lunedì 31 marzo 2008

Pino Masciari va all'inferno


Seguite l'incredibile viaggio di Pino in diretta su www.pinomasciari.org

L’IMPRENDITORE CALABRESE GIUSEPPE (PINO) MASCIARI TESTIMONE DI GIUSTIZIA LASCIA LA LOCALITA’ PROTETTA SENZA SCORTA PER RECARSI IN CALABRIA COME FORMA ESTREMA DI PROTESTA IN ATTESA DELLA RISPOSTA DELLE ISTITUZIONI E CONTEMPORANEAMENTE CHIEDE PER LA FAMIGLIA ASILO POLITICO O ADOZIONE AD ALTRO STATO:

Sono un imprenditore calabrese che non si è piegato al racket, che ha denunciato, fatto arrestaree condannare decine di appartenenti al sistema `ndranghetista con le sue collusione all’interno delle Istituzioni. Inserito nel Programma Speciale di Protezione a partire dal 17 Ottobre 1997, portato via dalla Calabria e da allora sprofondato in un tunnel senza via d’uscita: in questi 11 anni non si contano i comportamenti omissivi tenuti dalle Istituzioni preposte alla mia protezione, contrari alla legge e prima ancora alla dignità della persona. Abbandonato al mio destino insieme con la mia famiglia, isolati, esiliati dalla propria terra, privati delle imprese edili e del proprio lavoro (mia moglie è un medico-odontoiatra). Prima mi hanno tolto il pane, poi mi hanno tolto la libertà, infine la speranza. Dopo 11 lunghi anni di attesa e di fiducia nelle Istituzioni oggi devo ammettere che non ci sono le condizioni perché la mia famiglia continui a restare ancora in Italia considerando la situazione di abbandono e l’assenza dei settori preposti alla protezione, che sarebbe dovuta avvenire in modo vigile e costante nella località (per così dire) protetta. La conclusione è che mi ritrovo facile bersaglio insieme alla mia famiglia della vendetta mafiosa, nell’allarmante contesto di ‘ndrangheta, acceso e dilagante. Pertanto chiedo formalmente al Presidente del Consiglio Romano Prodi, al Ministro dell’Interno Giuliano Amato e al Viceministro dell’Interno Marco Minniti con delega alla Commissione Centrale ex art. 10 L. 82/91 di risolvere tempestivamente prima della consultazione elettorale la mia annosa vicenda, garantendo il diritto al lavoro e la sicurezza presente e futura per me e la mia famiglia. Contemporaneamente chiedo formalmente ad una qualsiasi delle Nazioni dell’Unione Europea o altra Nazione l’ADOZIONE della mia famiglia, per mia moglie ed i miei due figli, perché si prenda cura di loro con la dovuta sicurezza. Io no! Scelgo di rimanere nel mio paese, a rischio della vita, per proseguire la strada della denuncia civile e legale dell'impotenza delle Istituzioni, che alle parole non fanno seguire i fatti concreti e per raccontare la verità sulla lotta alla mafia in Italia: chi non scende a compromessi con le dinamiche mafiose deve essere fatto fuori, in un modo o nell'altro. Lascio dunque in data odierna la località protetta per arrivare in Calabria ed affrontare quello che sarà il mio destino, mantenendo almeno fino in fondo la dignità che in questi anni ho difeso dagli attacchi prima della `ndrangheta e poi delle Istituzioni. Poi sarò davanti ai “Palazzi” di Roma e al TAR del Lazio dove giace vergognosamente arenato da più di tre anni il ricorso contro lo Stato che mi ha revocato ingiustamente il programma di protezione, che equivale alla condanna a morte. Lo farò in giro per l'Italia, fiducioso di trovare al mio fianco i tanti cittadini, associazioni, gruppi e Meetup, le forze sane delle istituzioni e della politica che ho incontrato in questi lunghi anni, che condividono la mia scelta e che si riconoscono nei valori della legalità e della giustizia. La COMMISSIONE PARLAMENTARE ANTIMAFIA, già nella scorsa legislatura, la quattordicesima, aveva analizzato ed esaminato approfonditamente "il caso dell’imprenditore
Giuseppe Masciari", riconoscendo le ragioni di quanto esposto. L’attuale COMMISSIONE PARLAMENTARE ANTIMAFIA, quindicesima legislatura, nella Seduta di martedì 19 febbraio 2008 ha approvato la Relazione annuale sulla 'ndrangheta (Rel. On. Forgione) e la Relazione sui testimoni di giustizia (Rel. On. Napoli), che ha fatto emergere "le gravi cadute di efficienze del sistema di protezione dovute spesso a inettitudine, trascuratezza ed irresponsabilità" per questo "Lo Stato recuperi il terreno perso nei confronti di chi ha mostrato di possedere uno spirito civico esemplare". Ha riconosciuto il rispetto dei diritti dei testimoni di giustizia, risorsa da premiare e non da umiliare. Nella relazione sulla `ndrangheta ha dichiarato la pericolosità mondiale di tale struttura criminale. Le Istituzioni, la politica, Confindustria, raccolgono collezioni di buone intenzioni cui non seguono fatti concreti. Non ho bisogno di pacche sulle spalle, ma di sicurezza, impiego e futuro per me e soprattutto per la mia famiglia. Se si permette che chi ha scelto di stare dalla parte della Giustizia maturi solo disagi diventando esempio tangibile del fallimento di una rapida risposta dello Stato, ciò non rappresenta una sconfitta solo per Pino Masciari, ma una sconfitta per l’Italia intera, una vittoria per la `ndrangheta, che ha continuato e continua a fare imprenditoria moltiplicando i suoi guadagni, tanto è vero che in Calabria ha un bilancio di 35 miliardi di euro sporchi, mentre al sottoscritto non gli viene restituito il diritto di ritornare a fare l’imprenditore. Addirittura il Ministero dell’Interno con delibera del 28 luglio 2004, così afferma: "non consente di autorizzare il rientro del testimone di giustizia Masciari Giuseppe e del suo nucleo familiare nella località di origine ritenuto che sussistono gravi ed attuali profili di rischio". Una sconfitta per lo Stato Italiano, un messaggio devastante per chi domani si trovasse a decidere se denunciare o abbassare la testa di fronte alle intimidazioni mafiose. Confermo fino alla fine e con fermezza che non ho alcun rimpianto per ciò che ho fatto, perché ritengo che la denuncia sia atto doveroso di ciascun cittadino che appartenga ad uno Stato che possa ancora considerarsi di diritto.

Lì 31 marzo 2008 f.to Giuseppe (Pino) Masciari

venerdì 28 marzo 2008

Se vince Lombardo sono cazzi

Sono stanco di dare dolori al resto dell'Italia. Una volta si limitavano a chiamarci terroni, ma ci volevano bene. Oggi se io fossi un uomo del nord li prenderei a calci nel sedere i siciliani come me. Gli stiamo facendo di tutto, così tanto che la Lega dovrebbe prendere il 100% fuori dalla Sicilia. Regaleremo al Senato continentale il peggio della Sicilia, partendo dal condannato Cuffaro per arrivare al condannato Dell'Utri. Un ponte di Casa Nostra. Una volta si mandavano i latitanti a "svernare" in luoghi "babbi", ora si mandano gli amici dei mafiosi a scontare la pena a 30mila euro al mese. Ma non bastava. Come nostro massimo rappresentate regionale manderemo in orbita questo uomo, questo elemento chimico creato in laboratorio che si prospetta un Terminator, colui che affosserà senza remissioni la Sicilia. Lombardinetor. Oh uomini e donne del Nord, incazzatevi, invadete la Sicilia, conquistateci vi prego! Fatelo prima del 13 Aprile però. Io vivo fuori dalla Sicilia ormai da anni. Comincio ad avere paura. L'altro giorno una vecchina alla fermata dell'autobus mi ha aggredito a colpi di borsetta piena di piombo gridando contro Lombardo. Voglio la scorta; se Lombardo diventa presidente mi linceranno, sarò costretto a cambiare accento. Bossi, prima che Dio torni da te a fare l'altra metà del lavoro, manda qui le tue truppe!

giovedì 27 marzo 2008

Intervista a Manfredi Borsellino

vviso importante: Spettacolo dell'attore siciliano e amico Aldo Rapè "Ad un passo dal cielo: w la mafia". Lo spettacolo, di una intensità unica, andrà in scena ad Officina Teatro di San Leucio (Caserta) il 29 marzo alle 21 e domenica 30 alle 19. Vi consiglio vivamente di andare, fidatevi!

martedì 25 marzo 2008

Quelli che... il 5,5% si può fare!


Passare la Pasqua in Sicilia vuol dire addio peso forma e "wellcome food". Sono sazio, lo ammetto, ma non solo di ottimo cibo. Sono sazio e soddisfatto di sondaggi. Quando Sonia mi chiamò per dirmi che aveva deciso di accettare l'offerta dei Meetup di Beppe Grillo (lo so che non si usa più, ma non fu lei ad imporsi, glielo chiesero in tanti, tantissimi) e correre come presidente della Regione Sicilia, pensavo che sarebbe stato un successo incredibile raggiungere l'1, l'1,5% delle preferenze. Pochi voti, ma di protesta, pochi voti ma incazzati neri. Non pensavo, pur conoscendo le qualità e le potenzialità di Sonia, che la gente fosse matura per un voto del genere, che è molto più impegnativo di una crocetta su Pd o su Cuffarobaffutosemprepiciuto. Ma soprattutto credevo che mai si potesse competere ad armi pari con gli altri candidati: parliamo di deputati (non aspiranti presidenti) che hanno già speso per la campagna elettorale più di 200mila euro. Al 13 e 14 Aprile, Sonia e il suo staff avranno speso non più di 20mila euro. Come si può competere economicamente, e come con le affissioni selvagge, e come con i finanziatori "occulti"? Spendere 200mila euro solo per essere eletti? O per compiere qualche missione? In ogni caso lo sbarramento del 5% per accedere al parlamento siciliano era un miraggio lontano migliaia di chilometri. E invece, veramente inaspettato (ma benvenuto più del cibo), arriva il primo sondaggio (SWG per Radio 24) a far tremare i banchi dell'Ars: Raffaele Lombardo, come previsto, tra 49 e il 52%, Anna Finocchiaro tra il 39,5 e il 42,5%, e Sonia Alfano tra il 4,5 e il 5,5%!!! Se la gente confermerà con la propria preferenza questo sondaggio, e se altri si aggiungeranno, veramente potrebbe accadere di tutto. Tutto questo quando non è ancora sceso in campo Beppe Grillo, che il 29 e 30 Marzo sarà in Sicilia per sostenere Sonia. Che impatto avrà sui siciliani la sua presenz? Quanti voti sposterà? Si dice che potrebbe significare 1,5 - 2 punti percentuali in più per Sonia. Io non voglio pensare troppo, nessuno deve farlo. Dobbiamo solo mettercela tutta per far sì che Sonia arrivi alla gente, nonostante censure e boicottaggi mediatici. Si deve fare!

P.s. Una domanda per il Pd: ancora sicuri che Anna Finocchiaro fosse la scelta migliore? :-)

sabato 22 marzo 2008

La Santa Pasqua


Questa notte per i cattolici accadrà qualcosa di importante. Gesù, dal regno dei morti tornerà a vivere, e salirà al cielo. E oggi il mio pensiero va ad un altro cattolico che sta per compiere lo stesso viaggio. Totò Cuffaro. Da capo della Sicilia, tradito, colpito al cuore da una sentenza che aveva scambiato per assoluzione, e costretto alle dimissioni, a pochi mesi dalla morte politica, ha la possibilità di essere redento, di tornare alla politica, di evitare il processo, di usufruire dell'immunità parlamentare: di sottrarsi alla giustizia. L'innocente, il perseguitato, la vittima. Ma a dargli questa possibilità non è il padre eterno, ma uno molto, molto meno importante, che i cattolici veri dovrebbero rinnegare: Pierferdinandoazzurrocaltagirone Casini. Cuffaro rappresenterà gli italiani in Senato, per colpa di quel signore brizzolato. Un elemento geneticamente modificato condannato per aver favorito dei mafiosi ma non la mafia. Dei mafiosi freelance. Per evitare questa ennesima porcata, l'unica possibilità è non votare l'Udc, far si che il partito più inquinato del mondo non raggiunga l'8% al Senato in Sicilia. Non fatelo per me o per voi stessi, fatelo per la Sicilia, per salvare, se ancora ce l'ha, la dignità di una regione. Saremo noi a regalare all'Italia un colluso con i mafiosi. Siamo sempre noi. Prima Dell'Utri, ora Cuffaro. Ma non vi vergognate un pò? Non vi vergognate a dare al resto d'Italia Cuffaro? Padre Nostro, se sei nei cieli, fai il tuo dovere, perchè qui la gente non è in grado! Buona Pasqua!

venerdì 21 marzo 2008

Per chi vota la mafia


di Peter Gomez, con la collaborazione di Arcangelo Badolati, Giuseppe Giustolisi, Roberto Gugliotta e Claudio Pappaianni
Se le cose andranno come devono andare, se in Sicilia l'Udc supererà la soglia dell'8 per cento dei voti, nel prossimo Senato siederà un uomo che Giovanni Brusca, il capomafia killer del giudice Giovanni Falcone, considerava "un amico personale". Si chiama Salvatore Cintola, ha 67 anni, è laureato in lingue e in vita sua è stato prima repubblicano, poi socialdemocratico e quindi socialista. Per qualche settimana ha anche militato in Sicilia Libera, un movimento indipendentista creato nel '93 per volere del boss Luchino Bagarella. Ma alla fine ha scoperto una vocazione per il centro ed è passato alla corte di Totò Cuffaro diventando deputato regionale sull'onda di migliaia di preferenze (17.028 nel 2006). Due anni fa ad Altofonte, raccontano le intercettazioni, la sua campagna elettorale era stata condotta pure dagli uomini d'onore, ma farsi votare dalla mafia non è un reato. Frequentare i boss neppure. E così la posizione di Cintola, iscritto per ben quattro volte nel giro di 15 anni sul registro degli indagati della procura di Palermo, è stata come sempre archiviata. Cintola, numero quattro del partito di Casini nella corsa a Palazzo Madama, può insomma tentare liberamente il gran salto in Parlamento. E se ce la farà si troverà in compagnia di una foltissima pattuglia di amici, parenti, soci, complici veri, o presunti, di mafiosi, 'ndranghetisti e camorristi. Sì perché mentre Confindustria espelle non solo i collusi, ma persino chi paga il pizzo (persone cioè che codice alla mano non commettono un reato, ma lo subiscono), Udc, Pdl, e, in misura minore, il Pd, di fronte al rischio mafia chiudono gli occhi.Nelle tre regioni del sud, Sicilia, Calabria e Campania, quello della criminalità è infatti un voto organizzato, al pari di quello delle associazioni dei precari (voti in cambio dei rinnovi dei contratti pubblici)o del volontariato (voti contro finanziamenti). Quanto pesi dipende dalle zone. In alcuni comuni della Calabria, ha spiegato il pm Nicola Gratteri, sposta fino al 20 per cento dei consensi. Numeri analoghi li fornisce a Napoli il sociologo Amato Lamberti che parla di una "joint venture criminale tra camorristi, imprenditori spregiudicati e e politici affaristi, in grado di orientare su tutta la regione il 10 per cento dell'elettorato". Mentre a Palermo, il vicepresidente della commissione antimafia Beppe Lumia (Pd), spiega: "I voti che Cosa nostra controlla sono circa 150mila. Sono una sorta di utilità marginale che, indipendentemente dai sistemi elettorali, serve per raggiungere gli obiettivi: o la quota dell'8 per cento al Senato, o la vittoria complessiva in caso di testa a testa. Solo alla fine della campagna elettorale, comunque, chi opera sul territorio può rendersi conto delle scelte delle cosche. È a quel punto che i mafiosi lanciano segnali: sanno di essere forti e lo fanno pesare".Il palazzo di giustizia di PalermoGià, i segnali, ma quali? I colloqui intercettati durante le ultime consultazioni narrano che Cosa nostra, quando si vede richiedere il voto, sceglie spesso la linea dell'understatement. "Allora noi ci muoviamo. Però con riservatezza, come merita lui, con molta pacatezza, capisci (altrimenti) gli facciamo danno", dicevano nel 2001 i mafiosi di Trabia a chi domandava loro un appoggio per la candidatura di Nino Mormino, l'ex vice-presidente della commissione Giustizia della Camera, oggi lasciato in panchina dal Pdl. Non è insomma più epoca di evidenti passeggiate sotto braccio con il capomafia del paese. E a Palermo, per accorgerti di cosa sta succedendo, devi saper identificare i nomi e i volti di chi distribuisce manifestini o santini elettorali.Per le politiche del 2006, per esempio, tra ragazzi del motore azzurro, l'organizzazione voluta da Marcello Dell'Utri (condannato in primo grado per concorso esterno e in secondo per tentata estorsione), figurava tutta la famiglia di Rosario Parisi, il braccio destro del boss Nino Rotolo, a cui era stato pure delegato il compito di curare uno dei tanti gazebo berlusconiani. Nel quartiere popolare della Kalsa, invece, fino a venti giorni prima delle amministrative non si vedeva un manifesto. Poi, una bella mattina,sulla saracinesca del negozio vuoto del più importante latitante della zona qualcuno aveva appeso un' immagine del sindaco Diego Cammarata (verosimilmente all'oscuro di tutto). Era il via libera. Mezz'ora dopo i muri dell'intero quartiere, come gli abitanti, parlavano solo di lui.Auto rubate e distruttesul lungomare di PalermoNon deve stupire: la mafia, anzi le mafie, sono ormai laiche, non sono a prescindere di destra o di sinistra, e prima della chiamata alle urne fanno dei sondaggi. Come ha raccontato il pentito Nino Giuffrè l'organizzazione ha uomini ovunque in grado di percepire gli umori dell'elettorato. Poi, quando diventa chiaro chi può vincere, stringe accordi con chi è disponibile al dialogo. O imponendo candidature, o offrendo voti in cambio di soldi, appalti o favori. Anche per questo, e non solo per distrazione, nelle liste oggi c'è finito di tutto. In Sicilia, per esempio, presentare Cuffaro, condannato in primo grado a 5 anni per favoreggiamento, è stato come segnare una svolta.Cintola a parte, l'Udc fa correre alla camera Francesco Saverio Romano, tutt'ora indagato per concorso esterno; Calogero Mannino, imputato davanti alla corte d'appello di Palermo; e Giusy Savarino, che solo un mese fa ha visto il Tribunale inviare, al termine del processo 'Alta Mafia', alcuni atti che la riguardano alla procura. Secondo i giudici dalle intercettazioni e dai verbali emerge come nel 2001 lo scontro sulla sua candidatura alle regionali tra suo padre, Armado Savarino, e l'ex assessore Udc, Salvatore Lo Giudice, poi condannato a 16 anni di reclusione, sia stato risolto dalla mediazione del boss di Canicattì, Calogero Di Caro.Certo, si può benissimo concordare con Pier Ferdinando Casini, il quale di fronte alle polemiche, fin qui limitate al nome di Cuffaro, ripete "non è giusto che le liste le faccia la magistratura". Resta però il fatto che il numero di suoi candidati risultati in rapporti con uomini di Cosa nostra, o coinvolti a vario titolo in indagini per mafia, è altissimo. Troppi per ritenere che le accuse lanciate dai pentiti, secondo i quali il voto per il partito di Cuffaro negli ultimi anni sarebbe stato compatto, siano del tutto campate in aria. In questa situazione, con la magistratura che non può intervenire perché per arrivare al processo ci vuole (giustamente) la prova dell'accordo con i mafiosi, a denunciare e bonificare ci dovrebbe pensare la politica.Il tentativo della commissione Antimafia di far approvare, per iniziativa del senatore di Forza Italia Carlo Vizzini, un codice etico che impedisse la presentazione di candidati collusi almeno alle amministrative del 2007 è però rimasto lettera morta. Al primo febbraio del 2008 su 103 prefetture, solo 86 avevano inviato alla commissione una fotografia di quello che era accaduto nelle urne sei mesi prima. E stando a quanto risulta dai documenti che 'L'espresso' ha letto, mancavano, tra l'altro, all'appello le risposte delle provincie di Avellino, Caltanissetta, Enna, Messina, Palermo, Reggio Calabria, Taranto e Trapani. I partiti avversari poi tacciono tutti. Il Pdl, nonostante le polemiche contro il "cuffarismo e il clientelismo", è prudentissimo. Anche perché gli azzurri in lista non si sono limitati a ricandidare il senatore Pino Firrarello, condannato in primo grado per turbativa d'asta aggravata e ora sotto inchiesta per concorso esterno, o l'ex sottosegretario Antonio D'Alì, ex datore di lavoro del superlatitante Matteo Messina Denaro, e oggi accusato dall'ex prefetto di Trapani Fulvio Sodano di aver voluto il suo trasferimento per fare un piacere a Cosa nostra (sulla vicenda è in corso un'indagine e un processo per diffamazione).Negli elenchi fa capolino pure la new entry Gabriella Giammanco, ex aspirante velina, volto giovane del Tg4, ma soprattutto nipote di Vincenzo Giammanco, definitivamente condannato come socio e prestanome di Bernardo Provenzano. (Dal suo ufficio legale: «Si rende noto che la dott.ssa Gabriella Giammanco NON è figlia né nipote del Sig. Vincenzo Giammanco di cui la stessa sconosce addirittura l'esistenza»). E poi ci sono tutti gli altri. A partire da Gaspare Giudice, assolto in primo grado dalle accuse di mafia con una sentenza in cui il tribunale sostiene di aver però "verificato con assoluta certezza" l'appoggio datogli da Cosa nostra nel 1996 e "con grandissima probabilità" anche nel 2001. Per arrivare a Renato Schifani, considerato in pole position dal 'Giornale' come futuro ministro degli Interni, sebbene negli anni '80 sia stato a lungo socio, assieme all'ex ministro Enrico La Loggia, della Siculabrokers: una compagnia in cui figuravano anche Nino Mandalà, futuro boss di Villabate, e Benny d'Agostino, imprenditore legato per sua ammissione al celebre capo di tutti i capi, Michele Greco.Insomma, meglio non discutere di mafia. Un po' come fa il Pd messo in imbarazzo dalle proteste di Beppe Grillo e della Confindustria, quando con un colpo di mano aveva tentato di escludere dalle liste Beppe Lumia. Dietro a quella scelta non è difficile vedere l'ombra del grande avversario di Lumia, il dalemiano Mirello Crisafulli, filmato mentre discuteva, dopo averlo baciato, di appalti e favori con i boss di Enna, Raffaele Bevilacqua. Da quando nel 2007 Lumia, condannato a morte da Cosa nostra, aveva definito la sua candidatura inopportuna, Crisafulli, grande amico di Cuffaro, non lo salutava più. Poi in lista c'era finito solo Crisafulli e Lumia era stato recuperato come numero uno al Senato solo quando era diventato chiaro che stava per passare con Di Pietro. In compenso tra gli aspiranti deputati del Pd è comparso Bartolo Cipriano, ex sindaco e poi consigliere del comune messinese di Terme Vigliatore, sciolto per mafia nel 2005.Meglio vanno le cose in Calabria, dove le liste di Veltroni, capeggiate dall'ex prefetto De Sena sono in buona parte pulite (al contrario di quanto era accaduto con le regionali quando la 'ndrangheta votò per il centrosinistra). Tra i democratici suscita qualche perplessità principalmente il nome di Maria Grazia Laganà, la vedova di Francesco Fortugno, il vice-presidente della regione ucciso dai clan, sotto inchiesta per truffa ai danni dello Stato nell'ambito delle indagini sulle infiltrazioni mafiose alla Asl di Locri. Qui, come in Campania, la battaglia con il centrodestra si profila in ogni caso all'ultimo voto. E il Pdl candida al Senato (decimo posto) addirittura Franco Iona, cugino primo del boss Guirino Iona, capo dell'omonima cosca crotonese ora in carcere dopo anni di latitanza. Nel 2005 Iona non aveva potuto correre per le amministrative con l'Udeur proprio a causa della sua ingombrante parentela. Ora, nonostante le proteste del presidente della commissione Antimafia Francesco Forgione, Iona si dà da fare per raccogliere voti e ribadisce di essere incensurato.Difficile comunque che ce la faccia, al contrario di Gaetano Rao, numero 17 del partito di Berlusconi e Fini alla Camera, e soprattutto nipote di don Peppino Pesce, vecchio boss dell'omonima e potentissima cosca di Rosarno. Per uno strano scherzo del destino Rao si ritrova candidato assieme ad Angela Napoli (An), membro della commissione Antimafia e feroce avversaria della 'ndrangheta. La Napoli, insomma, ingoia amaro anche perché con lei sono candidati Pasquale Scaramuzzino, l'ex sindaco di Lamezia Terme, un comune sciolto nel 2002 dal governo per mafia in seguito a una sua battaglia, e Giuseppe 'Pino' Galati, allora leader del Ccd: un partito che l'attaccava a tutto spiano.Anche in Campania, dove solo nella provincia di Napoli, sono stati sciolti 15 comuni (in prevalenza di centrosinistra) dal 2001 a oggi, c'è incertezza. Alle prese con l'emergenza rifiutiil Pd pare essersi mosso con relativa cautela, anche perché scottato dalle indagini sul clan Misso e i suoi rapporti con la Margherita. Tutt'altra storia sono invece le liste degli avversari. In Parlamento entrerà Sergio De Gregorio, l'ex dipietrista subito convertito a Berlusconi, indagato per riciclaggio dopo che sono stati scoperti suoi assegni in mano a Rocco Cafiero detto ''o capriariello', un contrabbandiere considerato organico al clan Nuvoletta. Con lui ci sarà Mario Landolfi (An), ora costretto a fronteggiare l'accusa di essere stato appoggiato nel 2006 da un manipolo di camorristi. E c'è pure Nicola Cosentino, uno che la mafia se l'è trovata suo malgrado in casa, visto che uno dei suoi fratelli ha sposato la sorella del boss, detenuto al 41 bis, Peppe Russo, detto 'o padrino'. Insomma, c'è da stare tranquilli. Comunque finiranno le cose il 13 aprile avremo un Parlamento specchio del paese. Peccato solo che a essere riflessa, almeno nel sud, sarà anche la parte peggiore.

giovedì 20 marzo 2008

Non votate, firmate e fotografate


Il voto nazionale si avvicina sempre di più. Ma la gente se ne fotte allegramente. E fa benissimo. Anche i politici non stanno facendo campagna elettorale. A che serve? Ormai è tutto organizzato, le nomine alle camere sono state definite, le vergogne sono state esposte tra i primi posti, resta solo da decidere chi farà il premier in caso di vittoria o in caso di pareggio al Senato. Dettagli. Voi siete chiamati, come tanti analfebeti, a mettere una x. Prima ci lasciavano scrivere almeno il nome e il cognome del candidato, ora solo una x: capite la considerazione che hanno del popolo e della democrazia. Alle prossime elezioni la scheda ce la daranno già votata. E alle prossime ancora non ci saranno votazioni. Si sceglieranno tra di loro, in stile conclave. Io avevo deciso di non votare. Ora ho cambiato idea. Domenica 13 Aprile entrerò nella cabina elettorale, aprirò la mia bella scheda-truffa, e scriverò un pensiero. Non so cosa. Se un bel vaffanculo o qualcosa di più raffinato. O forse mi voterò e mi eleggerò. Dipende dallo stato d'animo. Poi la firmerò e farò una bella foto. E alla fine la metterò sul blog, dopo averla mandata a Silvio e a Uolter. Ed è questo che vi invito a fare. Quando avrete "votato" come si deve (ricordatevi di firmare in maniera leggibile la scheda), mandatemi le foto, le pubblicherò sul blog e se saranno abbastanza faremo un'edizione cartacea. Non è una cazzata. Non è astenersi. E' esercitare il proprio diritto di voto. In Russia, fino alle elezioni del 2003 (questa la rubo a Salvatore Borsellino) sulla scheda elettorale c'era anche la "casella bianca": chi non era d'accordo con nessuno, chi era contro tutti, poteva barrarla. Prendiamo lezioni di democrazia persino dalla Russia. Sono scelte. C'è chi certifica col proprio voto liste e personaggi collusi scelti da altri, che si limita ad annuire in base a ipotetici ideali che chiedono di stare eternamente a 90 gradi, c'è chi dice no e lo scrive e lo firma e lo fotografa. Diffondiamo questa iniziativa, mi aspetto centinaia di foto! Si può fare, alla faccia loro!

mercoledì 19 marzo 2008

Ha vinto Graziellina

Nella foto: l'avvocato Repici e Piero Campagna

Ieri sera, alle 23 e 30, la Corte d'Appello di Messina ha confermato la galera a vita per i due principali imputati dell'omicidio di Graziella Campagna, gerlando alberti junior e giovanni sutera, che non meritano manco le maiuscole. Dopo ventitrè anni, dopo mille tentativi di insabbiamento, dopo giudici corrotti e false testimonianze, finalmente ha avuto la meglio la giustizia. Una giustizia malconcia, invecchiata, ma per una volta veramente giusta. Alla lettura della sentenza, Piero, Pasquale, gli altri fratelli e sorelle e gli amici si sono uniti in un grande abbraccio, in un pianto liberatorio. Il mio pensiero va proprio a Piero, che ha dedicato la sua vita, che ha sacrificato la carriera nell'Arma per questa sentenza, perchè gli assassini della sorella non rimanessero impuniti. E penso anche a Graziellina, morta quando io nascevo, uccisa senza uno straccio di motivo, uccisa "per essere sicuri", uccisa perchè "non si sa mai". Dovranno morire in carcere quei due individui indegni, ammesso che la Cassazione faccia il proprio dovere. E in attesa di mettere la parola "fine" a questa tragedia, in attesa che con sentenza definitiva gli assassini abbiano al 100% il futuro che si meritano, Graziella può riposare, stavolta veramente in pace. Perdonate l'eccesso di sentimento, ma sono troppo felice.

martedì 18 marzo 2008

Lettera da Bruno Contrada


Mi riferisco al suo scritto, sul mio sito “www brunocontrada.info”, del marzo c.a. Ritengo che sia opportuno e giusto che lei si ponga e ponga domande su vicende giudiziarie che vanno al di là del singolo individuo, che ne è il protagonista o la vittima, ma che interessano tutto il Popolo Italiano, in nome del quale sono emesse le sentenze. Quindi, lei, da cittadino italiano, ha il diritto di sapere e giudicare. Però, per conoscere ed esprimere poi giudizi, positivi o negativi che siano, è necessario non limitarsi alla lettura e all’ascolto dei resoconti e notizie della stampa e della televisione, che talvolta sono corretti e aderenti alla verità, ma spesso insufficienti, lacunosi, fuorvianti, mistificatori, tendenziosi o addirittura falsi e calunniosi. Non è sufficiente neppure leggere soltanto le sentenze perché, come il brocardo latino ci ricorda:

“ res iudicata facit de albo nigrum,
originem creat,
aequat quadrata rotundis,
naturalia sanguinis vincula et
falsum in verum mutat... »

E’ utile, inoltre, riflettere su queste parole di Anatole France: “ Il diritto è la più efficace scuola della fantasia.” Mai poeta ha interpretato così liberamente come un giurista la realtà. E’ un insignito del premio Nobel (1921) che dice queste cose! Lei, nella lettera a me indirizzata sul blog, mi esorta a dire la verità. Ebbene, io le dirò che sono più di quindici anni che la verità viene detta, conclamata, gridata, accertata e consacrata in migliaia e migliaia di pagine di atti processuali (verbali di udienze, testimonianze a difesa e d’accusa, requisitorie e arringhe difensive, memorie, documenti d’archivio, motivi di appello e ricorsi, ordinanze, SENTENZE etc..). Tra queste ultime, cioè sentenze, ce n’è una che conclude:”L’imputato è assolto perchè il fatto non sussiste”. Sempre, in nome del Popolo Italiano. La esorto, quindi, (questa volta sono io a farlo) a documentarsi, conoscere, e poi formulare il suo giudizio, che non sia frutto di suggestione o pregiudizio. Gli atti dei processi definiti sono pubblici; chiunque può prenderne visione. Se ha domande specifiche da pormi, dubbi, perplessità o altro, può anche scrivermi : Carcere Militare di S.Maria Capua Vetere (CE) via del Lavoro 202 – 81055 – Io le risponderò. La posta, sia in arrivo che in partenza, non è soggetta a censura. Può scrivermi, quindi, liberamente ed io altrettanto liberamente le risponderò. Del resto non c’è nulla di compromettente o di segreto da leggere o da scrivere. Tutto ciò che c’era da dire è stato detto in atti pubblici, cioè processuali. Sa perché le ho risposto? Perché lei mi ha detto che ha poco più di vent’anni, che è siciliano e che la sua famiglia è stata vittima della mafia. I suoi interrogativi avranno risposta esauriente.

La saluto cordialmente,
Bruno Contrada

P.S. Vuol dirmi che significa
“RELATIVISMO”, che mi addebita?

lunedì 17 marzo 2008

Votate per la Finocchiaro, eleggete il programma di Andò


Io sono uno tra quelli che farà vincere Raffaele Lombardo alle elezioni regionali siciliane. Non perchè lo voterò, ma perchè sto sostenendo la candidatura di Sonia Alfano. Me lo hanno detto i sostenitori della Finocchiaro, e vista la loro attendibilità e coerenza, bisogna credere loro. Ma rimango lo stesso con Sonia, quella intimidita e minacciata, si, quella a cui nessuno ha espresso solidarietà, proprio lei. E sostenendo lei, dicono i grandi e lungimiranti Finocchiaristi, faremo un favore al Cuffaroconibaffi. Danno per scontato siano loro a stare nel giusto, dimenticando tutte le porcherie politiche che stanno avallando. Quiz del giorno: sapete chi fece il programma di Rita Borsellino nel 2006? I cittadini. Si, girò la Sicilia e raccolse tutte le istanze, le proposte, mentre Ds e Margherita le dicevano di smettere di giocare. Furono messe assieme e quello fu il programma del centrosinistra. Sapete chi scriverà oggi il programma del Pd in Sicilia, il programma di Anna Finocchiaro? Lo chiedo soprattutto a chi avrà la faccia tosta di votarlo, dopo aver digerito l'imposizione dittatoriale del candidato. Non sarà certo Anna Royal. Sarà Salvo Andò, che all'età di 192 anni torna alla ribalta dopo essere passato tra processi, indagini e imputazione da parte della direzione distrettuale antimafia. Anna combatterà la mafia, ma dolcemente, ma anche pacatamente, senza violenza, ma anche senza determinazione. Democraticamente, prescrizionalmente. I guai per Andò, che oggi è addirittura rettore dell'Università Kore di Enna (nel Cda c' anche Crisafulli) e docente alla San Pio V di Roma, cominciano nel periodo di Mani Pulite, quando proprio la Dda di Catania lo iscrive nel registro degli indagati per voto di scambio, niente di meno che con il clan mafioso Santapaola. Si, sospettano proprio che abbia avuto rapporti con i mandanti dell'omicidio del generale Dalla Chiesa. Alcuni collaboratori di giustizia raccontarono che Andò si incontrava regolarmente con Nitto Santapaola, durante la latitanza del boss, e in cambio di voti gli prometteva "aiuti" nei processi. Dichiarazioni, queste, confermate anche dal braccio destro di Santapaola, Giuseppe Puglisi. In uno degli ultimi rifugi del boss prima della cattura, fu trovata anche una lettera, su carta intestata della Camera dei Deputati: "Cari saluti, Salvo Andò". Di certo non era indirizzata a me, quindi o aveva sbagliato indirizzo, o era proprio per il boss. Dopo sette anni, viene assolto dal reato di voto di scambio. Il pm aveva sostenuto durante la requisitoria che il reato era stato provato, nonostante fosse ormai prescritto. Nel 1993 Andò visita finalmente le patrie galere: arrestato per tangenti sulla ristorazione dell'ospedale di Catania: l'accusa viene derubricata a finanziamento illecito ai partiti e cade in prescrizione. Nel 1995 fu anche condannato a cinque anni e mezzo per alcune tangenti sulla costruzione della Fiera di Catania, ma nel 1999 la Cassazione annulla la sentenza e decide per il rinvio, decretandone nei fatti la prescrizione. Nel 2004, però, anche se non serve a nulla, la Cassazione può accertare anche processualmente che Andò ha ricevuto e incassato le tangenti. Ecco chi voteranno gli elettori del Pd in Sicilia. Quelli che accusano Berlusconi per le sue collusioni, quelli che credono di essere i migliori. Se è vero che i candidati si votano per il programma, in caso di elezione non sarà Anna Finocchiaro il presidente della Regione, ma un prescritto. Si può fare!

Da Bologna, per Sonia

sabato 15 marzo 2008

Legittimi dubbi


Caro Benny,

mi chiamo Lorena, sono SICILIANA e ti seguo e "sostengo" ormai da un pò. Ti scrivo in un momento di totale sconforto, uno sconforto che nasce da un amore profondo per la nostra terra e dalla paura che ancora una volta siano le persone "sbagliate" a governarci,che ancora una volta siano corrotti, mafiosi e maestri dell' "inciucio" a guidare la politica siciliana(quella nazionale,non la consideriamo neanche!). Ed è proprio questa paura che mi fa riflettere e mi fa chiedere in ogni istante quale sia davvero la cosa giusta da fare ,o meglio, la persona giusta da votare, in questo particolare momento, per il bene della nostra Sicilia. Anch' io sogno una politica di legalità, di giustizia, di trasparenza, capace davvero di ascoltare e di rispondere ai bisogni della collettività e che,soprattutto,in questi termini, combatta apertamente e con fervore la mafia. Anch' io sono stanca di una politica che di altro non si cura se non di fare arricchire i "nostri dipendenti",di una politica che tace di fronte alle ingiustizie quotidiane, che favorisce e permette (e compartecipa) alla mafia di agire con una "discreta tranquillità", che non si ribella apertamente e con convinzione di fronte alle oscenità che affliggono costantemente la vita politica e sociale italiana. E mi chiedo in questo momento,in particolare in sicilia,quale sia la cosa migliore per cercare almeno di avvicinarci ad una "nuova politica". Sappiamo bene che sia Sonia Alfano sia Rita Borsellino, sono impegnate da tempo a favore della legalità ,certo, in modi e con visibilità diverse , ma questo è irrilevante. Sappiamo, che Rita Borsellino si è,(con le sue (condivisibili o meno) ragioni che ho avuto modo di ascoltare) "alleata" con un partito a cui ,per motivi che sai bene e che io condivido con te , nè io, nè tu, nè tanti altri, daremmo mai il nostro voto. E sappiamo che sonia alfano,almeno in queste elezioni, purtroppo aggiungo,non vincerà. Ecco..veniamo al dunque..da una parte sonia alfano, fuori dai giri,dai giochi e dalle imposizioni dei partiti, portatrice di una visione rivoluzionaria della politica(che dovrebbe essere di norma), espressione dell' amore per la legalità, ma che, almeno in queste elezioni, non vincerà. Dall "altra" la Borsellino, in coalizione con la Finocchiaro e di conseguenza con tutto quello che è e che rappresenta il Pd, ma che sappiamo essere anche lei espressione di una sana politica, trasparente e giusta. Allora..da una parte mi chiedo,"non sarebbe ragionevole sostenere comunque la Borsellino, in modo che anche se nn sarà presidente della regione possa avere dei numeri significativi all interno dell' ARS e in modo ,che quindi, sia capace in caso di vittoria, di influenzare significativamente le politiche del centrosinistra e nel caso di sconfitta , di fare una forte opposizione? E ancora, "Dato l' alto grado di consociativismo tra centrodestra e centrosinistra in sicilia, non sarebbe utile avere la borsellino e i suoi a "mediare" o meglio contrastare la situazione?" Dall' altra parte tutte le mie paure legate a questa coalizione di Rita con un un partito e con gente che nn ha bisogno di commenti...si commentano da soli, e tutta la voglia di manifestare la volontà di una "politica nuova", di rottura radicale con quella attuale, di cui sia Beppe Grillo sia Sonia Slfano sono espressione, ma di cui non possiamo dire che non lo sia Rita Borsellino,che avrei sostenuto senza ombra di dubbio fino alla morte se si fosse presentata da sola,con la sua lista civica o con Sonia Alfano. Chiarisco che questa e-mail non ha alcun tono, come posso dire..provocatorio. Vuole essere uno spunto di riflessione e soprattutto esprime la mia volontà di avere il parere di una persona che, anche se non conosco di presenza, seguo, stimo moltissimo per quello che fa, per le sue battaglie e per il suo senso di giustizia,quale sei tu. Inoltre tu hai deciso praticamente subito di stare con Sonia Alfano, per cui mi chiedevo se avessi avuto le mie stesse..e credo quelle di molti altri..perplessità. Sperando di..diciamo non disturbare..ti chiedo quindi di dirmi cosa pensi in merito.

Con stima,
Lorena

giovedì 13 marzo 2008

"Libera" di tutto?

Venerdì e sabato avrei dovuto partecipare alla due giorni di Libera dedicata alla memoria e all'impegno in ricordo di tutte le vittime delle mafie. Un qualcosa di bellissimo, di emozionante, una due giorni in cui davvero si cerca di restituire dignità a tutti quei morti, soprattutto a quelli senza storia. Sono stato invitato, assieme a mia madre, come parenti di Paolo e Giuseppe Borsellino. Proprio mentre ricevevo l’invito, stavo finendo di scrivere il post sui tre personaggi dubbi inseriti nelle liste del Pd. Ero schifato e arrabbiato. Chiesi ad una organizzatrice (persona fantastica e per bene) se ci sarebbero stati politici. In quel caso non avrei partecipato. Avrei rovinato l’atmosfera, e non mi andava, proprio per rispetto di tutte quelle vittime. Non mi andava di insultare e sputare in faccia a coloro che portano nel parlamento i collusi con la mafia. L’organizzatrice si è informata, e dopo qualche minuto mi ha chiamato dicendomi che ci sarebbe stato solo il sindaco di Bari, e nessun altro esponente del Governo né dei partiti. L’unica sarebbe stata Maria Grazia Laganà. Era stata invitata in quanto moglie di una vittima della ‘Ndrangheta, Francesco Fortugno. A quel punto ho gentilmente declinato l’invito. Io non sarei andato e non andrò. Mia madre si, perché non si può perdere un’occasione così importante per raccontare la storia di mio nonno e di mio zio, né quella di ascoltare altre storie sconosciute. Ma io non andrò. La signora Laganà, oltre ad essere candidata (per par condicio potrebbe evitare le passerelle, soprattutto quando si parla di vittime di mafia e della loro memoria), è attualmente indagata per truffa aggravata ai danni dello Stato in relazione ad appalti nella sanità, nell’ambito delle indagini sulle infiltrazioni mafiose nell’Asl di Locri, di cui la Laganà è stata vicedirettrice. Non è indagata da una procura qualsiasi. Ma dalla Dda. Che vuol dire Direzione Distrettuale Antimafia. La signora Laganà, che è rimasta in Commissione Antimafia anche dopo l’avviso di garanzia, si è sempre rifiutata di essere ascoltata come persona informata sui fatti riguardo l’omicidio di suo marito (fatto già questo strano, direi contro natura), per il quale è stato rinviato a giudizio come mandante Alessandro Marcianò (amico della famiglia Laganà Fortugno e collega dei due alla Asl di Locri). Inoltre, la signora Laganà, all’inizio diceva anche che la ‘Ndrangheta non c’entrava con la morte del vicepresidente del Consiglio Regionale. Poi ha cambiato idea. Opportunità elettorale o glielo hanno confidato i mandanti dell’omicidio? Ma non è tutto. Dal sito della Casa della Legalità: L’On. Laganà non ha mai detto pubblicamente o alla DDA, a quanto risulta, nulla su ciò che accadeva nella ASL della ‘ndrangheta. Non ha mai precisato perché la sua famiglia (ivi compreso Fortugno ed il padre, Avv. Mario Laganà, potente democristiano e per lunghi anni “capo indiscusso” di quella stessa Asl) parlavano, chiamavano e ricevevano chiamate (32) da uomini della cosca Morabito-Palamara-Bruzzaniti, ed in particolare su utenze (fisse e mobili) di Pansera, compagno di latitanza di Giuseppe Morabito di cui è anche genero, avendone sposato la figlia, Giuseppina, collega di Franco Fortugno e Maria Grazia Laganà alla Asl di Locri. Su tutto questo non risponde o, in riferimento alle intercettazioni della Procura di Milano trasmesse per competenza a quella calabrese, accenna a giustificazioni quali: li sentivamo per il “rinnovo dell’ordine dei medici”. Che fossero risaputamene medici quanto mafiosi latitanti, è un particolare che sfugge.

Per tutto questo e per molto altro ancora, ritengo quantomeno “sconveniente” invitare la signora Laganà alle giornate di Libera, che rappresentano l’appuntamento più importante per i familiari delle vittime delle mafie e per tutta la società civile che attorno a loro si stringe, e lotta, ogni giorno, contro quello con cui la Laganà conviveva quotidianamente nelle Asl.

mercoledì 12 marzo 2008

Al giudice Ottavio Sferlazza


So bene che fare il "tifo" per un giudice a volte possa danneggiarlo. Ma molte volte può però salvargli la vita. So bene che i giudici preferiscono lavorare in silenzio, ma solo quando li lasciano lavorare. Ma sento dentro di me la voglia e la necessità morale di dire al giudice Ottavio Sferlazza che non sta lavorando da solo, che in tutta Italia c'è tanta, tantissima gente che è con lui, che conosce il suo lavoro e spera nel suo operato, che crede in quel giudice come ultima speranza per far luce sulla morte di Paolo Borsellino. C'è tanta gente che semplicemente gli è vicina e vuole farglielo sapere. Il giudice Sferlazza in passato si è anche occupato della strage di Capaci, dell'assassinio di Rocco Chinnici, del giudice Antonino Saetta e del capitano dei carabinieri Emanuele Basile. Ha ricevuto una serie interminabile di minacce, e nel 2005 era praticamente ultimato il piano "gelese" per farlo saltare in aria. Una vittima del racket ha rivelato che per pagare il suo debito era stato arruolato per prendere parte all'attentato. Oggi le misure di sicurezza attorno ad Ottavio Sferlazza sono state intensificate, oggi, per fortuna, è diverso dal 1992, quando i giudici venivano consegnati nelle mani dei mafiosi: chiedete al procuratore Giammanco, magari la pensa come me… L'unica cosa che voglio dire al giudice, e spero che gli giunga, è che le nostre speranze sono riposte in lui, e in noi può trovare la forza di andare avanti. Buon lavoro giudice, solo questo.

Ottavio Sferlazza è Gip di Caltanissetta. Si è occupato di diversi processi di mafia. Recentemente si è opposto per ben due volte all'archiviazione delle indagini sulla strage di Via D'Amelio, e ha ordinato l'iscrizione nel registro degli indagati per furto con l'aggravante dell'agevolazione di Cosa Nostra, per Giovanni Arcangioli, l'ufficiale che prelevò la borsa di Paolo Borsellino dall'auto in fiamme.

lunedì 10 marzo 2008

Per Graziella Campagna (Ore 21, Raiuno)


Finalmente ci siamo. A meno di rivoluzioni o di colpi di mano, stasera andrà in onda la fiction sulla vita di Graziella Campagna. E io veramente vi imploro di guardarla questa fiction, e di lasciare da parte, per una sera, tutti gli altri impegni. Quella di stasera sarà una sorta di ritorno alla vita, di debutto nel mondo per la piccola Graziella, colpevole di nulla. Uccisa come nel peggiore regolamento di conti, con cinque fucilate in faccia, e lasciata lì, per terra. Una ragazza splendida, bravissima a scuola, con in testa solo il pensiero di lavorare e riuscire a mettere qualche soldo da parte per un futuro matrimonio. Quando suo fratello Pietro mi raccontò la sua storia, lo pregai di fermarsi, perchè non riuscivo a seguirlo. Non avevo il coraggio di sentire altro. E ancora oggi non ho la forza di sapere altro. E' stato proprio Pietro (interpretato da Beppe Fiorello) a trovare il corpo di Graziella, ed è stato Pietro ad indagare negli anni, contro tutto e tutti, per scoprire la verità, che forse finalmente è processualmente vicina. Questa fiction però farà conoscere Graziella a tutta Italia, lascerà senza parole una nazione intera. Finalmente tutti sapranno chi è questa ragazza, che con l'autobus andava a lavoro, e la sera prima di tornare a casa, passava dai suoi piccoli nipoti per giocare con loro. Graziella Campagna, la ragazzina che lavorava in una lavanderia. Un giorno, prima di lavare gli indumenti, come sempre faceva, controllò che nulla ci fosse nelle tasche. Tirò fuori da una giacca un'agendina. Senza nemmeno guardarla, dopo aver terminato il lavaggio e la stiratura, la rimise nella tasca. Quell'agenda conteneva i segreti di due latitanti, e di uno in particolare, Gerlandi Alberti Junior. Senza manco chiederle se avesse visto, se avesse letto, la sequestrarono, e dopo un infernale viaggio di 15 minuti, la uccisero. Uccisero una ragazza, che aveva vissuto appena 17 anni, e che aveva ancora tanta voglia di vivere. E' gente che non meriterebbe nemmeno un processo, altro che ottenere il rinvio della fiction per non turbare il giudizio dei giudici. Graziellina aveva il braccio perforato, si era parata il viso dalle fucilate. Non riesco ad immaginare quello che potè vivere in quei momenti, la paura di trovarsi circondata da balordi, di avere un fucile puntato in faccia, le richieste di pietà. Pietro ha resistito alla vendetta, pur sapendo chi fossero i mandanti, chi fossero gli esecutori, chi i favoreggiatori. Pietro e la sua famiglia sono persone splendide che sono riuscite a ridare luce a Graziella. Per questo vi chiedo di rimanere attaccati alla tv questa sera, alle 21, su Raiuno.

domenica 9 marzo 2008

"Sto vedendo la mafia in diretta"


Avviso importante: Lunedì 10 Marzo ore 21 Raiuno “La vita rubata” il film che racconta la storia di Graziella Campagna, uccisa dalla mafia a soli 17 anni nel 1985 nella provincia di Messina.

P.s. Ieri ad Uggiano ho incontrato Brizio Montinaro, il fratello di Antonio, morto assieme al giudice Falcone. Un grande abbraccio anche da questo blog.

Di Giorgio Bongiovanni

Una sola mossa. Durata, forse, una manciata di minuti per far sparire tutto, sino all’ultima traccia, quanto Paolo Borsellino sapeva, aveva capito, cercava disperatamente di provare. Non era infatti sufficiente disintegrare lui, farlo saltare in aria assieme ai ragazzi e ragazze della sua scorta. Era ugualmente e altrettanto necessario trafugare, sottrarre e far sparire l’agenda rossa del giudice Borsellino. Quella annuale dell’Arma dei Carabinieri da cui il magistrato non si separava mai, quella che conteneva tutte le sue annotazioni più riservate, le più importanti, raccolte nei 56 giorni di corsa estenuante che separano Capaci da Via D’Amelio. Agnese Piraino Leto, la vedova Borsellino, ha spiegato più e più volte agli inquirenti con quanta attenzione il marito si assicurava di portare sempre con sé quell’agenda sulla quale scrisse anche domenica 19 luglio 1992. La famiglia si trovava nel villino di Villagrazia di Carini dove il giudice, in tempi che non conosceva più, amava rilassarsi e godere dell’affetto di propri cari. Quello era il primo giorno di quasi riposo dalla morte del collega e amico Giovanni Falcone, il suo “scudo umano”. Anche lui dilaniato da una bomba il 23 maggio con la moglie Francesca Morvillo e i ragazzi della scorta. Non era riuscito a dormire però durante il suo consueto sonnellino dopo pranzo, come raccontano i numerosi mozziconi di sigaretta rimasti nel portacenere. Si era solo ritirato nella sua stanza. Chissà quali e quanti pensieri affollavano la sua mente. Forse gli stessi con cui - racconta la moglie - quello stesso giorno riempì, con la fitta e complicata scrittura, le pagine dell’agenda rossa. Nessuno tra le persone che gli furono più vicine conosce il contenuto di quelle riflessioni. Non le aveva confidate né ai famigliari né ai suoi colleghi più stretti. Forse per proteggerli. Qualcun altro, invece, se non sapeva esattamente cosa vi era scritto, lo immaginava e non poteva correre il rischio che venisse reso pubblico. Mentre via D’Amelio bruciava nell’inferno di corpi e lamiere sparpagliati in ogni dove, un uomo emergeva dal fumo, prendeva la valigetta del giudice per poi riposizionarla, poco dopo, sul sedile posteriore della croma. Leggermente annerita la borsa da lavoro del giudice è rimasta pressoché intatta. Dentro vi era tutto, compreso il costume da bagno ancora umido, ma non l’agenda rossa. Qualcuno sapeva che era lì dentro. Qualcuno sapeva di doverla far sparire immediatamente. Su quegli attimi, sulla presenza mai chiarita di personaggi anomali sul luogo della strage, sulla rimozione della borsa e soprattutto sulla sparizione dell’agenda sono concentrati gli inquirenti che ancora oggi, dopo 15 anni, cercano di capire cosa accadde realmente in via D’Amelio. Sì perché, ancora dopo 15 anni, sappiamo che la cupola di Cosa nostra si riunì per deliberare, sappiamo quali mafiosi presero parte al commando che pedinò tutti gli spostamenti del giudice sin dal mattino, conosciamo anche le decine di convergenti ragioni per cui Cosa Nostra voleva chiudere i conti con quel magistrato che, con Giovanni Falcone, aveva seriamente compromesso gli interessi dell’organizzazione. Ma ancora non riusciamo a sapere chi premette il tasto del detonatore per scatenare quegli scenari di guerra, chi era appostato ad osservare il quadro per cogliere il momento giusto, chi ha prelevato dalla borsa l’agenda rossa. E domanda delle domande: dov’è ora? Esisterà o sarà stata distrutta? Chi l’ha presa? Chi la nasconde? Potrebbe essere un arma di ricatto? L’inchiesta comincia due anni fa quando gli agenti della Dia fanno irruzione nello studio di un fotografo palermitano, Franco Lannino: cercano una foto di via D’Amelio scattata pochi attimi dopo l’esplosione. Dietro una segnalazione riservata hanno saputo che sono in molti a cercarla. Anche i mafiosi, attraverso i propri avvocati. L’immagine ritrae carcasse e rottami avvolti nel fuoco e nelle fiamme e un uomo che tiene in mano la borsa del giudice appena ucciso. Gli investigatori effettuano la stessa operazione anche presso altri studi fotografici e presso la redazione della Rai e di altre emittenti private. Si rimonta così la sequenza filmata. Giovanni Arcangioli, allora capitano dei carabinieri, è la sagoma che, ripresa dalle telecamere televisive, si allontana da via D’Amelio con la valigetta del giudice sottobraccio verso via Autonomia Siciliana. Secondo la ricostruzione questo sarebbe avvenuto verso le 17:30, circa mezz’ora dopo l’esplosione, ma la valigia sarebbe ricomparsa poi nell’auto blindata da dove sarebbe stata prelevata definitivamente verso le 18:00. Questa volta senza l’agenda rossa. Sentito dai procuratori di Caltanissetta incaricati delle indagini, Arcangioli avrebbe fornito spiegazioni che lasciano però molte perplessità. In un primo momento l’ufficiale fa i nomi di due magistrati ai quali avrebbe consegnato, senza mai averla aperta, la cartella di Borsellino: Giuseppe Ayala, ex pm del maxi processo, all’epoca dei fatti neodeputato del Partito Repubblicano e Vittorio Teresi oggi sostituto procuratore generale. Quest’ultimo ha negato fortemente un suo qualsiasi coinvolgimento poiché ricorda di essere giunto sul luogo della strage verso le 18:30 e di non aver notato Arcangioli, che conosce bene, a quell’ora e che ancora meno abbia ricevuto una qualche informazione circa la borsa. Ayala invece, che accorse immediatamente in via d’Amelio poiché abitava molto vicino, ricorda di aver notato la borsa sul sedile posteriore, di averla presa e consegnata ad un carabiniere in divisa. Non se ne poteva occupare personalmente in quanto parlamentare e per questo l’ha affidata ad un funzionario dell’arma. Arcangioli ha sostenuto la sua versione precisando però, solo successivamente, di aver aperto la borsa con Ayala e di aver constatato, alla sua presenza, che l’agenda non era al suo interno. Ricorda poi di averla data ad un carabiniere di cui non ricorda il nome. In un confronto piuttosto acceso entrambi sono rimasti fermi sulle proprie posizioni, ma risulta piuttosto rilevante la testimonianza del giornalista Felice Cavallaro, presente sul momento, che ha sostanzialmente confermato la versione di Ayala. L’ex magistrato, a quanto ricorda l’inviato del Corriere, affidò la borsa a due carabinieri, uno in borghese e l’altro in divisa, senza mai aprirla. Ufficialmente l’inventario circa la cartella di cuoio del magistrato e del suo contenuto viene verbalizzato alle 18:30 e dell’agenda non vi è traccia. Un altro mistero, un altro spunto nella direzione dei mandanti esterni che hanno condiviso con Cosa Nostra i benefici provenuti dalla scomparsa del magistrato e dei suoi appunti. Che sarebbe già arrivato ad un punto morto se il giudice per le indagini preliminari Ottavio Sferlazza non avesse rigettato la richiesta di archiviazione e disposto ulteriori indagini in merito ai tanti, troppi punti ancora oscuri. Ripartiamo dalle presenze inspiegate e inquietanti di quel giorno in via D’Amelio, dalle informazioni e dalle contraddizioni raccolte dagli inquirenti in questi anni. Che Cosa Nostra non abbia agito da sola è ormai ben noto. E’ un leit motiv scritto nella storia del nostro Paese che purtroppo si ripete in quasi tutti gli omicidi cosiddetti eccellenti, spesso risultato di convergenze di interessi e di “ibridi connubi”. La strage Borsellino rispetto a tutte le precedenti presenta però alcune anomalie particolari che portano ad ipotizzare che un altro gruppo, oltre al commando mafioso, fosse presente e possa aver partecipato direttamente all’eccidio. Fino ad oggi però è stato pressoché impossibile accertarne l’identità. Già i giudici di secondo grado del Borsellino bis ravvisavano, nella motivazione della sentenza che ha condannato all’ergastolo quasi tutto il gotha di Cosa Nostra, carenze investigative non causali. In effetti depistaggi, impedimenti e provvidenziali trasferimenti ad altri incarichi sono avvenuti non appena le indagini si sono mosse su indizi che rimandano a tutte quelle entità esterne che da sempre hanno stretto relazioni con l’organizzazione mafiosa: la politica, il mondo economico e imprenditoriale, la massoneria e i servizi, che per rispetto agli onesti e alle Istituzioni intendiamo come deviate. Quegli interlocutori presso cui, racconta il collaboratore di giustizia Antonino Giuffré, Bernardo Provenzano ordinò venisse attuato una sorta di sondaggio, per “toccare il polso” e comprendere quali reazioni si sarebbero avute compiendo atti così eclatanti come le stragi, specialmente quella di via D’Amelio. La fretta con cui fu preparata ed effettuata, a così poco tempo da quella di Capaci, è il primo elemento di grande sorpresa anche per i mafiosi stessi. Ben consci che la sopravvivenza dell’organizzazione è strettamente legata a determinati equilibri che non possono essere più di tanto alterati, pena la sconfitta definitiva. Sia Riina che Provenzano, tuttavia, in “sede pubblica e privata”, assicurano i loro compari di poter disporre delle garanzie necessarie per far diventare questo passo azzardato il decisivo salto di qualità in termini di nuovi referenti, visto che i precedenti erano usciti di scena, e in termini di appoggi sicuri per le future generazioni di Cosa Nostra. Forse, a guardare i fatti a posteriori si dovrebbe dire che dell’intero piano era più a conoscenza Provenzano che non Riina, ceduto quasi subito alla giusta gogna pubblica con tutta la sua cordata più violenta. Probabile oggetto di una trattativa molto più ampia di cui si intuiscono i contorni se si ricostruisce quel puzzle di elementi probatori che però, per ora, non sono stati ritenuti sufficientemente convincenti da un punto di vista processuale. Procediamo con ordine. Via D’Amelio è una strada chiusa, stretta tra grandi palazzi come quello in cui abitava la madre del giudice che quella domenica lo stava aspettando per andare dal cardiologo. Era domenica e faceva molto caldo. Quando le macchine blindate entrarono nella via il parcheggio era pieno e lo spazio per muoversi velocemente molto poco, come aveva avuto modo di lamentarsi più volte la scorta. Il giudice scese accompagnato dai suoi angeli protettori: Agostino Catalano, Emanuela Loi,Walter Cusina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina; ebbe appena il tempo di annunciarsi al citofono che qualcuno, che evidentemente lo stava osservando, premette il pulsante del detonatore. Il corteo blindato era stato monitorato fin dal mattino, da quando il giudice appena uscito di casa, in via Cilea, non si era recato in via d’Amelio, come i suoi assassini si aspettavano, ma a Villagrazia. Nonostante il cambio di programma, non vi era stata nessuna alterazione nel piano poiché, raccontano i collaboratori di giustizia, Salvatore Biondino non aveva alcun dubbio che Borsellino prima o poi sarebbe andato dalla madre. Un primo dato non trascurabile sul quale torneremo in seguito. I pentiti che hanno fatto parte del gruppo di osservazione tra cui Salvatore Cancemi e Giovan Battista Ferrante sono stati molto avari di particolari sul momento dell’esecuzione, tanto da essere ritenuti in primo grado reticenti. Se successivamente la testimonianza di Cancemi si è rivelata di grande importanza è risultata volutamente incompleta la testimonianza del Ferrante che aveva il compito di allertare il gruppo di fuoco. Era stato incaricato da Biondino di comporre un numero di cellulare che gli aveva fornito su un foglietto di carta e di avvisare quando Borsellino si sarebbe avvicinato a via D’Amelio. Il collaboratore dichiarò di non conoscere l’identità del suo interlocutore (rivelatosi poi essere Cristoforo Cannella) cui fece due chiamate, la prima dal suo cellulare, comprovata dai tabulati, e la seconda da una cabina telefonica, che però non risulta essere mai arrivata sull’utenza di Cannella. Chi ha avvisato in realtà Ferrante? Non lo sappiamo, ma di certo professionisti, addestrati anche per far sparire le tracce più pericolose. Un’eccezione che non si era mai verificata nella storia di Cosa Nostra che, come disse il procuratore Pietro Grasso, è stata a volte il braccio violento dello Stato e quindi ha sì agito per conto di altri, ma senza bisogno di aiuti esterni. Alla strage di via D’Amelio, alla parte esecutiva, partecipano direttamente, i maggiori capi mandamento, primo Biondino che dirige di persona le operazioni, e poi Aglieri e Greco (uomini di Provenzano), Cancemi, Raffaele Ganci e altri. Salvatore Biondino all’epoca delle stragi era sconosciuto e incensurato. Emerge la centralità della sua figura quando viene arrestato assieme a Salvatore Riina ed è indicato da Salvatore Cancemi come il personaggio che deteneva tutta una serie di rapporti segreti e particolari con gli ambienti più occulti per conto del capo di Cosa Nostra e del suo gemello Provenzano. Lo conferma il drammatico racconto di Francesco Onorato quando riferisce all’autorità giudiziaria dell’omicidio di Emanuele Piazza, il giovane poliziotto che collaborava alla ricerca dei latitanti con i servizi segreti, strangolato nello scantinato di un mobilificio a Capaci per ordine proprio di Biondino, che, inspiegabilmente, sapeva del suo incarico super riservato. E’ ancora Biondino, secondo Brusca, a premere perché il nome di Borsellino sia inserito immediatamente dopo quello di Falcone nella lista del pareggio dei conti con nemici e traditori. Agli indizi provenienti dall’interno all’organizzazione corrispondono quelli raccolti dagli inquirenti che, seppur lasciati ad uno stadio primordiale per via di cause esterne, rappresentano molto più di un’ipotesi sulla presenza di uomini dei servizi sul luogo della strage. Sentito durante il processo d’appello del Borsellino bis l’allora vicequestore di Palermo Gioacchino Genchi ha spiegato come le sue indagini sulle intercettazioni effettuate sull’utenza della famiglia Borsellino che, in un primo momento, avevano portato alla condanna all’ergastolo di Pietro Scotto, poi annullata a causa della ritrattazione di Scarantino, lo abbiano poi condotto altrove. E più precisamente sul monte Pellegrino, l’altura che domina Palermo dove si erge il suggestivo castello Utveggio che per un periodo avrebbe ospitato il Cerisdi, una scuola d’eccellenza per manager. Un tabulato telefonico aveva registrato in entrata una chiamata effettuata cinque mesi prima della strage da un boss di Bagheria, Gaetano Scaduto condannato all’ergastolo per l’omicidio di Ignazio Salvo, indirizzata a quell’utenza. All’interno del Cerisdi si rivelò poi esserci una postazione di soggetti appartenenti all’Alto Commissario per la lotta alla mafia e poi forse – spiega Genchi - anche al Sisde, al servizio segreto civile. Che per tutta risposta smentì categoricamente l’ipotesi. Tuttavia, non appena avviata l’indagine il misterioso gruppo fece baracca e burattini e fu trasferito così come, alla fine dell’anno, furono destinati ad altri incarichi Genchi e il questore La Barbera. Non se ne fece più nulla, resta soltanto inequivocabile il fatto che la visuale dal Castello Utveggio su via D’Amelio è impressionante. Dunque, dopo 15 anni, sappiamo solo da chi era composto il gruppo che sorvegliò gli spostamenti del giudice dalla sua abitazione di via Cilea, mentre non abbiamo idea di chi agì sul campo di guerra e nemmeno, come scrivono i giudici del Borsellino ter: “Chi abbia allestito l’autobomba e l’abbia trasportata, come anche la provenienza dell’esplosivo”. Per accertare anche questo fondamentale elemento si chiamò in causa persino l’FBI il cui super sofisticato laboratorio scientifico, tuttavia, fu colto da una paradossale mancanza di professionalità. Fu, infatti, aperta un’inchiesta circa le analisi sugli esplosivi che sarebbero state condotte maldestramente. Su un punto però gli esperti italiani e quelli statunitensi concordano, nell’esplosivo vi era la presenza del Semtex sulla cui provenienza di origine militare non v’è dubbio così come è noto che il plastico era nella disponibilità dei killer di Cosa Nostra.Recentemente l’autorità giudiziaria si è concentrata su un altro dei grandi misteri che ruota attorno alla strage di via D’Amelio. Nella confusione degli attimi immediatamente dopo la deflagrazione sono stati notati aggirarsi tra le macerie uomini indicati come in qualche modo legati ai servizi o la cui apparizione in quei luoghi quel giorno è comunque risultata quanto meno singolare.Si è appena concluso con un’assoluzione il processo per falsa testimonianza resa al pubblico ministero a carico di Roberto Di Legami, all’epoca dei fatti funzionario di polizia addetto alla Squadra Mobile di Palermo impegnata nelle indagini sulla strage di Capaci. Secondo la testimonianza di due colleghi, Umberto Sinico e Raffaele del Sole, al tempo capitani del Ros, l’ufficiale, durante una cena a pochi giorni di distanza dalla strage (circa una decina) avrebbe rivelato di aver saputo che poco dopo l’esplosione alcuni agenti accorsi sul luogo avrebbero notato Bruno Contrada, al tempo il numero tre del Sisde e che la relazione di servizio riguardo questa circostanza sarebbe stata poi distrutta.Di Legami ha negato con fermezza di aver mai riferito un’informazione di questo genere ed è rimasto sulle sue posizioni anche durante il confronto, piuttosto teso, con i due colleghi. Secondo il giudice Paola Proto Pisani che ha ricostruito la sequenza di quegli eventi nella sentenza assolutoria appare più credibile la versione del Di Legami che non quella del principale testimone dell’accusa, Sinico. Questi infatti, pur ritenendo il fatto in se stesso poco credibile, dopo averlo riferito all’autorità giudiziaria, non ha voluto rendere noto il nome della sua fonte. Ha spiegato di aver ricevuto raccomandazioni a riguardo dalla stessa che a sua volta temeva per l’incolumità della fonte originaria. A fare per primo il nome di Di Legami fu il tenente Canale, stretto collaboratore di Borsellino, ma in seguito processato e assolto per concorso esterno in associazione mafiosa. Disse di aver saputo questa notizia da Sinico, compresa la fonte. Sinico ha smentito di aver mai rivelato il nome del Di Legami ad alcuno, benché, invece, abbia riferito il contenuto della confidenza sia ad alcuni colleghi, tra cui Canale, e ad alcuni magistrati come il dott. Ingroia e il dott. De Francisci. Tuttavia mentre Canale sostiene di aver ricevuto questa confidenza nei giorni immediatamente successivi alla strage, addirittura prima dei funerali, il colloquio con Di Legami cui fa riferimento Sinico, confermato da Del Sole, sarebbe avvenuto, questo sì secondo tutti e tre, a una decina di giorni dell’eccidio. Tuttavia Sinico, se in un primo momento nega che la sua fonte sia Di Legami, in un memoriale del 1998, lo ammette adducendo come motivazione del suo silenzio il vincolo di segretezza che vige automaticamente tra colleghi e amici quando si parla di indagini in corso. Ha inoltre aggiunto di aver cercato più volte di contattare il Di Legami per chiedergli di scioglierlo da questo patto di riservatezza che lo metteva in una situazione di imbarazzo con i magistrati, ma che dapprima avrebbe ricevuto un diniego, sempre per tutelare la fonte originaria e poi che il collega non si sarebbe più fatto trovare. Ecco qui un altro conto, l’ennesimo, che non torna. Il giudice, riordinando tutti i dati, ritiene possibile che Sinico abbia davvero ricevuto la notizia, ma non da Di Legami e che pur di proteggere la sua reale fonte, abbia sacrificato l’amico sfruttando la via suggerita da Canale il quale, magari convinto della opportunità di perseguire i filone di indagini, abbia indicato un nome plausibile al fine di costringere Sinico a rivelare la vera fonte. A suffragio di tale ipotesi il giudice considera significativo il dialogo avvenuto tra Sinico e Canale, ignari di essere registrati, mentre attendevano di essere sottoposti a confronto dai magistrati di Caltanissetta. Canale invita il collega a rivelare l’identità della sua fonte se vuole salvare il suo amico (Di Legami) di cui ha fatto il nome pur nutrendo il serio dubbio che sia lui (“ce l’ho sulla coscienza”) e senza termini lo incita: “Umbé ma picchì un ciù dici cu cazzu è?”. Di Contrada sul luogo della strage si è parlato a lungo, ma il suo alibi, secondo cui sarebbe stato in barca con amici ha sempre retto a qualsiasi investigazione. Se nessuno degli ufficiali e degli agenti in servizio quel giorno vide Contrada è vero che furono notate invece altre figure come Mannino Salvatore segnalato dall’ispettore Angelo che compilò immediatamente una relazione di servizio e su questo fu sentito dalla procura di Caltanissetta. La presenza di Mannino colpì particolarmente Angelo e il suo superiore dott. Montalbano poiché questi era un ispettore in servizio al Commissariato di San Lorenzo fino a poco tempo prima e di recente trasferito a Firenze poiché una nota del Sisde lo descriveva come in pericolo di vita perché minacciato dall’organizzazione mafiosa. Tuttavia solo un paio di anni prima Montalbano aveva raccolto alcune confidenze su Mannino che gli avevano fatto dubitare della sua integrità e per questo aveva fatto rapporto alla Procura di Palermo. Insomma dopo tanti anni si è costretti a ritornare sulla scena del delitto, sperando che vi sia tornato anche l’assassino e abbia lasciato quella traccia che nel momento dello sgomento è stata tralasciata, oppure nascosta, o depistata o fatta sparire. Le immagini di quei momenti terribili potrebbero contenere un elemento di risposta o indicare finalmente la pista giusta da imboccare. Per questo il giudice Sferlazza nel suo rifiuto di archiviazione chiede che si esamino nuovamente e si ricostruiscano prima di tutto i movimenti di Arcangioli e anche quelli di un’alra persona che si muove al suo fianco e sembra prenderlo sotto braccio, stando a quanto riportato in una relazione Dia, e quindi della cartella di Borsellino con l’agenda rossa. E poi chi ha mentito tra Sinico, Del Sole, Di Legami e Canale? Il nome di Contrada, già fortemente compromesso per la sua vicenda giudiziaria conclusasi con la condanna definitiva, è forse una copertura per qualcun altro? Gli inquirenti ancora proseguono in questa indagine infinita che sembra costituita da scatole cinesi altrettanto infinite che sfociano in tutti gli ambiti senza però giungere a smascherare tutti gli altri colpevoli oltre ai sicari di Cosa Nostra. Però su tutto questo panorama di misteri e di presunti equivoci si leva prepotente una domanda ancora più inquietante: perché? Se è vero, come suggeriscono i documenti, che uomini di apparati deviati hanno partecipato a questa strage ci dobbiamo chiedere perché si sono disturbati tanto per un uomo solo. Chi era o poteva diventare Paolo Borsellino? Cosa aveva capito? Cosa sapeva? Cosa aveva scoperto? Nel loro bellissimo libro “L’agenda rossa di Paolo Borsellino” Peppino Lo Bianco e Sandra Rizza hanno ripercorso, tramite l’agenda grigia di Paolo Borsellino, di cui vi mostriamo qualche immagine, gli ultimi giorni e gli ultimi appuntamenti, gli ultimi incontri proprio per capire cosa indusse Cosa Nostra e i suoi complici a determinarne l’eliminazione immediata. Qual è il movente detonatore della strage di Via D’Amelio? In occasione del 15°anniversario è andato in onda, la mattina prestissimo, su Rainews 24 un servizio in cui si mostravano le immagini del funerale e la testimonianza di un giovane poliziotto che riferiva di un incontro avvenuto “venerdì” (presumibilmente il 17.7) tra Borsellino e i vertici della polizia per discutere la proposta avanzata da dieci agenti specializzati di scortare il giudice in quel momento fortemente esposto. L’intervistatore domanda poi al prefetto Parisi, allora capo della polizia (deceduto il 31 dicembre 2004), il riscontro a queste affermazioni. Questi conferma di aver visto il giudice ma di aver parlato di tutt’altro. Che Borsellino quel giorno fosse a Roma non vi è dubbio poiché è segnato nella sua agenda di lavoro con tutti gli impegni della giornata e le spese sostenute quel giorno. Era lì per sentire Mutolo, il collaboratore che aveva chiesto di parlare esclusivamente con lui, dal quale aveva appreso notizie gravissime circa la presunta collusione di Contrada e del giudice Signorino con ambienti mafiosi. Il giudice ne era rimasto colpito, ma probabilmente non fu per questa ragione che confidò sconvolto a sua moglie: “sto vedendo la mafia in diretta”. Scorrendo le pagine della sua agenda si legge che dal 1° luglio fino alla sua morte il giudice si spostò diverse volte a Roma. Incontrò Parisi anche il primo giorno del mese, come ha scritto, e il ministro Mancino che invece ha sempre sostenuto di non ricordare l’episodio. Nel diario c’è però la conferma autografa a quanto sostenuto da Mutolo secondo cui durante il colloquio con il giudice nel quale gli aveva accennato quelle rivelazioni così scottanti, Borsellino venne convocato dal Ministro che si insediava proprio quel giorno. Tornò da quell’incontro così stravolto da non accorgersi che aveva acceso due sigarette, poiché, afferma ancora il pentito, il magistrato si era trovato davanti agli occhi Contrada che usciva dall’ufficio di Parisi mentre lui entrava. Era sufficiente per turbare a tal punto un uomo come Borsellino? O c’è dell’altro? Cosa si disse con il ministro smemorato? Giovanni Brusca e Antonino Giuffré, tra i più importanti collaboratori in assoluto sostengono che in qualche modo a Riina e a Provenzano era giunta voce che Paolo Borsellino stava diventando sempre più un pericoloso ostacolo sulla via della riconquista degli equilibri necessari alla sopravvivenza dell’organizzazione. Brusca, il primo a chiarire gli intenti della trattativa, cioè l’accordo per ottenere benefici carcerari in cambio della cessazione della violenza, ha una teoria tra le più plausibili: “Borsellino probabilmente è stato ucciso come una conseguenza della trattativa. Mi spiego meglio. Una volta che Riina stava trattando con esponenti delle istituzioni e, principalmente, voleva ottenere la revisione del maxiprocesso, il dottor Borsellino avrebbe seriamente costituito un serio ostacolo lungo tale strada in quanto, in caso di esito favorevole, si sarebbe opposto con tutte le sue forze”. E’ questa la mafia in diretta? E’ per la trattativa e per quel gioco grande che per eliminare Paolo Borsellino e prima di lui Giovanni Falcone entrano in scena anche uomini dei servizi segreti quali esecutori? E allora quanto in alto sono i mandanti? Per questo alla moglie Agnese il giudice Borsellino aveva detto: “Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri”? Dopo circa 7 anni la nostra redazione ha cercato di ricostruire i fatti di quegli anni nel tentativo di pervenire ad una conclusione che fosse plausibile, ed è questo che vi esponiamo qui di seguito. E’ come avere davanti tante tessere sparpagliate che se riesci ad accorpare danno vita al mosaico della verità. Proviamo ad elencarle velocemente consigliandovi, se non avete avuto modo di seguirci finora, di approfondire i vari punti negli articoli che abbiamo pubblicato in passato. Abbiamo detto che: a compiere la strage fu indubbiamente Cosa Nostra, ma in più di un documento processuale, si afferma che non fu sola nell’ideazione, nella progettazione e persino nell’esecuzione dell’eccidio; a pianificarla, su ordine di Riina ma anche e soprattutto di Provenzano, è Salvatore Biondino, l’incensurato che deteneva rapporti di altissimo livello, anche con i servizi, per conto dei corleonesi; Salvatore Cancemi ci dice che un noto avvocato palermitano, difensore dei mafiosi, gli confidò che Provenzano era in contatto con i servizi segreti; Antonino Giuffré spiega che la richiesta di eliminare Giovanni Falcone e per conseguenza logica anche Borsellino era giunta in Sicilia anche dagli Stati Uniti dove le indagini del pool avevano provocato non poche conseguenze gravi per l’organizzazione oltreoceano; Giulio Andreotti, nel momento in cui si dà avvio all’inchiesta nei suoi confronti (conclusasi con un’assoluzione per prescrizione fino agli anni Ottanta), in un’intervista a Rai Uno indica quali mandanti del suo processo gli ambienti Usa. In particolare sostiene che siano stati delatori americani a suggerire a Buscetta di fare il suo nome ed evoca la “manina” dei servizi segreti in collaborazione con la Cosa Nostra americana e addirittura del governo statunitense; Giovanni Brusca ha spiegato che tra la strage di Capaci e quella di Via D’Amelio viene avviata una trattativa tra mafia e Stato. I giudici del processo di Firenze sulle bombe in continente esprimono tutta la loro disapprovazione nei confronti dell’allora colonnello Mori e del capitano De Donno per averla condotta legittimando così quella efferata metodologia. Ma chi diede veramente l’ordine di trattare?; l’ex capo della polizia, il prefetto De Gennaro, nella relazione della Dia, redatta immediatamente dopo le stragi ’92-‘93, parlò chiaramente di un disegno eversivo attuato con le bombe mafiose che coinvolgeva massoneria, servizi deviati, finanza, alta imprenditoria. Dopo quella parentesi il prefetto non disse più nulla, forse oggi, dopo tutti questi anni si sarà fatto un’idea più precisa. Ci piacerebbe davvero sapere quale sia il suo pensiero in merito; nell’intervista rilasciata da Paolo Borsellino ai giornalisti francesi che gli chiedevano dei rapporti tra Vittorio Mangano e Marcello Dell’Utri, il magistrato spiega come fosse naturale per i mafiosi cercare contatti con imprenditori influenti e facoltosi per poter investire le grosse cifre di denaro provenienti dal traffico di droga. Dopo la strage di Capaci, Borsellino riprende le carte dell’operazione San Valentino e cerca i mandanti dell’omicidio del suo amico anche nella direzione della grossa imprenditoria, della grande finanza e degli appalti multimiliardari sia in Sicilia che nel nord del Paese; nel 1993 l’imprenditore Raul Gradini si suicida. Emergerà in seguito dalle indagini che la sua azienda, la Calcestruzzi, era fortemente compromessa, in Sicilia, tramite l’ingegner Bini, con la famiglia mafiosa dei Buscemi, prestanome di Riina; le bombe stragiste che proseguono nel 1993 a Firenze, Milano e Roma contribuiscono, assieme al terremoto istituzionale causato da Tangentopoli, al passaggio dalla cosiddetta Prima Repubblica alla seconda. Borsellino aveva probabilmente intuito cosa stava accadendo, aveva compreso che era in corso un forzato cambio di assetti di potere nel nostro Paese in cui Cosa nostra, con la violenza, aveva un ruolo primario che le sarebbe valso nuovi equilibri. Per questo esclama: “Sto vedendo la mafia in diretta!”. Per questo sa benissimo di avere pochissimo tempo per scampare alla morte. Sa di essere un elemento di disturbo. Per questo la sua improvvida candidatura a procuratore nazionale antimafia dichiarata dai ministri Scotti e Martelli rappresenta un’esposizione drammatica che Borsellino capisce immediatamente. “Questo vuol dire mettere l’osso davanti ai cani”. Ricapitolando: nel bienno ’92-’93 ha inizio nel nostro Paese un processo di rinnovamento del sistema di potere vigente anche su forte pressione oltreatlantica. L’Italia sull’orlo della bancarotta lotta per rimanere all’interno della Comunità europea. Può farlo solamente se applica le nuove regole imposte dalle grandi multinazionali, dalle banche e dalla grande finanza nazionale e internazionale cui la politica è, da anni, evidentemente assoggettata. L’intervento della mafia è indispensabile per scatenare questo processo che si impone a chi detiene il potere. Senza se e senza ma. La presenza dei servizi segreti si spiega dunque logicamente osservando quanto di recente accaduto in Iraq, in Afghanistan e con gli ultimi scandali. I servizi segreti del nostro paese hanno sempre agito su ordine della Cia, del potere atlantico. Solo alcuni uomini dello Stato, cioè delle Istituzioni non contaminate, potevano rappresentare un ostacolo a questo progetto. Tra i quali: Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Gian Carlo Caselli. I primi due eliminati con la violenza delle bombe eversive, l’ultimo con la violenza della delegittimazione eversiva culminata con l’unico precedente della storia di legge contra personam. Lo dimostrano le indagini che intraprese il suo pool. L’inchiesta Sistemi Criminali è di fatto l’eredita di Falcone e Borsellino. Si è salvato Caselli per il gran fragore di popolo che lo ha sempre sostenuto e fino al 1995-1996 anche la politica dei vari governi che si sono succeduti. La legge creata appositamente per non farlo concorrere al posto di Procuratore Nazionale Antimafia è stata approvata su pressione di poteri forti, gli stessi che siedono nei gangli vitali del nostro paese: politica, imprenditoria, finanza e anche potere religioso. Gli stessi: i mandanti esterni della strage di Via D’Amelio.

venerdì 7 marzo 2008

Goodbye Mastella!

Fuori il primo. E avanti con le pulizie. Clemente Mastella, quello dell'indulto, quello dell'epurazione di Luigi De Magistris, quello che querelando Beppe Grillo voleva fare elemosina ai familiari delle vittime di mafia, quello che accompagnò il trombato prossimo Nuccio Cusumano dal procuratore che poi lo avrebbe assolto, quello che intende il diritto come concessione, non farà sicuramente parte del prossimo parlamento. Finalmente una buona notizia. Perchè, nella soddisfazione per la caduta di quel governo Prodi che aveva approvato tutte le sue porcherie, il mio unico cruccio era che Pastella si sarebbe comunque riciclato nel centrodestra. E invece stavolta rimarrà appiedato. Senza cariche, senza parlamentari e soprattutto senza partito. Ormai l'Udeur è formata da lui, da sua moglie indagata come lui e dai due figli, uno dei quali faceva benzina al Cayenne intestando il conto al giornale di partito, Il Campanile. “Colpa dei giudici” dice Past. Colpa di quel De Magistris, che durante l'indagine, quando venne fuori il nome di Mastella, avrebbe dovuto far finta di nulla. Non si indaga un galantuomo. "C'è stata una scientifica operazione di linciaggio morale costruita mediaticamente, politicamente, giudiziariamente". Fa tenerezza Past. "Sono diventato una sorta di uomo nero, di cui liberarsi e su cui scaricare tutte le responsabilità del sistema politico". Vuol dire che in fondo, un minimo di giustizia divina esiste. Mai nessuno aveva fatto tanto nel progetto di demolizione della magistratura. Quel dilettante di Silvio si limitava a farsi le leggi ad-personam per auto-assolversi, e qualcuna, quella per impedire a Giancarlo Caselli di divernire Procuratore Nazionale Antimafia, contra-personam. Ma mai era riuscito il nonno multiprescritto a far addirittura trasferire un magistrato che stava indagando su di lui. E' stato qualcosa di impensabile, una cosa così squallida che solo Past poteva prestarsi a realizzare. Lui, in concorso con un Csm che ha perso completamente di credibilità morale e istituzionale, con ai vertici Nicola Mancino, uno tra i personaggi più oscuri della Repubblica. Lo stesso che disse di non ricordarsi, dopo avergli dato appuntamento nel suo studio, di aver incontrato Paolo Borsellino. “Tanti giudici venivano ad omaggiarmi per la mia nomina, non mi ricordo di Borsellino”. Poco dopo il giudice venne assassinato. “Lo smemorato di Montefalcione” lo chiama Salvatore Borsellino. Così tramonta l'era del ceppalonico, che si ritira a vita privata, sazio dei macelli causati alla Giustizia, di aver rovinato la carriera ad un giudice per bene, sazio fino alla prossima tornata, alla prossima opportunità di tornare a far danni. A mai più rivederci Past.

giovedì 6 marzo 2008

Intimidazione a Sonia Alfano


Il clima è ammorbato. Mentre Veltroni candida collusi e il nonno multiprescritto si appresta a ri-governare l'Italia, in Sicilia Sonia Alfano comincia a fare paura. Quando siamo partiti era una scelta di rottura, di protesta. Non ci saremmo inchinati agli ordini del Pd. Oggi, vista la reazione della gente, crederci non è più un opzione, ma un obbligo verso tutti quei siciliani che non ne possono più di inciuci e collusioni. Sonia Alfano può e sta creando dei problemi a quelli che già avevano fatto i propri calcoli a tavolino. Ora c'è Sonia però. Sonia Alfano, quella che da 15 anni spiega all'Italia la mafia del messinese, che denuncia collusioni tra il potere politico-giudiziario e il crimine organizzato, che se Messina non è considerata più provincia mafiosamente "babba", è anche grazie a lei. Senza togliere niente a nessuno, Sonia è una di quelle che veramente combatte la mafia, tanto quanto le forze dell'ordine. E infatti le hanno revocato la scorta, ottenuta dopo minacce, "visite" a casa sua e altre intimidazioni. Forse l'avrebbero lasciata "abbaiare" ancora, ma non doveva candidarsi alla Regione. E ora deve pagarla. Il primo passo è stata una lettera, inviata a personaggi politici e alle forze dell'ordine, piena di insulti e calunnie su lei stessa e su suo padre, Beppe Alfano. Beppe Alfano giocatore d'azzardo, Beppe Alfano poco di buono. Le stesse cose che avevano detto subito dopo l'omicidio per delegittimare la sua scomoda opera di informazione. Ma questa è la cosa meno grave. Quello che ci fa preoccupare, è che la lettera conteneva anche riferimenti precisi ad incontri di Sonia, ai suoi spostamenti e addirittura alle frasi pronunciate in quelle occasioni. A quanto mi risulta, nessuno degli altri candidati, pur conoscendo da giorni il contenuto della lettera, ha espresso a Sonia solidarietà e vicinanza. Nessuno. Meglio non farlo sapere in giro. Poi magari, grazie alle minacce, Sonia prende voti. Se poi alla lettera seguirà altro, beh, poi le saremo vicini. La lettera però un risultato lo ha ottenuto. Bolle qualcosa di grosso in pentola, e l'avete voluto voi. Restate sintonizzati.

P.s. I ragazzi della Casa della Legalità di Genova hanno chiesto a Walter Veltroni, durante un comizio: "Walter, perchè candidi Crisafulli e fai fuori Lumia?" Risposta non pervenuta, in compenso sono stati aggrediti e tacciati come "servi di Berlusconi". Il resoconto su www.casadellalegalita.org.

martedì 4 marzo 2008

Pd, una bella schifezza


Finalmente hanno smesso di fingere. Finalmente il Partito Democratico, al momento della presentazione dei candidati, ha gettato la maschera del partito innovatore, del nuovo, del meglio e soprattutto del partito che, avendo nella coalizione siciliana Rita Borsellino, si faceva paladino dell'antimafia. Semplicemente si è mostrato per quello che è. Una perfetta schifezza, dal punto di vista politico, etico e morale. E ha pubblicamente preso una chiara decisione: noi la mafia non la lottiamo. Non ce ne frega nulla. Lo ha dimostrato con la scelta di alcuni uomini e l'esclusione di altri. Cominciamo dai secondi. Hanno fatto fuori Beppe Lumia, impegnato da sempre nella lotta vera alla mafia, quella che si fa con le leggi, con le commissioni. Era stato anche presidente di quella Antimafia, nel 2000. E proprio a quel tempo era stata emessa la sua condanna a morte, da Provenzano in persona. Stava lavorando troppo e troppo in fondo, meglio ucciderlo, come riferì il pentito Giuffrè. Poi l'omicidio non si fece per l'eccessiva eco che avrebbe scatenato. Oggi, in compenso, gli hanno revocato la scorta. Morale: finite pure il lavoro. Il Pd ha deciso di parcheggiarlo, assieme a Nando Dalla Chiesa, non concedendogli le deroghe. In compenso hanno fatto posto agli obrobri, ai peggiori uomini della Sicilia. E indovinate chi hanno inserito? Proprio lui, il mio cruccio, la mia vergogna: Vladimiro Crisafulli, dimostratosi, anche davanti alle telecamere nascoste, oltre che telegenico, anche intimo amico del mafioso Bevilaqua, di Enna. Parlavano di affari e assunzioni, ed è addirittura Crisafulli a mettere in riga il mafioso che si allargava con le richieste. Proprio oggi, combinazione, il candidato alla Regione Sicilia, Anna Finocchiaro, aveva accanto Crisafulli, ad Enna, nell'Auditorium dell'Università Kore. Tutti e due, assieme, uno accanto all'altra, a salutarsi ed abbracciarsi come vecchi amici. Bel segnale, bel segnale. "Suonala ancora Uolter". Il secondo, che in confronto a Crisafulli è un chierichetto, è Luigi Cocilovo, che secondo la sentenza del tribunale di Palermo, fu il collettore di una tangente da 350 milioni di lire (mentre era sindacalista della Cisl) "donata" dall'imprenditore messinese Domenico Mollica, per placare gli scioperi degli operai nei suoi cantieri. Il processo finisce in modo paradossale: Mollica condannato a tre anni per aver corrotto Cocilovo, Cocilovo assolto. Il tutto perchè, grazie alla legge sul Giusto Processo, le dichiarazioni non ripetute in sede dibattimentale, valgono solo contro chi le pronuncia e si autoaccusa e non contro chi viene tirato in ballo. A proposito di Cocilovo, piccola chicca. Dichiara Mollica che, al momento della consegna della tangente, Cocilovo svuota il denaro sul tavolo e poi saluta l'imprenditore-corruttore. Ma mentre Mollica esce, Cocilovo lo richiama e gli dice che pretende anche la valigetta di pelle, una Cartier, "dal valore di 4 milioni di lire", dice sconsolato e scocciato Mollica per l'ulteriore pretesa. Il terzo è un ex mastelliano, Nuccio Cusumano, l'uomo stordito dallo sputo di Barbato durante la bagarre-fiducia del Senato-osteria. Lui era stato coinvolto in una indagine per concorso esterno in associazione mafiosa e poi prosciolto. Fu arrestato invece nel 1999 per la gestione degli appalti dell'ospedale Garibaldi di Catania. Nel 2007 fu assolto. Ma c'è una piccola parentesi. Poco prima della sentenza di assoluzione, Cusumano si reca a Catania con Mastella (già ministro della giustizia) e chi incontra a porte chiuse? Il procuratore generale, Gianni Tinebra, appena nominato, che assolverà Cusumano nel 2007. Mastella nega tutto, poi i Radicali mostrano un video che riprende i tre. Tinebra, per amor di cronaca, è lo stesso che a Caltanissetta archiviò l'inchiesta di Luca Tescaroli sui mandanti occulti della strage di Via d'Amelio. Io aspetto solo che, pubblicamente, qualsiasi esponente del Pd si permetta di parlare di lotta alla mafia. A quel punto, uomo o donna che sia, gli sputerò in faccia. Lo giuro. Dovete solo vergognarvi.