. Se non fosse che una settimana prima di andare in ferie mi è stato detto chiaramente dal direttore del personale che non avevo nulla da temere a fronte di una mia esplicita domanda sulla mia posizione all'interno dell'azienda (lo percepivo, era nell'aria). Se non fosse che ho ricevuto dall'ingegnere capo che ha gestito la commessa a cui ero stata assegnata complimenti ed elogi scritti sulle mie capacità organizzative prima che partisse per il Belgio. Il perbenismo non paga e io ne sono la prova vivente. Sono entrata in azienda il 12 di febbraio per essere assuta soltanto il 21 (dieci gg dopo) avrei per legge potuto chiedere il contratto a tempo indeterminato (ma io sono perbene e queste cose non le faccio) poichè se entro un tot giorni non ti consegnano il contratto (lettera di assunzione) il dipendente può tramite il sindacato ( quando lo stesso funziona) avanzarne richiesta. Di tutto ciò ho la prova infatti i dieci giorni me li hanno pagati in nero e fuori busta (con tanto di frima per ricevuta). Senza nessun accordo preciso e precedente ho percepito uno stipendio (a mezzo assegno circolare intestato alla società) per un importo inferiore (e non di poco) rispetto alla busta paga che firmavo e quando ho chiesto spiegazioni in merito mi è stato risposto questo è l'importo fisso che per lei è stato stabilito da bip bip (tutto a tempo debito), come da tabulato (poi ti spiego con calma cosa è il tabulato). Ma io sono perbene e non ho fatto casino. Poi c'è il mutuo, la casa, i figli, insomma si deve pur vivere caro amico mio e io non posso fare la paladina della giustizia altrimenti di che campo??? Certo non di aria. E poi ho anche troppo per la giustizia e ne stò pagando le conseguenze giorno dopo giorno e sulla mia stessa pelle ( avrò modo di spiegarti meglio in separata sede e con calma). Non posso e non voglio muovere accuse ma di certo posso manifestare i miei sospetti (e non mi vengano a dire che mi sento perseguitata) ho i miei buoni motivi per parlare cosi', piu' che buoni, mi tremano le mani mentre scrivo ma è solo tensione, la rabbia la conservo per domani mattina, infatti domani mattina alle 9 in punto sarò in Procura per protestare, perchè qualcuno mi DEVE ascoltare ma soprattutto mi DEVE dare le risposte che cerco, non è consentito rispondermi "E' POCO, BASTA CON QUESTO E' POCO", e poi c'è dell'altro!!! Qualcuno forse per un attimo pensava che buttandomi con il culo per terra poteva zittirmi, si sbagliava, perchè io cado ma mi rialzo con facilità, mi lecco le ferite e sono piu' forte di prima. Adesso devo solo pensare a continuare la mia battaglia per la verità e per la giustizia, pensare alla mia famiglia, pensare a trovare lavoro, le capacità non mi mancano e poi io dico ci sarà pure nel siracusano una azienda, una società seria che assuma personale qualificato e non solo personale "SEGNALATO". Sporchi giochi di potere Benny ma io non mi faccio intimidire, ti dò una notizia in anteprima: a Priolo Gargallo a breve si voterà per il rinnovo del consiglio comunale, tu sei curioso e ti starai chiedendo come mai visto che si è votato a giugno, ti dico fidati di me, devi avere qualche giorno di pazienza carissimo amico mio. Qualche giorno fà mi hanno scritto una mail carinissima e affettuosissima, diceva: "continua così Maria Luisa, devi pretendere un risarcimento dallo Stato". Ho sorriso, mi sono sentita lusingata, ma io non voglio regalie da nessuno, tanto meno dallo Stato, ho due gambe, due braccia e un cervello pensante, lo Stato pensasse ha fare il suo dovere seriamente e in maniera corretta ed è già piu che sufficiente. CON GRANDE STIMA E AFFETTO AL MIO AMICO BENNY, Maria Luisa Greco

domenica 17 agosto 2008

Pronto (quasi) il mio primo libro

Avviso: Incontro a San Giovanni in Fiore (CS) sul tema Legalità e Giustizia, il 18 agosto. Tra gli altri, interverranno Rosanna Scopelliti, presidente della "Fondazione Antonino Scopelliti", Aldo Pecora, portavoce di "Ammazzateci tutti", Andrea Crobu, del gruppo "Giustizia e legalità" di Verona, lo scrittore Francesco Saverio Alessio, Emiliano Morrone, giornalista, Antonio Nicoletti, sindaco della città, e il deputato Franco Laratta. Maggiori info qui.


Dopo aver lavorato per almeno sei mesi a questo progetto, posso dire che è praticamente concluso. Manca qualcosa di cui aspetto notizie e poi è pronto per la stampa. Anche dal punto di vista editoriale, dopo un nulla di fatto con la Fazi Editore che avrebbe voluto praticamente un altro tipo di libro, arrivano buone notizie. Ho contatti ben avviati con due valide case editrici "atipiche", e credo che i primi di settembre saprò dirvi tutto. Quello che posso anticipare è che si tratta di un lavoro che riguarda la Sicilia, e che se siete persone per bene non dovete preoccuparvi di finirci dentro. Tutti gli altri... pazienza. Se devo confidarvi le mie private sensazioni, posso solo dirvi che fremo, perchè sono cosciente che è un lavoro importante e l'ho scritto perchè giunga nelle mani di più persone possibili, perchè soprattutto i siciliani sappiano! Stop!

mercoledì 13 agosto 2008

I borderline dell'antimafia


Brutti, sporchi e cattivi. Vendicativi, senza cuore, giustizialisti. Di parte, giacobini e sanguinari. Cui loro preferiscono il volto dolce, quello istituzionale, quello pacato dell'antimafia per bene, con le scarpe e i vestiti puliti, quelli dell'"armiamoci e partite". Quelli che questo non si può fare e questo non si può dire perchè non ci compete. Quelli che rimangono in silenzio quando tutti si aspettano parole decise, fulimi e saette. Loro sono apprezzati, loro sono istituzionalizzati, loro sono bipartisan. E poi ci siamo noi. Noi accecati dal dolore, noi che non ci facciamo una ragione dei nostri lutti e cerchiamo vendetta, col sangue agli occhi, con la bava alla bocca. Noi cui la mafia ci ha portato via affetti importanti e ora ovunque vediamo la mafia. Noi che dobbiamo prima "eleborare". Noi violenti, noi volgari. Noi che senza cuore ci opponiamo alle grazie per i collusi con la mafia fintemente morenti, noi che non andiamo alle manifestazioni antimafia per non stare accanto agli indagati per mafia. L'antimafia si fa con delicatezza, chiedendo per favore, attaccando "la mafia" ma non facendo i nomi dei politici e delle istituzioni colluse. Loro dicono che la mafia fa schifo ma poi stringono la mano a gente condannata per mafia. Loro ci accetterebbero, ma siamo troppo esagerati. Loro Contrada lo manderebbero a Palermo, dalla sua famiglia, ma ci siamo noi, mostri dal cuore di pietra, che ci opponiamo. E se un giorno Contrada davvero morirà, sarà stata tutta colpa nostra. Noi dobbiamo stare calmi per non spaccare "il fronte comune antimafia", che non si sa dove sia, non si sa chi sia, però noi lo spacchiamo. Noi ci facciamo i nemici, loro coltivano le amicizie. Noi siamo i borderline, quelli da evitare, quelli che cercano "la polemica". Invece il manuale del "perfetto militante antimafia" prevede stili e comportamenti sempre composti, prevede di fare buon viso anche di fronte a situazioni insostenibili. Noi rovineremmo tutto. Noi siamo strumentali. Noi siamo gli appestati. Noi siamo pochi, se togli quella che fa la grillina a Palermo e vuole fare casino all'Ars e che aveva un padre giornalista che scriveva troppo, se togli quello di mezza età che solo perchè si chiama Borsellino vuole fare il processo a Contrada, se togli quelli che "si vogliono fare ammazzare tutti", poi levi pure quelli di Genova che ormai sono fottuti, sono circondati dopo aver denunciato e fatto arrestare, poi io che sono il peggio del peggio e in più sono basso, poi quell'altro Morrone che avendo quei capelli non può essere una persona seria, chi rimane? Poi ci sono quelli che fanno quel giornale scaduto (siamo nel 2008 e si chiama ancora Antimafia2000), e poi altri quattro, cinque, e poi? Loro invece sono tanti, tutti belli e puliti, loro si possono invitare alle manifestazioni, loro non pisciano mai fuori dal vaso. Se inviti uno di noi magari poi parla. E magari da dispiacere al consigliere comunale che ti invita e ti dice: "parlate di tutto ma non fate nomi perchè c'è il sindaco", come quello di Montebello della Battaglia, che poi ci rimane male. Ma a noi va benissimo così. Non è un peso essere sempre in mezzo al fuoro incrociato. Perchè di certo non ci colpirà il fuoco amico, visto che di amici non ne abbiamo nè da una parte nè dall'altra. Siamo rimasti in quattro gatti, sempre brutti sporchi e cattivi, in pieno agosto a diffondere notizie, informazioni, sentenze su Contrada per evitare che la gente si faccia infinocchiare dal suo staff e dal suo legale con i baffetti che, onestamente, non si può guardare. Il leit motiv dei suoi arruolati è: "è malato, lasciatelo andare, è innocente lo accusano solo i pentiti". Quando citiamo fatti e circostanze, tutti svaniscono, per poi riprovarci quando le acque si calmano. Pure il medico che ha certificato le "pessime" condizioni di salute di Contrada, tale Agnesina Pozzi, si è invaghita bel "bianco traditor dello Stato", e scrive al fratello di Borsellino: "nella memoria di quel grand'uomo che è stato suo fratello, ma altrettanto convinta che Bruno Contrada sia un altro grande uomo. L'ho conosciuto; l'ho guardato negli occhi; gli ho stretto la mano e gliel'ho anche baciata" proponendo un osceno paragone tra un uomo della Giustizia e uno della mafia. Quello che ci da forza non è il politicamente corretto, è la gente che era ai funerali di Agostino Catalano, Emanuela Loi, Eddi Walter Cosina, Vicenzo Li Muli e Claudio Traina. Non era gente "British", era gente incazzata che urlava e di fronte alla faccia di bronzo dei politici cominciò a sputare e a cacciarli con calci e spintoni. Noi siamo figli e fratelli di quella gente, e non li tradiremo mai per convertirci ai belli, ai bipartisan, ai cultori del galateo dell'antimafia.

domenica 10 agosto 2008

Toghe Lucane


Il Pm Luigi De Magistris ha chiuso le indagini per il procedimento "Toghe Lucane", l'inchiesta che ha portato alla luce un comitato d’affari operativo in Basilicata con la complicità di uomini politici, magistrati, professionisti, imprenditori e rappresentanti delle forze dell’ordine. Una oscenità. Di seguito riporto l'articolo di Nicola Piccenna, giornalista de "Il Resto" che ho avuto il piacere e l'onore di conoscere. Lui è stato assieme a Carlo Vulpio, uno di quei giornalisti perquisiti e indagati per associazione a delinquere finalizzata alla diffamazione a mezzo stampa. Un reato mai ipotizzato dal 1945. Il mio pensiero va al dottor De Magistris che tra mille impedimenti e ostacoli istituzionali-burocratici è riuscito a chiudere questa inchiesta che farà tremare partiti, istituzioni e anche il Csm.

L'alba del riscato, di Nicola Piccenna (Il Resto)

Molti la conoscono come “Toghe Lucane”, pochi ne conoscono realmente il contenuto e la portata. Ci riferiamo all’inchiesta aperta nell’anno 2003 dal Dr. Luigi De Magistris sostituto procuratore presso la Procura della Repubblica di Catanzaro.
A dire il vero, le reali dimensioni del procedimento penale affidato al PM catanzarese le conosce solo lui. Noi possiamo solo intuirne la mole, come si fa per gli iceberg, sapendo che la parte emersa è la piccola parte di quella sommersa. E qui, già la parte emersa è enorme!
Esploriamo insieme questo iceberg di ghiaccio bollente. Il procedimento penale si incardina a Catanzaro per competenza ex art. 11 c.p.p.; in pratica perché si riferisce ad indagini per ipotesi di reato a carico di magistrati del distretto giudiziario di Potenza che comprende i giudici che operano nei tribunali di Potenza e Matera. E, come si sa, ad indagare sui magistrati di un distretto sono chiamati i colleghi di altra e diversa Procura, secondo le disposizioni dell’articolo undici del Codice di Procedura Penale.
Nell’anno 2003, finiscono sul tavolo del Dr. De Magistris alcune denunce scaturite dall’archiviazione di un procedimento penale relativo a presunti abusi nell’autorizzazione a costruire un insediamento turistico (“Marinagri”) finanziato con fondi pubblici e dalla dichiarazione di fallimento del Consorzio Anthill (società impegnata nella gara per la telefonia UMTS). In entrambi i casi, i denuncianti lamentavano comportamenti penalmente rilevanti dei magistrati operanti presso il Tribunale di Matera.
Erano i primi “passi” dell’inchiesta e riservarono da subito sconcertanti scoperte, tanto da creare fra denuncianti e magistrati inquirenti (incaricato dei fascicoli, con De Magistris, era all’epoca il Dr. Mario Spagnuolo – procuratore aggiunto a Catanzaro) una sorta di diffidenza. Quanto veniva denunciato era talmente grave e articolato da sembrare frutto di fantasie o manie persecutorie dei ricorrenti, tanto inverosimili apparivano ai PM i reati per numero, entità e personaggi coinvolti.
Solo dopo alcuni mesi, forse più di un anno, effettuate le verifiche e ottenuti i primi rapporti degli organi di Polizia Giudiziaria delegata, l’incredulità con cui gli stessi inquirenti avevano affrontato l’inchiesta cominciò a trasformarsi nella coscienza di aver “messo le mani” su un vero e proprio sistema di relazioni che perseguiva finalità non perfettamente aderenti alle prescrizioni preclusive del Codice Penale, del Codice di Procedura Penale e di svariate Leggi dell’ordinamento repubblicano italiano.
Così scrive il Dr. Luigi de Magistris nel decreto con cui dispone la perquisizione a carico di importanti figure istituzionali coinvolte nell’inchiesta “Toghe Lucane” nel giugno 2007:
“La Procura della Repubblica di Catanzaro sta procedendo ad indagini preliminari con riferimento, tra l’altro, alla sussistenza di un sodalizio criminoso in grado di condizionare l’attività delle istituzioni attraverso la collusione di intranei alle stesse (magistratura, forze dell’ordine, amministrazioni comunali, Regione Basilicata, Ministero dello Sviluppo già Ministero delle Attività Produttive, Ministero della Giustizia). I sodali, che possono beneficiare di attività concorrente di persone che di volta in volta prestano il loro contributo per consentire la perpetrazione del programma criminoso (finalizzato per lo più a perpetrare truffe ai danni dello Stato, della Regione e della Unione Europea, alla corruzione di appartenenti alle Istituzioni, al consolidamento di un vero e proprio “centro di affari occulto” capace di consolidare ed alimentare il proprio potere per interessi personali e di gruppi, anche occulti) sono in grado di operare, attraverso anelli di collegamento esistenti in altre parti del territorio nazionale, al fine di condizionare procedimenti penali, delegittimare e condizionare (o tentare di condizionare) appartenenti alle istituzioni che esercitano il proprio dovere, persone della società civile che “osano” denunciare il malaffare esistente tra i cd. “colletti bianchi”, inermi cittadini che si imbattono, anche loro malgrado, nell’orbita dei centri di potere occulti che operano in Basilicata, con forti collegamenti con la Calabria e Roma.
Il Procuratore Generale della Repubblica dr. TUFANO appare essere, dagli elementi acquisiti, il punto di riferimento di taluni avvocati e magistrati al fine di esercitare le proprie funzioni per danneggiare altri magistrati ed altri avvocati che, nell’ambito delle loro funzioni, si sono trovati ad avere a che fare con i “poteri forti” operanti, in modo anche occulto, in Basilicata.
L’Avv. LABRIOLA, unitamente all’Avv. BUCCICO il quale appare aver anche asservito ad interessi di parte le sue altissime funzioni di componente del Consiglio Superiore della Magistratura, rappresentano due dei principali avvocati in grado, attraverso radicate collusioni all’interno della magistratura, di influire sull’andamento di procedimenti penali, garantire “l’insabbiamento” di procedimenti, influire su procedure fallimentari, indirizzare indagini in direzioni tali da contrastare avversari politici, perseguire, in definitiva, interessi affaristici ed occulti, in cui appare anche sussistere una matrice di tipo massonico.
La dr.ssa FASANO, attraverso il suo ruolo di dirigente della Squadra Mobile della Questura di Potenza, al fine di favorire il ruolo politico del marito, importante esponente della margherita in Basilicata, ed al fine di ostacolare l’attività investigativa condotta da taluni magistrati e da taluni appartenenti alla polizia giudiziaria, prestava le proprie funzioni in modo da non garantire il genuino andamento dei procedimenti, cercando di influire sul corretto svolgersi degli stessi.
Il Sottosegretario BUBBICO rappresenta, all’interno del sodalizio, il punto di riferimento politico apicale, unitamente ad altri appartenenti alla politica, in una logica trasversale negli schieramenti, il cui collante appare essere quello del perseguimento di affari (in particolare nel ghiotto settore dei finanziamenti pubblici, altro collante tra i centri affaristici lucani e calabresi, le cui ingenti somme appaiono rimpinguare non solo le tasche di privati, ma anche degli stessi partiti politici). L’esponente di primo piano del partito dei democratici di sinistra ha un ruolo chiave, all’interno del sodalizio, per la realizzazione degli affari unitamente al sodale dr. Michele CANNIZZARO, marito della dr.ssa GENOVESE, già magistrato di “punta” della Procura della Repubblica di Potenza, per la quale è stato disposto il trasferimento d’ufficio al Tribunale di Roma.
BUBBICO assume un ruolo centrale nell’organizzare il percepimento illecito di fondi pubblici, garantisce la capacità di intervento nella gestione della sanità, rappresenta il collante tra quella parte della politica, della magistratura e degli imprenditori che fanno e tentano di fare affari in violazione di legge. Rilevante ed indiscusso è il suo ruolo nella cd. “vicenda PANIO” in cui si realizza, tra l’altro, il mercimonio della funzione da parte della dr.ssa GENOVESE ed all’interno della quale il dott. CANNIZZARO assume la guida dell’Ospedale San Carlo da dove è in grado di governare, unitamente agli altri sodali, la gestione di affari e dispensare “prebende” varie a chi, a vario titolo, ha contribuito, anche dall’esterno, al rafforzamento del sodalizio”. I nomi e le funzioni delle persone indagate, si badi che mancano ancora nella citazione il Dr. Giuseppe Chieco – capo della Procura di Matera, il Dr. Bonomi – sost. proc. generale della Procura Generale di Potenza, e molti altri fra magistrati, politici, imprenditori e bancari lucani; forniscono un quadro abbastanza preoccupante della delicata inchiesta catanzarese.
La “reazione” alle indagini del Dr. De Magistris non tardò a manifestarsi. Una sorta di “contro inchiesta” era stata avviata dalla Procura della Repubblica di Matera che, in seguito a qualche decina di denunce-querele presentate dall’Avv. Emilio Nicola Buccico aveva ipotizzato il reato di “associazione per delinquere finalizzata alla diffamazione a mezzo stampa del senatore Emilio Nicola Buccico”. Gli indagati erano alcuni giornalisti (Carlo Vulpio – inviato del Corriere della Sera; Gianloreto Carbone – inviato della trasmissione televisiva “Chi l’ha visto?”; Nino ed Emanuele Grilli – Direttore ed editore de Il Resto; Nicola Piccenna – capo-redattore de Il Resto) ed il capitano dei carabinieri Pasquale Zacheo (Ufficiale di PG delegato per alcuni aspetti dell’inchiesta “Toghe Lucane”).
Una massiccia e prolungata attività di intercettazioni telefoniche consentirono alla D.ssa Annunziata Cazzetta (PM materano titolare delle indagini sui giornalisti ed il capitano dei CC) ed a numerosi magistrati indagati in “Toghe Lucane” di conoscere alcuni sviluppi dell’inchiesta a loro carico direttamente dalla viva voce del Dr. De Magistris e del Capitano Zacheo. Praticamente la procura indagata ascoltava le telefonate del magistrato che la indagava mentre, in questo clima di controffensiva giudiziaria, scaturirono le decine di incolpazioni con cui il Ministro della Giustizia (Clemente Mastella, ndr) ed il Procuratore Generale Presso la Suprema Corte di Cassazione (Mario Delli Priscoli), a partire dal settembre 2007, chiesero il trasferimento del Dr. De Magistris ad altra sede ed altro incarico. Richiesta accolta dal Consiglio Superiore della Magistratura nel gennaio del 2008. È il momento di massimo sviluppo della reazione all’attività del magistrato catanzarese o, se vogliamo, è il momento di minima “tenuta” istituzionale.
Tanto sono inconsistenti le contestazioni mosse al Dr. De Magistris da far apparire come invalicabile il muro dei “poteri costituiti” che ne vogliono pervicacemente impedire l’attività giudiziaria; costituzionalmente garantita, anzi, obbligatoria! Ma, c’è sempre un imprevisto in agguato, la Procura di Salerno chiamata ad indagare nei procedimenti a carico del Dr. Luigi De Magistris, nel giugno 2008 ha prodotto un atto (richiesta di archiviazione per il magistrato catanzarese) che riporta l’inchiesta “toghe lucane” nel suo alveo originario.
Viene da chiedersi come mai si è sviluppata una reazione così veemente contro l’inchiesta “Toghe Lucane”? Non ci sono elementi per rispondere a questa domanda, solo congetture. Un po’ quello che si accennava in apertura sulla “questione iceberg”. Possiamo solo intuire le dimensioni, la portata di questa inchiesta di cui spuntano i nomi eccellenti dei vertici delle Procure del Distretto giudiziario della Basilicata ma che coinvolge figure istituzionali di ancor più alto rilievo. Possiamo anche pensare, sempre che non ce ne venga fatto divieto mediante Legge dello Stato, che l’enorme ricchezza del sottosuolo lucano, che custodisce il più grande giacimento petrolifero continentale d’Europa, non sia del tutto estraneo ad interessi “perversi”. (le stime ENI vanno da 1 a 10 miliardi di barili, in soldoni da centoquarantacinque a millequattrocentocinquanta miliardi di dollari). Possiamo pensare che la ritrosia nel fornire informazioni trasparenti sulle quantità di petrolio estratto, le mancate spiegazioni circa il destino di alcuni milioni di tonnellate di stream-gas (gas disciolti nel petrolio) di cui si conosce l’avvenuta estrazione ma nessuno chiarisce quale sia la destinazione; possiamo pensare che tutto questo c’entri in qualche modo. Possiamo pensare che alcune migliaia di miliardi dell’operazione della maxi cartolarizzazione bancaria, archiviata dalla Procura di Matera e ricompresa in Toghe Lucane, siano collegate a questi ingentissimi giri di denaro. Possiamo pensare che non sia solo la D.ssa Iside Granese (all’epoca presidente del tribunale di Matera) ad aver beneficiato di mutui bancari a tassi irrisori e senza garanzie; la stessa maxi cartolarizzazione ha riguardato l’Irpinia, il Beneventano e l’Abruzzo, per esempio. Possiamo pensare che Toghe Lucane sia la più importante inchiesta giudiziaria degli ultimi cinquantanni, così importante da mettere in discussione i poteri forti, la casta, la massoneria deviata. Possiamo pensare che sia vicina la stagione del riscatto del mezzogiorno d’Italia, terra di conquista per i Piemontesi e di spartizione per i valvassori autoctoni. E questi pensieri, fino a quando il Dr. De Magistris non depositerà gli atti di chiusura delle indagini, ci riempiono di attesa e di preoccupazione. Nella speranza non siamo certamente soli e, forse per la prima volta davvero, frotte di intoccabili stanno scoprendo la paura!

venerdì 8 agosto 2008

Commento ad "Aboliamo la Commissione Antimafia"

Ecco il commento che ho lasciato all'articolo di Roberto Galullo, uno tra i migliori giornalisti del Sole24ore, esperto di criminalità organizzata, che ho avuto modo di conoscere professionalmente.

Gentile Roberto,

come al solito, fulmini nel cielo stanco e cupo. Le tue parole diventano sempre più condivisibili, inchiesta dopo inchiesta, batosta dopo batosta. Citi nel tuo pezzo Maria Grazia Laganà. Era in commissione Antimafia. Lo sanno tutti. Non so quanti sanno che però la signora è attualmente indagata dalla DDA di Catanzaro per le infiltrazioni mafiose nella Asl di Locri, o quanti sanno che da suo cellulare partirono 33 chiamate ad alcuni boss latitanti. Ed era in commissione antimafia, e li tutti sapevano questo, ma nessuno ha mosso un dito. Per colpa di quella signora ho declinato l'invito a Bari, alle giornate di Libera, perchè con un indagato per mafia non condivido nè palco e nemmeno l'aria. Riguardo alla commissione in generale, mi trovi perfettamente d'accordo. E' un organismo totalmente inutile, e l'unica cosa pisitiva che c'è dentro è un consulente, Vincenzo Guidotto, che è forse l'unico vero esperto del fenomeno. Non paghiamo i nostri parlamentari per andare ad apprendere (era la risposta che Maria Grazia Laganà aveva dato a Galullo alla domanda "Cosa fate in Commissione?"), per capire, ma per indagare e fornire risposte. Ma come possono? Dovrebbero parlare di Dell'Utri che dalla Sicilia ormai passa ai boss n'draghetisti, con cui si incontra, dovrebbe parlare di Crisafulli e di tanti altri. E allora, un piccolo ripasso non fa mai male. Ecco l'ultima commissione. Pomicino Cirino Paolo (1 anno e 8 mesi per finanziamento illecito tangente Enimont, 2 mesi patteggiati per corruzione per fondi neri Eni; Vito Alfredo (2 anni patteggiati e 5 miliardi di lire restituiti per 22 episodi di corruzione a Napoli. I due diversamente onesti invece sono: Vizzini Carlo , coinvolto in Mani Pulite e patteggiato; Gentile Antonio (arrestato nel 1987 per la mala gestione della Carical (3500 miliardi di buco, poi il processo finì nel nulla). E quando Orazio Licandro, Pdci, pensa: “Cavolo, bisognerebbe impedire che in commissione antimafia entrino condannati e indagati per mafia...” la gente pensa che sarebbe come escludere i pedofili dalla Commissione Infanzia. Corre in parlamento e propone questo emendamento. Si vota ed ecco cosa viene fuori:“I parlamentari indagati per mafia o per reati contro la Pubblica Amministrazione potranno continuare a far parte della commissione Antimafia. La Camera ha respinto l'emendamento, presentato da Licandro (Pdci), che dava la possibilità ai presidenti delle Camere di escludere dall'organismo tutti i deputati e senatori ‘sottoposti a procedimenti giudiziari’ per reati di mafia e contro la Pubblica Amministrazione.Voti a favore 21. Ciliegina sulla torta, il fantasma del Freak-cesco Forgione di una volta: "Inquisiti? Si ma eletti. E' sempre stato così anche in passato”. Cancelliamo la commissione, risparmiamo denari e salviamo la faccia.

giovedì 7 agosto 2008

Una bella proposta da Roberto Galullo

Commissione Parlamentare Antimafia, meglio abolirla. di Roberto Galullo, giornalista Sole24ore.

Quarantacinque anni e dimostrarli tutti. Sotto i riflettori c’è una “signora Istituzione”, che sta perdendo fascino e autorevolezza.

Parlo della Commissione d’inchiesta sulle mafie, nata nel 1963 e ora alla vigilia – dopo l’approvazione nella prima commissione al Senato del disegno di legge – di una nuova partenza. O almeno così si spera, visto che il Parlamento deve ancora tradurre in legge il provvedimento.

Fatto sta che dopo quasi mezzo secolo di vita (speso tra alti e bassi come si addice ad ogni donna fascinosa) bisogna intendersi sulla necessità di mantenere in vita la Commissione parlamentare antimafia.

La scorsa estate, nel visitare nella sua casa di Locri l’onorevole Laganà, vedova dell’ex vice presidente del Consiglio regionale calabrese Francesco Fortugno, assassinato dalla ‘ndrangheta il 16 ottobre 2005, rimasi colpito da alcune sue riflessioni. Alla mia domanda sull’opportunità della Commissione parlamentare antimafia mi rispose: “A me serve moltissimo. Sto studiando per capire il fenomeno”. E a parlare era (ed è) una parlamentare calabrese costretta, volente o nolente, a fare i conti con la ‘ndrangheta tutti i giorni della sua vita. Non fosse altro che per schierarsi dalla parte della legalità e, dunque, denunciare malavita e malaffare.

Ma quanto ancora bisognerà studiare le mafie? E a quale fine? Essere promossi o essere bocciati, direbbe la logica.

Eppure non è così. Molti esperti sostengono che di capire non c’è più motivo: bisogna passare all’azione. Sacrosanto. E questo accade sempre più spesso, a opera di magistratura e Forze dell’Ordine.

Altri sostengono: per indagare il fenomeno bastano le autorità preposte. Compito del Parlamento è legiferare per prevenire e combattere. Giusto.

Altri ancora sostengono che l’ultimo spettacolo offerto dalla Commissione parlamentare antimafia – piena zeppa di inquisiti e condannati – non è stato degno di un Paese che vuole davvero combattere le mafie. Bene, bravi, bis.

Il disegno di legge che punta a istituire la nuova Commissione parlamentare antimafia sembra – implicitamente – recepire alcune di queste critiche e contraddizioni. Oltre a tutte le cose che già faceva prima, infatti, dovrebbe indagare anche sulle mafie straniere (ohibò, finalmente ci accorgiamo che esistono); dovrebbe incidere meglio a favore della costruzione di uno spazio giuridico antimafia condiviso dalla Ue (basti dire che l’associazione a delinquere esiste solo in Italia ma la ‘ndrangheta ha ucciso un anno fa sei persone in Germania!) e dovrebbe indagare sul rapporto tra mafia e politica.

Bene, anzi benissimo. Quest’ultimo punto – se la memoria non mi tradisce – fu affrontato con forza e determinazione sotto la presidenza di Gerardo Chiaromonte. Strano: dopo non se ne parlò più. Anzi: strano non è, visto che le mafie siedono in Parlamento, così come nei consigli comunali, provinciali e regionali.

La speranza – dunque – è che con forza si indaghi sul doppio filo che – in tutta Italia attenzione – stringe in un abbraccio mortale, politica e mafie.

Ce la farà la Commissione parlamentare antimafia a fare nomi e cognomi di politici mafiosi o collusi o che semplicemente strizzano l’occhio o si volgono dall’altra parte per non guardare? Ce la farà a indagare sulle mafie straniere? E sulla presenza al Nord che il beneamato sindaco di Milano Letizia Moratti nega? Ma – soprattutto - ce la farà a ritrovare autorevolezza e dignità a partire dalla nomina dei componenti?

A giudicare dalla premesse si direbbe che la falsa partenza è assicurata. Volete saperne una? Viene rimessa alla sensibilità del parlamentare la rinuncia a farne parte “per motivi etici”. Ma come? Nella passata legislatura la Commissione aveva approvato un codice etico per i candidati (che in pochissimi hanno osservato) e ora si lascia alla “sensibilità” del singolo l’accettazione o meno della nomina? Avete mai visto un parlamentare rinunciare a una poltrona? Figuriamoci una poltrona così prestigiosa, in grado magari di costruire una “verginità politica” e consegnare una patente antimafia a chi non meriterebbe neppure di entrare in Parlamento o semplicemente sedere in un assise di persone civili. Oltretutto per qualcuno con la coscienza sporca e la fedina politica lercia, essere dentro la Commissione potrebbe persino rappresentare un’insperata finestra su quanto la magistratura e le Forze dell’Ordine stanno acclarando sulle consorterie criminali: magari per tutelarsi meglio.

La dico per come la penso: o a farne parte saranno chiamati uomini al di sopra di chi è al di sopra di ogni sospetto (scusate l’iperbole) e non prevarranno dunque criteri di spartizione partitica o, peggio, interessi inconffessabili nati per affossare anziché indagare, oppure è meglio abolirla. E solo a leggere le indiscrezioni su alcuni nomi di politici candidati alla presidenza mi vengono i brividi. Sarebbe come chiamare Topo Gigio a presentare a Stoccolma la cerimonia di assegnazione dei premi Nobel.

lunedì 4 agosto 2008

Articolo su Fuoririga, ultima parte

Il capo miseria fatto arrestare dai due testimoni, Emanuele Radosta.

Non si scompone e fa finta di nulla. L’uomo va al bancone e ordina una birra. Tra un sorso e l’altro perlustra palmo a palmo tutto il locale, alla ricerca di tracce, di qualcosa che possa averlo tradito. Dopo qualche minuto, soddisfatto, paga la birra ed esce dal locale. Dalla sera dell’omicidio erano passati pressappoco quaranta giorni. Tutto sembrava essere lontano. Anche i mafiosi avevano allentato la presa sui loro locali e si facevano vedere sempre meno. E anche la serata del 27 Aprile era normale, come le altre. La solita clientela, i soliti movimenti. E’ tardi, e Antonino e Francesca sono seduti proprio di fronte all’entrata del locale. Stanno aspettando che i clienti lascino il locale per poi chiudere e raggiungere casa. Davanti al Charleston c’è ancora un gruppetto di persone, tra le quali Calogero Tramuta, ex agente della Guardia di Finanza in pensione che ora commercia arance. I tre erano usciti circa due ore prima ed erano rimasti fuori a parlare. Finita la chiacchierata, Tramuta ha solo il tempo di arrivare all’auto e mettersi alla guida: “Ebbe solo il tempo di entrare nella propria autovettura, quando all'improvviso fu tempestato da una raffica di proiettili esplosi dal mitra di un killer, che si era trovato lì all'improvviso”. Questa volta è diverso. Questa volta Antonino e Francesca non solo intravedono, non solo sentono, ma vedono direttamente. Tutto avviene perfettamente di fronte a loro. Il killer, scaricato il caricatore sul corpo di Tramuta, fa qualche passo per controllare di averlo ucciso. Si gira verso Antonino e Francesca e li guarda dritto negli occhi e poi, lentamente, molto lentamente, si allontana verso un veicolo che lo attende. Il killer è certo del silenzio dei due coniugi, sa di averli convinti, sa di averli terrorizzati. I due lo riconoscono perfettamente, nonostante indossasse un passamontagna: era Said Aziz, cittadino marocchino, uomo di Emanuele Radosta. Il boss è titolare di un’azienda di agrumi, e avrebbe ordinato ad Aziz di uccidere Tramuta perché contrastava i suoi interessi. Contrasti sorti per una partita di arance commercializzata in Toscana e per l’acquisto di un terreno. La vita di Antonino e Francesca era stata completamente travolta da questi due eventi. “Restare omertosi era l'unica cosa da fare, sennò poteva cambiare in peggio il segno del nostro destino”. Marito e moglie sono confusi. Se rimarranno a Villafranca dovranno sempre temere una ritorsione, un ritorno dei killer, una chiusura del conto. Dovranno convivere tutta la vita con quel peso sullo stomaco, dovrebbero convivere per sempre con quello stile di vita che per molti è perfettamente normale, l’omertà. I parenti consigliano loro di stare zitti, di dimenticare tutto e far finta di nulla. Ma non ce la fanno. Quando tornano nel locale, qualche giorno dopo, trovano dei fiori davanti all’ingresso. Non sono per la vittima, sono per loro. Si convincono che quello non è più il loro posto. Quello non era più il Charleston e quella non era più la terra per la quale avevano lasciato la Germania. Era stata sporcata di sangue innocente, era stata barbaramente stuprata da quattro balordi che l’avevano trasformata in un cimitero, in una campo di battaglia. Antonino e Francesca lasciano momentaneamente l’Italia, abbandonano i loro due locali e vanno all’estero. Qui, lontano da quella terra maledetta, matura in loro la scelta a cui fin dall’inizio avevano pensato. “Tornare in Italia per presentarci con il ruolo di testimoni chiave presso una caserma dei carabinieri davanti alle autorità giudiziarie”. Decidono di diventare Testimoni di Giustizia, entrare nel programma di protezione e lasciare per sempre la Sicilia. Cominciano a parlare con i magistrati, forniscono testimonianze così impeccabili che sono praticamente mandati di cattura per Radosta e soci. Francesca in particolare, dà agli inquirenti una collaborazione fondamentale, descrive con lucida minuziosità tutti i particolari di entrambi gli omicidi con una calma impressionante. I mesi passano, e presto per i due coniugi arriva il tempo delle testimonianze ai processi, in cui si ritrovano faccia a faccia con i killer e con il mandante. Senza paura. Loro sui banchi dei testimoni, gli assassini in gabbia. Durante le udienze le aule sono terribilmente piene. Tutti amici e familiari degli imputati che lanciano sguardi minacciosi contro i due. Francesca mostra un coraggio disarmante. Durante un udienza è chiamata a riconoscere il killer del primo omicidio. I due sono faccia a faccia. Il pm chiede alla donna se è in grado di riconoscere il killer nell’uomo che ha di fronte. Lei lo fissa negli occhi e dice con tranquillità: “Certo, è lui, ma evidentemente il carcere gli fa bene visto che è ingrassato”. Grazie a loro Emanuele Radosta viene condannato a 28 anni di carcere. Ma per lui non è finita. Una perizia dice che con la mitraglietta usata da Aziz per l’omicidio Tramuta è stato ucciso nel 1992 anche Giuseppe Borsellino, l’imprenditore che stava indagando sull’uccisione del figlio Paolo, ammazzato solo otto mesi prima, e stava portando alla luce un comitato d’affari che metteva nei guai amministratori e politici locali. Radosta viene condannato ad altri 30 anni di carcere. Ergastolo arriva anche per Aziz e per il killer del primo omicidio. La cosca capeggiata da Radosta viene messa in ginocchio e schiacciata dalla Giustizia, grazie soprattutto alle testimonianze di Francesca e Antonino.

domenica 3 agosto 2008

Articolo su Fuoririga, 2 parte (ricostruzione storia dei due testimoni)

Foto di Villafranca Sicula, paese di Antonino e Francesca, tratta da www.villafrancasicula.com

Quando si parla di Burgio, Lucca e Villafranca, profonda provincia di Agrigento, alla gente non viene in mente né l’olio, né le mandorle né le arance, tipiche di quei luoghi. Per tutti coloro che si occupano di cronaca quello è il triangolo della morte, un territorio di pochi chilometri quadrati insanguinato da decine di omicidi, avvenuti tra l’indifferenza e l’omertà della gente cui hanno tolto anche la possibilità di reazione, di presa di coscienza. Un sistema perfetto di sangue, soldi e impunità. Pochi ricordano però che in quel triangolo di sangue, dodici anni fa ci furono due schiene che rimasero dritte e non si piegarono al peso del compromesso, dell’umiliazione morale. Nel cuore del mandamento della Ribera dei Colletti e dei Capizzi, tra la Lucca degli Imbornone e il Burgio e la Villafranca in mano ai Radosta, tornano dalla Germania due emigrati, due che se ne erano andati in cerca di fortuna e tornano con un buon capitale da investire nella loro terra d’origine. E’ il 1993 e loro si chiamano Francesca Inga e Antonino Candela. Giusto il tempo per avere le licenze per la ristorazione e Antonino e Francesca aprono un Bar, a Villafranca, e un ristorante, sul territorio di Lucca. Il ristorante lo chiamano Charleston, come il ballo del jazz, veloce e brillante: “un posto in cui chiunque entrava, rimaneva affascinato -dice Antonino Candela- perché aveva un grande salone dall'ambiente esclusivo, elegante, dove la gente, non sapendo dove andare, aveva un punto di riferimento per passare le serate, per gustarsi la pizza e la cucina siciliana”. E’ una vita perfetta la loro, invidiabile. Così invidiabile che rode parecchio a chi non ha capacità, a chi è inabile. Parliamo degli uomini di Cosa Nostra, gli uomini del nulla. Ma andiamo con ordine. I due locali non vanno bene, vanno benissimo. In poco tempo il bar diviene un grosso punto di incontro soprattutto per i giovani, un posto dove vedersi e bere qualcosa; conosciamo bene il ruolo “sociologico” che ha un bar in un piccolo centro come Villafranca. Tutto va bene, troppo bene, fino a quando cominciano a farsi vedere nel locale strani individui, che Candela descrive come “personalità fumose, membri di una cosca mafiosa che si comportavano in modo grave, con una serie di mascalzonate pesanti e umilianti sulla nostra pelle. Questi animali erano certi del nostro assenso al silenzio, sicuri che non potevamo denunciare facilmente alle loro prepotenze disumane, ma solo subire senza impedimenti i loro soprusi quotidiani, il terrore psicologico, vessazioni e pesanti allusioni alla nostra sfera privata”. Dalle umiliazioni però si passa presto alla devastazione fisica del bar, delle sedie, del biliardo e delle stecche, e quando Antonino protesta, gliene puntano una alla testa e gli dicono: “Non fiatare più sennò sei bello e morto”. Sembrava non volessero il bar, né soldi: volevano solo annientare moralmente Antonino e Francesca, volevano ristabilire la loro supremazia sul loro territorio. In realtà volevano indurli a svendere l’attività e spazzarli via. Per questo presidiavano dall’apertura fino alla chiusura il bar, scoraggiando la gente ad entrare, e rendendo infernale la vita dei due proprietari. Era tutta gente che faceva capo ad Emanuele Radosta, Peppuccio per gli amici, figlio di Stefano, vecchio capo bastone ucciso nel 1991, ormai disabile, spedito prima del tempo al Creatore a colpi di pistola. Ora era il figlio a tenere in piedi quel circo della morte, lo spaccio di droga, il controllo del territorio. “E lì fermo, c'era sempre lui, il capo autoritario oltre misura, il pezzo da novanta, un giovane avido, figlio di un noto boss assassinato dalla mafia nel 1991. Il figlio aveva ereditato il suo potere, così l'impronta mafiosa era passata di generazione in generazione. Era un dovere trasferirla da padre in figlio, e si sapeva, lo sapevano tutti da dove proveniva e dove pretendeva di andare”. Nel ristorante la situazione era ormai la stessa del bar. I soliti noti si presentavano, mangiavano quello che volevano a tutte le ore, e, naturalmente, non pagavano mai. Una volta uno di loro, Antonino Perricone, vice di Radosta, entra nel bar e prende un caffè. Lo beve, con calma, ed esce. Antonino è stanco di far finta di nulla, si fa coraggio e richiama lo scagnozzo del boss: “Ma com’è andata a finire qui? Tutti mangiano, bevono e non paga nessuno?”. L’uomo si blocca, fissa Antonino e gli si scaglia contro prendendolo per il collo. Gli sputa in faccia, due volte prima di essere allontanato da un terzo. La vita di Antonino e Francesca, che hanno anche due figlie piccole, si è trasformata in un inferno senza uscita. Sanno cosa vuole quella gentaglia, ma sanno anche che denunciare non sarebbe servito a nulla, perché non sarebbero riusciti a dimostrare nessun reato, sarebbe stata solo una provocazione che avrebbero pagato a caro prezzo. Vanno avanti, senza molte speranze di cambiamento, senza novità fino alle venti e trenta del (metti data esatta)1996. Dentro al ristorante c'era già un buon numero di clienti. Tra questi c'era anche un gruppo di persone che arrivava da Burgio. Per la bambina piccola ormai è tardi, il sonno comincia a farsi sentire. Antonino decide di accompagnarla dalla nonna che vive poco distante, mentre Francesca rimane al ristorante. Il marito ha solo il tempo di salire in auto con la bambina e uscire dal parcheggio del Charleston. Non sa cosa sta per accadere. “Il momento tragico fu poco dopo, quando quei clienti venuti dal paese vicino avevano pagato la loro pizza ed erano usciti dal locale. Ebbero il tempo di salire sulle loro macchine, quando un uomo sbuca dal nulla e si mette a sparare diversi colpi di pistola contro la vittima predestinata, un certo Carmelo Pinelli, strappandogli la vita senza che questo poveretto avesse il tempo di reagire, o almeno di sfuggire all'attentato”. Pinelli era arrivato qualche giorno prima dall’Inghilterra, dove viveva con la moglie, peraltro incinta. Antonino, avvertito dell’omicidio, torna subito al ristorante temendo per la moglie e la figlia grande rimaste nel locale. Quando arriva non lo lasciano entrare. “Solo quando avevo detto di essere il titolare del ristorante, i carabinieri mi permisero di varcare il cancello. E mentre passavo il porticato, rimasi a guardare con gli occhi terrorizzati, un'automobile messa di traverso adiacente all'uscita. Stavo vedendo la figura esamine della povera vittima dentro la macchina, che aveva incrociato numerosi colpi d'arma da fuoco. Era con la testa penzoloni e aveva nel volto la smorfia disumana, penosa che mi fece togliere il respiro”. Antonino e Francesca sono stravolti. Francesca ha anche visto chiaramente il killer mentre scappava. Francesca ora è una testimone oculare che ha notato bene molti particolari dell’uomo. Qualcosa è drammaticamente cambiato. Lentamente la situazione nei giorni successivi si normalizza. La gente comincia a tornare al Charleston, e anche Francesca e Antonino sono più tranquilli fino ad un pomeriggio: Francesca è dietro alla cassa, sta preparando le ultime cose per la serata. Dalla porta entra un uomo. Lei riconosce subito quella postura, quello strano modo di camminare. E’ lo stesso uomo che aveva visto scappare dopo l’omicidio.

sabato 2 agosto 2008

Articolo su Fuoririga


Questa è la parte dell'articolo su Fuoririga dedicato all'incontro che ho avuto con Antonino Candela e Francesca Inga, testimoni di giustizia. Nei prossimi giorni pubblicherò il resto dell'articolo.

La vita di Antonino e Francesca oggi è radicalmente cambiata. Le loro due figlie oggi sono grandi, hanno diciannove e quattordici anni. Vivono in località protetta, nel Nord Italia. Percepiscono una discreta mensilità e lo Stato li assiste in altre incombenze. Non si lamentano. Nonostante questa “nuova vita” cercano di essere persone serene. Li contatto telefonicamente qualche settimana fa e si rendono subito disponibili ad un incontro. Ci vediamo nel giro di qualche giorno in una città del Nord. I loro spostamenti sono coordinati dal sistema di protezione, viaggiano su un’auto blindata e sono protetti durante ogni tragitto da una scorta armata. E’ la tranquillità di Antonino e Francesca, Nino e Franca, la spensieratezza della loro figlia piccola, che ti fa comprendere quanto la scelta di affidarsi allo Stato, di schierarsi dalla parte delle Istituzioni ti renda sereno, nonostante le delusioni, nonostante le difficoltà quotidiane. Mi raccontano che l’unico loro rammarico è il lavoro, l’impossibilità di avviare un’attività. Non possono richiedere prestiti, non hanno garanzie da offrire alle banche. Mi inteneriscono quando mi dicono che per occupare il tempo vanno nei bar o ristoranti a gustarsi una buona pizza, e che si dedicano anche al ballo frequentando una scuola di liscio e ogni tanto vanno con gli amici nelle sale da ballo della città: “Lo facciamo per fare qualcosa, per non stare tutto il giorno con le mani in mano” mi dice Francesca. Parlo con loro per tre ore abbondanti. Lui è un uomo in forma, curato e signorile. La moglie, Francesca, è una bella donna che nonostante tutte le prove che ha affrontato in questi ultimi anni dimostra meno della sua età. La loro figlia, 14 anni, è appassionata di musica rock e adora il gruppo tedesco dei Tokio Hotel, nuovi idoli giovanili. “Ho un blog anch’io, dedicato a loro!” mi dice. Lei, anche se ha solo 14 anni è perfettamente cosciente della scelta che hanno fatto i suoi genitori, la condivide e mi racconta orgogliosa alcuni episodi. E’ una combattente, come mamma e papà. Le chiedo: “Hai capito che genitori speciali hai?”. Lei mi sorride e si vede il suo apparecchio per i denti, decorato bianco-nero in onore della Juventus. La sorella 19enne, che non è venuta all’incontro, non ha ancora superato lo shock. Quando si parla di questi temi si alza e abbandona la conversazione. Ha sofferto una vita diversa dal normale, e come la sorella più piccola ha lottato contro la depressione, come e più dei genitori. Loro capiscono e sperano che in futuro entrambe comprendano fino in fondo la portata della loro scelta, che hanno fatto per garantire un avvenire migliore anche a loro. Se li incontri, vedi solo una famiglia normale. Non cercano onori, né riconoscimenti. Vorrebbero, lentamente, ricominciare a vivere, allacciare rapporti umani, impegnare la loro abilità nella ristorazione, o in qualche altre attività. Sono persone semplici, e lo dico fino alla noia. Prima di salutarci mi raccontano che hanno aperto un blog su internet (http://antonioefrancescatestimonidigiustizia.blogspot.com). Un diario di viaggio per rapportarsi con l’esterno, per conoscere gente nuova. E’ tardi, ci salutiamo. So che per questioni di sicurezza, non ci rivedremo mai più. Mi tornano in mente le parole che Antonino affida al suo blog:

“Mai ha traballato il nostro dovere, come anche il dovere degli altri veri Testimoni di Giustizia, che hanno denunciato la mafia. Sarebbe più positivo se ci fossero dei liberi, futuri nuovi testimoni di giustizia, che faranno un primo passo, utile per cambiare se stessi, liberare la loro coscienza dal peccato "Omertà", in questa terra martoriata da tanto tempo, dimenticata dalla legalità. Può succedere da adesso! Forse tra pochi mesi! L'importante è diventi una prassi nel futuro. Allora si che la parola "omertà" scomparirà dal vocabolario”.