Foto di Villafranca Sicula, paese di Antonino e Francesca, tratta da www.villafrancasicula.com
Quando si parla di Burgio, Lucca e Villafranca, profonda provincia di Agrigento, alla gente non viene in mente né l’olio, né le mandorle né le arance, tipiche di quei luoghi. Per tutti coloro che si occupano di cronaca quello è il triangolo della morte, un territorio di pochi chilometri quadrati insanguinato da decine di omicidi, avvenuti tra l’indifferenza e l’omertà della gente cui hanno tolto anche la possibilità di reazione, di presa di coscienza. Un sistema perfetto di sangue, soldi e impunità. Pochi ricordano però che in quel triangolo di sangue, dodici anni fa ci furono due schiene che rimasero dritte e non si piegarono al peso del compromesso, dell’umiliazione morale. Nel cuore del mandamento della Ribera dei Colletti e dei Capizzi, tra la Lucca degli Imbornone e il Burgio e la Villafranca in mano ai Radosta, tornano dalla Germania due emigrati, due che se ne erano andati in cerca di fortuna e tornano con un buon capitale da investire nella loro terra d’origine. E’ il 1993 e loro si chiamano Francesca Inga e Antonino Candela. Giusto il tempo per avere le licenze per la ristorazione e Antonino e Francesca aprono un Bar, a Villafranca, e un ristorante, sul territorio di Lucca. Il ristorante lo chiamano Charleston, come il ballo del jazz, veloce e brillante: “un posto in cui chiunque entrava, rimaneva affascinato -dice Antonino Candela- perché aveva un grande salone dall'ambiente esclusivo, elegante, dove la gente, non sapendo dove andare, aveva un punto di riferimento per passare le serate, per gustarsi la pizza e la cucina siciliana”. E’ una vita perfetta la loro, invidiabile. Così invidiabile che rode parecchio a chi non ha capacità, a chi è inabile. Parliamo degli uomini di Cosa Nostra, gli uomini del nulla. Ma andiamo con ordine. I due locali non vanno bene, vanno benissimo. In poco tempo il bar diviene un grosso punto di incontro soprattutto per i giovani, un posto dove vedersi e bere qualcosa; conosciamo bene il ruolo “sociologico” che ha un bar in un piccolo centro come Villafranca. Tutto va bene, troppo bene, fino a quando cominciano a farsi vedere nel locale strani individui, che Candela descrive come “personalità fumose, membri di una cosca mafiosa che si comportavano in modo grave, con una serie di mascalzonate pesanti e umilianti sulla nostra pelle. Questi animali erano certi del nostro assenso al silenzio, sicuri che non potevamo denunciare facilmente alle loro prepotenze disumane, ma solo subire senza impedimenti i loro soprusi quotidiani, il terrore psicologico, vessazioni e pesanti allusioni alla nostra sfera privata”. Dalle umiliazioni però si passa presto alla devastazione fisica del bar, delle sedie, del biliardo e delle stecche, e quando Antonino protesta, gliene puntano una alla testa e gli dicono: “Non fiatare più sennò sei bello e morto”. Sembrava non volessero il bar, né soldi: volevano solo annientare moralmente Antonino e Francesca, volevano ristabilire la loro supremazia sul loro territorio. In realtà volevano indurli a svendere l’attività e spazzarli via. Per questo presidiavano dall’apertura fino alla chiusura il bar, scoraggiando la gente ad entrare, e rendendo infernale la vita dei due proprietari. Era tutta gente che faceva capo ad Emanuele Radosta, Peppuccio per gli amici, figlio di Stefano, vecchio capo bastone ucciso nel 1991, ormai disabile, spedito prima del tempo al Creatore a colpi di pistola. Ora era il figlio a tenere in piedi quel circo della morte, lo spaccio di droga, il controllo del territorio. “E lì fermo, c'era sempre lui, il capo autoritario oltre misura, il pezzo da novanta, un giovane avido, figlio di un noto boss assassinato dalla mafia nel 1991. Il figlio aveva ereditato il suo potere, così l'impronta mafiosa era passata di generazione in generazione. Era un dovere trasferirla da padre in figlio, e si sapeva, lo sapevano tutti da dove proveniva e dove pretendeva di andare”. Nel ristorante la situazione era ormai la stessa del bar. I soliti noti si presentavano, mangiavano quello che volevano a tutte le ore, e, naturalmente, non pagavano mai. Una volta uno di loro, Antonino Perricone, vice di Radosta, entra nel bar e prende un caffè. Lo beve, con calma, ed esce. Antonino è stanco di far finta di nulla, si fa coraggio e richiama lo scagnozzo del boss: “Ma com’è andata a finire qui? Tutti mangiano, bevono e non paga nessuno?”. L’uomo si blocca, fissa Antonino e gli si scaglia contro prendendolo per il collo. Gli sputa in faccia, due volte prima di essere allontanato da un terzo. La vita di Antonino e Francesca, che hanno anche due figlie piccole, si è trasformata in un inferno senza uscita. Sanno cosa vuole quella gentaglia, ma sanno anche che denunciare non sarebbe servito a nulla, perché non sarebbero riusciti a dimostrare nessun reato, sarebbe stata solo una provocazione che avrebbero pagato a caro prezzo. Vanno avanti, senza molte speranze di cambiamento, senza novità fino alle venti e trenta del (metti data esatta)1996. Dentro al ristorante c'era già un buon numero di clienti. Tra questi c'era anche un gruppo di persone che arrivava da Burgio. Per la bambina piccola ormai è tardi, il sonno comincia a farsi sentire. Antonino decide di accompagnarla dalla nonna che vive poco distante, mentre Francesca rimane al ristorante. Il marito ha solo il tempo di salire in auto con la bambina e uscire dal parcheggio del Charleston. Non sa cosa sta per accadere. “Il momento tragico fu poco dopo, quando quei clienti venuti dal paese vicino avevano pagato la loro pizza ed erano usciti dal locale. Ebbero il tempo di salire sulle loro macchine, quando un uomo sbuca dal nulla e si mette a sparare diversi colpi di pistola contro la vittima predestinata, un certo Carmelo Pinelli, strappandogli la vita senza che questo poveretto avesse il tempo di reagire, o almeno di sfuggire all'attentato”. Pinelli era arrivato qualche giorno prima dall’Inghilterra, dove viveva con la moglie, peraltro incinta. Antonino, avvertito dell’omicidio, torna subito al ristorante temendo per la moglie e la figlia grande rimaste nel locale. Quando arriva non lo lasciano entrare. “Solo quando avevo detto di essere il titolare del ristorante, i carabinieri mi permisero di varcare il cancello. E mentre passavo il porticato, rimasi a guardare con gli occhi terrorizzati, un'automobile messa di traverso adiacente all'uscita. Stavo vedendo la figura esamine della povera vittima dentro la macchina, che aveva incrociato numerosi colpi d'arma da fuoco. Era con la testa penzoloni e aveva nel volto la smorfia disumana, penosa che mi fece togliere il respiro”. Antonino e Francesca sono stravolti. Francesca ha anche visto chiaramente il killer mentre scappava. Francesca ora è una testimone oculare che ha notato bene molti particolari dell’uomo. Qualcosa è drammaticamente cambiato. Lentamente la situazione nei giorni successivi si normalizza. La gente comincia a tornare al Charleston, e anche Francesca e Antonino sono più tranquilli fino ad un pomeriggio: Francesca è dietro alla cassa, sta preparando le ultime cose per la serata. Dalla porta entra un uomo. Lei riconosce subito quella postura, quello strano modo di camminare. E’ lo stesso uomo che aveva visto scappare dopo l’omicidio.
Gentile Roberto,
come al solito, fulmini nel cielo stanco e cupo. Le tue parole diventano sempre più condivisibili, inchiesta dopo inchiesta, batosta dopo batosta. Citi nel tuo pezzo Maria Grazia Laganà. Era in commissione Antimafia. Lo sanno tutti. Non so quanti sanno che però la signora è attualmente indagata dalla DDA di Catanzaro per le infiltrazioni mafiose nella Asl di Locri, o quanti sanno che da suo cellulare partirono 33 chiamate ad alcuni boss latitanti. Ed era in commissione antimafia, e li tutti sapevano questo, ma nessuno ha mosso un dito. Per colpa di quella signora ho declinato l'invito a Bari, alle giornate di Libera, perchè con un indagato per mafia non condivido nè palco e nemmeno l'aria. Riguardo alla commissione in generale, mi trovi perfettamente d'accordo. E' un organismo totalmente inutile, e l'unica cosa pisitiva che c'è dentro è un consulente, Vincenzo Guidotto, che è forse l'unico vero esperto del fenomeno. Non paghiamo i nostri parlamentari per andare ad apprendere (era la risposta che Maria Grazia Laganà aveva dato a Galullo alla domanda "Cosa fate in Commissione?"), per capire, ma per indagare e fornire risposte. Ma come possono? Dovrebbero parlare di Dell'Utri che dalla Sicilia ormai passa ai boss n'draghetisti, con cui si incontra, dovrebbe parlare di Crisafulli e di tanti altri. E allora, un piccolo ripasso non fa mai male. Ecco l'ultima commissione. Pomicino Cirino Paolo (1 anno e 8 mesi per finanziamento illecito tangente Enimont, 2 mesi patteggiati per corruzione per fondi neri Eni; Vito Alfredo (2 anni patteggiati e 5 miliardi di lire restituiti per 22 episodi di corruzione a Napoli. I due diversamente onesti invece sono: Vizzini Carlo , coinvolto in Mani Pulite e patteggiato; Gentile Antonio (arrestato nel 1987 per la mala gestione della Carical (3500 miliardi di buco, poi il processo finì nel nulla). E quando Orazio Licandro, Pdci, pensa: “Cavolo, bisognerebbe impedire che in commissione antimafia entrino condannati e indagati per mafia...” la gente pensa che sarebbe come escludere i pedofili dalla Commissione Infanzia. Corre in parlamento e propone questo emendamento. Si vota ed ecco cosa viene fuori:“I parlamentari indagati per mafia o per reati contro la Pubblica Amministrazione potranno continuare a far parte della commissione Antimafia. La Camera ha respinto l'emendamento, presentato da Licandro (Pdci), che dava la possibilità ai presidenti delle Camere di escludere dall'organismo tutti i deputati e senatori ‘sottoposti a procedimenti giudiziari’ per reati di mafia e contro la Pubblica Amministrazione.Voti a favore 21. Ciliegina sulla torta, il fantasma del Freak-cesco Forgione di una volta: "Inquisiti? Si ma eletti. E' sempre stato così anche in passato”. Cancelliamo la commissione, risparmiamo denari e salviamo la faccia.