Doveva uccidere Paolo Borsellino con un fucile di precisione sulla statale tra Palermo ed Agrigento. Poi la vittima designata e il carnefice mancato si incontrarono, in carcere, e bastò quell’incontro per stravolgere la vita di un uomo d’onore “riservato”, scelto e reclutato direttamente da Tonino Vaccarino e alle dipendenze del capomafia Francesco Messina Denaro. Doveva essere la punta di diamante del sistema mafioso trapanese, è diventato uno tra i pochi “pentiti” che veramente possono fregiarsi di questo aggettivo e meritare la riconoscenza addirittura della famiglia Borsellino. Vincenzo Calcara, che oggi vive in località segreta, ha sempre raccontato tutto quello che accadeva negli anni 90 nelle famiglie mafiose, in particolare in quella di Trapani. Ha raccontato di quanto la mafia fosse cambiata dalle dichiarazioni di Buscetta, ha parlato di “super commissioni”, una sorta di Conclave formata da diverse rappresentanze, non solo mafiose, ma anche ecclesiastiche e “statali”. Ha raccontato citando nomi e circostanze inconfutabili. Vincenzo Calcara si era attaccato morbosamente a Paolo Borsellino, voleva sdebitarsi, voleva pagare il suo debito con la giustizia, voleva dare il suo contributo per la vittoria dello Stato su Cosa Nostra. Peccato che fosse rimasto paradossalmente il solo a crederci e a volerlo, assieme a Falcone, Borsellino e un’altra decina di magistrati. Oggi il suo lavoro continua con il fratello di Paolo, Salvatore, che si è ripromesso di essere cassa di risonanza per Vincenzo. Con i documenti che Calcara gli ha fatto avere, Salvatore è stato persino sentito dalla Procura di Caltanissetta. Ma tutto tace. Dopo essersi consultato con avvocati e magistrati, Salvatore ha deciso di iniziare a pubblicare integralmente tutta la documentazioni che Calcara gli ha fornito. Nomi, Cognomi e circostanze, senza nascondere nulla. E’ la prima volta che del materiale così scottante, delicato e inedito sarà reso pubblico sulla rete. Molti inizieranno a tremare, perché si rileggeranno in quei fogli manoscritti, con grafia quasi nobile. Dal sito di Salvatore Borsellino: del memoriale di Vincenzo Calcara si trovano tracce nelle motivazioni delle sentenze, di diversi processi, del processo Calvi, al processo Antonov per l'attentato al Papa, al processo Aspromonte, al processo per l'omicidio Santangelo, figlioccio di Francesco Messina Denaro, ai processi Alagna+15 e Alagna+30, alla sentenza del Giudice Almerighi, nei quali tutti si è dimostrata la piena attendibilità di Calcara nononostante i numerosi tentativi di screditarlo. Ma Calcara non è stato mai messo a confronto con altri pentiti come Leonardo Messina o Gaspare Mutolo o come Giuffrè, che, quindici anni dopo di lui, ha parlato di quelle stesse cose di cui lui aveva già parlato tanti anni prima. Non è stato mai chiamato a deporre nel processo Andreotti anche se aveva parlato del notaio Albano quando nessuno ne conosceva neppure il nome, non è stato mai chiamato nel processo Canale, non è stato mai utilizzato nell'istruttoria sui Mandanti Occulti delle stragi del 92 o nell'istruttoria del processo, mai arrivato alla fase dibarrimentale, sulla sottrazione dell'Agenda Rossa, nonostante io stesso avessi portato al tribunale di Caltanissetta le parti del memoriale dove di quell'agenda proprio si parlava. E’ normale che in Italia si debba ricorrere a questo estremo tentativo di diffusione? Una nota per gli addetti ai Servizi. Tentare di manomettere, distruggere quei documenti, o peggio far visita a Salvatore non servirebbe proprio a nulla. Copie di quei documenti sono custoditi nei luoghi più disparati, in tutta Italia, quindi evitate. Nomi di cardinali in attività, rispettabili uomini politici. Affari tra mafia, massoneria, politica e Vaticano. Ora si comincia a ballare. Ora si comincia a capire il “gioco grande” che Falcone aveva capito, e che Borsellino stava iniziando a decifrare. Ecco un assaggio di Giorgio Bongiovanni: Tra i mesi di aprile e maggio del 1981 mentre si trovava a Milano dove, su disposizione della propria famiglia, era impiegato presso l’aeroporto di Linate al fine di agevolare il traffico di droga proveniente dalla Turchia e diretto negli Stati Uniti via Sicilia, gli venne ordinato di far rientro al suo paese natale poiché c’era un «lavoretto» da svolgere. Una volta a Castelvetrano si era recato a casa di Francesco Messina Denaro nella quale erano riuniti diversi uomini d’onore di spicco a lui noti: Vincenzo Culicchia, deputato al consiglio regionale in Sicilia, Stefano Accardo detto «cannata», Vincenzo Furnari, Enzo Leone, componente del Consiglio Regionale della Sicilia, Antonino Marotta e il suo padrino Tonino Vaccarino. Su un tavolo all’interno dell’abitazione due grosse valigie, una delle quali ancora aperta. Conteneva un enorme quantità di biglietti da cento mila lire. Caricate le valige, tutti i presenti, ad eccezione di Messina Denaro, si diressero all’aeroporto di Punta Raisi dove, grazie all’ausilio di uomini già predisposti, imbarcarono il voluminoso e prezioso carico sottobordo. Allo stesso modo ne ripresero possesso una volta giunti a Fiumicino. Ad attenderli un corteo di lusso. Tre auto scure di grossa cilindrata, Monsignor Paul Marcinkus, direttore dello IOR, la banca vaticana, un altro cardinale e il notaio Francesco Albano. Tutti gli uomini di spicco salirono su due delle tre auto con le valigie, mentre Calcara e altri sulla terza autovettura. L’appuntamento era presso l’abitazione del notaio Albano situata sulla via Cassia. Il pentito, travestito da carabiniere e il maresciallo Giorgio Donato, che aveva percorso tutto il tragitto da Milano con lui, rimasero di guardia davanti all’entrata dell’edificio fino a quando non ricevettero la comunicazione che tutto era a posto e quindi potevano andarsene. In compagnia del militare il Calcara fece ritorno a Paderno Dugnano, alle porte del capoluogo lombardo, dove si trovava in stato di sorvegliato speciale dopo un periodo di detenzione. Il responsabile incaricato di controllare i suoi movimenti era proprio il maresciallo Donato.
"Un familiare di vittime di mafia passa metà della sua vita a difendere la vittima e l'altra metà a difendere se stesso"
sabato 31 maggio 2008
giovedì 29 maggio 2008
Su Lombardo niente pregiudizi

martedì 27 maggio 2008
Siamo Antonino Candela e Francesca Inga, testimoni di giustizia

lunedì 26 maggio 2008
"La vita in diretta", Rai uno, di Laura Becherelli
sabato 24 maggio 2008
Italiani brava gente
Gli ultimi rilevamenti sul gradimento del nuovo governo mostrano dati che forse nessun governo aveva mai raggiunto prima. Sulle decisioni prese nel primo consiglio dei ministri si sono registrati consensi che in alcuni casi sfioravano l’80% degli intervistati. Ora, ammesso che interrogare la gente sui proclami è ben altra cosa che sentirla sui fatti, il dato è incontestabile: è un Italia sedotta, che ama Berlusconi, che dopo il divorzio subisce un ritorno di fiamma. Lo ama perché Silvio incarna tutte le peggiori caratteristiche di ognuno di noi, rappresenta il lato buio nel quale specchiarsi senza sentirsi una merda. Le cose sono due. O gli italiani sono una massa di pecoroni ignoranti, e potrebbe essere, o sono così intelligenti che hanno capito fin troppo bene. Forse siamo rimasti veramente in pochi a scandalizzarci perché nelle sentenze c’è scritto che Forza Italia fu fondata con i soldi e con l’interesse diretto di Cosa Nostra, perché il fondatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri è stato condannato a 9 anni per mafia e due volte a due anni per estorsione. Siamo in pochi che si indignano perché il padre di Berlusconi, direttore della banca Rasini, riciclava i soldi di Cosa Nostra, altro che mi sono fatto da solo e cabaret sulle navi da crociera. Quanti siamo che vomitano a pensare a tutte le leggi prodotte da questo parlamento per salvare dai processi Berlusconi e qualche amico, mi viene in mente il falso in bilancio depenalizzato (pro-memoria, appuntate: ieri è stato condannato a 25 anni di carcere il fondatore dei Backstreet Boys. Non ha ucciso nessuno, solo truffato, falsi in bilancio ecc.) l’accorciamento dei tempi di prescrizione dei processi. O siamo in pochi a conoscere queste cose o la gente le sa bene e se ne frega. L’importante è non pagare l’Ici e il bollo auto. Ma i soldi da dove arriveranno? Chissenefrega, l’importante è non pagare oggi. Chi si indigna per le frequentazioni mafiose di Berlusconi? Nessuno. Mi fa senso che più della metà degli italiani si sia assuefatta a queste porcate, a questi uomini, a questi ideali. Ecco, è questo che mi fa ribrezzo. Che gli italiani abbiano fatto propri gli ideali di uno come Berlusconi. Agli italiani interessa farla franca, l’impunità, il pagare meno ad ogni costo, il fottere il prossimo che domani potrebbe fotterti. Luoghi comuni? No, dati di fatto purtroppo. Un uomo come Berlusconi non dovrebbe essere nemmeno in politica, ma a pagare per tutte le truffe, per le corruzioni, per i reati di cui si è reso responsabile e da cui si è salvato solamente grazie a prescrizioni e amnistie. Berlusconi possiede la più grande casa editrice italiana grazie alla corruzione di un giudice. “Chi se ne fotte, produce bei libri”. Uno indagato anche come mandante delle stragi del 1992 non è uno qualunque. Archiviato, certo, ma indagato. E i giudici non indagano chi capita. Indagano su indizi, su prove. E poi archiviano se non ne hanno abbastanza. Ma intanto l’Italia si innamora, ama, come una puttana si vende al peggior partito ma che paga bene. Non si tratta di criminalizzare gli italiani. Solo di asserire con certezza che sono un popolo di strafottenti, un popolo che se ne fotte della morale, dell’etica, dei principi. E di tutti quelli che sono morti per migliorarla. “In fondo se la sono cercata”. I partigiani come i magistrati di Palermo. Tra Gesù e Barabba piuttosto che limitarsi a scegliere il ladrone, ucciderebbero Gesù per fare le cose per bene. Come giudicare tutto questo sennò? Berlusconi non è premier per un colpo di culo o di sfortuna, dipende dai punti di vista. E’ la terza volta. Per tre volte la maggioranza degli italiani ha detto “me ne fotto”. Me ne fotto della mafia, di tutti i suoi morti, di tutti gli imprenditori onesti che non corrompono e arrancano, di tutti i magistrati che oltre alla paura di sbagliare devono avere anche quella di doversi difendere quotidianamente da un diversamente onesto che li puttana in tutti i modi e va da Confindustria a dire che bisogna difendersi dall’oppressione giudiziaria. Ma quali fischi, applausi, applausi, applausi per Silvio, Silvio. Un Italia che sceglie Berlusconi è un’Italia che gli assomiglia, mettiamola così.venerdì 23 maggio 2008
La vita in diretta, Rai uno
giovedì 22 maggio 2008
Gli eredi di Pio La Torre
In qualsiasi parte del mondo, quando per colpa delle tue scelte politiche scellerate accadono disastri, vieni punito. In democrazia vieni epurato all'istante, chiudi con la politica e ti dai alla coltivazione diretta; nelle dittature magari t'ammazzano. Ma paghi, in ogni caso. A Londra, a Madrid, nonappena il partito del premier perde qualche punto percentuale, piovono le richieste di dimissioni, di conseguenze politiche pesanti. In qualsiasi parte del mondo ma non in Italia, che piano piano sta abbandonando la Terra, sta decollando verso qualcosa di ignoto, sorridente, orgogliosa di essere una nazione in fallimento. I tre individui in foto hanno responsabilità che sono difficilmente comprensibili. In termini tecnici di direbbe che hanno fatto delle cazzate incommensurabili. So che la faccia parla da se, ma atteniamoci ai fatti. Sono gli eredi di Pio La Torre. Cioè, credono di essere eredi di uno dei pochi comunisti che, dopo i fasci, combatterono veramente la mafia. Si sono convinti. Vanno in giro a dirlo. Pio faceva le leggi sulla confisca dei beni mafiosi, il trio FranzTonEllo e quelli come loro galleggiano, non si schierano, fluttuano, non prendono posizione nemmeno di fronte a un dossier di raccomandazioni che potrebbe distruggere il loro avversario politico. Loro sono politically correct, con la r moscia. Un opposizione temibilissima per Silvio e Lombardo. Questi tre nani della politica non si sognano di attaccare Raffaele Lombardo perchè è grazie a loro che Lombardo è stato eletto. Grazie a Francantoniolo Genovese, a Toninolo Russo e Antonellolo Cracolici. Sono stati loro a decidere che la candidata alla Regione Sicilia sarebbe stata "The loser", la perdente, ovvero la specialista nelle disfatte politiche, Anna Finocchiaro, la biancaneve dei tre nani. E sono stati loro a cercare in tutti i modi di eliminare Rita Borsellino, l'unica che rischiava di contendere la presidenza a Lombardo, "The Prescript". Si è fatto di tutto perchè si ravvedessero nel loro loft, su poltrone soft, molto chic. Appelli, petizioni, telefonate. Nulla. Gli abbiamo inviato sondaggi, previsioni, dati sulle passate regionali, prove quasi scientifiche sul perchè Rita Borsellino avrebbe potuto vincere o almeno non straperdere queste elezioni regionali. Ma i tre autoeredi di Pio, certi che questo favore a Raffaele andasse fatto, sono andati avanti. We Can. Si sono beccati il la metà dei voti di Lombardo, in alcune zone hanno raccolto poco più del 20%, e ovunque la loro candidata Biancaneve ha preso meno voti di quelli di Rita Borsellino nella stessa competizione. Nel 2006 Rita aveva totalizzato il 41,6% dei consensi. Cuffaro il 53,1. Nel 2001 lo stesso Cuffaro aveva preso il 59% dei voti; il suo sfidante Orlando, un uomo di tutto rispetto, il 37. Aprile 2008: Anna Finocchiaro totalizza il 30,4%, Lombardo il 65,3%. Capite cosa sono riusciti a fare questi tre? Gente responsabile di questi risultati sarebbe obbligata a pagare un altissimo prezzo politico, a dimettersi, a sparire almeno per un pò dalla scena pubblica. E invece sono stati tutti promossi. Francantoniolo e Toninolo sono volati alla Camera, e fanculo la Sicilia, Antonellolo invece è riatterrato sullo scranno dell'Assemblea Siciliana, che ormai ha preso la forma del suo fondoschiena. Volete dirmi che viviamo in un paese normale? Ma dove sono i "militanti", coloro che dovrebbero pretendere dai dirigenti, e i "giovani democratici", hanno un minimo di dignità per alzare un sopracciglio, o hanno avuto la consegna del silenzio? Io lo dico, così almeno sarò uno dei 5-10 giapponesi in Sicilia che ancora ci credono: dimissioni, subito.
martedì 20 maggio 2008
Morto che cammina

Con alcuni Meetup, con gli Amici di Pino Masciari e con la Casa della Legalità stiamo organizzando una estrema forma di protesta per attirare l'attenzione su Pino e per far sì che la sua situazione venga definitivamente stabilizzata, la sua e quella della sua splendida famiglia che lo ha seguito senza fiatare, senza opporre la minima resistenza durante questo calvario. Comunicheremo all'ultimo minuto tutti i dettagli delle azioni. C'è poco tempo, si tratta semplicemente di far prima della n'drangheta. Ma con quale dignità lo Stato italiano chiede oggi agli imprenditori di ribellarsi e di non pagare? Per fare la fine di Pino? Io non chiederò più nulla. Forse pagare salva la vita. Adesso però tocca salvare quattro vite, quella di Pino e dei suoi familiari. Restate sintonizzati, avremo bisogno dell'appoggio di tutti.
domenica 18 maggio 2008
sabato 17 maggio 2008
Seconda parte

Avviso: Domani mattina (Domenica 18) dalle 6.30 alle 10 sarò ospite in diretta al programma di Rai Uno "Sabato e Domenica" condotto da Franco di Mare.
Quella notte, mentre il corpo di mio zio era ancora caldo, mentre ancora giaceva in macchina con un colpo al cuore, avvenne qualcosa di inaspettato, forse anche per gli assassini di mio zio. Mio nonno forse non vide mai suo figlio morto. Mio nonno non andò mai a piangere accanto all'auto, né in casa. Si recò subito nella locale caserma dei Carabinieri. Quella fu la prima tappa di un lungo percorso accanto alla giustizia, alle forze dell’ordine. In una sera vidi mio nonno, per alcuni versi perfetto stereotipo del siciliano antico, legato ossessivamente alla propria terra, convinto che nulla di importante ci fosse oltre i suoi confini, mutare radicalmente, divenire un'altra persona, un altro concetto di uomo. Mio nonno cominciò a collaborare con chiunque lo ascoltasse, con chiunque fosse disposto a combattere con lui, con un unico scopo: assicurare alla giustizia gli indegni assassini del figlio. Gira quasi tutte le Procure della Sicilia, rende dichiarazioni spontanee anche al Dottor Borsellino, in quel periodo esiliato a Marsala. Disegna, ricostruisce scenari, appalti, malaffare e collusioni mafiose-politiche. A Lucca tutti sanno quello che sta facendo, i nomi che fa, e ogni sua dichiarazione diviene in poco tempo di dominio pubblico. Infatti poco dopo viene arrestato un cancelliere della Procura di Sciacca e alcuni agenti di scorta del magistrato con il quale mio nonno collabora. Lo Stato era questo nel 1992. Chiedeva disperatamente una protezione, una scorta. Gli rispondevano che le scorte in quel periodo si davano solo ai pentiti. Pentirsi di cosa? Forse di essersi affidato ad un sistema giudiziario in quel tempo immaturo, ad uno Stato che lo stava consegnando nelle mani dei suoi killer? Gli consigliarono di trasferirsi altrove, in località segreta, di lasciare Lucca, e tutte le minchiate che si era messo in testa, di abbandonare ogni possibilità di lavorare e continuare ad indagare assieme agli inquirenti. Come fecero con Pino Masciari, imprenditore calabrese che da undici anni vive in esilio per aver denunciato e fatto arrestare giudici corrotti, mafiosi e politici collusi. Al rifiuto di mio nonno, gli diedero un porto d’armi e una pistola, da tenere rigorosamente in casa però. Difficile scenario, in ogni caso, questo. Doveva forse attirare eventuali killer in casa e poi difendersi? Mio nonno a quel punto si era rassegnato. Quella lunga barba bianca, quei vestiti neri, quello sguardo assente lo avremmo visto fino alla fine. Sapeva che lo avrebbero ucciso, sperava solo di fare in tempo, di riuscire a dare tutti gli elementi di cui era in possesso agli inquirenti. La sua frase più ricorrente era “Sono un morto che cammina, mi uccideranno”. E nessuno faceva nulla. In paese lo evitavano tutti. Nessuno si fermava più a parlargli, a malapena gli rivolgevano un cenno di saluto. Era un corpo estraneo, era la vergogna di Lucca Sicula. E forse è quello che mi fa più male. Oltre alla morte, oltre al fatto di non ricordare le loro espressioni, le loro voci, i momenti belli, mi fa male pensare a tutte le vessazioni, a tutti gli “infame” che in paese gli rivolsero. Mi fa male pensare a suo fratello, Michele, che andava in giro a dire che era un folle. Lucca, forse inconsapevolmente, lo additava come obiettivo. Telefonavano a casa di mia zia per consigliarle di non consegnare i bambini al nonno, anche il giuda che tradì mio zio si premurava. Ma il tempo era arrivato. Se la mafia può tollerare la ribellione di un padre, il dolore, la voglia naturale di giustizia, non può tollerare che questo cominci a fare nomi, a raccontare elementi così provati che rischiavano di provocare un terremoto politico-malavitoso. E allora quel capitolo andava chiuso per sempre. E lo chiusero non in campagna, dove avrebbero potuto colpirlo in qualsiasi momento, né di notte, nel silenzio della tenebre, ma in piena piazza, alle cinque del pomeriggio. Un esecuzione che doveva essere una educazione: cari lucchesi, così si finisce quando vi ribellate al padrone. Mio nonno, dopo aver comprato le sigarette ed essere risalito in macchina, venne affiancato da una motocicletta e massacrato con un caricatore intero di mitraglietta. Ma nessuno, in quella piazza, si accorse di nulla. Era morto Peppe Borsellino, che in fondo, se l’era cercata. Pace all’anima sua. L’undici gennaio del 1993 vengono arrestati i quattro soci di nonno e zio, con l’accusa di essere i mandanti dell’omicidio di mio nonno, con il fine di avere il controllo totale dell’azienda e mettere a tacere colui che rischiava di fare luce sulla morte di Paolo. Gli stessi quattro che furono poi scarcerati e che oggi continuano a lavorare, in quell’azienda, sporca del nostro sangue, del quale almeno moralmente, se non praticamente, hanno le mani luridamente sporche. In carcere oggi c’è solo Emanuele Radosta, killer di mio nonno. Mio zio per la giustizia non è stato ucciso, visto che nessuno sta pagando. Ma sarebbe il minimo questo. Si è andati oltre. Se oggi mio nonno è una vittima innocente della mafia, mio zio non lo è più. Perché non bisogna dimenticare, e Pippo Fava, Beppe Alfano e altri ce lo ricordano, che la mafia non mira solo ad ucciderti, ma anche a seppellirti col disonore. E partendo dalla mentalità comune che se vieni ucciso in Sicilia, qualcosa devi aver fatto, se sei particolarmente attraente, il tuo omicidio è da ricondurre ad una questione di donne, se sei bravo a giocare a carte, è stata colpa del gioco d’azzardo. Ma con mio zio Paolo, che troppo attraente non era, né tanto meno bravo a giocare a carte, provarono a dire che era vicino a certi ambienti mafiosi di Lucca. Senza cercare conferme, senza indagare, gli tolsero subito lo status di vittima innocente. Mio nonno e mio zio, due omicidi causa una dell’altro, uno è estraneo alla mafia, l’altro no. Se oggi io sto girando l’Italia per raccontare questa storia, se incontro i ragazzi delle scuole, le associazioni, è proprio per regalare a mio zio e a mio nonno l’onore della giustizia. Perché non abbiamo nemmeno le forze per batterci contro una burocrazia cieca e ottusa, che già una volta ci ha privato della verità. E cosa faccio io, di fronte ad una tale ingiustizia? Vado in giro a parlare invece di giustizia. Di quella alta, di quella uguale per tutti. Vuol dire che se lo faccio io, nipote di Paolo e Giuseppe, due persone che di giustizia non ne hanno mai avuta, vuol dire che tutti gli altri hanno il dovere di farlo, di credere in quel valore calpestato, umiliato, vessato. E in questa Italia Paolo Borsellino e Giuseppe Borsellino stanno smuovendo tante coscienze, e non mi fermerò fino a quando tutti in Italia non conosceranno questa storia, povera, civile, di due “eroi borghesi” che sono morti assieme, per opporsi ad un associazione criminale di perdenti, di codardi e di vigliacchi, che chiamano Cosa Nostra. Dobbiamo convincerci che è gente fallita, che sono poche migliaia e che noi siamo 60 milioni. E se stiamo in scacco loro è solo ed esclusivamente perché lo vogliamo. E io ho l’obbligo, come loro nipote, di ricordarlo a tutti, che loro a quella gente non cedettero mai, e con orgoglio, li sconfissero.
venerdì 16 maggio 2008
Da "Fuoririga", prima parte
Questa è la prima parte dell'articolo che ho scritto per il tabloid "Fuoririga", oggi in edicola in allegato al Giornale di Sicilia. Domani pubblicherò il resto.Tanti in Sicilia non sanno. Tanti altri hanno dimenticato. Moltissimi, la maggior parte, non vogliono sapere, per ignavia, per noia, per comodità. Paolo Borsellino e Giuseppe Borsellino non dicono nulla. Di Borsellino in Sicilia ce n'è stato solo uno, un grande uomo e un grande professionista; basta ricordare quello. Gli altri due portano solo un cognome illustre, di quel giudice ucciso dalla mafia con partecipazione statale. La storia dei due manovali di Lucca Sicula (AG), uccisi dalla mafia nel 1992 non è degna di nota. Non serve perchè non dà nulla. Non serve perchè sarebbe l'esempio di come si muore perchè si fa con orgoglio il proprio dovere, di come nessuno sia esonerato dalla lotta alla mafia, e che la stessa non è una prerogativa, una scelta di vita, un lavoro per magistrati, giornalisti, poliziotti e pochi altri. La storia di Giuseppe e Paolo rappresenta l'obbligo morale per tutti a prendere parte a questa lotta, ognuno con le proprie potenzialità, ognuno con le proprie capacità. Mio zio e mio nonno non sono morti per difendere la Sicilia o l'Italia dai vermi mafiosi. Non sono morti perchè credevano particolarmente nella giustizia, ma solo ed unicamente per difendere con orgoglio il proprio lavoro. Fanno paura questi Borsellino, perchè rappresentano l'inefficienza dei più, e sono morti proprio perchè altri non sono stati abbastanza vivi, perchè altri non hanno avuto il coraggio di affezionarsi alle proprie libertà. E cosa ci hanno insegnato questi due uomini, se non che proprio da quello bisogna partire. Dall'affezionarsi alla libertà personale, per poi comprendere cosa vuol dire perderla. Mio nonno e mio zio sono morti, ma liberi. Sono dei vincitori. E allora andiamoci piano, la mafia fa schifo, lo dicono tutti, ma facciamola combattere ad altri. Facciamola fare ad altri la guerra. Combattono i soldati, non i civili. Proprio per questo credo che in un Italia che va al contrario, in cui i traditori dello Stato come Bruno Contrada rischiano la grazia, in cui i giudici che lavorando alle loro indagini e tirano nella rete i politici vengono trasferiti e additati al pubblico disprezzo, in un'Italia in cui Dell'Utri ha solo avuto sfortuna e in cui nella sinistra non c'è la mafia, forse la storia di questi due dimenticati può essere un faro. Paolo e Giuseppe Borsellino sono due vittime civili, quali altre alibi ci sono per rimanere inermi? Sono stati due uomini comuni, due siciliani come cinque milioni. Non nacquero imprenditori, e forse non lo furono mai. Fecero di tutto nella vita, dai trasportatori di arance ai baristi. Poi quel sogno. Il calcestruzzo, un’impresa con dei dipendenti, il miraggio di una vita più facile. L'ingenuità di irrompere in un panorama imprenditoriale completamente colluso con le cosche locali senza pagare dazio, senza chiedere il permesso. Una bestemmia in chiesa, dove libertà era blasfemia e i vermi mafiosi la chiesa. Peppe e Paolo Borsellino decidono allora di comprare un piccolo impianto di calcestruzzi, a Modena, per 39 milioni di lire. A cambiali. All'inizio non avevano nemmeno i soldi per costruire i muri di contenimento. Lo fanno con la rete metallica, costava meno. Erano persone povere, semplici, senza finanziatori occulti alle spalle, anche se mi rendo conto che nell'Italia di oggi, in cui si costruiscono imperi economici e partiti politici senza dover spiegare da dove provengano i soldi, sarebbero degli anomali. Ma quello erano. Partono con “Lucca Calcestruzzi”, alla faccia della cattiva sorte. Lavorano, ma solo con i privati. Gli appalti pubblici erano un miraggio, una barzelletta. A proposito, in quel periodo il sindaco di Lucca era Salvatore Dangelo, democristiano, e vice-sindaco Salvatore Mulè. Tecnico comunale Girolamo Pagano. Sarebbe utile controllare in quegli anni l'impennata del loro tenore di vita e dei loro conti in banca. Per pura curiosità. E sempre in quel periodo, a Lucca sono tre aziende, la Randazzo e la De Francisci di Agrigento e la Scarpinato di Giuliana (PA) a spartirsi tutti gli appalti della zona. Piovono finanziamenti pubblici per miliardi di lire in quel periodo. Stadi di calcio senza le squadre, parcheggi in cima alle montagne, strade che finiscono nelle campagne, ma in quelle giuste. Ma quella non era mafia. Erano affari. Mangiavano e facevano mangiare, che male c'era. Cosa c’entravano mio zio e mio nonno in tutto quello? Nulla, e infatti si continuava a non lavorare, e i debiti continuavano a crescere. E proprio allora cominciarono ad arrivare le prime offerte di cessione dell'azienda. La prima offerta arrivò dalla cosca di Lucca, con la mediazione di Stefano Radosta, capomafia di Burgio: 150 milioni per l'acquisto dell'intero impianto. La risposta di mio zio fu: “Con quella cifra non vi vendo nemmeno i pneumatici dei mezzi”. Mio zio era sereno, sommerso dai debiti, ma tranquillo, perchè stava dalla parte giusta, perchè non aveva nulla da nascondere, e poteva permettersi ancora di rifiutare quelle offerte. Dopo qualche mese arriva la seconda offerta, da una cordata di Burgio: Sala Calogero, Davilla Mario, Galifi Pietro e Polizzi Paolo. Le condizioni economiche dell'azienda erano disperate, e la vendita si concretizza: mio zio e mio nonno cedono la metà delle quote dell’impianto. Ma il progetto dei quattro non era quello di entrare nella società, ma quello di entrare e sbattere fuori Paolo e Giuseppe Borsellino. Cominciano allora a compare mezzi, ad aumentare il capitale sociale con il fine di costringerli a cedere ulteriori quote societarie. Nonno e zio comprendono quel disegno, e i rapporti con i soci si deteriorano immediatamente. I signori soci comunicano più volte che la loro presenza non è più gradita, e li minacciano di morte, di fronte ad altri testimoni. Stranamente proprio in quel periodo mio zio Paolo viene avvicinato da oscuri personaggi legati alle cosche locali che gli chiedono aiuti per gli amici in carcere. Mio zio gli risponde di non avere amici in galera. Con il senno di poi, forse i miei parenti dovevano essere sbattuti fuori dall'azienda perchè proprio in quel periodo a Lucca si stavano per realizzare i lavori per la canalizzazione di tre fiumi. Forse i due Borsellino potevano essere un ostacolo, forse si sarebbero potuti opporre ad appalti pilotati e ad ingerenze mafiose. E allora si passò ad altro. Qualcuno comincia a bruciare gli alberi dei nostri terreni e i nostri mezzi. Mio zio e mio nonno vengono minacciati in piena piazza. Ma era colpa loro. Bastava cedere e avrebbero continuato ad essere perfetti cittadini, lavoratori modello. Forse anche Lucca, in cuor suo, la pensava così. E così tra minacce, intimidazioni e aggressioni, il 21 aprile del 1992 mio zio viene convinto dal suo migliore amico, Giuseppe Maurello, ad andare fuori paese per recuperare un fantomatico pezzo di ricambio per un camion. Mio zio parte vivo da Lucca e ci tornerà morto. Quello che tutti pensiamo è che sia stato proprio Maurello a consegnare nelle mani dei killer mio zio Paolo, ucciso altrove e poi depositato vicino casa nostra, sulla sua auto, proprio per scagionare Maurello. Nulla di tutto questo è stato processualmente provato. Mio zio aveva 32 anni, due figli, uno di sei e uno di due anni. E un'unica, grande colpa: quella di aver voluto lavorare, senza permessi, obbedendo solo alle leggi dello Stato italiano, e non a quelle di Cosa Nostra, per le quali aveva disprezzo, e aveva disprezzo per quegli uomini senza palle, i cosiddetti uomini d'onore, che avevano in mano Lucca Sicula.
giovedì 15 maggio 2008
Silenzi inquietanti
Non è una notizia. Il fatto che finalmente la magistratura abbia una denuncia su cui indagare, un pretesto per mettere sotto inchiesta il dossier delle raccomandazioni e l'uomo a cui esso è riconducibile (non un disgraziato qualsiasi ma il presidente della Regione Sicilia) non fa notizia. Nessuno ne parla. Non so più nemmeno quante visite abbia ricevuto il blog in questi giorni, non perchè la gente non abbia nulla da fare, ma perchè reputa importante quello che sta accadendo. Non fa notizia nemmeno il silenzio imbarazzante dei partiti della cosiddetta opposizione. Vi informo che tutti i dirigenti Pd siciliani hanno ricevuto l'esposto, e nessuno ha commentato o risposto. E' un esposto che minerebbe il dialogo tra i poli. Quando verranno da voi a chiedere il consenso, quando sfileranno tra i militanti, o tra quei giovani "democratici" che non hanno nemmeno il coraggio di alzare la mano e chiedere lumi, ricordategliele queste cose. Non che ci sperassi, ma magari qualche trafiletto avrebbe dato coraggio ai danneggiati dai concorsi truccati, a gente che non si sarebbe più sentita isolata e avrebbe trovato il coraggio di reagire; non tutti usano internet. E invece silenzio tombale. Tutto questo accade negli stessi giorni in cui assistiamo a scene nuziali vomitevoli, di Berlusconi e Veltroni che sembrano membri dello stesso governo, che scherzano assieme, che fanno battute, si scambiano sorrisi. Tra poco il Pd verrà incorporato nel Pdl, il "PDquadroL". Chi farà opposizione? Il più sincero è stato Di Pietro: "Sono rimasto da solo a fare opposizione". E allora aspettiamo, mentre preparo per lunedì altri esposti per altri nominativi. Stiamo vicini.P.s. Sul sito della Casa della Legalità trovate il video della contestazione al prescritto per mafia, Andreotti, e della repressione attuata tappando materialmente la bocca. Scene da circo. Andreotti, semplicemente un mafioso (fino all'80) come un altro, che va trattato come tale.
mercoledì 14 maggio 2008
Presentato l'esposto in Procura
Di seguito copia dell'esposto che ho presentato questa mattina (cliccare per ingrandire). Questo è solo il primo: per ogni nominativo raccomandato a buon fine farò lo stesso, fino a quando non partirà un'inchiesta seria. Per Raffaele Lombardo: è inutile querelarmi, non ho beni nè soldi, tempo perso, anche perchè poi pagherai le spese legali. Invierò queste copie anche ai vertici del Partito Democratico siciliano: Anna Finocchiaro, Francantonio Genovese, Tonino Russo, Angelo Capodicasa e Antonello Cracolici. Se non prenderanno posizione saranno conniventi a questo sistema e dovranno dare spiegazioni ai loro elettori.
martedì 13 maggio 2008
Esposto alla procura su dossier Lombardo
lunedì 12 maggio 2008
Fazio strisciante, Finocchiaro garante
Io non lo sopporto più. Il peggio di Fazio non è l'aver chiesto scusa per aver consentito a Travaglio di raccontare finalmente in tv il passato losco di Schifani. Evidentemente è un guaio per un giornalista di oggi. Non sopporto più lo stile strisciante di Fabio Fazio. All'inizio mi sembrava simpatico, volutamente impacciato. Oggi mi fa indignare. Durante tutta la puntata con ospite Marco Travaglio non fa altro che dissociarsi, dire a Travaglio di smetterla, che si dissocia su tutto. Anche quando dice che i ladri non devono stare in Parlamento e che i politici non dovrebbero frequentare i mafiosi? O che Schifani faceva il consulente in un comune grazie ad una "segnalazione" (parole di un mafioso). Lui intanto si dissocia. Lui deve salvare il culo dall'ondata berlusconiana, vuole tornare dopo l'estate. La cosa più ridicola è che pochi si indignano perchè Travaglio ha raccontato che Schifani aveva affari e amicizie con mafiosi e strozzini. Molti di più perchè ha detto ironicamente che visto il precipitare del livello dei presidenti del Senato, dopo Schifani ci sarà la muffa. Poi si è corretto perchè dalla muffa si ricava la pennicillina. Una delle battute più belle di sempre. Ma se erano scontate le critiche da destra, fazione abitutata a negare fino alla morte anche di fronte al fatto inconfutabile, spunta come un fungo orribile e velenoso la garantista di sinistra, che d'ora in poi non chiamerò più donna per bene. Non lo merita. Anna Finocchiaro, miss catastrofe elettorale. "Trovo inaccettabile che possano essere lanciate accuse così gravi, come quella di collusione mafiosa, nei confronti del presidente del Senato, in diretta tv su una rete pubblica, senza possibilità di contraddittorio". Ma di quale cavolo di contraddittorio parla? Esiste un contraddittorio a sentenze del tribunale, a condanne penali? La cosa più preoccupante è che la signora era un magistrato. Solo per due anni. Il tempo di farsi eleggere. Diventare giudice per entrare in politica... sicilianiiiiiiiiiiiii! E Fazio il dissociato anche dalla sua dignità di uomo e giornalista, si scusa, non si sa per cosa ma si scusa. E' orribile. Un giornalista che si scusa per aver consentito che venisse fuori la verità. Spero l'Ordine prenda dei provvedimenti. Come può un giornalista dire la verità in tv?
venerdì 9 maggio 2008
Ecco il sistema clientelare Lombardo
Provenzano Calogero, giorno 16/04/2007 ore 14.00. Dovrà sostenere la prova partica di idoneità. Platania Armando. Lavora al Consorzio autostrade presso l’ufficio zona Catania – Messina con sede a Taormina. Desidera essere trasferito all’ufficio sorveglianza e assistenza al traffico sempre con sede a Taormina. Catania 12 febbraio 2007. Bando per lo sviluppo del teritorio – Investicatania scpa. Zoo agri service srl, Services & trade srl, Sicily food srl. Segn(alatore ndr). Giovanni Longo, Rif(erimento, ndr). Dr Giacalone. Anzalone Marialucia, matr. 641/003279 giorno 07/11/2006 procedura penale, Prof. Rafaraci Tommaso. Giorno 14/11/2006 diritto internazionale Prof. Saro Sapienza.
P.s. Caro Peppino, ti dedico questo post, oggi, anniversario del tuo assassinio. Quanta paura faceva la tua radio, le tue parole, la tua genialità. E quanto ci manca oggi? Guarda quello che siamo diventati caro Peppino. I miei occhi giacciono in fondo al mare, nel cuore delle alghe e dei coralli. Peppino Impastato
giovedì 8 maggio 2008
Criteri di notiziabilità
FIRENZE - Sarebbero migliaia le multe che potrebbero essere annullate dal Giudice di Pace, che costringerebbe il Comune di Firenze a pagare le spese legali per tutti i procedimenti. L’allarme è stato lanciato dal comitato “Multaselvaggia”, fondato nel 2004 dal signor Giovanni Pirrera, uomo vicino al partito di Forza Italia. Secondo Pirrera, gran parte delle multe elevate ai fiorentini sarebbero illegali, ed è per questo che invita i cittadini a rivolgersi a lui e al suo comitato che ha già raccolto più di tremila contravvenzioni (di cui 70 già in discusse e solo sette perse) che contesterà assieme ai suoi quattro avvocati, tutti in servizio “volontario”. Il prezzo dell’assistenza legale che il comitato fornisce per tutta la durata della controversia, infatti, è unicamente di dieci euro per le spese di cancelleria. Una battaglia, questa, che ha già contato le prime importanti vittorie a favore del comitato. Ultima “crociata” di Pirrera in ordine di tempo, è quella lanciata contro le multe recapitate ai cittadini da parte dall’azienda Ati Tnt Post Italia Spa, a cui il comune ha appaltato con gara aperta il servizio di stampa e di notifica degli atti inerenti l’attività della Polizia Municipale, per un importo totale di 2.100.000,00 euro. Secondo la Corte di Cassazione (sentenza n. 20440), infatti, le sanzioni amministrative possono essere recapitate solo dall’ufficiale giudiziario o tramite raccomandata con ricevuta di ritorno, non da un’azienda esterna. Secondo i giudici, le multe sono quindi da considerare “giuridicamente inesistenti” e pertanto “è estinto l’obbligo di pagare la somma dovuta per violazione al Codice della Strada”. “Oltre a questo – precisa Pirrera - l’azienda appaltatrice non risulta nemmeno iscritta alla Camera di Commercio, come ha fatto ad ottenere l’appalto?”. Le perplessità dei legali del comitato sono anche nei confronti del prezzo pagato dal Comune per il servizio: se l’Ati offre il servizio ad un prezzo di 4,99 euro ad atto trattato, perché al cittadino vengono richiesti 8,11 euro per il procedimento di notifica dell’atto? Altra battaglia portata avanti dal comitato è quella contro le contravvenzioni elevate dai “vigilini” o dal personale Ataf: sempre la Cassazione, con sentenza n° 18186 del 2006 ha stabilito che gli ausiliari del traffico possono multare un automobilista solo per violazioni in materia di sosta, ed esclusivamente nelle aree di loro competenza, vale a dire le «strisce blu» o zone immediatamente adiacenti. Tutte le altre violazioni, da quelle relative alla circolazione fino al transito sulle corsie preferenziali, sono al di fuori della loro competenza, e possono essere multate solo da chi ne ha il diritto.
martedì 6 maggio 2008
Io per i redditi on line
lunedì 5 maggio 2008
L'amico di Brusca va in Senato
venerdì 2 maggio 2008
Documentario sull'efficiente e libera informazione italiana
Dovevo scrivere solo due righe per presentare questo documentario realizzato dai ragazzi del Meetup di Imola. Un documentario valido, realizzato con tecnica e competenza, sia nei mezzi che nelle idee. Che restituisce una immagine obiettiva ed essenziale di quello che è l'informazione in Italia: un'emerita porcheria. Con qualche rara felice eccezione. Indagine che per una volta non parla della famigerata censura berlusconiana (quantomai vera), ma della più misera e subdola delle evoluzioni: l'autocensura, come nel fascismo. Non so quanto sia colpa dei giornalisti che devono anche lavorare, e non possono permettersi tutti di fare i Marco Travaglio. Non lo so. Nel documentario vengono intervistati rappresentati illustri del teatro, del giornalismo, della magistratura. Ci sono anche due interviste fatte a me e a Salvatore Borsellino. Mentre pensavo a cosa scrivere arriva la notizia che sul sito dell'Agenzia delle Entrare poteva essere consultato il reddito di ogni cittadino italiano. Appena si scopre che Beppe Grillo dichiara 4 milioni di euro all'anno tutti all'arrembaggio: vergogna. Non capisco il perchè. Guadagna in modo lecito? Si. Paga le tasse? Si. Punto. Incoerente? No, non ha mai detto che gli fanno schifo i ricchi. Solo chi diventa ricco rubando. Per quanto mi riguardo Grillo può percepire pure 200 milioni l'anno, non cambia di una virgola il suo messaggio e il suo impegno. E allora via con i servizi-servi di Studio Aperto sul Grillo Paperone. E contro Travaglio, che si aggira sui 200.000 euro annui. Ore ed ore di servizi e dibattiti su uno ricco che paga le tasse. E su chi non le paga? E allora questo documentario cade a fagiolo. Degustate.