mercoledì 30 luglio 2008

Contrattacco e disinformatja


Importante: il primo agosto in tutta la provincia di Agrigento uscirà in allegato al giornale di Sicilia "Fuoririga", il periodico per il quale scrivo che si avvale di collaborazioni da parte di studiosi internazionali del fenomeno mafioso. In questo numero ci saranno un mio articolo e una mia intervista ai due testimoni di giustizia Antoninino Candela e Francesca Inga, che per la prima volta parlano con la stampa. Per chi volesse procurarsi la rivista può già ordinarla qui al costo di sette euro comprese le spese di spedizione.

Quest'anno niente vacanze. Saremo chiamati ad un'azione di sorveglianza e controllo anche sotto la canicola d'agosto. Quel che è peggio è che se non lo facciamo noi, nessuno ci sostituisce. C'è in questi giorni una Italia, una Sicilia completamente narcotizzata sotto l'offensiva della famiglia Contrada, una evoluzione di quella "Addams" in cui il saggio Contrada riveste i panni di Zio Fester, colui che accendeva le lampadine con la bocca. Un silenzio che arriva assordante anche da parte di alcuni siciliani da cui non te lo saresti mai aspettato. Tornando alla nostra "mission", bisogna stare con gli occhi aperti in vista del dibattimento di ottobre sulla revisione del processo al traditore dello Stato Contrada, e soprattutto che lo stesso Contrada non ottenga di essere spostato a Palermo per scontare lì i domiciliari, tra i "vecchi amici". Queste azioni costituzionalmente garantitite però non si svolgono con correttezza e secondo legge. Nessuno vieta a Contrada di chiedere quello che ha chiesto, nè la revisione del processo nè tutte le altre baggianate. Può farlo. Quello che non si può fare è disinformare deliberatamente la gente sulla reale situazione. Ora, non so se ci sia gente pagata per creare confusione, per diffondere menzogne, ma di certo questo gruppo di lavoro ad hoc esiste. Prova ne sono le decine si blog e siti che ignorando i fatti continuano a proclamare innocente colui che è stato condannato solamente "anche" per le accuse di molteplici pentiti. Legno Storto, Comitato Pro Contrada, La verità su Bruno Contrada (un ossimoro) e tanti altri punti di "informazione" stanno martellando l'opinione pubblica narcotizzata con un mare di menzogne, ma soprattutto puntando in maniera becera su un punto: la salute di Contrada, la compassione, la pietà cristiana, del quale, ultimo portatore, è stato il figlio Guido, che continua ad insistere sulla salute del padre (sacrosanto tutelarla) ignorando i restanti macigni giudiziari. Un gioco squallido che mira ad intenerire quella gente che poco sa, che pensa "ma si, ma lascetelo morire in casa quel pover uomo", nonostante il Tribunale della Libertà lo ritenga ancora pericoloso. Per caso Emiliano Morrone, direttore de "La Voce di Fiore", ha scoperto qualche elemento di questo apparato di disinformazione. Alla pubblicazione di Morrone di alcuni articoli a difesa di Salvatore Borsellino e contro la beatificazione di Contrada, il suo sito è stato bersagliato da decine di commenti favore del traditore che insultavano poi Dalla Chiesa e la famiglia del dottor Borsellino perchè avevano approfittato dei loro lutti per fare carriera. Una delle "arruolate", tale Marina Salvadore, nella foga si fa scappare di avere domicilio legale proprio presso lo studio dell'"Avvocato del diavolo", Giuseppe Lipera, coofondatore di un parito voluto da Leoluca Bagarella. Qualcuno deve delle spiegazioni. Naturalmente, quando abbiamo invitato tutti gli scrittori delle calunnie a rispondere a delle circostanze specifiche che inchiodano Contrada, silenzio tombale. Capite a che lavoraccio ci costringono questi disinformatori? Detto questo, è di questi giorni la notizia che Salvatore Borsellino, ha depositato una querela contro Tonino Vaccarino, pregiudicato per traffici di droga, considerato vicino alla cosca trapanese di Messina Denaro, e infine ex sindaco di Castelvetrano. Il pregiudicato ha espresso alcuni giudizi calunniosi nei confronti del fratello di Salvatore, Paolo. «Ha affibbiato a mio fratello attitudini ad anomalie procedurali che non gli erano proprie e ha condito il suo racconto con fatti del tutto inventati e ragionevolmente utilizzati solo per lanciare sibillini messaggi. Secondo quanto sostiene Vaccarino, mio fratello anzichè muoversi secondo le prescrizioni del codice di rito, avrebbe informalmente e surrettiziamente fatto da consulente della difesa, peraltro di una persona che egli stesso si era adoperato a far arrestare. Peggio ancora sarebbe, peraltro, se i consigli sotto banco alla difesa dell'indagato si riferissero a un procedimento del quale Paolo Borsellino non fosse stato titolare». La vicenda raccontata nei minimi particolari è disponibile qui, ma in realtà abbiamo l'impressione che la querela di Salvatore arrivi per prevenire possibile venti di revisione addirittura del Maxiprocesso. Cosa si può fare di fronte a tutto ciò, i cosiddetti "civili" cosa devono fare per fare fronte comune contro questi eventi disastrosi? La risposta arriva da un giovane sardo, Matteo B., che mi ha scritto una mail sconsolata, che al suo interno ha però una risposta:

In tutti questi mesi spesso e volentieri ho trasmesso ai miei amici, familiari, docenti e colleghi all'Università le vostre lettere e i vostri articoli, nella speranza di informare quante più persone possibile su quanto è successo e quanto ancora succede. Ho trasmesso tutto questo nei due soli modi che ho a disposizione, a voce e tramite la mail e ho visto che tante persone, lentamente ma inesorabilmente, si stanno svegliando, stanno capendo che tutto questo incubo assurdo un giorno finirà.

martedì 29 luglio 2008

Dalla Casa della Legalità


Come ha insegnato il medoto Previti-Dell'Utri: tirare alle lunghe il processo, perchè: la prescrizione è una garanzia, le carte possono perdersi o prendere fuoco, i testimoni ed i giudici possono morire. Inoltre se si è avanti con l'età il tirarla alla lunghe garantisce poi di denunciare un "accanimento" contro un povero anziano!
Se vieni comunque condannato e scatta la detenzione in carcere (anche per gravissimi reati, naturalmente e soprattutto!) iniziare uno sciopero della fame ad oltranza, affermando che il cibo non è compatibile con la vostra dieta...
Una volta che state male, il vostro legale e familiari, possibilmente con giornalisti e politici (questi sono sempre disponibili davanti alle "colpe" dei giudici che condannano), lancino appelli alla grazia per ragioni umanitarie. Si punti soprattutto su: non si può far morire un uomo in carcere, così anche per chi è condannato all'ergastolo si possono aprire le porte della libertà, lo ha detto anche un Ministro della Giustizia - con sua moglie - "Non si può vedere morire qualcuno in carcere!".
Se non dovesse funzionare, magari perché cade il Governo con il Ministro della Giustizia "più vicino ai detenuti che ai magistrati", insistete, non datevi per vinti e puntate su un fatto: le carceri sono sovraffollate e soprattutto insistere che il detenuto sta molto male (naturalmente omettere di dire che si rifiuta di mangiare).

Tenta una, due, tre volte, si passi a chiedere non più la "grazia" ma il diritto all'eutanasia. Qui attenzione, deve essere una proposta mordi e fuggi, non sia mai che dovesse venire accolta. Ed intanto si chieda la revisione del processo, con ricusazione anticipata dei giudici.
Quando questi rigetteranno la richiesta di revisione e la Cassazione conferma, urlate al complotto delle toghe politicizzate (rosse o nere, a seconda del caso), accusate la magistratura di essere politicizzata, e poi potete sempre ricordare che voi avevate anticapatamente presentato "ricusazione" dei giudici. Se non siete il Presidente del Consiglio, della Repubblica, del Senato o della Camera, non vi preoccupate... troverete la loro solidarietà anche se non possono applicare al vostro caso il "lodo" (ma c'è sempre speranza!)

Intanto procedete una volta alla settimana a richiedere al Tribunale di Sorveglianza il deferimento della pena per ragioni di salute. Ad ogni scarcerazione e trasferimento in Ospedale denunciate pubblicamente il complotto dei "medici" (e la certa manomissione delle attrezzature utilizzate per le analisi) che dichiarano che non ci siano pericoli di vita e che non vi è incompatibilità con la detenzione carceraria.

Andate avanti così, prima o poi qualcuno ci cade (magari con una "alta" spinta). Una volta ottenuta la scarcerazione per ragioni di salute - con obbligo di dimora e divieto di tornare nella propria città, in quanto soggetto socialmente pericoloso - procedete a chiedere la revisione della sentenza perché era ingiusta e la scarcerazione lo dimostra (omettere naturalmente che questa è stata effettuata per motivi di salute, ovvero perché il detenuto si rifiutava di mangiare). Procedere quindi con dichiarazioni e proclami di sicuro effetto: "ora rivoglio il mio onore". Aggiungere poi: "potrei evadere perché non mi permettono di tornare nella mia città" (omettere le ragioni, ovvero la pericolosità sociale ribadita dal provvedimento, per evitare nuove violenze a quella bellissima e martoriata terra!).

Anche qui, tenta una, due, tre... volte e poi qualcosa succede, soprattutto se hai la "chiave" di quel cassetto dove è custodita l'agenda rossa di Paolo Borsellino... chi è citato nei suoi appunti sulla trattativa tra "Stato e Mafia" e siede tra le più alte cariche dello Stato, si mostrerà molto sensibile ed una mano non la negherà... in silenzio, naturalmente.

domenica 27 luglio 2008

Sempre più ampio il fronte "contro Contrada con Borsellino"


di Emiliano Morrone

Bruno Contrada, ex agente segreto condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, sta querelando Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo, ucciso a Palermo nel 1992.

Lo ha reso noto il suo legale. C’era da aspettarselo. Spero che Contrada sia coerente con questo proposito e, anzi, lo esorto a presentare in fretta la sua accusa. La formalizzi e si assuma la responsabilità, ora che ha gli anni e sostiene d’essere stremato, di citare per falso Salvatore Borsellino. Avrà contro l’Italia dei giusti, Contrada. E questo è già in conto, a mio avviso.

A rischio, a mia volta, d’una querela, interpreto la notizia dell’azione contro Borsellino come probabile, pura strategia d’un colpevole, un colpevole eccellente, riconosciuto tale dalla Suprema Corte di Cassazione.

Normalmente, scarcerato, Contrada avrebbe dovuto restare in silenzio ed evitare di inserirsi nell’agone mediatico.

Contrada collaborò con la mafia, e questo non lo dice la piazza ma la giustizia, chiusa la sua vicenda, repetita, al terzo e ultimo grado. Colpevole. Contrada, cioè, non fu innocente, non fu casto, non fu esemplare servitore dello Stato, al contrario di ciò che qualcuno fa passare su certi siti in rete.

Contrada colpì anzitutto lo Stato, e lo fece dall’interno stesso dello Stato, da uomo dello Stato, da poliziotto speciale pagato per scovare e bloccare ogni attacco allo Stato.

Andiamo per ordine. Perché Contrada vuole querelare Salvatore Borsellino? Le agenzie riportano dichiarazioni dell’avvocato, secondo cui il punto dolente è in recenti affermazioni di Borsellino relative all’idea che il fratello Paolo aveva di Contrada. Un’idea non affatto rassicurante, per usare un eufemismo. Contrada, quereli anche me, per aver concorso in diffamazione, in questo caso aggravata dal mezzo. Ai blogger seri, l’invito a ribadire lo stesso concetto, moltiplicandolo su Internet.

Paolo Borsellino non pensava che Contrada fosse un santo.

Ora devono parlare il presidente del Senato e il ministro della Giustizia, che hanno commemorato Paolo Borsellino il 19 luglio scorso. Perché il punto è questo: o il giudice era un visionario e un pessimo interprete della giustizia, e in tal caso non andava onorato da alte cariche dello Stato, oppure diceva il vero, e per questo non si può tollerare il silenzio ai vertici della Repubblica.

Forse, qualcuno, conoscendo i meccanismi dell’informazione, ha spinto Contrada a giocare la carta dello scontro con Salvatore Borsellino, oggi il riferimento per tantissimi giovani impegnati nell’antimafia. Di regola, il clamore suscita attenzione, commenti, curiosità, collocazioni.

Stiamo attraversando una fase critica, dopo l’incredibile trasferimento di sede e funzioni in capo al pm Luigi De Magistris. In politica, l’ormai famosa «casta», non è affatto vincolata all’elettorato nella sua interezza, ai cittadini, per usare concetti costituzionali (Giorgio Berti).

Che ogni parlamentare rappresenti la Nazione senza vincolo di mandato è più che dubbio, visto che la composizione di Camera e Senato è avvenuta mediante una legge di voto al di fuori dei princìpi democratici universali.

Se Contrada porta Salvatore Borsellino in tribunale, può apparire all’opinione pubblica come parte lesa. E, si sa, da quando in Italia c’è l’accentramento assoluto dell’informazione e della cultura, la memoria degli italiani va a farsi strabenedire, col risultato che un colpevole può diventare martire e un martire risultare colpevole.

Conosciamo, è datato, il vittimismo del presidente del Consiglio, che, di là da ogni partigianeria, sta prodigandosi perché della magistratura si abbia una sfiducia di massa. Questo atteggiamento è trasversale e lo abbiamo focalizzato subendo la solidarietà parlamentare all’ex ministro Clemente Mastella, riverberata dalla tv pubblica, pagata per obbligo dagli italiani.

L’Italia è veramente la negazione assoluta della democrazia: siamo in un tempo di assurdità e pericoli progressivi, tra poco dovremo tacere e restare asserviti ai poteri forti, se la politica riuscirà a comprimere e annullare, come sta avvenendo, l’autonomia e l’indipendenza della magistratura.

O Contrada vuole intimorire Salvatore Borsellino e fermarlo nella sua missione di portavoce dell’eredità di Paolo Borsellino, le querele sono sempre rogne; oppure prova a entrare negli ingranaggi dell’informazione, che ribaltano, riabilitano, creano consenso.

Che un anziano sofferente sia dipinto in un certo modo negli interventi pubblici di Salvatore Borsellino, che però soltanto ripete le parole di Paolo, è una situazione favorevole rispetto a cui calcare la mano. La nazione non sa, ed è ancora molto influenzabile. "L’ha detto la televisione" è il motto che nel Belpaese vale a giustificare l’ignoranza dilagante, individuale e collettiva, surrogando il celebre "ipse dixit".

Il piano è giocare sui sentimenti nazional-popolari per delegittimare l’azione antimafia di Salvatore Borsellino?

C’è nelle masse una schizofrenia della pietà: quella per Contrada, quasi ottantenne e smagrito dal carcere, e quella per Paolo Borsellino, ucciso dalla mafia (Michele Barillaro) e da pezzi dello Stato (Vincenzo Calcara, Gaspare Mutolo, Salvatore Borsellino).

E bisogna decidersi da che parte stare, dal momento che non si può essere in un tempo per Paolo Borsellino, ricordando l’orribile sua morte insieme agli agenti della scorta, e per Bruno Contrada, toccati dalla sua condizione fisica.

A questo punto, attendendo una solidarietà dello Stato per Salvatore Borsellino, vittima per la seconda volta, dopo l’annuncio della querela di Contrada, ci chiediamo se non ci sia un disegno - guardando anche alla sostituzione del giudice Morvillo a Marsala, al proscioglimento di indagati in "Poseidone" e all’imminente uscita del pm Bruni dalla conduzione di "Why not" -, accreditato anche dall’isolamento politico di Antonio Di Pietro, per distruggere il senso dello Stato espresso da una società civile sana e legalista.

Ci chiediamo se l’epoca delle ombre, di gelliana memoria, non si stia riproponendo in Italia con maggiore carica devastante e se i fondamenti della democrazia non vengano distrutti mediante l’annientamento della vigilanza critica diffusa, ribattezzata, per comodità, col termine ingannevole di antipolitica.

27 luglio 2008

Emiliano Morrone

Con Salvatore Borsellino

Aldo Pecora

Ammazzateci tutti

Benny Calasanzio

Sonia Alfano

La Voce di Fiore

sabato 26 luglio 2008

"E ora querelateci tutti"

Ultime: L'avvocato penalista Lipera (cofondatore del partito voluto da Cosa Nostra, in particolare da Leoluca Bagarella) ha reso noto di avere avuto formale incarico dal suo assistito, Bruno Contrada, di trasmettere copia degli articoli di stampa in merito alle accuse fatte da Salvatore Borsellino alla Procura della Repubblica competente per i reati ravvisabili d'ufficio. Nei prossimi giorni, intanto, verra' presentata contro il fratello del magistrato ucciso dalla mafia, fa sapere Lipera, querela per diffamazione continuata e aggravata a mezzo stampa.


di Aldo Pecora
Portavoce nazionale “Ammazzateci Tutti”

Spesso, parlando dei fatti calabresi, ho cercato di stigmatizzarne ironicamente l'assurdità cercando sempre, però, di non ridurne mai la loro triste e cruda drammaticità. Qui non siamo nuovi, purtroppo, alla protervia di taluni che, calpestando in ogni modo le leggi umane e dello Stato, con gli occhi
freddi e le mani ancora grondanti di sangue, o le tasche piene di soldi, hanno negato l'evidenza delle proprie azioni, per di più ergendosi a vittime, perseguitati, capri espiatori da sacrificare all'altare del giustizialismo popolare. Al tempo stesso questa è la regione dove, come ovviamente per tutto il Paese, viene sistematicamente punito chi cerca di esercitare la propria funzione nella società in maniera onesta, tutto funziona al contrario: chi denuncia viene denunciato e chi indaga viene indagato. Lo ripeto continuamente ai bambini che incontro nelle scuole, per semplificare questi concetti altrimenti difficili da comprendere: “in Calabria può capitare che i topi inseguano i gatti ed i ladri inseguano le guardie”. E se fino ad oggi ho preferito, per pietà, non entrare direttamente nelle vicende legate a Bruno Contrada, adesso non riesco a desistervi e voglio mettere nero su bianco, giusto per non essere frainteso, ogni mio convincimento. Lo faccio non tanto in segno di solidarietà all'amico Salvatore Borsellino, che non ne ha bisogno, ma quanto per suggerire al maggior numero possibile di persone il senso di disprezzo più profondo che ogni cittadino italiano dovrebbe in questo momento riservare esclusivamente al Contrada. Innanzitutto chiariamo una cosa: Bruno Contrada ha concorso con la mafia e, seppur le sue mani non si siano macchiate direttamente del sangue di Falcone, Borsellino e degli uomini delle scorte, indirettamente lo considero anche io un assassino: così come è punito con la stessa pena di chi uccide anche chi concorre all'omicidio, io considero parimenti mafioso anche chi concorre più o meno direttamente o indirettamente a qual si voglia sodalizio criminale. Chiariamo anche una seconda cosa: Bruno Contrada non ha mai chiesto la Grazia al Presidente della Repubblica, proprio perché non ha mai ammesso di essere colpevole, nonostante le prove schiaccianti che ne hanno determinato la condanna in tutti e tre i gradi di giudizio. Non meno importante l'atteggiamento adottato dai familiari del Contrada, i quali spesso hanno accennato a “verità sconcertanti”, senza mai però denunciare queste verità alle autorità competenti. “Bruno sta pagando per tutti”, hanno spesso detto. Rincaro io la dose: Bruno Contrada è un personaggio che Sciascia avrebbe categorizzato tra gli ominicchi, un complice, un codardo, perché continua ancora a coprire le vergogne, gli interpreti ed i responsabili di chi, come spesso dice Salvatore Borsellino, ha costruito la cosiddetta Seconda Repubblica impastando assieme al cemento, il sangue delle stragi del '92. Chiariamo in terza istanza anche il fatto che Bruno Contrada non è stato scarcerato per decorrenza dei termini, come per Riina Junior, e che il reato di concorso esterno in associazione mafiosa a lui contestato non si è prescritto come per il senatore a vita Giulio Andreotti. A Bruno Contrada è stata revocata la misura della detenzione perché evidentemente per lui la legge è più uguale piuttosto che per altri, perché è riuscito a suscitare un non meglio identificabile senso di pietà, di pena, nei confronti di qualche animo pio. Alla notizia di prossime sue querele a Salvatore Borsellino anche io, oggi più di prima, provo pena, anzi, disprezzo per Bruno Contrada: provo pena per un ominicchio che prima di appellarsi alle leggi ed alle Istituzioni dello Stato, dovrebbe scontare fino all'ultimo giorno, in carcere, fino all'ultima ora, in carcere, la pena infertagli per aver tradito quelle stesse leggi e quelle stesse Istituzioni dello Stato Repubblicano. Prima di minacciare querele, Contrada dovrebbe soltanto inchinarsi di fronte a tutta la famiglia Borsellino, chiedendo umilmente perdono delle proprie malefatte ed omissioni di fronte a loro, a Dio ed alla storia. E prima di invocare le leggi a tutela del suo Onore, dovrebbe dimostrarci di possederlo, l'Onore. Credo che nei corsi per le Scuole di Polizia si dovrebbe espressamente insegnare ai giovani aspiranti servitori dello Stato ad essere non tanto dei bravi poliziotti, ma certamente sforzarsi ad essere l'esatto contrario di Bruno Contrada.

venerdì 25 luglio 2008

Scarcerazione, domiciliari, revisione del processo. E la santità?


Non so come commentare quello che sta accadendo. E' incredibile, abnorme, viscido, imbarazzante, umiliante, vergognoso. Ieri, scherzando, annunciavo una possibile revisione del Maxiprocesso. Oggi ho paura di aver fatto una previsione azzeccatissima. Un giorno dopo quello scherzo siamo arrivati alla revisione di un altro processo, non meno importante: quello a Bruno Contrada, che dopo tre gradi di giudizio è stato condannato come colluso con Cosa Nostra. Il 7 ottobre prossimo, infatti, davanti alla Corte di Cassazione si discuterà della revisione. Scarcerazione, revisione del processo e ora pure querele. Il traditore Contrada c'ha preso gusto con l'impunità e definisce ''farneticanti e non meritevoli di ciascun commento'' le dichiarazioni che ieri ha rilasciato Salvatore Borsellino, unica voce autorevole che si è levata indignata a fronte di un'apatia quasi totale. E il fratello del traditore Contrada, Vittorio, ha annunciato pure l'intenzione di querelare Salvatore Borsellino. Siamo alle comiche finali. Uno che moralmente ha sulla coscienza decine di morti, come Boris Giuliano, come Paolo Borsellino, che querela il fratello del giudice che moriva mentre lui si costruiva un alibi su un motoscafo circondato da agenti dei servizi. Cosa dobbiamo aspettarci ancora? Ve l'ho detto, Riina libero. Fidatevi. Per Provenzano e i Lo Piccolo dovete aspettare, abbiate pazienza. Non so cosa organizzaremo per protestare contro queste porcate, contro questi uomini che in cambio del silenzio sui peggiori segreti dello Stato stanno ricevendo la libertà. Chiunque volesse manifestare, fare sit-in pacifici sotto casa della sorella del traditore Contrada, dove lui è "costretto" ai domiciliari, ha la mia "benedizione". Ecco l'indirizzo: San Giovanni de la Salle n°21 Varcatura (Na). Se è il caso sono pronto a raggiungervi.

P.s. Qui l'intervista di Salvo Palazzolo (Repubblica) a Salvatore Borsellino.

giovedì 24 luglio 2008

E anche Contrada è fuori, ora tocca a Riina


Come largamente previsto, alla fine Bruno Contrada c'è l'ha fatta a lasciare il carcere, dove si trovava non per errore ma perchè ha favorito Cosa Nostra. Non c'è sorpresa, non c'è scandalo. Lo Stato deve mantenere le promesse. Avete voluto la cessazione delle bombe del 92-93? E allora fate silenzio. Purtroppo questo è solo un altro tassello, ne mancano altri. Oggi vi dico che il prossimo passo sarà la revisione del Maxiprocesso di Palermo. Riina non può continuare a stare in carcere. Gli si è pure sposata la figlia, come una star. Ecco cos'ha scritto indignato Salvatore Borsellino, che ormai, come tutti noi, si è abituato a trasformare le delusioni di uno Stato-vergogna in forza e rabbia.

Pochi minuti fa mi è arrivata la notizia della scarcerazione di Contrada, sotto la forma di arresti domiciliari per motivi di salute. Non posso accettarla, il mio animo si rivolta, il constatare che agli assassini di mio fratello non è bastato ucciderlo ma che stanno anche completando l'opera mi ripugna, mi sconvolge. Ho voglia di farmi giustizia con le mie mani dato che la Giustizia in questo nostro sciagurato paese non esiste più. Paolo considerava Contrada un assassino e lo stesso lo considero io e per gli assassini non ci può essere ne perdono ne pietà. Non è una mia idea, Paolo disse più di una volta ai suoi familiari parlando di Contrada "solo a fare il nome di quell'uomo si può morire". Contrada era in carcere, il solo finora a pagare per quei pezzi deviati dello Stato che con la criminalità mafiosa hanno trattato e per portare avanti questa trattativa hanno fatto uccidere Paolo Borsellino e con lui tutta la sua scorta, ragazzi mandati a morire senza nessuna difesa ne possibilità di salvezza da chi sapeva che il carico di tritolo, anzi di Semtex, l'esplosivo usato per le stragi di Stato, era già stato depositato in Via D'Amelio. Contrada era un simbolo, il simbolo di una Giustizia che qualche volta, solo qualche volta, riesce ad inchiodare i colpevoli.
Adesso quelli che lui ha servito e che sono rimasti fuori dalla galera, che non sono mai stati finora indagati perhè i pochi giudici che hanno tentato di farlo sono stati subito ridotti al silenzio, come ha detto l'altro giorno il giudice Scarpinato al Palazzo Steri di Palermo, sono riusciti a tiralrlo fuori come gli avevano promesso per evitare che potesse parlare e trascinare in galera anche loro. Avrei potuto accettare che finisse i suoi miseri giorni a casa sua, se anche gli altri avessero pagato, se fossero partite quelle indagini che non andranno mai avanti sui mandanti occulti della strage, su quelli che non si possono chiamare "mandanti esterni" perchè sono "interni" allo Stato ed alla stessa magistratura. Ma, come disse Sciascia, "lo stato non può processare se stesso" e quello che c'era scritto sull'Agenda Rossa di Paolo consente di tenere in piedi una rete di ricatti che consente di mettere tutte le pedine al posto giusto, di manovrare i pezzi necessari, ed arrivare alla fine della partita. Se venissero portate avanti le indagini sulle telefonate partite dal centro del Sisde sul Castello Utveggio, Contrada ed tanti altri insieme a lui potrebbero andare in carcere non per concorso esterno in associazione mafiosa ma per concorso in strage e forse sarebbe allora più difficile tirarli fuori dal carcere, sarebbe più difficile concedere anche a loro l'immunità come per le alte cariche dello Stato, se ne potrebbe salvare uno ma non tutti. Ho eliminato dal mio vocabolario due parole, la speranza ma anche la disillusione, lo scoraggiamento. Ce ne sono rimaste solo due la parola rabbia e la parola lotta e a gridare la mia rabbia e a lottare continuerò finche avrò voce, finchè avrò vita.

mercoledì 23 luglio 2008

Il convegno scomparso


C'era mezza Procura di Palermo: Ingroia, Scarpinato, Messineo. C'era Salvatore Borsellino, il fratello di Paolo. C'era Rita, la sorella. C'era Luigi De Magistris, che per la prima volta parlava dopo il rigetto del ricorso in Cassazione. C'era un importante giudice spagnolo. C'erano centinaia di persone assiepate nella grande sala di Palazzo Steri. Ce ne erano altrettante fuori. C'era Pino Maniaci, di Telejato, il giorno dopo l'incendio intimidatorio all'auto dell'emittente. C'era l'austero conoscitore del fenomeno mafioso e direttore di Antimafia2000 (organizzatore dell'evento), Giorgio Bongiovanni. Ma per chi non c'era, per chi era impossibilitato ad essere presente, quell'incontro non è mai esistito. Dopo aver ascoltato le parole dei relatori, soprattutto quelle durissime di Ingroia, di De Magistris, immaginavo, male che andasse, almeno una pagina intera sull'inserto palermitano di Repubblica. Tra le tante commemorazione del dottore Borsellino, forse quella di palazzo Steri è stata quella più "importante" in termini di progettazione, di proposte per il futuro, di spietata analisi del presente rispetto al 1992. Niente da fare. Nemmeno un trafiletto, nemmeno un sommario. Niente. Hanno deliberatamente cancellato non una notizia, ma un evento: i magistrati più importanti d'Italia, centinaia di persone, il meglio dell'informazione antimafia in Italia spariti, mai esistiti. Con un colpo di penna tutto è scomparsa. Altro che scomparsa dei fatti. La notizia è abortita prima ancora di essere fecondata. Se vogliamo essere scolastici e pignoli, era un evento che aveva in sè tutti i criteri di notiziabilità giornalistica; vogliamo sapere il perchè sia stato cancellato. Le ragioni, non è dato conoscerle. L'errore commesso il giorno prima nel trafiletto di Repubblica (hanno scritto che il convegno era in una biblioteca piuttosto che nel luogo corretto)? Un errore non voluto, si pensava. E alla luce del silenzio tombale? Non è dato saperlo. Uno sgarbo alla Procura? Non è dato saperlo. Ciò che certo è che tutta quella gente era lì per Paolo Borsellino ma anche per il presente, per evitare di dover commemorare altre persone, altri magistrati. Ma tutto questo, ancora una volta, non è esistito. Sul sito di Radio Radicale è presente tutto il convegno diviso per relatori (http://www.radioradicale.it/scheda/258653). Non ci siamo ancora rassegnati all'idea di essere soli e isolati. Che poi, in fin dei conti, forse è la nostra forza, la prova della genuinità del nostro messaggio, che hai tanti potenti, alle lobby giornalistiche non piace. Proviamo, anche stavolta, a fare da soli.

lunedì 21 luglio 2008

Intervista a Radio24


Questa è la puntata che Roberto Galullo, giornalista del Sole24Ore, ha dedicato su Radio24 all'anniversario di Via d'Amelio. Ha voluto raccontare nel suo programma, "Guardie o ladri", anche la storia di mio nonno e di mio zio. Gliene sono davvero grato. Qui potete scaricare l'audio direttamente dal sito di Radio24.

domenica 20 luglio 2008

Di Pisa, il "pacco" nei giorni di Paolo


Sedici anni e un giorno dal 19 luglio 1992, omicidio di Paolo Borsellino. Diciannove anni dal fallito attentato a Giovanni Falcone sugli scogli dell'Addaura. Diciannove anni dalle lettere del Corvo contro Falcole e altri magistrati della Procura di Palermo. Ventuno anni dal "giuda" Geraci che beffa Falcone candidato al ruolo di capo dell'Ufficio Istruzione. Vent'anni dall'avvento di Meli e dalla sua deliberata demolizione del Pool. Ventuno anni dal "professionista dell'antimafia" affibiato da Sciascia a Paolo Borsellino. Tanti anni tornati tutti d'un tratto con le sembianze di Alberto Di Pisa. Anni bui, amari, velenosi tengono di nuovo banco, come sempre, a danno dei migliori. Non parliamo di filosofia, ma di cronaca. E nella cronaca di questi giorni, da una parte c'è Alfredo Morvillo, che dell'essere fratello di Francesca e cognato di Giovanni Falcone, c'ha solo perso, perchè siamo l'Italia. Dall'altra c'è Alberto Di Pisa, nominato dal Csm Procuratore Capo di Marsala, la Procura che era stata di Borsellino, proprio ai danni del dottor Morvillo. Un regalo alla memoria di Paolo Borsellino, e, non gliene voglia, anche a quella del suo nemico giurato, il fu Giovanni Falcone. Di Pisa era stato accusato alla fine degli anni Novanta di essere l'autore delle lettere denigratorie alla Procura di Palermo; era stato indicato come "il corvo" che firmava le missive volte a minare la credibilità di Falcone e farlo passare quasi come mandante dello sterminio dei corleonesi, grazie alle gestione dei pentiti. Per quelle lettere anonime, scritte con una macchina Triumph Adler su carta del Poligrafico in dotazione ad uffici di polizia, Di Pisa fu processato a Caltanissetta. Dopo una infuocata requisitoria del Pm Ottavio Sferlazza, fu condannato in primo grado a diciotto mesi per calunnia. Ma in appello arriva l'assoluzione. Il vice presidente del Csm di allora, Giovanni Galloni, gli chiede addirittura "scusa" e lo reintegra nelle funzioni. E allora, perchè le polemiche di questi giorni, perchè ne riparliamo? Di Pisa è innocente, o no? Evidentemente si. In questi giorni si giudica solo "inopportuna" la sua nomina. "E' stato assolto ma...", "E' uscito pulito dalla vicenda del Corvo ma...": si dice così in giro. E' finita davvero così quella storiaccia? Di Pisa era stato incastrato da un impronta digitale lasciata su una lettera "del corvo" inviata alla Procura, che in moltissimi punti corrispondeva con la sua. Fu assolto in appello solo e soltanto perchè l'impronta dell' indice sinistro, prelevata di nascosto dall’alto commissario Domenico Sica su una tazzina di caffè appena utilizzata da Di Pisa, fu giudicata in appello "inutilizzabile". L'impronta, riprodotta in laboratorio, però non lasciava dubbi. Ma era stata trattata con sostanze chimiche, ed era, decise l'allora sostituto procuratore generale Marianna Li Calzi, "deteriorata". E poi, dice la sentenza, "impronta era stata carpita in modo illecito". Ma era sua o no? I periti tedeschi dissero nella perizia, "si". Ma non servivano impronte, non serviva scomodare i chimici tedeschi. Bastava leggere le dichiarazioni di Di Pisa all'audizione del Csm il 21 settembre 1989, riportate da Marco Travaglio:

«Disapprovo la gestione dei pentiti e i metodi d’indagine inopinatamente adottati nell’ambiente giudiziario palermitano (…), una certa concezione di intendere il ruolo del giudice e lo stravolgimento dei ruoli e delle competenze istituzionali (…), l’interferenza del giudice con la funzione dell’organo di polizia giudiziaria (…). Falcone prese contatti e impegni con le autorità americane a titolo non si sa bene come, concernenti provvedimenti di competenza della corte d’appello (....) Il GI (Falcone) si trasforma anche in ministro di Grazia e giustizia (…). Emerge la figura del giudice “planetario” che si occupa di tutto e di tutti, invade le competenze, ascolta i pentiti e non trasmette gli atti alla Procura (…), indaga al di là di quello che è il processo (…). Una gestione dei pentiti familiare e gravemente scorretta, per non usare aggettivi più pesanti (…). Falcone portava i cannoli a Buscetta e Contorno (…), un rapporto confidenziale, una logica distorta tra inquirente e mafioso (…). Falcone fece pervenire tramite De Gennaro a Contorno e Buscetta i suoi complimenti per il modo sicuro in cui si erano comportati (al maxiprocesso, ndr). Voleva un ruolo passivo per il pm che assisteva agli interrogatori (…). La gestione dei pentiti e il contatto con gli stessi è stato sempre monopolio esclusivo del collega Falcone e di De Gennaro (…). Io avevo manifestato una differenziazione tra una posizione garantista e quella sostanzialista (di Falcone, ndr). Per carità, non voglio insinuare nulla, ma in tutti gli interrogatori dei pentiti, di Buscetta, di Contorno, di Calderone, non vi sono contestazioni: tutto un discorso che fila, mai un rilievo, mai una contraddizione fatta rivelare dall’imputato». E ancora: Di Pisa accusò Falcone di condotte «di inaudita gravità» e di «stravolgere le regole e le competenze istituzionali», nonché di «intrecci e alleanze con i giornalisti». Del Corvo c'è lo zampino, manca solo il becco.

giovedì 17 luglio 2008

Il sarà De Magistris


Il dottore Luigi De Magistris, Sostituto Procuratore della Repubblica al Tribunale di Catanzaro, lavora nel suo ufficio calabrese e dietro la sua sedia ha una grande foto di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, nella loro posa diventata ormai icona. Luigi De Magistris è stato punito dal Csm per quella foto. Lo ha detto chiaramente il Procuratore Generale della Corte di Cassazione, Vito D'Ambrosio. Durante la sua pedagogica requisitoria contro De Magistris, ha sostenuto che il magistrato napoletano «interpreta in modo errato e distorto» il suo ruolo, come una «missione» più che come «un mestiere». E non è questo «modello» di magistrato che disegna la Carta e che serve alla «democrazia ordinaria». De Magistris ha sbagliato tutto. Quella foto è sbagliata, la sua idea di magistratura è sbagliata. Nessuno invece ha travolto di polemiche D'Ambrosio, nessuno si è indignato di fronte alle parole di un uomo delle Istituzioni che dice di interpretare la magistratura come una gelateria, come una macelleria, come un bar. Come un lavoro uguale a tanti altri. Questa è pura follia per chi conosce la Giustizia, per chi l'ha subita e per chi l'ha avuta. Questo modo di intendere la magistratura è esattamente l'opposto di come l'hanno intesa i grandi magistrati italiani, come Paolo Borsellino, come Giovanni Falcone, come Rosario Livatino, come Antonino Caponnetto, come Gaetano Costa, come Antonino Scopelliti e come tanti, tanti altri che per la maggior parte oggi non sono qui con noi, per fortuna, a ripensare alle parole scellerate di D'Ambrosio. Tra questi "missionari della legge" molti sono morti solo ed unicamente proprio perchè hanno interpretato la magistratura come una missione di vita, perchè hanno provato a "tutelare" la Costituzione, perchè si erano prefissi l'obiettivo di liberare intere regioni da Cosa Nostra, dalla Camorra, dalla N'drangheta, come ha fatto Luigi De Magistris durante gli anni di Catanzaro. Si può questo definire "semplice lavoro" o sarebbe più appropriato parlare proprio "missione"? Di contro, coerentemente con la sua linea di pensiero, D'Ambrosio è un perfetto "mestierante" della magistratura. E' proprio lui che ha sempre inteso la sua professione un lavoro come un altro, un lavoro che si può lasciare per fare politica, per diventare consigliere regionale e poi addirittura presidente della regione Marche per due volte, e poi, infine, quando si viene sconfitto, riprendere serenamente. Con la stessa autonomia, con la stessa imparzialità. Come avrebbe potuto D'Ambrosio non accusare il "missionario" De Magistris, D'Ambrosio, lui che grazie al Mastella Ministro della Giustizia ha evitato una ispezione mentre era Commissario Straordinario per la ricostruzione post terremoto nelle Marche, nella fattispecie richieste per fare chiarezza sui lavori della ricostruzione? Non sarebbe stata una macroscopica "inadeguatezza" affidare a lui l'accusa a De Magistris? E infine, è legittimo tornare a fare il magistrato dopo ben dieci anni d'esperienza politica e ricoprire immediatamente una carica così delicata? Per un professionista, per uno che fa il magistrato solo per lavoro, per guadagnare e vivere tranquillo, la risposta è senza dubbio "si". D'Ambrosio, prima di esprimere quelle "opinioni" su un magistrato come Luigi De Magitris, dovrebbe ricordare di aver sostenuto l'accusa contro Cosa Nostra al maxiprocesso che era stato istruito, tra intimidazioni e falliti attentati, dai due più grandi "missionari" che la magistratura italiana possa ricordare e di cui, dice, essere stato un grande amico. O D'Ambrosio ha dimenticato se stesso, o le sue parole sono frutto di altri fattori, di altre circostanze molto meno nobili. Lasciamo da parte D'Ambrosio. Lasciamoci con le parole di Luigi De Magistris. Non sappiamo cosa farà adesso, non sappiamo cosa accadrà. Ma in quella che lui ha interpretato come una "missione" ha coinvolto, senza chiederlo e senza volerlo, centinania di migliaia di persone, che grazie a lui hanno riscoperto il valore altissimo della magistratura anche al di là del singolo magistrato, che hanno smesso di parlare al passato, di parlare dei morti e si sono uniti per tutelare i vivi, e, allo stesso tempo una intera categoria bersagliata da ogni parte da giavellotti di carta bollata e dichiarazioni di follia. Domani, guarda caso, De Magistris sarà ad un convegno per ricordare Paolo Borsellino. D'Ambrosio, invece, da qualche altra parte. Dall' intervista concessa a Michele Cucuzza per il libro "Sotto i quaranta":

La magistratura rimane uno dei mestieri più affascinanti. Consiglio questo lavoro a tutti quelli che hanno sete di giustizia e voglia di "cambiare" le cose. Con il Diritto si può fare molto. Bisogna esercitare le funzioni con un alto senso dell'indipendenza, dell'autonomia e con un enorme rispetto per le persone che si incontrano per ragioni di servizio.

mercoledì 16 luglio 2008

Pippo Gianni non lamentarti, io ti penso!


Oggi ho trovato un commento firmato dalla segreteria dell'assessore regionale Pippo Gianni, Udc. Uomo dal passato costellato da indagini e circostanze poco chiare. Si lamentano di alcuni "attacchi ingiustificati". Nel post commentato avevo detto di Gianni, che per me, non se la prenda, non è onorevole, le seguenti parole: "Non si comprende invece la nomina di Pippo Gianni, indagato per voto di scambio, arrestato, condannato, poi assolto, chiamato in causa da vari pentiti come medico della mafia, indicato vicino ad alcuni clan mafiosi dalla Dia". La sua segreteria scrive:
Attacchi Diffamatori da alcuni BLOG. Apprendiamo, con amarezza, che alcuni BLOG, con attacchi la cui violenza verbale è assolutamente ingiustificata, cercano di sporcare l'immagine di un uomo che da anni dedica interamente le proprie energie al servizio dei siciliani, come medico e come politico: l’On. Pippo Gianni. Siamo fermamente convinti che le libertà di parola e di espressione di tutti debbano essere garantite e difese, soprattutto quando ciò che viene detto o scritto è contro di noi.È facile atteggiarsi a paladini e garanti delle libertà di chi la pensa come noi. Piuttosto, è difficile il contrario, ed infatti non accade spesso. L’On. Gianni e noi, suoi collaboratori, siamo da sempre in prima linea quando si tratta di difendere il diritto di pensarla diversamente da noi; tuttavia, spesso, in Italia, ci si dimentica che il diritto alla critica può essere esercitato utilizzando toni civili e garantendo il contraddittorio, senza urlare, insultare, mentire o strumentalizzare. Il web è uno strumento prezioso per l’informazione e rappresenta uno spazio in cui tutte le voci possono trovare diffusione; tuttavia, riteniamo che sia dovere di chi affida ad internet le proprie parole divulgare affermazioni basate su fatti concreti e verificabili, sempre nel rispetto della dignità della persona. Noi siamo aperti al confronto e invitiamo chiunque abbia desiderio di confrontarsi con noi a contattarci, evitando, però, toni e parole non consone ad una conversazione civile. La Segreteria dell'On. Pippo Gianni.

So che voi vorreste sapere di più e soprattutto la verità (non pagata, come quella della sua segreteria) su Pippo Gianni. Non posso farlo. Dovete aspettare :-)

lunedì 14 luglio 2008

Assenza giustificata e incontro a Palermo


Devo chiedere scusa a chi ultimamente ha visitato il blog e lo ha trovato schifosamente non aggiornato. Sto lavorando (ed ultimando) ad un grosso progetto editoriale su cui per adesso non posso proferir verbo. Posso assicurarvi che sarà una bella cosa, soprattutto per i siciliani, sto solo cercando qualcuno che la pubblichi. Nel caso in cui non trovassi nessuno, produrrò tutto da me, con le piattaforme che esistono su internet e lo commercializzerò esclusivamente sul web, pubblicizzandolo con il vostro aiuto. Potrebbe essere una nuova frontiera, chi lo sa! Nonappena avrò la certezza della pubblicazione ne darò tempestiva notizia, così chi deve cominciarsi a "tutelare" potrà iniziare ad attivare i propri legali. Secondo punto: volevo invitarvi tutti all'incontro che ci sarà a Palermo il 18 luglio alle 20.30 a Palazzo Steri dal titolo "La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino" L'incontro sarà moderato da Anna Petrozzi, caporedattore di AntimafiaDuemila e interverranno Salvatore Borsellino, Luigi De Magistris, Roberto Scarpinato, Antonio Ingroia, Giuseppe Lumia e il direttore di AntimafiaDuemila Giorgio Bongiovanni. Un modo tutto nostro di ricordare il dottore Borsellino, non di commemorarlo, senza politici, senza "istituzioni" compromesse. E infine, sabato 19 luglio alle 19.30 su Radio 24 Roberto Galullo dedicherà la sua trasmissione all'anniversario di Via D'Amelio, e interverrò anch'io. Curiosi per libro? Bene!

venerdì 11 luglio 2008

Piazza Navona dalla mia telecamera

Seconda parte del dossier sui Testimoni di Giustizia (che Maroni non ha letto)

Documenti: I documenti di copertura vengono rilasciati pressoché immediatamente. Mantenendo le generalità reali c’è il pericolo di poter essere individuati, soprattutto attraverso i terminali dei computer non protetti dell’INPS o dal Comune di residenza. Il nuovo e falso indirizzo di residenza presente nei documenti di solito viene individuato in caserme dei carabinieri o questure lontane dalla località segreta. Nella carta di identità di un testimone che utilizza documenti di copertura, c’è codice segreto, insignificante per un non addetto ai lavori, che attesta l’essere un testimone. La legge individua la principale garanzia di sicurezza del testimone nella condizione di maggior «anonimato» possibile. La mimetizzazione anagrafica avviene tramite il rilascio di documenti di identità con nominativi fittizi. La documentazione di copertura, oltre alla carta d’identità e alla patente, può comprendere anche il libretto di lavoro, il libretto sanitario, il codice fiscale Non abbiamo nessun codice fiscale (e i datori di lavoro lo chiedono), e altri documenti. Il decreto legislativo 29 marzo 1993, n. 119, ha introdotto un’altra misura anagrafica finalizzata a garantire la sicurezza dei soggetti protetti: il cambio definitivo di generalità, con la creazione di una nuova posizione anagrafica nei registri di stato civile. Il beneficio del cambio di generalità è stato previsto dal legislatore solo in casi eccezionali, quando ogni altra misura risulti inadeguata. Difficoltà connesse al cambiamento delle generalità: soprattutto nel contesto lavorativo e nel riconoscimento dei titoli di studio acquisiti. di generalità di persona nata e vissuta in uno Stato estero benchè egli non conoscesse «una sola parola» della lingua di quel Paese, circostanza che avrebbe messo a rischio la segretezza del suo status di testimone di giustizia, essendosi egli imbattuto in una collega di lavoro nata nella medesima località estera. Riguardo al cambio delle generalità per i cittadini italiani, sino al 21 gennaio 2007, ne sono stati concessi 28 a favore di testimoni di giustizia e 52 a favore di loro familiari.

Divieti: tornare nella terra di origine. Nessuno, nemmeno i parenti, deve conoscere la località segreta. Ogni violazione può significare, nei casi più gravi, l’espulsione dal programma di protezione. Divieto di incontrare i parenti senza autorizzazione, divieto di svelare l’identità a conoscenti, obbligo di riferire se si incontrano persone della stessa regione o paese di provenienza.

Punti importanti della relazione della Commissione Antimafia sui Testimoni di Giustizia, Relatore: on. Angela NAPOLI) Approvata dalla Commissione nella seduta del 19 febbraio 2008

A conclusione del Documento, il I Comitato ha ritenuto opportuno segnalare una serie di proposte:

per tutti i testimoni è necessario un sistema di cautele che li preservi da ogni azione intimidatrice o violenta da parte degli autori dei reati e che comprenda la possibilità che i testimoni vengano escussi a distanza. Tale previsione è giudicata dal Comitato uno strumento utile all’effettiva tutela dell’integrità fisica e psicologica del testimone, idoneo, tra l’altro, alla realizzazione di risparmi per lo Stato in ordine alle spese di trasferimento dei testimoni;

per i testimoni sottoposti al programma speciale di protezione è necessaria una disciplina del programma stesso e delle misure di assistenza « che li differenzi completamente dalla corrispondente disciplina prevista per i collaboratori di giustizia »;

occorre garantire che le misure di assistenza economica, predisposte a favore dei testimoni, assicurino effettivamente il pregresso tenore di vita goduto dai medesimi e dai loro nuclei familiari;

è necessario prevedere che la Commissione centrale risarcisca interamente il danno patito dal testimone, con facoltà di sostituirsi ad esso nel procedimento per il risarcimento del danno di competenza del Commissario straordinario ai sensi della legge 7 marzo 96, n. 108 (Disposizioni in materia di usura) e della legge 23 febbraio 1999, n. 44 (Disposizioni concernenti il Fondo di solidarietà per le vittime delle richieste estorsive e dell’usura). Questo obiettivo consentirebbe allo Stato «di non rinunciare alla meritoria opera dei testimoni per i quali, bisogna ricordarlo, permangono validi tutti i diritti e tutte le libertà connesse allo status di libero cittadino».

La Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa o similare ha condotto – attraverso il I Comitato – un programma di attività conoscitive teso a verificare le modalità con cui – in applicazione della normativa vigente – viene oggi attuata la gestione dei testimoni di giustizia, sia sotto il profilo della sicurezza, sia sotto i profili connessi con il soddisfacimento dei bisogni materiali, psicologici, economici e sociali riferibili ad essi stessi e ai rispettivi nuclei familiari. Tutto ciò al fine di mettere in luce gli eventuali elementi di criticità e di indicare ogni possibile iniziativa per rimuoverli. Il quadro che ne è emerso attesta, con ogni evidenza, la necessità di rapidi interventi sia sul piano della normativa vigente, sia su quello della revisione delle ordinarie procedure.

I testimoni complessivamente auditi dalla commissione sono: Piera Aiello, Giuseppe Carini, Rossella Castiglione, Rosina Benvenuto, Calogero Melluso, Giuseppe Masciari, Innocenzo Lo Sicco, Silvio De Falco, Giuseppe Grasso e Francesca Franze`, Ernesto D’Alessio, Silvio Aprile, Lucio Casciaro, Biagio Noverino, Pina Paola Monni, Antonio Candela e Francesca Inga, Luigi Coppola.

Deficit informativo circa i diritti e doveri connessi con l’assunzione dello status di testimone di giustizia. Molti testimoni hanno riferito di non essere stati adeguatamente informati in ordine ai diritti e agli obblighi correlati alla loro posizione. La più frequente doglianza che essi muovono sul punto è costituita dalla non corrispondenza tra la scelta di vita operata – che molti di essi non esiterebbero a ripetere – connessa a quanto gli viene prospettato e la situazione di tutela e assistenza in cui poi vengono concretamente a trovarsi.

Difficoltà riscontrate nel reinserimento nel contesto sociolavorativo. i testimoni di giustizia cui è applicato lo speciale programma di protezione hanno diritto se dipendenti pubblici, al mantenimento del posto di lavoro, in aspettativa retribuita, presso amministrazioni dello Stato al cui ruolo appartengono, in attesa della definitiva sistemazione anche presso altra amministrazione dello Stato. Nessuna norma è, dunque, prevista per garantire l’assunzione di coloro che non sono dipendenti pubblici.

Inadeguatezza delle misure di protezione.

In alcuni casi, i testimoni di giustizia ascoltati – citando episodi specifici – hanno denunciato l’inadeguatezza delle misure di protezione poste in essere a loro tutela sia nelle località protette che in quelle di origine. Un altro (che risiede nella località di origine) ha rappresentato che la tutela gli viene assicurata solo fino alle ore 19. E ci sono anche altre cose per la sicurezza (che non posso dire, perché se pubblicati, sarebbero un’arma letale).

Discrasie tra il dettato normativo e i risultati applicativi in ordine alla necessita` di garantire ai testimoni il mantenimento del pregresso tenore di vita.

Carenze nel campo dell’assistenza sanitaria.

Problemi relativi agli aspetti logistici.

Il direttore del servizio centrale: sono pazzi. In data 18 settembre 2007 si è proceduto all’audizione del generale di brigata dei Carabinieri Antonio Sessa, Direttore del Servizio centrale di protezione. Sulle dichiarazioni dei testimoni, che si lamentavano di alcune lacune del sistema, Sessa ha posto in dubbio la perfetta lucidità mentale di alcuni testimoni. Relativamente ad altro testimone ha avanzato perplessità sulla stabilità psicologica, ipotizzando che alcuni dei problemi segnalati erano stati provocati dallo stesso testimone. Di un altro testimone ha riferito che è difficilmente gestibile in ragione della sua tendenza a esporsi mediaticamente – così vanificando le misure di protezione, fondate soprattutto sulla mimetizzazione. (Riferimento a Pino Masciari, che secondo loro dovrebbe stare in silenzio).

Gli aspetti critici denunciati sono complessivamente ascrivibili a:

– scarsa professionalità e sensibilità degli operatori di polizia che non hanno saputo rispondere adeguatamente alle peculiarità che ciascun caso richiedeva;

– scarsa assistenza, specie nella fase iniziale di ammissione alla speciale protezione, a chi abbandona un modo di vivere per assumerne un altro completamente diverso;

non ci hanno mai dato per iscritto i nostri diritti (rimborsi e altro), ma ci hanno dato solo delle spiegazioni dei nostri doveri (come se fossimo dei pentiti di mafia).

– situazioni familiari talvolta complesse (genitori separati e problematiche connesse ai figli, genitori anziani e non autosufficienti, ecc.) che non hanno trovato opportuna assistenza;

– limitata capacità degli organi di protezione a «trattare» i testimoni che svolgevano l’attività di imprenditore nella località di origine e avrebbero voluto continuare a svolgerla, anche nella realtà

protetta;

difficoltà a cambiare generalità anche quando la situazione autenticamente lo richieda;

– capitalizzazioni «anticipate» che sembrano aver perso la loro reale finalità connessa ad un effettivo recupero del testimone nell’ambito lavorativo e sociale;

– minacciata sicurezza nei luoghi protetti, in quanto i testimoni di giustizia mantengono, anche per esigenze connesse al pregresso mondo del lavoro e/o a strascichi di situazioni patrimoniali familiari,

rapporti con i luoghi di origine;

– difficoltà di alcuni testimoni-imprenditori a mantenere rapporti col mondo bancario e finanziario, per il particolare status di persone protette nel quale si sono venuti a trovare;

situazioni patrimoniali e rapporti societari che, nonostante lo status di protezione e gli anni trascorsi, non sono stati definiti.

Importante! Parole della Commissione: L’impressione è che l’amministrazione dei testimoni venga attuata secondo una gestione a sportello anzichè ricorrere al metodo, certo più impegnativo ma più adeguato, relazionale.Solo attraverso un cambiamento radicale della gestione dei testimoni è possibile migliorare l’efficacia di un modello che si presenta non più adeguato alla specificità della figura del testimone. I parametri adottati per la selezione del personale da assegnare al Servizio centrale, ritenuti dal Direttore del servizio strumento adeguato ad assicurare livelli accettabili di professionalità risultano, invero, del tutto incompatibili con la denunziata necessità di costituire un corpo di professionisti non solo della tutela, ma anche dell’assistenza socio-psicologica, perchè tale è, nella realtà, il compito che essi si ritrovano a svolgere. Il quadro emerso dall’attività di inchiesta svolta dal I Comitato attesta la necessità di rapidi interventi: sul pano della normativa vigente può procedersi a singole e specifiche modifiche, ovvero può puntarsi ad una più complessiva e radicale riforma del sistema di protezione. L’inefficienza non riguarda casi isolati ma, sistematicamente, anche se con forme e modalità che variano da caso a caso, tutto il comparto.

giovedì 10 luglio 2008

Maroni il ragioniere

Appuntamenti della Casa della Legalità: cerimonia di ringraziamento per l'attività svolta concretamente da Don Andrea Gallo in favore degli "ultimi" (17 luglio - ore 11:30 Palazzo Tursi), l'incontro "Alla Fonte del Diritto. La Costituzione dopo 60 anni" con Gherardo Colombo (17 luglio - ore 16 Palazzo Tursi) , il ricordo di Paolo Borsellino "Il diritto e i suoi testimoni" con Anna Canepa, Giancarlo Caselli e Francesco Forgione (19 luglio - ore 21:30 Palazzo Tursi). Ma anche, tra gli altri, gli appuntamenti sulle violazioni al Diritto durante il G8 di Genova (21 e 22 luglio), sui "Nuovi schiavi" (24 luglio) e quello su "Diritti e Responsabilità" con Nando Dalla Chiesa, Don Luigi Ciotti e Giunio Luzzatto (25 luglio - ore 18:30 a Palazzo Rosso).
Foto di Maroni in stile Rom

Il Ministro dell'Interno, nella persona di Roberto Maroni, superdotato leghista, si è finalmente degnato di esprimersi sulla vicenda Masciari. Non per risolverla, ma per esercitarsi in calcoli e conti in tasca. Ha contestato alcuni punti dell'articolo che abbiamo pubblicato sul Corriere della Sera io e Carlo Vulpio, dicendo che con il ritratto fornito nessuno è invogliato a ribellarsi, che con il nostro articolo contribuiamo a scoraggiare i futuri testimoni di giustizia. No, noi non vogliamo rubare il lavoro a nessuno. A fare quello già ci pensa lo Stato italiano. Roby Maroni non si è accorto che quello che abbiamo scritto lo dice anche la Commissione Antimafia, ma Maroni è troppo impegnato nella schedatura razziale per confrontarsi con i suoi colleghi prima di scrivere panzane su un tema che non conosce e sui cui fa intervenire Alfredo Mantovano, vero specialista nello scoraggiamento dei testimoni di giustizia. Maroni, piccolo uomo del nord che non si è nemmeno degnato di rispondere ad una lettera di Salvatore Borsellino in cui chiedeva un urgente incontro con la famiglia Masciari prima che fosse troppo tardi. E allora, mentre Maroni si occupa di impronte e inchiostro, pubblico qui un piccolo dossier sui Testimoni di Giustizia, sulla loro condizione, realizzato con la preziosa collaborazione di Antonino Candela e Francesca Inga, due illusi come altri 75 che si sono fidati di alcuni uomini indegni che si fanno chiamare Stato. Lo diceva anche Paolo Borsellino "Io ho rispetto delle Istituzioni, non sempre degli uomini che compongono le Istituzioni".

P.s. Pubblico il dossier in due parti, con in rosso alcune osservazioni di Antonino Candela. E' abbastanza lungo ma vale la pena per capire il fallimento totale del sistema dei Testimoni di Giustizia.

Testimoni di Giustizia. Chi sono? L’art.16 bis D.L. 8/91 come modificato ed integrato dalla legge 45/2001 definisce testimoni di giustizia: “Coloro che, senza aver fatto parte di organizzazioni criminali- anzi essendone a volte vittime, hanno sentito il dovere di testimoniare per ragioni di sensibilità istituzionale e rispetto delle esigenze della collettività, esponendo se stessi e le loro famiglie alle “reazioni degli accusati e alle intimidazioni della delinquenza”. La legge n. 82 del 1991 non conteneva alcuna distinzione tra il collaboratore di giustizia proveniente da organizzazioni criminali e il testimone.

Legge 13 febbraio 2001, n. 45 per i Testimoni di Giustizia estende al testimone di giustizia la disciplina propria del collaboratore di giustizia ed in particolare, l'art. 16-ter, afferma che i testimoni di giustizia hanno diritto:

  • a misure di protezione fino alla effettiva cessazione del pericolo per sé e per i familiari;
  • a misure di assistenza, anche oltre la cessazione della protezione, volte a garantire un tenore di vita personale e familiare non inferiore a quello esistente prima dell’avvio del programma, fino a quando non riacquistano la possibilità di godere di un reddito proprio;
  • alla capitalizzazione del costo dell’assistenza, in alternativa alla stessa;
  • se dipendenti pubblici, al mantenimento del posto di lavoro, in aspettativa retribuita, presso l’amministrazione dello Stato al cui ruolo appartengono, in attesa della definitiva sistemazione anche presso altra amministrazione dello Stato;
  • alla corresponsione di una somma a titolo di mancato guadagno, concordata con la commissione, derivante dalla cessazione dell’attività lavorativa propria e dei familiari nella località di provenienza, sempre che non abbiano ricevuto un risarcimento al medesimo titolo, ai sensi della legge 23 febbraio 1999, n. 44;
  • a mutui agevolati volti al completo reinserimento proprio e dei familiari nella vita economica e sociale.

L'art.16-ter prevede che le misure di protezione siano mantenute fino alla effettiva cessazione del rischio.

1965, n. 575. Tali soggetti sono, ai fini del presente decreto, denominati “testimoni di giustizia“.

Testimoni di giustizia: quanti sono, come vivono.

Settantuno alla data del 30 aprile 2007. Fonte: Ministero dell’Interno, Commissione centrale per la definizione e l’applicazione delle speciali misure di protezione. Con i familiari raggiungono le 220 unità. Secondo i dati aggiornati al 30 aprile 2007, prevalente è il numero dei testimoni che riferiscono su fatti di camorra (26), cui seguono i testimoni su fatti riguardanti la ’ndrangheta (19), 12 sulla mafia e 2 su ambiti criminali della Sacra corona unita (SCU). Infine, quelli relativi ad altre aree criminali non tradizionali sono 12. Organi principali che intervengono nel procedimento della protezione: la Commissione centrale e il Servizio centrale di protezione. La «Commissione centrale per la definizione e applicazione delle speciali misure di protezione» è composta da un Sottosegretario di Stato per l’interno che la presiede, da due magistrati e cinque ufficiali e funzionari scelti tra coloro che hanno specifiche esperienze nel settore. La Commissione centrale è l’organo politico-amministrativo cui spetta decidere in merito all’ammissione dei testimoni alle speciali misure di protezione e stabilire i contenuti e la durata delle stesse. Il Servizio centrale di protezione, istituito nell’ambito del Dipartimento di pubblica sicurezza, è una struttura interforze composta da personale della Polizia di Stato, dell’Arma dei Carabinieri e del Corpo della Guardia di Finanza. Il Servizio centrale di protezione è l’organismo esecutivo, operativo e consultivo della Commissione centrale. Ha lo scopo di garantire la sicurezza del soggetto tutelato, attraverso la creazione di una condizione di «mimetizzazione» nella località protetta in cui il testimone vive.

Quanto costano i testimoni di giustizia? Il livello di spesa annuo presenta un trend lievemente crescente a fronte di un andamento decrescente dei collaboratori, che dal 2001 al 2007 passano da 1.104 a 794, e di quello dei familiari, che da 3.716 diventano 2.626.

Andamento spese per collaboratori e testimoni in Euro.

2001 33.459.860€

2002 62.808.607€

2003 61.607.934€

2004 64.889.344€

2005 68.213.016€

2006 69.859.103€

Tenore di vita: cosa si intende?

La legislazione garantisce il mantenimento di un tenore di vita personale e familiare non inferiore a quello precedente alla loro scelta collaborativa. In pratica, lo Stato si impegna a risarcire il danno che il soggetto è costretto a sopportare in conseguenza della sua disponibilità a denunciare i fatti di cui è a conoscenza e a rendere testimonianza nei processi. Nel documento si afferma che è stato ritenuto – seppure in modo non esaustivo – che assumano valore indicativo di un elevato tenore

di vita i seguenti elementi:

– disponibilita` di aeromobili, imbarcazioni da diporto, cavalli,

autoveicoli;

– residenze secondarie in Italia o all’estero;

– numero dei collaboratori familiari, sia a tempo pieno, sia

« part-time »;

– acquisto di gioielli, di pellicce o di beni-rifugio (quadri, preziosi,

opere, monete, etc.);

– frequenza di alberghi e ristoranti di lusso;

viaggi all’estero, crociere etc ESEMPIO PINO MASCIARI: aveva molti di questi beni ma prende un assegno simile a quello di alcuni nulla tenenti. Noi abbiamo un appartamento in una villetta a schiera da un anno, dopo che abbiamo vissuto in un appartamento piccolo, dove sentivamo freddo e c’era molto umido e muffa nelle aperture per nove anni. Da quattro anni non andiamo in vacanza, e alcuni rimborsi medicine e altre cose (compresa l’ultima vacanza), non ci sono state rimborsate.

Corresponsione di una somma a titolo di « mancato guadagno » (concordata con la Commissione centrale) derivante dalla cessazione dell’attività lavorativa nella località di provenienza A noi il mancato guadagno è stato proprio negato dalla Commissione Centrale (come se non avessimo nessuna attività commerciale); a mutui agevolati volti al reinserimento economico-sociale proprio e dei familiari. Inoltre, come previsto al comma 3 dell’articolo in esame, se nei confronti del testimone è stato disposto per ragioni di sicurezza un trasferimento in una località diversa da quella di origine dove deve « rifarsi una vita », lo Stato è tenuto ad acquisire, a prezzo di mercato, i beni immobili di proprietà del testimone, ubicati nella sua località di origine, e a corrispondergli l’equivalente in denaro. A noi, quando abbiamo venduto allo Stato la nostra casa a Villafranca Sicula, ci hanno pagato una cifra che non basta per acquistare nemmeno un garage! E nemmeno ci hanno dato una ben che minima cifra per le due attività commerciali. Invece a certi Testimoni, senza che questi possedessero una casa in regola (difatti non l’hanno potuta vendere allo Stato), e nemmeno un’attività commerciale hanno dato una villa a schiera e un’attività commerciale.

Può scegliere di capitalizzare e uscire dal programma: In relazione alla capitalizzazione delle misure di assistenza economica interviene l’articolo 10, comma 15, del d.m. n. 161 del 2004. La suddetta capitalizzazione, che comporta l’interruzione delle misure di assistenza economica già assicurate mensilmente, avviene mediante la corresponsione di una somma di denaro pari all’importo dell’assegno di mantenimento: per i testimoni di giustizia, in presenza di un « concreto e documentato » progetto di reinserimento sociolavorativo, può essere riferita ad un periodo di dieci anni. Alla capitalizzazione si aggiunge un importo forfettario di 10.000 euro, rivalutabile secondo gli indici ISTAT, quale contributo per la sistemazione alloggiativa. Noi, abbiamo presentato quattro proposte, progetti di reinserimento socio lavorativo, ma ci sono state tutte negate dalla Commissione Centrale ex art. 10 (difatti alla fine del 2005, ci è arrivata una risposta che ci ha traumatizzato, perché ci davano solo Euro 267.000 (dai quali avevano tolto anche Euro 10.000 dei danni che potevano esserci nell’ultimo appartamento), che non servivano nemmeno a comprarci un decente appartamento.

Rimborso delle ferie. I testimoni hanno diritto ad una vacanze una volta all’anno, per una spesa di circa duemila euro che devono comunque anticipare e non sempre viene rimborsata (come ti dicevo, io ti posso parlare di me, in dieci anni, siamo stati solo quattro volte in ferie, anticipando sempre noi le spese. L’ultima vacanza è stata quattro anni fa, l’abbiamo pagata noi, senza ricevere un rimborso o una risposta come fanno con le altre cose. Quando chiedevo qualcosa ai funzionari, questi mi rispondevano spesso male, e che dovevamo anticipare tutto noi, l’ultima volta che siamo stati in vacanza ci hanno detto così: “Non è sicuro, che vi rimborsino più le vacanze, perché non lo stato Italiano non ha più soldi. Si vede, che noi eravamo dei Testimoni di serie C, e non meritavamo quello che meritavano i testimoni di serie A.

Assegno di mantenimento: Dai mille ai 1600 ogni mese, per dodici mesi senza la tredicesima. I miei testimoni prendono 1100 al mese, e mi dicono che quasi tutti gli altri hanno questa cifra.

Assistenza sanitaria: Visite mediche specialistiche rimborsate. Medicine rimborsate al 50% in media. La legge n. 82 del 1991, richiamato dall’articolo 16-bis, comma 1) prevedono che i testimoni di giustizia possano ottenere il rimborso delle spese sanitarie effettuate in regime privatistico, quando non sia possibile avvalersi delle strutture pubbliche ordinarie. Grossi problemi, soprattutto nei tempo biblici, per la visita medico-legale tesa al riconoscimento del danno biologico ed esistenziale e quindi alle percentuali di invalidità. Noi, tutta la famiglia abbiamo passato la visita Medico Legale, e ci aveva dato queste percentuali di invalidità: io Antonino il 30%; Francesca il 25%; mia figlia xxxx (la figlia grande) il 40%; mentre a xxx (la figlia piccola) il 25%. Poi quando la Commissione Centrale ci mandava a visita presso L’INPS di Roma, che ci dava: a me Antonino il 25%; Francesca il 25%; mia figlia Paola il 5% (e lei é una testimone di un omicidio, rimasta totalmente scioccata), mentre a Veronica il 15%. Una vergogna sapendo quello che abbiamo passato, specialmente i miei figli!

Spese: affitto pagato (anche se teoricamente si preferirebbe evitare il trasferimento del TdG in località protetta). Bollette della luce e telefono a carico loro, immondizia no, Ici no. Inoltre "se lo speciale programma di protezione include il definitivo trasferimento in altra località, il testimone di giustizia ha diritto ad ottenere l’acquisizione dei beni immobili dei quali è proprietario al patrimonio dello Stato, dietro corresponsione dell’equivalente in denaro a prezzo di mercato". Spese legali totalmente coperte. I testimoni, inoltre, hanno diritto ad altre misure assistenziali, quali l’istruzione scolastica dei figli, anche presso università private. Auto, carburante e autostrade a carico del testimone. I lunghi tragitti, annunciati in tempo al sistema centrale, sono pagati dallo stato, che fornisce anche la scorta , ma il testimone deve anticipare vitto e alloggio agli uomini della scorta, per averli poi teoricamente rimborsati. Noi, per essere sicuri che lo stato ci rimborsasse tutto, davanti alla Commissione Centrale avevamo detto di versarci i rimborsi sul Bancomat, e ogni rimborso ricevuto doveva essere notificato per E-mail. Più sicuro di così! Ma la Commissione antimafia, si vede che non ha sentito la mia voce, che serviva non solo per me, ma anche di tutti gli altri Testimoni di Giustizia. Nella loro località segreta i testimoni sono completamente senza protezione, né ronde né controlli saltuari.

Lavoro: Impossibilità di lavoro per questioni di sicurezza, legate anche alla identità di copertura e per questioni pratiche: non menzionabilità del curriculum per ovvie ragioni. Assenza di un programma di previdenza sociale: ricorrono ai contributi volontari per la pensione Inps (però solo io Antonino verso contributi volontari, invece Franca non versa nessun contributo ai fini della pensione di vecchiaia), mentre ci sono i dipendenti della Pubblica amministrazione, che versano i normali contributi come se lavorassero ancora (mentre sono sotto il programma di Protezione).

La documentazione di copertura non consente, ad esempio, di intraprendere un’attività commerciale. Non è vero, con i documenti di copertura non puoi nemmeno lavorare nemmeno in fabbrica! Dice la relazione: esigenza di assicurare una tempestiva e completa regolarizzazione delle posizioni previdenziali del testimone di giustizia e dei loro familiari. Al riguardo, si precisa che uno degli ultimi decreti di attuazione della legge 13 febbraio 2001, n. 45, il d.m. 13 maggio 2005, n. 138, prevede che i dipendenti privati ammessi a speciali misure di protezione o a programma speciale possano chiedere agli organi competenti all’attuazione delle misure il rimborso dei contributi volontari versati per tutto il periodo in cui non hanno potuto svolgere attivita` lavorativa a causa della sottoposizione a misure di protezione. Non possono iniziare un’attività propria anche per le difficoltà nell’accesso alle agevolazioni bancarie previste dall’articolo 16-ter, lettera f) (i testimoni di giustizia hanno diritto « a mutui agevolati volti al completo reinserimento proprio e dei familiari nella vita economica e sociale »). Secondo le dichiarazioni rese da alcuni testimoni, non sempre le agevolazioni bancarie convenzionali sono vantaggiose: alcuni di essi, infatti, hanno lamentato che l’Istituto di credito convenzionato ha offerto un mutuo ad un tasso addirittura superiore a quello di mercato, in quanto il testimone di giustizia è considerato « soggetto a rischio ». Il 18 giugno scorso il Senato ha bocciato l’emendamento 12.0.400 al Pacchetto Sicurezza. Con tale emendamento era prevista l’opportunità di inserire nella pubblica amministrazione i testimoni di giustizia che non sono collaboratori di giustizia e sono esposti a rischi notevoli, riconoscendo loro livelli di garanzia e sostegno più elevati rispetto a quelli attuali. [continua domani...]

lunedì 7 luglio 2008

Articolo sul Corriere della Sera di oggi


Oggi, martedì 8 luglio, il focus del Corriere della Sera sarà dedicato ai Testimoni di Giustizia e alla assurda condizione che vivono. L'articolo è a firma Carlo Vulpio-Benny Calasanzio e racconta il caso per eccellenza, quello di Pino Masciari.

Ricordando il papello di Riina... addio 41 bis

Pronti per domani contro le leggi vergogna? Ci vediamo in Piazza Navona a Roma, alle 18. Saremo sotto lo striscione 19luglio1992.com. Vi aspetto!

di SALVO PALAZZOLO

PALERMO - È vuota la cella al 41 bis di Giuseppe La Mattina, uno dei mafiosi che uccise il giudice Paolo Borsellino. Sono rimaste libere anche le celle di Giuseppe Barranca e Gioacchino Calabrò, che si occuparono degli eccidi del 1993, fra Roma, Milano e Firenze. Nei raggi del carcere duro non ci sono più quattro capi storici della 'ndrangheta calabrese: Carmine De Stefano, Francesco Perna, Gianfranco Ruà e Santo Araniti, il mandante dell'omicidio Ligato. E neanche il boss della camorra Salvatore Luigi Graziano.

Negli ultimi sei mesi, trentasette padrini hanno lasciato i gironi del 41 bis. I padrini delle mafie hanno vinto, in gran silenzio, la loro battaglia legale nei tribunali di sorveglianza di mezza Italia. E così, sono tornati detenuti comuni, nonostante le condanne all'ergastolo e i misteri che ancora custodiscono. Al dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e alle Direzioni distrettuali antimafia non è rimasto che prendere atto della lista degli annullamenti del 41 bis, che ogni giorno di più si allunga. L'ultimo provvedimento, pochi giorni fa, ha riguardato Antonino Madonia, il capofamiglia di Palermo Resuttana che in gioventù assassinò, fra tanti, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e il commissario Ninni Cassarà.
Ecco la lista di chi non è più al carcere duro. C'è Raffaele Galatolo, capo storico della famiglia palermitana dell'Acquasanta, condannato all'ergastolo.


C'è Arcangelo Piromalli, da Gioia Tauro. E poi, Costantino Sarno: a Napoli, lo chiamavano il re del contrabbando, ma lui preferiva starsene in Montenegro. Nella lista del carcere duro bocciato figurano quattordici mafiosi, 13 ndranghetisti, 8 camorristi, 2 rappresentanti della sacra corona unita pugliese. Per adesso è il 6,5 per cento del popolo del 41 bis, 566 reclusi in dodici istituti penitenziari, da Roma Rebibbia a Tolmezzo, passando per Viterbo, Ascoli, L'Aquila, Terni, Spoleto, Parma, Reggio Emilia, Milano, Novara e Cuneo. Gli annullamenti del 41 bis portano la firma di molti tribunali di sorveglianza, da Napoli a Torino. Ma la motivazione è sempre la stessa: "Non è dimostrata la persistente capacità del detenuto di mantenere tuttora contatti con l'associazione criminale di appartenenza".

Dice Giuseppe Lumia, senatore dei Ds ed ex presidente della commissione parlamentare antimafia: "La modifica della legge sul carcere duro è ormai una priorità. Vanno cambiati i criteri per l'assegnazione, agganciandoli esclusivamente alla pericolosità del detenuto, come fosse una misura di prevenzione".


Il procuratore di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, spiega che "il 41 bis non è più quell'isolamento pressoché assoluto che era stato previsto nella legge varata dopo le stragi Falcone e Borsellino. I ripetuti interventi della Corte Costituzionale, a cui si è necessariamente adeguato il legislatore, hanno attenuato quel regime di isolamento". La preoccupazione dei capimafia resta sempre la stessa: "Inchieste e processi in svariate parti d'Italia - prosegue Pignatone - l'hanno dimostrato, i detenuti al 41 bis riescono a mantenere contatti con l'esterno, questione vitale per le organizzazioni criminali". Intercettazioni, anche recenti, hanno ribadito: accanto alle grandi strategie, i boss hanno scelto di proseguire in silenzio la loro battaglia contro il 41 bis.

Sommergendo di ricorsi i tribunali di sorveglianza. E qualche risultato sembra essere arrivato. Anche il procuratore di Reggio Calabria auspica "un intervento chiarificatore del legislatore, per mettere ordine ai contrasti giurisprudenziali che si verificano tra i vari tribunali di sorveglianza".

Il record di annullamenti spetta al tribunale di Torino (10). Seguono Perugia (9), Roma (8), L'Aquila (5), Bologna (3), Napoli (2), Ancona (1). Dice ancora il procuratore Pignatone: "La legge sul 41 bis è stata modificata nel 2002, in modo più rigoroso. Ma, evidentemente, sono necessari altri interventi". Lumia sollecita il ministro della Giustizia: "Presenterò un'interrogazione - annuncia - dopo il caso Madonia nessuna risposta è ancora arrivata dal Guardasigilli Angelino Alfano. La questione è urgente. Oggi, nelle carceri è ristretto il gotha delle mafie: va tenuto sotto controllo in modo adeguato, perché quel gruppo elabora ancora strategie, ricatta le istituzioni e mantiene soprattutto i contatti con l'esterno.

L'obiettivo di quel gotha resta l'allentamento del regime del carcere duro, ma anche la revisione dei processi".