"Un familiare di vittime di mafia passa metà della sua vita a difendere la vittima e l'altra metà a difendere se stesso"
venerdì 29 febbraio 2008
Io sto con Sonia Alfano
mercoledì 27 febbraio 2008
Stravince Cuffaro con i baffi
martedì 26 febbraio 2008
I meriti di Uolter

lunedì 25 febbraio 2008
"Io prometto fermezza"
Oggi voglio parlavi del dramma di un uomo. Un'uomo tutto d'un pezzo, che sulla via di Palermo viene fulminato da un sogno: Rivoluzione. "Libereremo la Sicilia dal Cuffarismo" brandiva nel suo classico quarto d'ora di autonomia. Sembrava serio quando decise di non piegarsi all'ultima imposizione di Cuffaro, la candidatura di Raffaele Bossi Lombardo. Ma ripercorriamo assieme il percorso difficile di questo rivoluzionario, di micciChè Guevara. Tutto comincia prima della sentenza Cuffaro: "Cuffaro vive in un sistema di tipo clientelare, lo dice lui stesso. Si rende conto che è vittima del “cuffarismo”, insomma rimane imbrigliato lo stesso Cuffaro nella rete del “cuffarismo”. Questo è un sistema che va abbattuto", 20 dicembre 2007. Il 19 gennaio, dopo la sentenza, dice: "Perché quegli inutili festeggiamenti? chi festeggia una condanna 5 anni crea nell’opinione pubblica l’idea di essere abituato a sentenze e condanne! oppure l’idea che l’unica cosa che lo preoccupava fosse quella di doversi dimettere! E mi dispiace anche che qualche stupido voglia fare passare queste mie considerazioni come quelle di uno che si vuole candidare alla Presidenza al posto di Cuffaro". Il 21 gennaio:"Io vado avanti. E’ quello che è successo dopo che mi ha sinceramente amareggiato: non si può accettare l’atteggiamento di superficialità con cui è stata letta la sentenza di condanna da parte di chi rappresenta tutti noi". "Noi vogliamo una Sicilia diversa. Mi ero dichiarato certo che anche Berlusconi mi avrebbe appoggiato nell’azione politica da me intrapresa in questi giorni, dopo poco è uscita un’agenzia del Presidente che invitava Cuffaro ad andare avanti al governo della Regione", 22 gennaio. Dimissioni di Cuffaro, 26 gennaio: "Candidato io? Meglio giovane e donna". Il 2 febbraio: "Vi chiedo di aiutarmi a pensare: quello che mi viene in mente in questo momento è che, dopo la “primavera siciliana”, tradita, è giunto il momento della “RIVOLUZIONE SICILIANA”. Pensiamoci!". Il 7 febbraio: "Pronti? Si parte insieme". Otto febbraio, Cuffaro: “Io contrasterò la candidatura di Miccichè fino alla fine”. Miccichè: "Vado avanti". Il 10 febbraio: "Dal mio ruolo di Presidente dell’Assemblea vedevo tutto ma non potevo intervenire su niente! Ecco perché sono entrato in contrasto con tutti ed ecco perché ho voluto candidarmi alla Presidenza della Regione. Perché solo da quel posto credo sia possibile intervenire! Tutti insieme buttiamo giù il muro". Il 18 febbraio: “Sto lavorando per il nostro sogno, non sono uno che si arrende, non mi arrendo mai, anzi vi dico: porteremo questo sogno a casa”. Il 19 febbraio: "Devo ancora incontrare il Pres. Berlusconi, non mi farò convincere a fare qualcosa che possa aiutare il cuffarismo a sopravvivere. Il mio è un sogno che non intendo abbandonare". Venti febbraio: "Agenzie e TG non conoscono la reale situazione. La partita è aperta e vi confermo che, comunque vadano le cose, sarò schierato contro il cuffarismo. Tanti di voi non mi conoscono bene, la cosa di cui potete stare certi è che avrò bisogno di tutti voi. Dobbiamo prometterci fermezza reciproca! Io prometto". Il 21 febbraio: "Il sogno continua, anzi credo sia giunto il momento di cominciare a prepararsi e spero davvero che tanti di voi mi vogliano seguire in questa meravigliosa battaglia di libertà. Sono con voi per la sfida, dura ma possibile, contro i nemici della Sicilia e contro gli amanti degli affari loschi!". Il 22 febbraio: "Oggi sono stato dal Presidente Berlusconi per più di 2 ore, faccia a faccia, abbiamo discusso del panorama politico nazionale e regionale, vi chiedo di attendere ancora un po’, siamo ormai agli sgoccioli e presto tutti i nodi verranno sciolti". Il 23 febbraio: "Sono stato dal Presidente e devo tornare da lui più tardi. Non ne posso più di stare dentro i palazzi del potere che mi stanno togliendo la salute, ma non la grinta né la voglia di andare avanti fino in fondo! Sono sicuro che vi avvilirete come mi sono avvilito io. Ma io ho giurato di lottare e continuerò a farlo!". Il 24 febbraio: Berlusconi a Miccichè: “Se vai da solo farai certo una bella battaglia ideale ma, alla fine, non porterai a casa nessun risultato per la tua Sicilia. Ti chiedo invece di essere, per me, il garante di quel processo di cambiamento e di rafforzamento delle infrastrutture di legalità di cui tu parli sempre". Miccichè: "Sognavo salire di salire in un altro autobus, accetto di salire su questo ma con il fastidioso ruolo di controllore. Il successo è rimandato ma la nostra creatura è nata. Dobbiamo portarla avanti! Al nostro futuro dobbiamo pensarci noi, tutti insieme. E’ difficile ma aiutiamoci a vincere. YES WE CAN". Ansa, 25 febbraio: "Miccichè si allinea". Ultime notizie: Miccichè sarà ministro nel prossimo governo Berlusconi. Hasta siempre, micciChè!
domenica 24 febbraio 2008
Meetup, sempre dalla parte sbagliata (per fortuna)
Sono ottimista oggi. Cioè, nella catastrofe, nell'abisso, nel pozzo nero, nel buio più buio in cui stiamo sprofondando, vedo qualche bagliore di luce. Grazie a tutti gli incontri a cui sto partecipando, tutti al centro-nord (in Sicilia non serve parlare di “queste cose”, o si fa solo con le persone giuste, quelle che parlano solo di “altre cose”) sto conoscendo tante persone. Gente così per bene che mi emoziona, giuro. Tutti questi ragazzi dei Meetup di Beppe Grillo, che stanno organizzando tutti gli incontri, hanno delle facce così pulite che in questa Italia rischiano di passare per sprovveduti, per sfigati. Non potranno mai fare politica. Avrebbero l'handicap, e noi vogliamo solo gente perfetta. Con la faccia come il luco, che è un nuovo modo di dire. Ragazzi che si prendono tonnellate di insulti quotidiani, di umiliazioni, per portare avanti delle tematiche pornografiche in questa Italia, quali la cultura della giustizia, della legalità, dell'onestà politica. Populisti, qualunquisti, bandieruole, estremisti, schiavi di Grillo. Insulti che guarda caso provengono sempre e dico sempre dalla stessa parte, dalla politica, e in maniera perfettamente bipartisan. Chi glielo fa fare? Subire tutto questo perchè? Quando, nei momenti più disparati, mi fermo a guardare questi ragazzi, mentre mangiamo, mentre corrono a destra e a sinistra per collegare microfoni e casse, mentre si sbattono per organizzare, mentre si auto-tassano per far fronte alle spese, e poi guardo l'attuale parlamento, gli attuali partiti, mi pongo una semplice domanda: dove abbiamo sbagliato? Il meglio della società che ho conosciuto lavora nel silenzio, nell'umiltà, credendo nella giustizia non come slogan, ma come convinzione vera, tale da spingerli ad organizzare delle cose che io forse mai avrei avuto la maturità e la cognizione di organizzare. Io li prenderei questi ragazzi, e li metterei in un parlamento. Poi chiuderei le porte, per evitare il contatto insano con i pregiudicati e gli indagati, e li lascerei discutere e proporre, per un anno. E oi confronterei i risultati dei grandi statisti con quelli di questi ragazzi. Il Grande Parlamento, un reality educativo. Questi ragazzi subiscono quotidianamente boicottaggi, e nonostante tutto continuano, a testa bassa, con una umiltà, ribadisco questo concetto, che mi emoziona. Cari amici, non avrete mai riconoscimenti, onori e non sarete mai ripagati di tutto il lavoro che state facendo. Ma vuol dire che siete dalla parte giusta, in un'Italia che va esattamente al contrario. Vi voglio bene.
giovedì 21 febbraio 2008
www.19luglio1992.com
di Salvatore Borsellinoa presto
Salvatore Borsellino
mercoledì 20 febbraio 2008
Io sono Pino Masciari

martedì 19 febbraio 2008
Io, giovane moglie trans di Salvatore Borsellino

"Ci saranno Salvatore Borsellino e Benny Calasanzio Borsellino, un cognome che fa storia, fratello e cognata del magistrato Paolo Borsellino, protagonista di una lotta senza quartiere alla mafia insieme a Giovanni Falcone..."
La profezia dei salesiani si adempie: divento la moglie di Salvatore Borsellino. Ma non è finita: ieri mi scrive afflitto Salvatore, con queste parole:
Milano, 18 Febbraio 2008. Sono triste oggi, avevo trovato una moglie giovane, di 22 anni, e la mafia me l'ha portata via, l'ha uccisa. Come farò senza la mia Benny?
Scopro che non è impazzito. Mi spedisce la locandina dell'incontro a Lecce di marzo:
Interventi: Benny Calasanzio Borsellino, imprenditore di Lucca Sicula, vittima della mafia.
Aggiornamenti. Salvatore: "Oggi comunque mi ha telefonato l'organizzatore di Lecce e gli ho detto di farti resuscitare, quindi tra poco sarai di nuovo tra noi".
Si può?
lunedì 18 febbraio 2008
Voglio un'alternativa

domenica 17 febbraio 2008
Rita, ma perchè?
venerdì 15 febbraio 2008
Lettera da An. Fin.
Caro Benny,
cosa vuoi che ti dica? Tutto procede per il meglio. Le proteste per la mia imposizione come candidata alla presidenza della Regione si stanno placando, grazie alla mia furbizia e al mio tatticismo di pura scuola politica. Tutti aspettano, aspettano e aspettano. E io me ne fotto! La tiro lunga fino al termine ultimo delle presentazioni delle liste, e poi faccio trovare la sospresa agli estremisti radicali: “Io sono candidata, chi vuole corre con me oppure arrivederci!”. Tiè! Ma quale perdere Benny, chi se ne fotte? Io ho imposto di avere questo nuovo tipo di Airbag chiamato Senato, un modello nuovo, che in caso di trombatura alle regionali, attutisce l'impatto del sedere. Un atterraggio direttamente in poltrona. Non puoi non riconoscere la grande testa che ho: li tengo tutti in scacco e grazie al ricatto politico, e non perderei nulla comunque anche in caso di sconfitta, peraltro certa! Il tuo doppio gioco è fenomenale poi, a volte ci credo quasi che ce l'hai con me. Poi capisco che però è impossibile che tu sostenga Rita Borsellino. Ah ah ah, ma cu è chissa? Non ha un partito, fa politica da due anni, ha i capelli bianchi e non fuma... ma che politica è? Niente a che fare con me... io sono così tanto politica che a volte io stessa mi sembro un uomo. Perchè c'ho le palle caro mio! Poi tutti questi giovani che ci rompono la minchia, con gli striscioni, le manifestazioni, le lettere.. oh, picciriddi?! Non capiscono che la politica è una cosa seria, il Pd non può rinunciare ad avere la presidenza della Regione. Cioè, lo sappiamo che perdiamo, ma è l'immagine che conta, ci siamo capiti! Poi pure io sono contro la mafia, che c'entra?! Tutti sono contro la mafia e contro tutti i mafiosi, mica solo quella là. Ancora co sto discorso del senatore, Andreotti non è mafioso! E' stato assolto, scagionato da tutte le accuse. Come chi me lo ha detto?, l'ho sentito a Porta a Porta, mica ho letto le sentenze, non scherzare. Poi quel Travaglio Marco, io me ne fotto di quello che dice. Tanto non mi piace. Solo perchè non gliel'ho data va in giro a dire che faccio inciuci. Solo perchè non demonizzo Berlusconi. Io sono garantista, che non so bene bene cosa voglia dire, ma mi hanno detto che porta voti anche dall'altra parte, qunindi la dico. Solo perchè ha subito una dozzina di processi dovrei avercela con lui? Ignoranza pura, è stato pure assolto l'altro giorno, e non con una legge che si è fatto su misura. Le leggi le fa il Parlamento, mica lui. Comunque ora ti lascio, torno al silenzio, al non sciogliere la riserva. Anzi, devo preparare i cartelloni elettorali. Che ne dici di “Vota la gnocca, vota Finocchiaro?”, oppure “Vota Anna che è più Bona di Rita?”. Mi raccomando, tu continua a darmi contro, chi chiddi chi cridinu... ah ah ah!
Con affetto, ma anche con stima
An. Fin.
mercoledì 13 febbraio 2008
Uniti contro questi criminali
A La Spezia ad una settimana dall'iniziativa con Pino Masciari, Salvatore Borsellino, Gioacchino Basile, i responsabili dei Salesiani hanno ritirato la concessione della sala per gli incontri con gli studenti e la cittadinanza. Le motivazioni addotte sono state: non ci piace Beppe Grillo (abbiamo replicato: cosa c'entrano le simpatie con un iniziativa contro le mafie?); la lotta alla mafia è una questione politica, non c'entra con l'attività della nostra comunità ecclesiastica (abbiamo replicato: la lotta alle mafie è questione di civiltà, non politica, e tra coloro che hanno combattuto e combattono le mafie vi sono sempre stati uomini della Chiesa, ricordate don Puglisi o le mobilitazioni che porta avanti don Luigi Ciotti con Libera?); i temi della giustizia sono molto contesi dagli schieramenti ed ora siamo in campagna elettorale, ci vorrebbe il contraddittorio (abbiamo replicato: noi non facciamo campagne elettorali e per il contraddittorio in un'iniziativa contro le mafie è un po' problematico!) Nemmeno l'intervento della Presidenza della Provincia di La Spezia, che con il Comune ha dato il patrocinio all'iniziativa, è riuscito a smuovere i fedeli di Madre Mastella di Ceppalloni. Comunque sia alla fine si è risolto tutto e grazie alla collaborazione delle Istituzioni e delle Scuole si è riusciti ad individuare la sede dove svolgere gli incontri. A Genova tre giorni prima dell'incontro con Pino Masciari e Beppe Lumia, la Presidenza dell'Istituto Vittorio Emanuele ci comunica che sono sopraggiunti problemi per l'incontro, adducendo al fatto che "è iniziata la campagna elettorale" e che quindi l'incontro non si poteva fare essendo Beppe Lumia il Vice Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia. Davvero curiosi. A parte il fatto che il 5 febbraio, quando si è confermato l'incontro, il governo era già caduto, la cosa davvero particolare è che non hanno nemmeno preso in considerazione il fatto che Lumia rappresenta un Istituzione e non una parte politica, e non hanno nemmeno vagliato l'ipotesi di chiedere di fare l'incontro solo con Pino Masciari. No, per loro ci sono le elezioni e quindi tutti in silenzio (avranno parlato con i salesiani di La Spezia?). Ma al curioso si aggiunge la beffa. Perché? Semplice: il Preside dell'Istituto che non può più ospitare l'incontro perché Lumia è un Parlamentare (che sia sotto scorta e che siano stati sventati attentati di Cosa Nostra per ucciderlo, non si rammenta!) è un Consigliere Comunale della nuova Sinistra Arcobaleno (eletto nelle liste di Rifondazione - Sinistra Europea). Benedetta coerenza!
martedì 12 febbraio 2008
Anna Finocchiaro, vita e opere di una Ségolène con l’inciucio

Anna Finocchiaro, vita e opere di una Ségolène con l’inciucio
La Ségolène de’ noantri è nota per la sua modestia. Infatti, l’anno scorso, quando Giorgio Napolitano fu eletto al Quirinale, dichiarò al Corriere: “ Un uomo con il mio curriculum , l’avrebbero già fatto presidente della Repubblica”. Ma Anna Finocchiaro è nota pure per le sue eccezionali capacità politiche. Infatti, come capogruppo dell’Ulivo al Senato, all’inizio di quest’anno riuscì a far passare una mozione di Calderoli sull’Afghanistan. E quando, a fine febbraio, Fassino ebbe la bella pensata di far prelevare a Torino Sergio Pininfarina, assente al Senato da otto mesi, per rafforzare le esangui truppe unioniste intorno alla mozione D'Alema sulla politica estera, lei rassicurò il suo gruppo: «Tranquilli, è arrivato Pininfarina». Cinque minuti dopo, la mozione D'Alema veniva bocciata grazie anche all'astensione di Pininfarina, che con la sua presenza aveva alzato il quorum senza che nessuno gli spiegasse che astenersi, al Senato, equivale a votare contro. Un'ora dopo, Prodi saliva al Quirinale per rassegnare le dimissioni. Eppure, per imperscrutabili motivi (a parte la sua proverbiale, quasi leggendaria avvenenza), Anna Maria Finocchiaro detta Annuzza, nata il 31 marzo 1955 a Modica (Ragusa) ma cresciuta a Catania, iscritta al Pci a 17 anni, laureata in legge a 25, funzionario alla Banca d’Italia filiale di Savona a 26, pretore di Leonforte (Enna) a 27, pm di Catania a 30, parlamentare da quando ne aveva 32, cioè da vent'anni giusti, è l’astro nascente dei Ds. l’amica dalemiana in grado di contendere la leadership del futuro Partito democratico a Walter Veltroni, suo coetaneo. All’ultimo congresso Ds, quello di Firenze, il suo discorso di 21 minuti interrotto da 21 applausi con citazioni di Temistocle e Aristide nella guerra ai Persiani, è stato più elogiato di quello di Walter. E, come di Walter, anche di lei parlano tutti benissimo. Anzi, è più facile trovarle qualche detrattore nel centro-sinistra (soprattutto fra i fassiniani e fra le donne uliviste, gelose del suo fascino) che nel centro-destra. Qui, in partibus infidelium, piace proprio a tutti. Lino Jannuzzi, che pranza spesso con lei nel ristorante del Senato, l’adora e le ha dedicato un giulebboso ritratto-intervista sul Giornale. Un altro ancor più zuccheroso glie l’ha riservato, sempre sul quotidiano berlusconiano, il solitamente perfido Giancarlo Perna. Il Foglio di Giuliano Ferrara s'è sperticato in un'imbarazzante paginata di elogi. E di lei parla un gran bene anche l’onorevole avvocato professore Gaetano Pecorella, che nella scorsa legislatura le subentrò come presidente della commissione Giustizia della Camera. Lei ricambiò l’affetto invitandolo a un dialogante dibattito sulla giustizia alla festa dell’Unità di Genova nel 2004, passando sopra qualche dozzina di leggi vergogna. Quando ha voluto illustrare in un libro le sue idee sulla giustizia, ha scelto come ghost writer un giornalista del Tg4 e del Foglio Antonello Capurso, e come titolo una frase da perfetto inciucio: Dialogo sulla giustizia. Per un nuovo patto di legalità (Passigli, 2005). E, per presentarlo a Catania, ha voluto al proprio fianco Salvo Andò, il dinosauro del vecchio, Psi uscito indenne da vari processi per mafia e tangenti, ora per assoluzione ora per prescrizione. Quand'era in pretura e si occupava di liti fra pecorai, già fumava Muratti e si mangiava le unghie. La chiamavano «la pretora bona», ma lei preferiva «la professoressa». In quell’ambiente decisamente popolano la raffinata rampolla della buona borghesia catanese, con i suoi studi classici al liceo Cutelli, le sue ascendenze risorgimentali (pare che il bisnonno fosse l’avvocato difensore di Giuseppe Garibaldi), il marito ginecologo Melchiorre Fidelbo (con cui ha avuto due figlie, Miranda e Costanza), incutesse soggezione. A Catania - ricorda Aldo Cazzullo sul Corriere - «i Finocchiaro abitano da generazioni nella villa ottocentesca sulla via Etnea, dove sono passati Verga, Capuana, De Roberto». «Famiglia di garibaldini, mazziniani, repubblicani», precisa lei, «sempre dalla parte progressiva. Mio padre mi ha cresciuto con i racconti di suo nonno Lucio, grande avvocato, che da bambino vedeva don Blasco, il personaggio dei Viceré, appendersi all’architrave delle porte e dondolarsi con il suo mantello nero come un pipistrello, per spaventare i piccoli». Il padre Luigi era procuratore capo di Enna e presidente di sezione della Corte d'Appello di Catania. E a Catania lei approdò nel 1985, ma come pubblico ministero. Iscritta a Magistratura democratica, ne divenne subito segretaria per la Sicilia orientale. Arrivò in una procura scossa dallo scandalo che aveva portato in carcere alcuni magistrati catanesi accusati di collusioni mafiose. Ma non ci restò molto. Due anni, non di più: giusto il tempo di mettersi in evidenza e di incriminare un manager dell’Asl (che poi ritroverà molti anni dopo tra i suoi colleghi deputati) per un supercontratto d'affitto che pagava a peso d’oro un immobile del padrone di Catania, l’editore monopolista Mario Ciancio, proprietario di tv e dell’unico quotidiano cittadino. Una perizia accertò poi che l’affitto era congruo e la posizione del manager fu archiviata. Così Ciancio continuò a incassare soldi a palate dalle casse della sanità pubblica. Nel 1987 la prima elezione a deputata e l’anno successivo anche a consigliera comunale. Passava per una dura e pura (la sezione della sua prima tessera era tutta ingraiana). Tant'è che nel '90, quando Occhetto promosse la svolta della Bolognina dal Pci al Pds, lei s’oppose. E pianse. Voleva fortissimamente restare comunista sotto la falce e il martello. Ma quando capì di essere in minoranza, si convertì al nuovo corso dalla parte del più forte: Massimo D'Alema. «Un uomo delizioso», almeno per lei. Gli ex magistrati che sbarcano in politica passano tutti, chissà perché, per «giustizialisti». Lei, come pure l’amico Luciano Violante, è la smentita vivente di questa leggenda metropolitana. Tutta la sua carriera politica, quattro volte più lunga di quella giudiziaria, sembra fatta apposta per far dimenticare quella precedente. Il 6 dicembre 1994, quando i ricatti berlusconiani costringono Antonio Di Pietro a lasciare il pool Mani Pulite alla vigilia dell’interrogatorio del Cavaliere, la capogruppo dei progressisti in commissione Giustizia Anna Finocchiaro dichiara all’Ansa: «Avevo già auspicato un calo di tensione fra il pool e l’esecutivo, poiché lo scontro si era troppo personalizzato, e da istituzionale era divenuta una battaglia tra Borrelli e Berlusconi. Il leaderismo non è indice di democrazia e identificare una persona con le regole non giova a nessuno». Come se quella che si sta consumando fra il Polo e i Pool fosse una guerra per bande. L’indomani l’avvenente Annuzza rincara la dose in un'intervista al Corriere. Non contro i berluscones. Contro Di Pietro e Borrellli: «Basta con queste vergini violate, sembra che in Italia ci sia solo il pool di Milano. Non siamo più allo scontro fra poteri, ma alla radicalizzazione di un conflitto personalizzato. Berlusconi e i suoi da una parte, Borrelli e i suoi dall’altra. I giudici di Milano farebbero bene ad evitare di rincorrere sempre l’ultimo fatto e l’ultima dichiarazione, sapendo che saranno poi al centro di attacchi... Quando il paese si divide tra chi sta con Borrelli e chi sta contro Borrelli, significa che nel paese è passata l’idea che la procura di Milano sia l’unico soggetto capace di esercitare il controllo giurisdizionale. Questo è un pericolo». Né con il pool né con Berlusconi. Perfetta ortodossia dalemiana, un antipasto della Bicamerale che verrà. Figurarsi 1'entusiasmo del popolo della sinistra, che scende in piazza angosciato contro le vergogne del primo governo Berlusconi. Ma Annuzza tira dritto, continua a vaneggiare di un non meglio precisato «protagonismo» dei suoi ex colleghi, almeno di quelli che lavorano bene. Nel '96, quando Prodi va al governo per la prima volta, D'Alema la impone come ministro. Lei, sempre modesta, dice di avere «tutti i titoli per essere ministro della Giustizia». Invece Prodi la manda alle Pari opportunità. Farà molto fumo e poco arrosto, con battaglie di pura demagogia come la legge sul doppio cognome. Poi nel ‘98, perduto il ministero, diverrà presidente della commissione Giustizia della Camera. Di Catania s'interessa poco o punto. Tant'è che, quando cambia il sistema elettorale da proporzionale a uninominale, non riesce più a farsi eleggere nel suo collegio: si salva regolarmente grazie al paracadute della quota proporzionale. All’ ombra dell’Etna, intanto, è esploso il secondo «caso Catania», che vede magistrati l’un contro l’altro armati per un verminaio di mafia, politica, toghe, affari e malaffari. Il nome di Annuzza affiora in una complicata storia di ville costruite da un'impresa vicina a Cosa Nostra a San Giovanni La Punta, incantevole comune turistico ai piedi del vulcano, dove nei primi anni Settanta latitavano Luciano Liggio e Bernardo Provenzano. Dagli anni Ottanta su San Giovainni regna e governa il clan Laudani, una delle famiglie più sanguinarie della Sicilia orientale che, a furia di speculazioni selvagge. ha trasformatio quel piccolo paese agricolo in una cittadina di 25 mila abitanti. Secondo gli inquirenti, la cosca agisce tramite un suo affiliato, Carmelo Rizzo, molto attivo nell’edilizia anche grazie alle sue entrature negli uffici pubblici. Rizzo gestisce alcune società di costruzioni, intestate o a lui o ad altri (come la Di Stefano Costruzioni). I suoi rapporti col clan Laudani sono noti fin dal 1981, quando la «famiglia» lo incarica di lottizzare (abusivamente) un loro fondo. Due anni dopo Rizzo vende i terreni, divisi in 19 lotti, ad altrettanti acquirenti. E su San Giovanni incombe anche il re dei supermercati Sebastiano Scuto, sospettato anche lui di rapporti con i Laudani e oggi imputato di concorso esterno in associazione maliosa: il trait d'union fra il suo gruppo e la cosca, secondo l’accusa, sarebbe stato proprio Rizzo, ben introdotto nella buona società catanese. Un suo stretto collaboratore, un certo Cali, racconterà ai giudici che «da noi venivano magistrati e politici a comprare ville con sconti di centinaia di milioni. Uno di essi pretese l’abbattimento di un albero secolare, segnato sulle mappe, che dava fastidio perché prossimo all’ immobile da lui comprato». Le ville sono quelle costruite da Rizzo sotto il nome della Di Stefano su un terreno ceduto da un certo cavalier Vincenzo Arcidiacono. Una, bifamiliarc, l’acquista nel febbraio 1991 il pm catanese Giuseppe Gennaro, futuro membro del Csm e poi presidente dell’Anm. Un'altra la compra il cognato di Anna Finocchiaro. Rizzo, sotto processo per mafia, sentendosi ormai spacciato, lascia trapelare propositi di collaborazione con la giustizia. Ma non fa in tempo a parlare: nel 1997 viene assassinato dalla mafia, e non si può dire che sulla sua morte si indaghi in profondità. Ma della sua figura si torna a parlare al processo a carico di Scuto. Fra i testimoni c'è un ispettore di polizia che la sa lunga sui rapporti fra mafia e affari a San Giovanni La Punta, dove lui stesso risiede: si chiama Antonino Gemma ed è un militante Ds. In questa veste ha avuto modo di conoscere la Finocchiaro. E il 29 gennaio 2002 consegna alla procura generale di Catania un appunto, ricordando un episodio di qualche anno prima, legato proprio ai villini acquistati dal giudice Gennaro e dal cognato della Finocchiaro: «Era notorio a San Giovanni La Punta che Rizzo fosse il prestanome del clan Laudani. Rizzo costruiva villette lussuose da vendere a persone rispettabili. Posso dire di conoscere la situazione criminale di San Giovanni La Punta, non solo in quanto poliziotto, ma anche perché ho vissuto in quel territorio. Capitò, così, che avendo dei rapporti di conoscenza con l’onorevole Finocchiaro Anna, sentii il bisogno di informarla allorché appresi che il dottor Gennaro stava acquistando una delle villette realizzate dal Rizzo. Ciò avvenne all’inizio degli anni Novanta [la proposta della questura di Catania di sottoporre e misura di prevenzione della sorveglianza speciale Carmelo Rizzo è del 20 ottobre 1992 e nel 1993 il nome di Rizzo compare nel decreto di scioglimento per mafia del comune di San Giovanni La Punta; dieci anni dopo il comune verrà sciolto per mafia una seconda volta] dopo che io avevo ultimato il servizio di tutela al figlio Roberto del giudice [sic!]. Ricordo che l’onorevole rimase molto turbata, anche perché il cognato di quest’ultima stava acquistando o aveva acquistato la villa adiacente a quella che doveva comprare il dottor Gennaro: e nella circostanza riferì che avrebbe parlato col giudice per dissuaderlo dall’acquisto dell’immobile». Che cos’abbia poi detto la Finocchiaro a Gennaro e al cognato, non è dato sapere. Si sa invece che sia Gennaro sia il cognato della Finocchiaro acquistarono la villa costruita dal mafioso. La deputata, se tentò di dissuaderli dal loro proposito, non fu molto persuasiva. Gennaro ha sempre rivendicato la propria buona fede e querelato chiunque abbia rievocato quella vicenda. La Finocchiaro invece non ha mai detto una parola in proposito. Nemmeno sul caso Catania. Nemmeno quando i magistrati che l’hanno denunciato - il pm Niccolo Marino e il presidente del Tribunale dei minori Giovanni Battista Scidà - finiscono nel mirino dei politici e di una parte del Csm. Quando palazzo dei Marescialli propone di trasferire Scidà per incompatibilità ambientale, molti politici — da Lumia a Vendola, da Fava a Pacione - intervengono in sua difesa. La Finocchiaro no, a dispetto dell’amicizia che in passato la legava all’anziano collega. Un silenzio, il suo, che la allontana vieppiù dalla società civile più impegnata sul fronte antimafia in città. Qualcuno la ribattezza «la compagna c'arriniscìu», la compagna che ha avuto successo e dimentica le radici. Recentemente uno dei leader di Legambiente, il giurista catanese Ugo Salanitro,l’ha accusata in un dibattito antimafia organizzato da Rifondazione comunista, a proposito di un mostruoso megaparco costruito nel centro della Sicilia: il parco di Regalbuto (Enna). «E un'operazione», ha tuonato Salanitro, «che a livello economico non ha alcun senso. Eppure è stato proposto al giudizio per il finanziamento di Sviluppo Italia ed era sostenuto da due sponsor politici di rilievo: il forzista Gianfranco Miccichè e il diessino Vladimiro Crisafulli [filmato a colloquio con un boss mafioso nel 2002 e tutt’oggi indagato nello scandalo Messinambiente insieme a Cuffaro, dunque promosso senatore nel 2006]. Qualcuno vicino a Sviluppo Italia ci contattò perché li aiutassimo a non buttar soldi in quella struttura. E il progetto fu bocciato. Ma quel che non è riuscito a Miccichè alcuni anni fa, è riuscito a Crisafulli di recente. Infatti l’anno scorso il progetto è stato approvato. Il senatore Ferrante di Legambiente ha fatto battaglie contro il progetto; ma quando ha presentato interrogazioni parlamentari, chi è venuto in qualche modo a interloquire con quel senatore? Non è stato certo Crisafulli, ma è stata una persona che poteva farlo. E’ stata una donna, un'importante donna della nostra classe politica di sinistra». «La Finocchiaro!», ha indovinato qualcuno dalla platea. Cioè la capogruppo del senatore ambientalista. Salanitro ha sorriso: «In tutto questo, è chiaro che si tratta solo di politica...». Che la società civile catanese non la veda più di buon occhio lo conferma padre Salvatore Resca, anima di Cittainsieme, movimento nato una ventina d^anni fa per il riscatto della città intorno a una delle parrocchie più attive nella denuncia del malaffare: «Roma si disinteressa di Catania. Dovrebbe interessarsene sotto lo stimolo dei deputati e senatori eletti qui, non tanto uno stimolo clientelare, ma politico. Anna Finocchiaro è sparita, Bianco pure. Dove sono i parlamentari eletti in città? Se li inviti. non vengono». Nel 2001, col ritorno di Berlusconi al governo e del centro-sinistra all’opposizione, Annuzza rimane responsabile Giustizia dei Ds. E non si può dire che si scaldi più di tanto contro le leggi vergogna sfornate a getto continuo dal governo più losco della storia repubblicana. Mentre alcuni parlamentari ulivisti organizzano sparuti ostruzionismi e la società civile promuove girotondi e manifestazioni contro la legislazione ad personam e l’attacco continuo alla legalità, lei cura il «dialogo» bipartisan. Nel dicembre 2001 il governo Berlusconi depenalizza il falso in bilancio e cancella per legge le rogatorie. Lei si dice pronta a discutere sulla fine dell’obbligatorietà dell’azione penale e dell’indipendenza delle procure: «Non abbiamo paura di affrontare i nodi che pesano sul dibattito istituzionale, come l’obbligatorietà dell’azione penale e l’indipendenza del pm». Poi conclude che «oggi i giudici si occupano di troppe questioni» (.Ansa, 14-12-2001). Il 14 settembre 2002 oltre un milione di persone autorganizzate scendono in piazza San Giovanni a Roma per la manifestazione promossa da Nanni Moretti e Paolo Flores d'Arcais contro la legge Cirami. Qualche giorno dopo un giornalista dell’Espresso «intercetta» una conversazione tra la Finocchiaro e l’onorevole avvocato del premier, Niccolo Ghedini. Questi sonda una disponibilità della prima a trattare sull’ approvazione definitiva della Girami. Lei, sempre secondo l'Espresso, risponde: «Cercate di capire i nostri problemi... a partire dai girotondi... ». Come a dire che, sopite le proteste degli elettori, ci si può pure mettere d’accordo. Qualche giorno dopo, a una festa dell’Unità, un gruppo di girotondini furibondi la contestano e le chiedono conto dello scoop dell’ Espresso. Lei, come raramente le accade, perde la calma. Paonazza in volto, le vene che si gonfiano sul collo, esplode: «l’Espresso non è il Vangelo!». Voci dal pubblico: «E allora smentisci!». E lei: «Le smentite non servono a niente. Semmai si querela! ». Per la cronaca, la querela non è mai arrivata. Nel 2003, mentre Berlusconi prepara la propria impunità prima tentando di traslocare i suoi processi a Brescia, poi di abrogarli per legge con il lodo Maccanico-Schifani e con una guerra senza quartiere alla giustizia e alla magistratura, Annuzza dichiara serafica al Sole-240re che il premier non dovrebbe dimettersi nemmeno in caso di condanna per corruzione giudiziaria: «Nella malaugurata ipotesi [sic!] in cui dovesse essere condannato, ricorra in Appello e in Cassazione. Per quanto mi riguarda, il presidente Berlusconi resta non colpevole fino a sentenza definitiva, come qualunque altro cittadino» (Ansa 18-1-2003). Il fatto che quel «cittadino qualunque» sia anche presidente del Consiglio e stia per diventare presidente di turno dell’Unione europea, non la sfiora proprio. Anzi, a fine anno caldeggia addirittura il ritorno all'immunità parlamentare per tutti gli eletti e annuncia un'iniziativa del suo partito: «Ho già presentato una proposta di legge che prevede una composizione paritaria della giunta per le autorizzazioni, e la necessità che l’aula si pronunci con un quorum dei due terzi. L’immunità è uno strumento di protezione delle funzioni parlamentari tipico delle democrazie liberali» ( Giornale, 8-12-2003). Il solco con la società civile catanese più impegnata sulla legalità si allarga vieppiù. E diventerà un autentico fossato nel 2005, quando in vista delle elezioni regionali in Sicilia, i movimenti antimafia candidano Rita Borsellino per il centro-sinistra contro il governatore Totò Cuffaro. Metà dei Ds isolani, dopo aver impallinato ed esiliato in Europa Claudio Fava, osteggiano la sorella del giudice assassinato. Le preferiscono il barone universitario catanese Fernando Latteri, trasmigrato un anno prima da Forza Italia alla Margherita e già sonoramente trombato alle europee del 2004. In prima fila a sponsorizzare il voltagabbana sono Anna Finocchiaro, Sergio D'Antoni (altro transfuga dalla Cdl) e l’ex sindaco Enzo Bianco, luogotenente di Rutelli appena sconfitto ignominiosamente alle comunali dal forzista Umberto Scapagnini, medico personale di Berlusconi. Nell’occasione, la Finocchiaro è capolista dei Ds, che infatti precipitano ai minimi storici raccogliendo un misero 5,5 per cento. Ora, se alle primarie Latteri battesse la Borsellino, i siciliani dovrebbero scegliere (si fa per dire) fra un democristiano del centro-sinistra passato al centro-destra (Cuffaro) e un democristiano del centro-destra passato al centro-sinistra (Latteri). Qualche mese prima la Finocchiaro ha avuto parole di elogio addirittura per Cuffaro che, nonostante le sue disdicevoli frequentazioni, «al contrario di altri non si è sottratto ai suoi giudici, pur avendone la possibilità» (Ansa 1-10-2004) : come se un governatore imputato per favoreggiamento alla mafia meritasse un encomio solenne solo perché si fa processare come tutti i cittadini. Alla fine le primarie le stravince la Borsellino, che alle regionali — pur battendosi a mani nude, nel disinteresse degli apparati di partito - raccoglierà 5,5 punti in più della somma della coalizione. Un mezzo miracolo. Il 2 maggio 2003 la Corte d'Appello di Palermo ribalta l’assoluzione di Andreotti nel processo per mafia e lo dichiara colpevole (reato commesso ma prescritto) fino alla primavera del 1980. La Finocchiaro commenta che è stato così premiato «il suo comportamento esemplare», alimentando la leggenda di una nuova assoluzione del senatore a vita. Quando poi, il 30 ottobre 2003, la Cassazione annulla senza rinvio la condanna d’appello a 24 anni subita da Andreotti a Perugia per il delitto Pecorelli, lei concede il bis: «La sentenza della Cassazione è per me un motivo di grande sollievo. Il fatto che uno degli uomini politici più rappresentativi della storia della Repubblica italiana non venga ritenuto dalla Corte di Cassazione come un mandante di un omicidio dovrebbe essere un sollievo per il paese, per tutti i cittadini di questa Repubblica». Insomma va sempre tutto bene, sia che il senatore sia colpevole di mafia, sia che sia assolto dall'omicidio. E lo stesso vale per Berlusconi, imputato di corruzione giudiziaria. Il 10 dicembre 2004 il Tribunale di Milano gli regala le attenuanti generiche, mandando così in prescrizione la sua tangente da 500 milioni di lire al giudice Squillante. Anche stavolta Annuzza spaccia la prescrizione per un’assoluzione: «Io credo che una sentenza di assoluzione per il presidente del Consiglio, rispetto a fatti così gravi, sia una buona notizia. Un Tribunale della Repubblica ha deciso dopo un lungo processo che il premier di questo paese non è colpevole di reato gravissimo come la corruzione in atti giudiziali. Mi fa piacere per l’Italia». Da suonare le campane, da vantarsene in tutto il mondo. Il vizio di non chiamare mai le cose con il loro nome la tradisce anche il 30 ottobre 2003. Quella sera è ospite di Porta a Porta, quando Giuliano Ferrara definisce l’Unità « foglio linguisticamente e tecnicamente omicida che predica l’annientamento dell’avversario ». Vespa, col consueto coraggio, balbetta: «Omicida mi pare una parola un po' forte». E Ferrara: «Me ne assumo la piena responsabilità». A questo punto tocca alla Finocchiaro, che lancia il cuore oltre l’ostacolo con queste parole: «Anche il Giornale, però...». Come se l’house organ berlusconiano fosse paragonabile a l’Unità. Come se i linciaggi base di Telekom Serbia, Mitrokhin e altre bufale inventate a tavolino fossero paragonabili alle polemiche del quotidiano della sinistra. E, soprattutto, come se non ci fosse proprio nulla da dire sull’accusa di «omicidio» lanciata al quotidiano di Furio Colombo. Molti lettori, per quell’incredibile performance, protesteranno sul giornale. Come pure quando, nel maggio 2006, la neocapogruppo dell’Ulivo a palazzo Madama difenderà Andreotti, candidato del centro-destra alla presidenza del Senato, da un articolo dell’Unità che ricorda la sua prescrizione per mafia. Quella volta Annuzza si fa intervistare dal Corriere della Sera per dichiarare che è «sbagliato politicamente e anche strategicamente ricordare le vicissitudini processuali di Andreotti, come invece ha fatto Marco Travaglio su l’Unità». Ci sono infatti - spiega - «ben altri argomenti a sfavore di Andreotti: per esempio l’età». E dunque non è il caso di «perdere tempo a discutere delle sue vicissitudini giudiziarie». La nota stratega, forse, ignora che quelle di Andreotti non sono «vicissitudini processuali»: c’è una sentenza definitiva che dichiara il senatore a vita mafioso fino al 1980. Ai tempi della vecchia Dc, si diceva «meglio mafiosi che rossi». Ora, grazie a lei, lo slogan va leggermente corretto: «Meglio mafiosi che vecchi». Nella nuova legislatura, dinanzi al crollo verticale d''immagine e di credibilità della vecchio establishment unionista, la Ségolène de’ noantri è candidata un po' a tutto: ministero delI’Interno, ministero della Giustizia, addirittura presidenza della Repubblica e ultimamente segreteria del Partito democratico prossimo venturo. La qual cosa solletica la sua sconfinata ambizione e, nell’ansia di non farsi nemici, la porta a esercizi di equilibrismo al limite della temerarietà. Come quando critica il Family Day, ma anche la contemporanea giornata del Coraggio laico. Del resto, la Finocchiaro è quella che telefonò a una giornalista del Manifesto che la criticava e le propose di andare a lavorare con lei perchè «quando uno è bravo a sparare, è meglio averlo a sparare dalla propria parte». Il 27 aprile 2005, in piena campagna per le elezioni comunali catanesi, aveva dichiarato: «La Sicilia dev'essere dotata di nuove infrastrutture, anche con il ponte sullo Stretto di Messina». Un anno dopo, il 19 settembre 2006, il governatore Cuffaro scende in piazza per il ponte. E allora, contrordine compagni: «II ponte sullo Stretto», dichiara Annuzza, «è un'opera inutile e difficilmente sostenibile economicamente». Idem sull’ indulto. Il 4 maggio Previti viene condannato definitivamente a 6 anni per la corruzione giudiziaria dell’Imi-Sir e finisce in carcere per quattro giorni. poi grazie all’ex Cirielli spunta i domiciliari. La Cdl preme per un condono di 3 anni che gli risparmi anche quelli e gli restituisca la libertà. Sulle prime, la Finocchiaro non ci sente proprio: «Sono storicamente a favore dell''amnistia che sia accompagnata dall’indulto e che non riguardi i reati più gravi e quelli contro la pubblica amministrazione» (Ansa. 22 -0-2006). Poi i vertici di Ds e Margherita concordano con Forza Italia un indulto che comprende tutti i reati contro la pubblica amministrazione, compresa addirittura la corruzione giudiziaria. E lei, capogruppo al senato, non fa una piega. Anzi, finge di dimenticare la sua prima dichiarazione e si batte come una leonessa per mandare in porto l’operazione, in nome di un fantomatico «dialogo con l’opposizione sulla giustizia in generale». Sostiene che «il collante dell’antiberlusconismo non basta e rende effimero il progetto del Partito democratico». Poi plaude alla proposta Pecorella di condonare pregiudizialmente i reati contro la pubblica amministrazione che lei fino a un mese prima voleva escludere: «Sono assolutamente con l’idea di Pecorella di fare subito l’indulto prima dell’estate, per fare poi l’amnistia in un secondo momento dopo la pausa estiva. I tempi, per quanto mi riguarda, si possono accelerare» (Ansa, 5-7-2006). Sandro Bondi, naturalmente, trova la cosa «ragionevole e promettente». E quando il ministro Di Pietro denuncia gli inciuci sottobanco per includere i reati finanziari e di Tangentopoli, la Finocchiaro che un mese prima diceva la stessa cosa ora lo liquida sprezzante: «Parole semplicemente ridicole». L’inciucio col centro-destra prosegue in autunno: ma non sull’amnistia (Previti è ormai in salvo, l’opinione pubblica è inferocita per il boom di criminalità seguito all’indulto e nessuno ne parla più), ma sull’ordinamento giudiziario. Prodi e tutto il centro-sinistra, Ds in testa, avevano promesso agli elettori di «cancellare» tout court con un decreto urgente, l’entrata in vigore dei decreti delegati attuativi della legge Castelli che controriforma la magistratura. Invece il ministro Mastella e la capogruppo Finocchiaro la mandano in vigore quasi tutta, con qualche ritocco concordato con i vari Pecorella, Castelli e Schifani. Il tutto con la scusa della maggioranza risicata in Senato. Senonché alla fine, nonostante i continui cedimenti ai desiderata della Cdl, nemmeno un voto arriverà dal centro-destra. Ma Annuzza esalta come un memorabile successo politico il compromesso al ribasso con chi negli ultimi anni ha devastato la giustizia: «L’accordo fra Unione e Cdl sull’ordinamento giudiziario è frutto della volontà del governo, dell’intelligenza politica dei gruppi della maggioranza e dell’opposizione» (Ansa, 28-9-2006). «Piena soddisfazione per l’accordo raggiunto sulla giustizia tra maggioranza e opposizione. La ricerca di un accordo è fondamentale su questioni centrali come quelle istituzionali. Va dato particolare valore ai meriti del ministro Mastella e del governo. Siamo partiti da una semplice sospensione [della legge Castelli] e siamo arrivati a un accordo tra maggioranza e opposizione» (Ansa., 4-10-2006). Dopo l’indulto, per tenere a bada la base, la Finocchiaro aveva promesso almeno l’immediata cancellazione delle leggi vergogna: «La Cirielli sulla recidiva e la Cirami sul legittimo sospetto vanno abrogate e basta: rimetterci le mani è praticamente impossibile. Il falso in bilancio deve tornare un reato e la Cassazione deve essere salvata dalla paralisi totale alla quale la condannerebbe la legge Pecorella» (Ansa, 20-7-2006). Naturalmente non se ne parlerà più. Anzi Annuzza fa autocritica sulla passata legislatura. Ma non per l’opposizione troppo morbida, al contrario: «Abbiamo commesso il peccato di remare contro il governo Berlusconi» (La Stampa, 20-5-2007). La sua tecnica è sempre la stessa. Dire una cosa, poi lasciarla cadere nel silenzio e nell’oblio collettivo, infine fare il contrario. Così, finora, non ha avuto risposta la lettera aperta inviata dal vecchio giudice Scidà a lei e al presidente rifondarolo dell’Antimafia, Francese Forgione, con la proposta di un pubblico dibattito sulla giustizia a Catania. Un dibattito per affrontare, fra l’altro, la discussa nomina a consulente della stessa commissione Antimafia di un pm catanese «a cui dovrebbero essere chieste spiegazioni di ciò che è stato fatto in procura o di ciò che è stato omesso o ritardato a vantaggio della cosca mafìosa di San Giovanni La Punta in offesa al normale funzionamento dell’ufficio» Una questione che, secondo l’ex presidente del Tribunale dei minori di Catania, dovrebbe stare a cuore anche «alla senatrice Finocchiaro, catanese, magistrato, in servizio - prima dei fatti - proprio presso la procura di Catania, parlamentare già da vent'anni, sempre eletta in queste circoscrizioni, e in vari tempi ministro o presidente della commissione Giustizia alla Camera o incaricata del suo partito per il settore giudiziario». Difficile però che Annuzza accetti. O risponda. Lei non ha tempo per queste cosucce locali. Lei volteggia nell’empireo della politica nazionale tra squilli di tromba e rulli di tamburi: «E’ come il Concorde, vola troppo alto per planare a terra», osserva il segretario dei Ds catanesi, o di quel che ne resta. La Ségolène de’ noantri si prepara per le primarie ottobrine del Pd. Un partito che, a suo modesto avviso, sarà «il partito delle donne e dei giovani. Con un leader fresco anche dal punto di vista anagrafico. E possibilmente di sesso femminile». E possibilmente lei.