Come aprire il post di oggi? Ci sono due-tre notizie che meritavano l’apertura. Parliamo di mafia o di favoreggiatori di singoli boss? Parliamo di chi la mafia la combatte davvero anzichè scriverlo sui cartelloni pubblicitari. Pino Maniaci, direttore di TeleJato, un’autentica emittente antimafia che opera a Partitico, è stato aggredito da due persone. Persone indegne ma non a caso. Uno è il figlio del boss mafioso Vito Vitale. Un rigurgito della mafia. Pino aveva mandato in onda un servizio sui lavori del Comune in un'area in zona Vallegrande dove si trovano delle stalle di proprietà dei Vitale confiscate dallo Stato. Lo aveva solo raccontato. Ed è stato pestato, quasi strangolato con la sua stessa cravatta. Non in Iran o in Libano. Ma a Partinico, Palermo, Sicilia, Italia. Informare può causare seri danni alla salute. Lo sanno gli otto giornalisti uccisi in Sicilia, lo sa Pino che è rimasto uno degli ultimi a fare il giornalista di quel “genere”. Credo che non basti esprimere solidarietà. Pino va tutelato, rappresenta per noi aspiranti giornalisti quello che un cronista deve essere. E’ libero, ha sempre detto quello che andava detto, ha subito decine di querele intimidatorie, e nonostante tutto va in onda, tutti giorni, anche con un occhio pesto. Oggi infatti Pino era in tv. E’ una risposta degna di una grande persona. E voi prendete una bella abitudine, seguitelo via internet: www.telejato.it, c'è anche il telegiornale in streaming. Seconda notizia: Cuffaro non riveste più alcun incarico alla Regione Sicilia. Con un decreto legge firmato da Prodi (l’avesse fatto prima avremmo goduto più di dimissioni falsamente spontanee) è stato sospeso anche dalla carica di consigliere regionale in base alla legge 55 del 1990, che prevede la sospensione di diritto dalla carica ricoperta per chiunque sia stato condannato, anche in via non definitiva, per favoreggiamento personale in relazione a un reato di associazione di stampo mafioso. Terza notizia: questa sera ad Anno Zero potremo assistere finalmente alla versione aggiornata de “La mafia è bianca” il documentario si Bianchi e Nerazzini sugli intrecci tra mafia e sanità in Sicilia. Indovinate chi l'attore protagonista? Bravi. In puro stile intimidatorio, i suoi legali hanno diffidato la Rai a trasmettere il documentario. “ L'intero impianto del dvd, allusivo e insinuante, accompagnato da tecniche di ripresa e colonna sonora a effetto fornisce una versione dei fatti volta a suggerire allo spettatore l'idea di una vicinanza tra l'on. Cuffaro e Cosa Nostra, smentita dall'azione amministrativa e politica del Governo dallo stesso presieduto, ed una sostanziale anticipazione colpevolista delle conclusioni della magistratura relative alla vicenda giudiziaria, ancora non conclusa che ha riguardato lo stesso”. “Considerato - prosegue il documento - che detto collegamento è da ritenersi altamente diffamatorio per qualunque cittadino ed ancor più nel caso dell'on. Cuffaro che ha rappresentato la massima carica istituzionale della Sicilia facendo del contrasto agli interessi criminali uno degli obiettivi principali del proprio operato politico e amministrativo, vi diffidiamo, pertanto dal trasmettere l'immagine dell'on. Cuffaro accostata o inserita all'interno di contesti di mafia così come emerge dal contesto dell'opera editoriale in questione”. In caso contrario, spiegano i legali, l'on. Cuffaro promuoverà le azioni giudiziarie a difesa della propria immagine e della propria reputazione. (ANSA). Per la serie la faccia come il… muro. Forse i legali e lo stesso Cuffaro dimenticano che nel gennaio dell’anno scorso, il tribunale di Bergamo ha disposto l’archiviazione della querela per diffamazione nei confronti di Michele Santoro, Stefano Maria Bianchi e Alberto Nerazzini, in quanto gli elementi acquisiti non erano sufficienti per sostenere l’accusa in giudizio. Tutto quello che raccontava “La mafia è bianca” corrispondeva a verità. Se non arrestano Santoro o sequestrano lo studio, Anno Zero, stasera ore 21, Rai Due. Per chiudere questo post cito un sms che mi ha spedito un caro amico: Oh ma te lo immaginavi? Berlusconi assolto dal falso in bilancio grazie ad una legge che si è scritto da solo. Efficace ed efficente."Un familiare di vittime di mafia passa metà della sua vita a difendere la vittima e l'altra metà a difendere se stesso"
giovedì 31 gennaio 2008
Qui Sicilia, tra aggressioni e diffide
Come aprire il post di oggi? Ci sono due-tre notizie che meritavano l’apertura. Parliamo di mafia o di favoreggiatori di singoli boss? Parliamo di chi la mafia la combatte davvero anzichè scriverlo sui cartelloni pubblicitari. Pino Maniaci, direttore di TeleJato, un’autentica emittente antimafia che opera a Partitico, è stato aggredito da due persone. Persone indegne ma non a caso. Uno è il figlio del boss mafioso Vito Vitale. Un rigurgito della mafia. Pino aveva mandato in onda un servizio sui lavori del Comune in un'area in zona Vallegrande dove si trovano delle stalle di proprietà dei Vitale confiscate dallo Stato. Lo aveva solo raccontato. Ed è stato pestato, quasi strangolato con la sua stessa cravatta. Non in Iran o in Libano. Ma a Partinico, Palermo, Sicilia, Italia. Informare può causare seri danni alla salute. Lo sanno gli otto giornalisti uccisi in Sicilia, lo sa Pino che è rimasto uno degli ultimi a fare il giornalista di quel “genere”. Credo che non basti esprimere solidarietà. Pino va tutelato, rappresenta per noi aspiranti giornalisti quello che un cronista deve essere. E’ libero, ha sempre detto quello che andava detto, ha subito decine di querele intimidatorie, e nonostante tutto va in onda, tutti giorni, anche con un occhio pesto. Oggi infatti Pino era in tv. E’ una risposta degna di una grande persona. E voi prendete una bella abitudine, seguitelo via internet: www.telejato.it, c'è anche il telegiornale in streaming. Seconda notizia: Cuffaro non riveste più alcun incarico alla Regione Sicilia. Con un decreto legge firmato da Prodi (l’avesse fatto prima avremmo goduto più di dimissioni falsamente spontanee) è stato sospeso anche dalla carica di consigliere regionale in base alla legge 55 del 1990, che prevede la sospensione di diritto dalla carica ricoperta per chiunque sia stato condannato, anche in via non definitiva, per favoreggiamento personale in relazione a un reato di associazione di stampo mafioso. Terza notizia: questa sera ad Anno Zero potremo assistere finalmente alla versione aggiornata de “La mafia è bianca” il documentario si Bianchi e Nerazzini sugli intrecci tra mafia e sanità in Sicilia. Indovinate chi l'attore protagonista? Bravi. In puro stile intimidatorio, i suoi legali hanno diffidato la Rai a trasmettere il documentario. “ L'intero impianto del dvd, allusivo e insinuante, accompagnato da tecniche di ripresa e colonna sonora a effetto fornisce una versione dei fatti volta a suggerire allo spettatore l'idea di una vicinanza tra l'on. Cuffaro e Cosa Nostra, smentita dall'azione amministrativa e politica del Governo dallo stesso presieduto, ed una sostanziale anticipazione colpevolista delle conclusioni della magistratura relative alla vicenda giudiziaria, ancora non conclusa che ha riguardato lo stesso”. “Considerato - prosegue il documento - che detto collegamento è da ritenersi altamente diffamatorio per qualunque cittadino ed ancor più nel caso dell'on. Cuffaro che ha rappresentato la massima carica istituzionale della Sicilia facendo del contrasto agli interessi criminali uno degli obiettivi principali del proprio operato politico e amministrativo, vi diffidiamo, pertanto dal trasmettere l'immagine dell'on. Cuffaro accostata o inserita all'interno di contesti di mafia così come emerge dal contesto dell'opera editoriale in questione”. In caso contrario, spiegano i legali, l'on. Cuffaro promuoverà le azioni giudiziarie a difesa della propria immagine e della propria reputazione. (ANSA). Per la serie la faccia come il… muro. Forse i legali e lo stesso Cuffaro dimenticano che nel gennaio dell’anno scorso, il tribunale di Bergamo ha disposto l’archiviazione della querela per diffamazione nei confronti di Michele Santoro, Stefano Maria Bianchi e Alberto Nerazzini, in quanto gli elementi acquisiti non erano sufficienti per sostenere l’accusa in giudizio. Tutto quello che raccontava “La mafia è bianca” corrispondeva a verità. Se non arrestano Santoro o sequestrano lo studio, Anno Zero, stasera ore 21, Rai Due. Per chiudere questo post cito un sms che mi ha spedito un caro amico: Oh ma te lo immaginavi? Berlusconi assolto dal falso in bilancio grazie ad una legge che si è scritto da solo. Efficace ed efficente.mercoledì 30 gennaio 2008
Il Partito Democratico la lasci correre!

Gentili “vertici” del Pd siciliano,
vi prego di prendere queste parole come quelle di un pezzo, di un membro di quella società civile che si troverà ad aprile a dover scegliere il nuovo presidente della Regione Sicilia. Un frammento di quella Sicilia a cui non frega nulla dell'appartenenza politica di un candidato, ma che è interessato esclusivamente all'onestà dello stesso e della gente che lo circonda. Se fossi un tesserato, di qualunque partito, forse potrei capire il vostro modo di agire, di opporvi alla candidatura di Rita Borsellino. Un presidente come Rita non sarebbe ostaggio dei partiti. Ma per una volta vi chiedo, con molta umiltà, di passare per un attimo da questa parte, dalla parte “bianca”, dalla parte della società civile. Credete davvero che candidando un'altra persona, sia essa Anna Finocchiaro o Ivan Lo Bello, avreste la più piccola possibilità di vittoria? In Sicilia l'elettorato di sinistra, se si esclude l'Udeur ormai decollato (per fortuna) verso altri lidi, va poco al di sopra del 30%. Se a questa percentuale togliete tutti i delusi, tutti i disgustati da due anni di politica oscena dal punto di vista della giustizia, della legalità, non so se arrivereste al 25%. Non entro in territorio morale, non parlo di quanto la Sicilia abbia un bisogno viscerale di Rita Borsellino. Vi parlo di numeri. Rita nel 2006 vi ha fatto raggiungere un risultato che ha imbarazzato pure il centro destra e che mai il centro sinistra avrebbe raggiunto senza di lei. In tutta la Sicilia stanno nascendo comitati per sensibilizzare soprattutto il Pd a lasciare correre il candidato che riteniamo, ripeto, non ideale ma naturale. Avete perso un occasione d'oro (e tanti voti) per fare la differenza non cacciando Crisafulli dal vostro partito. Non perdetene un'altra opponendovi alla candidatura di Rita. Ripeto, vi parlo di numeri, non di etica né di morale: è un dato di fatto che senza Rita Borsellino perdereste dal 5 al 7%. Se pensate di potercela fare non solo senza Rita, ma anche senza di noi, continuate pure. Per una volta, però, pensate e comportatevi da siciliani, oltre che da onorevoli.
Cordialmente
martedì 29 gennaio 2008
Fiction o mistificazione?
Foto: Il Tenente Colonnello Ignazio Milillo
Quando Mediaset aveva trasmesso “Il capo dei capi” ero stato tra quelli fuori dal coro. Non mi ero unito a quelli che la giudicavano pericolosa e immorale. Se si aveva paura che i giovani vedessero Riina come mito, voleva dire che si aveva fallito nell'educazione, nel rapporto con i propri figli. Se si correva quel rischio voleva dire che mai in famiglia si era parlato di mafia e mai si era fatto presente chi fosse quella bestia, che come dice Salvatore Borsellino, questo lo condivido, si sarebbe dovuto chiamare La Bestia delle Bestie. La storia, i fatti narrati erano veri. Punto. Altro discorso è però la veridicità di alcune circostanze e di alcuni personaggi. Che si vendano personaggi reali in un modo totalmente opposto di come erano stati nella realtà, non è fiction, ma mistificazione. E questo non va. Il professor Enzo Guidotto, membro della commissione Antimafia, ha svolto proprio su “Il capo dei capi” un lavoro di “chiarezza storica” e ha trovato alcuni clamorosi errori che si spera siano stati commessi in buona fede, anche se l'ignoranza, in certi temi, rischia di uccidere la memoria. La sua analisi precisa e minuziosa, ricca di circostanze a me sconosciute, ridà dignità ad alcuni personaggi che avrebbero dovuto avere ruoli fondamentali nella fiction che invece li ha relegati all'oblio. Come per esempio la figura del tenente colonnello Ignazio Milillo, protagonista di quell'epoca all'interno dell'Arma dei Carabinieri, esecutore del primo arresto di Luciano Liggio, spodestato dal commissario Mangano, che nella realtà ebbe ben altri meriti. Pubblico qui alcuni tra i passaggi più significativi. A questo link invece potete scaricare tutto il lavoro, compresi i commenti alla fiction di Rita Borsellino, Salvatore Borsellino, Giovanni Impastato e altri.
In questo senso il colmo dei colmi dell’immaginazione che sfocia nella spudorata falsificazione di persone e fatti è stato raggiunto con la figura del commissario di pubblica sicurezza Angelo Mangano - quello con baffi e pizzetto, sempre in stretto contatto con Biagio Schirò - paradossalmente “accreditato” come l’autore della duplice cattura di Luciano Liggio, il capo degli altri capi: Totò Riina e Bernardo Provenzano. «Torno in tv per vestire i panni del commissario Angelo Mangano che arrestò la “primula rossa” Liggio» aveva infatti dichiarato in primavera l’attore Massimo Venturiello, dopo aver letto il copione. E se di questo si è convinto l’interprete del personaggio figuriamoci quale libertà di pensiero e di giudizio abbiano potuto avere i telespettatori che hanno dimenticato o non hanno mai conosciuto – o mai conosciuto correttamente - quelle vicende. Perché? Semplice: il commissario Angelo Mangano, non ebbe alcun merito nelle due operazioni: l’unico Liggio che riuscì ad arrestare non fu Luciano ma un suo fratello, menomato psichico. Quali, quindi, le fonti di Stefano Bises, Domenico Starnone, e Claudio Fava, autori della sceneggiatura? Il libro dall’omonimo titolo (Mondadori,1993) di Attilio Bolzoni e Giuseppe D’Avanzo, giornalisti de “La Repubblica” e, presumibilmente, quello di Pippo Fava, “Da Giuliano a Dalla Chiesa” pubblicato nel 1983 dalla cooperativa “Siciliani Editori” e ristampato l’anno dopo da “Editori Riuniti”. Nel primo, a pagina 66, c’è scritto infatti che Liggio fu beccato quando nella stanza nella quale si nascondeva «fece irruzione il commissario Angelo Mangano»; nel secondo, a pagina 68, si legge che «dopo tre anni spesi con implacabile pazienza a seguirne le mosse, il commissario Mangano riuscì ad arrestare Luciano Liggio». Ma questa è la vecchia favola che lo stesso Mangano andò raccontando a destra e a manca, riportata da chi non ha voluto o non è stato in grado o non ha avuto il tempo di verificarne la veridicità. In verità Mangano giunse a Corleone nel novembre del ‘63, solo dopo che nel Palermitano Milillo aveva fatto terra bruciata attorno al superlatitante, sfuggito per un soffio alla cattura appena due mesi prima. Liggio si sente braccato ma, invece di allontanarsi il più possibile dalla zona per scampare all’incombente “pericolo” di finire nella rete tesa dai carabinieri, si trasferisce - guarda caso - proprio a Corleone, in un’abitazione poco distante dal Commissariato di Pubblica Sicurezza dove alloggiava il “superdetective” Mangano. Quale, dunque, il vero ruolo di Angelo Mangano? Le fasi dettagliate del blitz e le prime battute tra Milillo e Liggio, raccolte dai testimoni oculari, le ricostruì anche Guido Gerosa per il settimanale “Epoca” : «Verso le 21,30 del 14 maggio 1964 l’abitazione è completamente circondata. Milillo ordina al riluttante Mangano di perquisire la cucina mentre lui irrompe al piano di sopra». Liggio è disteso su un lettino addossato al muro. Milillo non ha armi in pugno e, non potendo escludere che Liggio possa reagire sparando, cerca la pistola, ma il boss gli dice subito che è nel cassetto del comodino aggiungendo: «Colonnello, non era il caso che si preoccupasse: la pistola sempre a Lei l’avrei ceduta perché mi aveva combattuto con onore, ed era giusto che con onore vincesse». «In quella – precisò Gerosa - entra Mangano. Sbuffava per essere rimasto in cucina e quando ha visto che tutti i carabinieri si stavano precipitando con slancio quasi festoso verso la camera al primo piano, è entrato anche lui. Liggio, che sta finendo la sua frase sull’onore, vedendo Mangano ha un guizzo feroce nello sguardo e gli sibila in viso “ … mentre quel buffone, pagliaccio era solamente capace di poter catturare deficienti come mio fratello”. E conclude con una frase sibillina: “E gli è finita la missione in Sicilia!”».Pallido in volto, Mangano taglia la corda e si ferma sul pianerottolo situato tra la porta d’ingresso e la scala esterna. Giungono i militari con Liggio portato a spalla. Con una mossa fulminea, il commissario – scrive Marco Nese nel suo libro - «toglie la mano sinistra di Liggio dalla spalla di un maresciallo e la poggia sulla sua». Improvvisamente, appare un fotografo. «Ed ecco il flash lampeggiare sul gigante barbuto che sorregge il criminale d’eccezione. Diffusa attraverso l’agenzia Ansa, tra poche ore l’immagine campeggerà su tutti i giornali innestando la leggenda del titanico 007, catturatore di Liggio». E non è detto che le polemiche finiscano qua, perché anche la narrazione del secondo arresto di Luciano Liggio, avvenuto dieci anni dopo a Milano, è stata falsificata di sana pianta. Nella fiction, Mangano piomba in un albergo e lo trova in compagnia di una bella bionda. In realtà la cattura del superboss avvenne in un appartamento di Via Ripamonti, condiviso con la compagna ed il figlio. All’epoca, Mangano operava in tutt’altri lidi: a mettergli le manette fu il colonnello della Guardia di Finanza Giovanni Vissicchio.
lunedì 28 gennaio 2008
Ora al lavoro, comitatizziamo la Sicilia
domenica 27 gennaio 2008
sabato 26 gennaio 2008
Vittoria!

venerdì 25 gennaio 2008
Quelli che... vinceremo!

Ci siamo quasi. Scaldate i motori, disegnate gli striscioni. Ieri, come largamente previsto, il parlamento siciliano ha respinto la mozione di sfiducia contro il presidente Cuffaro. Cinquantatrè voti contro 32. E' mancato proprio per un soffio direi. Una cosa è dichiarare che Cuffaro si doveva dimettere, una cosa è costringerlo alle dimissioni, vero sig. Miccichè? Il presidente dell'Ars ha fatto una settimana di casino mediatico per poi accodarsi come una pecorella alla maggioranza dopo la strigliata di Berlusconi. La coerenza... Non si disperi l'opposizione: nessuno di noi c'aveva sperato. Una mozione che non è servita a nulla. La gente, che eravate contro Cuffaro, lo sapeva già. Delle dimissioni di massa sarebbero servite molto, molto di più. Il mio invito è ancora valido. Andatevene e lasciatelo da solo. Ma ora basta parlare. Siamo troppo occupati ad organizzare la manifestazione di sabato. Il web è in ebollizione. Le adesioni si moltiplicano di ora in ora. Una volta si diceva che era sbagliato affidare le scelte politiche alla piazza. Sono d'accordo. Infatti non portiamo in piazza i fallimenti amministrativi di Cuffaro, che basterebbero da soli per tre manifestazioni nazionali, ma il fallimento umano di Cuffaro. La sua inadeguatezza a rivestire la carica di presidente della Regione Sicilia. Portiamo in piazza l'etica e la morale. Dovremmo portarle anche in quel palazzo della regione divenuto simbolo di clientelismo, di interesse spregiudicato. Ah, quasi lo dimenticavo: il governo nazionale è caduto. Non ve lo dico perchè me ne freghi qualcosa, ma solo perchè questo avrà ripercussioni sul caso Cuffaro. Il Commissario di Stato ha già inviato il dispositivo della sentenza del processo alla Presidenza del Consiglio cui spetta la decisione finale sulla sospensione coatta del pregiudicato. Purtroppo palazzo Chigi è vuoto. Mettiamoci il cuore in pace. Da Roma non verrà niente di buono. La manifestazione di domani rimane una delle ultime speranza per dare un duro colpo al pregiudicato Cuffaro. Lui si sta rendendo conto di essere completamente solo. Ha dichiarato che in settimana deciderà se dimettersi o no, viste le proteste. Molto dipende anche dalla nostra risposta. Dimostriamogli che la Sicilia non lo vuole. Ieri il Pd, il partito che ha dentro Crisafulli, ha diffuso un sondaggio affidato ad un'agenzia indipendente: 6 siciliani su 10 si aspettano le dimissioni di Cuffaro. Io ci credo amici miei, vincere si può. Una grande dimostrazione popolare potrebbe essere l'input alla sua capitolazione. Cuffaro, esca di gioco con un gesto nobile, gliene saremo eternamente grati. Vi aspetto tutti in piazza Politeama, alle 16, domani!
giovedì 24 gennaio 2008
Lo staff di Cuffaro spara cazzate

From : "Apache" dolores_cali@xxxxxx To : t.cuffaro@libero. it Date : Wed, 23 Jan 2008 09:30:31 +0000 (GMT) Subject : DEVE ANDARSENE
La condanna di Cuffaro per favoreggiamento è una cattiva notizia. Anzi di più, è qualcosa che da la nausea. Che fa venire voglia di arrendersi ad uno stato di diritto oramai inesistente e completamente asservito al potere mafioso. Il governatore di una regione condannato per favoreggiamento nei confronti dei boss è una vergogna indicibile. La mafia è in parte un fatto legato all'appartenenza a una organizzazione. E questo capo di accusa non è stato provato. Ma non solo. E' anche un fatto culturale. Un uomo di potere che favoreggia mafiosi è mafioso in quanto contiguo e partecipe a una cultura mafiosa. Non può restare al suo posto. Non deve restare al suo posto. Sono amareggiata. Addolorata. Indignata. Non lasciate che si compia fino in fondo questo scempio. Che si vanifichi l'operato di tanti servitori dello Stato che arrancano ma non si piegano anche quando tutto sembra dir loro che la resa è l'unica scelta possibile. Che si diffonda sempre piu' il sentimento di impossibilità di ribaltare gli equilibri. Che si infanghi la memoria di chi ha versato il proprio sangue in nome della vostra terra, per ripulirla dal marcio che la voleva e ancora la vuole soggiogare. Che si insulti il ricordo di tutti i siciliani onesti che hanno saputo dire di NO, pagando con la vita affinchè tutti noi potessimo sentirci debitori e orgogliosi dinnanzi al loro valore, e potessimo goderne i frutti, i frutti di un mondo migliore. Non uccidiamoli di nuovo. Dolores Calì
Da: t.cuffaro
Gentile Signora Calì, grazie del suo messaggio. Lei è persona acuta, intelligente e dovrebbe intuire che gli scempi non si compiono esclusivamente nei palazzi della politica. Ci sono scempi anche più gravi, che la storia di questo paese ha cominciato appena a scrivere. Giusto ieri sera il direttore del Corriere Paolo Mieli, a Ballarò, ha ben rappresentato questo scenario. Una persona intellettualmente onesta, in uno Stato di diritto, mantiene la presunzione dell'innocenza fintantoché una vicenda giudiziaria non sia del tutto conclusa e passata in giudicato. Ciò a garanzia di quel diritto costituzionale di difendersi che ha ogni cittadino. Sarebbe bene approfondire meglio l'evoluzione delle cronache giudiziarie sui politici, spesso davvero illuminanti. Per fortuna, in questo nostro Paese esiste un´ampia maggioranza di cittadini che ha acquisito maturità politica e capacità di interpretare i fatti con equilibrio e saggezza. Una cosa è certa: il Presidente Cuffaro ha dimostrato sempre nei suoi atti di governo di contrastare e combattere la mafia. E questa verità rimane inconfutabile, al di sopra di ogni cultura del sospetto e dei veleni. Intanto, la sentenza ha fatto cadere le accuse più infamanti, il resto è ancora tutto da vedere e Cuffaro, se lo ricordi bene, ha rinunciato per ben due volte all'immunità parlamentare, confidando nella Giustizia e certo del fatto che la verità prima o poi prevale. Saluti cordiali. Staff
From : "Apache" dolores_cali@xxxxx To : "t.cuffaro" t.cuffaro@libero. it Date : Wed, 23 Jan 2008 13:15:04 +0000 (GMT) Subject : Re: DEVE ANDARSENE
Gentilissimo Signore, grazie a Lei per avermi prestato attenzione e per avermi risposto. Mi scusi..ma non riesco a trattenermi dal risponderle a mia volta: se Cuffaro è cosi' tanto paladino della giustizia e si è cosi' tanto e sempre battuto contro l'oppressione mafiosa, allora mi spieghi con parole semplici la prego, perchè non sono illuminata ed acuta quanto lei, perchè...PERCHE' centinaia e centinaia di persone palermitane e non stanno invadendo internet e le strade della vostra città e scuole ed univesità CHIEDENDO A GRAN VOCE le sue dimissioni?? Di giustizia forse non me ne intendo molto, sicuramente ancor meno di politica, ma mi creda...so cosa è bene e so cosa è male. Cuffaro è male. Io spero, anzi prego che tutta questa mobilitazione esploda forte quanto una bomba ad orologeria e faccia crollare una volta per tutte il macigno di omertà e collusione sul quale si sono rafforzate fondamenta di grigia contiguità di uno stato che di diritto, mi creda, non ha più nulla. Io sto con quei ragazzi, alla testa del corteo che chiede un atto di dignità, uno solo: dimettersi, sparire, evaporare da una carica che non deve, non puo' piu' ricoprire. La Sicilia sta cambiando, Palermo sta cambiando, i giovani stanno cambiando perchè portano sulle loro gambe idee che mai nessuno potrà uccidere. E siamo tanti...tanti. ..e arrabbiati perchè pretendiamo che i nostri figli vedano l'alba di un giorno migliore. E mi creda, ce la faremo. COLORE CONTRO IL MURO GRIGIO.... Buona Giornata Dolores
Da: t.cuffaro
(Dopodichè Dolores elenca tutte le proteste in atto e in previsione e i pareri di alcuni membri della stessa coalizione di Cuffaro che chiedono le sue dimissioni e continua...). Non solo mi allineo a queste affermazioni, ma, se consente, aggiungo una domanda gentilissimo dott. Cuffaro... come mai le persone che Cuffaro ha favorito sono state condannate per mafia? Ieri c'è stata una straordinaria manifestazione spontanea con più di tremila persone si è mossa da piazza politeama a piazza indipendenza per chiedere le dimissioni di Cuffaro. Non vogliamo fermarci qui. La mobilitazione continua per coinvolgere i tanti che non hanno potuto partecipare alla manifestazione di ieri, per esigere le dimissioni di Cuffaro. Sabato 26 gennaio ci sarà una GRANDE MANIFESTAZIONE cittadina contro la mafia e contro la giunta Cuffaro. Striscioni e lenzuoli con la scritta "CUFFARO VATTENE" da appendere sui balconi delle case, sui ponti, nelle scuole e nelle università. Grazie per l'attenzione. . Dolores
mercoledì 23 gennaio 2008
News e speranze
Qualcosa si muove. Fioccano le petizioni, che se di certo non faranno dimettere il "pregiudicato e contento", dimostreranno al resto degli italiani e del mondo che in Sicilia ci fa schifo Cuffaro e il cuffarismo. La manifestazione di sabato prende sempre più consistenza, e aerei permettendo, ci sarò anch'io. E' fondamentale partecipare in prima persona, fare qualche chilometro per andare ad urlare. E' finito infatti il tempo delle raffinate contestazioni. Bisogna urlare, gridare che Cuffaro deve andare a fare il pregiudicato fuori dalla Sicilia, dall'Italia. Anche istituzionalmente, qualcosa si muove. La procura di Palermo ha inviato al commissario dello Stato gli atti della sentenza. In italiano questo vuol dire che la procura, diretta da Francesco Messineo, ha di fatto avviato l’iter per la richiesta di sospensione di Cuffaro dal ruolo di presidente della regione. Sarà il Commissario dello Stato a trasmettere gli atti alla presidenza del Consiglio dei ministri, competente per la decisione finale. Se cade il governo siamo fritti. Azz... Prodi, amico mio, tieni duro. La richiesta si basa sulla legge 55 del 1990, poi modificata con decreto legislativo del 18 agosto 2000, che si riferisce proprio alla sospensione dei consiglieri regionali condannati per favoreggiamento. E Cuffaro, prima di essere un presidente della regione pregiudicato, è un consigliere regionale. An e Forza Italia rumoreggiano parecchio, forse non tutti per una questione morale, ma le prese di posizione di Miccichè e di altri esponenti aennini sono liete nuove. Tutto questo quando il Pd si appresta a portare all'Ars la mozione di sfiducia al presidente. Il Pd ha 33 voti. Ne servono 46 per costringerlo alle dimissioni. Basterebbe anche solo Forza Italia. Ha 17 deputati. Dieci ne ha An. Speriamo in belle sorprese. Ma adesso la chicca. Cuffaro si riscopre leader del movimento indipendendentista indiano. Durante un'intervista con Pierluigi Diaco, ecco la perla: “Come diceva Ghandi, ci vorrà senz'altro più coraggio a restare che a lasciare tutto e ritornare a vivere da privato cittadino”. Presidè, ma Ghandi non è mai stato condannato come traditore dello Stato, non faccia rigirare nella tomba quel pover'uomo. Vi lascio con il bel video della manifestazione spontanea del 19 gennaio a Palermo. Che peraltro ha creato lo slogan ufficiale "anti-Cuffaro". "Cuffaro all'U-cciar-done, fuori - la mafia - dalla Re- gione".
martedì 22 gennaio 2008
Qui si fa la Sicilia o si muore
Foto Giornale di Sicilia. Cuffaro: "non ho mai festeggiato dopo la condanna". In Sicilia i cannoli li mangiamo e li offriamo in segno di lutto. Grazie a Michele Triolo per la foto, sotituita per "meriti" da quella mandata da Vito. :-)
Gli ho scritto una letterina.
Gentile Sig. Cuffaro,
sarà così gentile da perdonare qualche eccesso che potrà esserci nella mia lettera, ma è la prima volta che da incensurato mi rivolgo ad un pregiudicato. Mi fa un certo effetto. Lei è una sorta di mito tra gli amanti del Padrino e affini: ha guardato in faccia uomini che fanno ancora parte di Cosa Nostra, quelli che hanno sterminato la Sicilia, quelli che frenano il nostro sviluppo, i carnefici dei simboli che ci invidiavano in tutto il mondo. Sono indignato per non averla vista nella fiction "Il capo dei capi", avrebbe meritato un ruolo da co-protagonista! Io l'ho sempre seguita. Avevo subito chiesto le sue dimissioni all'indomani dell'informazione di garanzia che la metteva al corrente di essere indagato per mafia. Puro giustizialismo, ma sono cresciuto educato a certi valori, a certe virtù. Pensavo che anche solo il sospetto, l'alone di un reato così infamante, spingesse un uomo politico onorevole, una persona per bene a farsi da parte fino al totale chiarimento della propria posizione. Avevo proprio sbagliato persona. Poi i giorni passavano, le indagini andavano avanti e venivano alla luce prove inoppugnabili che la inchiodavano e descrivevano quello che lei realmente e giudiziariamente si è rivelato: un traditore dello Stato. Inquirenti, agenti di polizia, ispettori rischiavano la vita e alcuni morivano per mettere alla sbarra uomini di Cosa Nostra e lei, grazie ad individui ignobili come Riolo e Borzacchelli, spifferava tutto ai diretti interessati tramite un uomo di mafia, Mimmo Miceli. Sempre lei frequentava uomini legati direttamente a Bernardo Provenzano, come Michele Aiello, con il quale si accordava nel retrobottega di un negozio sulle tariffe regionali della sanità, e gli consentiva di imporre tariffe quindici volte superiori alla media italiana, dando un forte contributo a mettere in ginocchio la sanità siciliana. Lei è proprio eclettico, sig. Cuffaro. Ha addirittura chiesto i voti per le amministrative del 1991 direttamente alla mafia, nell'onesto rappresentante Angelo Siino, il ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra. Lei ha fatto tutto quello che un politico, un uomo, un essere umano non dovrebbe fare. Lei ha avuto a che fare con uomini che hanno insanguinato la Sicilia per trent'anni. Lei è stato riconosciuto pericoloso e inadatto a rivestire ruoli pubblici e istituzionali proprio dalla magistratura che l'ha interdetta da ogni carica, e la procura forse chiederà la sua sospensione coatta dalla carica che si ostina a ricoprire. I suoi figli saranno orgogliosi di lei, della sua fedina penale nuova di zecca: è un esempio da seguire. Ma che lei sia una vergogna, un pessimo esempio proprio per loro, è un problema che le appartiene in esclusiva. Ma che trascini nel baratro di una condanna così infamante una intera regione che ha bisogno di un presidente che sia proprio l'opposto di lei, quello mi riguarda in prima persona. Lei occupa indegnamente una carica che dovrebbe essere sinonimo di condotta di vita esemplare ed irreprensibile. Se le rimane un briciolo di dignità, un rimasuglio di onore, un millimetro di cuore, si dimetta, sparisca dal panorama politico siciliano, e la gente le vorrà bene, per una volta, in maniera bipartisan. Sta uccidendo la Sicilia e chi giorno per giorno lotta e muore per questa regione. Io non le darò tregua. In ogni sede manifesterò il mio dissenso verso la sua persona e la sua scellerata scelta di rimanere alla guida della mia regione. Chieda scusa e torni a casa. Non c'è niente su cui discutere: dimissioni subito.
sabato 19 gennaio 2008
Parlamentari siciliani di opposizione, DIMETTETEVI
Rita Borsellino
Ai deputati dell'Assemblea Siciliana
del Partito Democratico
Gentili deputati,
i fatti di questi giorni impongono una vostra presa di posizione forte e senza precedenti, per far sì che il Presidente Cuffaro rassegni le dimissioni da una carica che ormai indegnamente ricopre. Noi, la società civile, ci mobiliteremo in tutti i modi e in tutte le sedi. Ma voi, che rappresentate l'opposizione politica al progetto di Cuffaro, dovete stare dalla nostra parte, credo sia un obbligo morale. Con i fatti e non con le dichiarazioni.
La Sicilia non merita di essere umiliata da un tale personaggio che ha favorito alcuni boss mafiosi, che ha tradito lo Stato mandando all'aria indagini che potevano duramente colpire Cosa Nostra.
La vostra mozione di sfiducia sapete bene che sarebbe solo un'azione dimostrativa e che potrebbe mai essere approvata, per una mera questione di numeri.
Se davvero amate la terra che vi ha eletto come rappresentanti, se avete a cuore il nostro futuro e l'onore di una regione che allo Stato ha sacrificato i suoi uomini migliori,
RASSEGNATE SUBITO LE DIMISSIONI DALL'ASSEMBLEA REGIONALE
e impedite al pregiudicato Cuffaro di continuare una illegittima opera di governo, come riconosciuto dalla magistratura che lo ha interdetto dai pubblici uffici.
Fateci identificare in voi e fatevi portavoce di quello che un'intera regione vi chiede. Di essere Onorevoli, di rappresentarci degnamente di fronte agli occhi del mondo.
Da domani fino a venerdì, ogni giorno alle 18, ci saranno presidi di fronte alla sede della presidenza della Regione, che culmineranno sabato in una grande manifestazione regionale. Scendete in strada con noi, dimostrate di essere diversi.
Con tanta fiducia
18/01/2008, Giornata dell'In...Giustizia
Da lunedì 21 a venerdì 25 dalle 18.00, presidio davanti alla sede della Presidenza della Regione (Palermo): sarà il punto di raccolta e smistamento di tutto il materiale informativo.
Sabato 26 ore 16:00: manifestazione regionale. Ogni giorno notizie di eventuali cambiamenti di programma. Info su Ritaatria.it
di Antonella Borsellino,
Cuffaro rimane un traditore dello Stato

venerdì 18 gennaio 2008
Sostegno economico ai progetti di legalità
Pay Pal: benny_calasanzio@hotmail.com
Postepay: carta n° 4023600459485464 intestata a Bernardo Calasanzio
I versamenti si possono effettuare da qualsiasi ufficio postale, dal sito http://www.poste.it/ per chi sia possessore di una carta Postepay, o da PayPal. Iscrivendosi su www.paypal.it si può versare da qualsiasi carta di credito.
Versamenti ricevuti:
Movimento "E adesso ammazzateci tutti": 100 €Storia di un documentario su un'isola: 20 €
Marco Bertelli(Germania): 200€
Comune di Cadoneghe: 100€
Osservatorio Veneto sul fenomeno mafioso: 50€
Meetup di Asti: 100€
Paolo Franceschetti: 100€
Antonio e Luciana da Salandra: 100€
A.G.T. Bologna, 100€
Daniele Rampazzo: 30€
giovedì 17 gennaio 2008
Il giudice di Berlino
di Salvatore Borsellino
Se Berlusconi, che i giudici li ha sempre accusati di essere dei malati mentali, li ha fatti corrompere dai suoi amici, li ha applauditi quando hanno emesso sentenze a lui favorevoli e li ha esecrati ed additati al pubblico disprezzo quando hanno emesso sentenze a lui sfavorevoli, non avesse usato il concetto in maniera distorta, e lo avesse quindi svilito, mi verrebbe da esprimere un giudizio.
Cioe' che a Santa Maria Capua Vetere, senza bisogno di andare fino a Berlino, abbiamo finalmente trovato un giudice come quello che un mugnaio voleva andare a cercare fino in quella lontana citta' perche' gli rendesse giustizia a fronte dei soprusi del Re di Prussia.
Un Giudice che, senza lasciarsi intimidire da prospettive di inchieste punitive, da richieste di trasferimento e gogne mediatiche come quelle toccate a Luigi De Magistris e Clementina Forleo, si e' ispirato al tante volte disatteso articolo 3 della Costituzione.
Quel fondamentale articolo che afferma che tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali e, ci sarebbe da aggiungere, anche "di casta".
A fronte delle annunciate dimissioni di Mastella dalla carica che occupava indegnamente, dimissioni da lui stesso piu' volte minacciate a scopo di ricatto verso il governo e purtroppo mai attuate, la solidarieta' di Berlusconi e del suo partito era attesa e ovvia.
Si tratta infatti di una "solidarieta' di scambio", necessaria all'interno di un Parlamento in cui tra prescritti, inquisiti, gia' condannati nei primi gradi di giudizio, graziati da leggi ad personam e via andando, pochi sono quelli a cui non convenga procurarsi una gratitudine dai colleghi ad uso futuro.
Anche la solidarieta' di Prodi era scontata. Mastella gli ha fatto infatti finora da testa di ariete nell'opera di attacco e di imbavagliamento della magistratura che ha radici e motivi profonde, cioe' la ferita ancora aperta dell'azzeramento della classe politica, logica conseguenza delle inchieste della magistratura ai tempi ormai lontani di "Mani pulte", e la necessita' di far si che una stagione del genere non possa piu' ripetersi.
Ci sono poi necessita' più recenti, cioè quella di insabbiare indagini che coinvolgono l'ormai ex (si spera) ministro "di Grazia ed Indulto" e che potrebbero coinvolgere lo stesso stesso capo di quel governo i cui componenti si affrettano oggi, con l'unica voce dissidente di Antonio Di Pietro, ad esprimere solidarieta' al Signor Mastella.
Il quale nelle sue dichiarazioni tenta di contrabbandare la difesa degli interessi della sua famiglia con l'amore per la sua famiglia e per la moglie in particolare e immagino che lo stesso amore debba nutrire per il consuocero anche per il quale mi risulta essere in atto un provvedimento per la restrizione della liberta' personale.
Per non dividere la famiglia potrebbe a breve essere necessario allestire una cella comune, ovviamente munita di ogni confort del caso per rispetto al rango dell'ex ministro e dei personaggi coinvolti
A sua volta Mastella mutuando lo stile dagli ambienti camorristici con i quali gode evidentemente di una empatia non comune, si affretta gia' a lanciare velate minacce con affermazioni del tipo :
''Mi dimetto sapendo che un' ingiustizia enorme e' la fonte inquinata di un provvedimento perseguito con ostinazione da un procuratore che l'ordinamento giudiziario manda a casa per limiti di mandato e di questo mi addebita la colpa. Colpa che invece non ravvisa nell' esercizio domestico delle sue funzioni per altre vicende che lambiscono suoi stretti parenti e delle quali e' bene che il Csm e altri si occupino'' .
Dichiarazioni che da sole bastano a far trasparire la (scarsa) statura morale di questo individuo.
Mi chiedo cosa possano pensare gli Italiani di un ministro della Giustizia che ha un tale concetto della Giustizia stessa da non accettarne preventivamente il giudizio, sdegnando di rimettersi, come dovrebbero fare tutti i cittadini, alle indagini della Magistratura, ma che anzi sulla Magistratura stessa cerca, dallo scranno di cui dispone, di gettare fango, evocando oscure persecuzioni e trame contro di lui.
L'unica trama che a mio giudizio sembra fino a questo momento essersi delineata e' quella per l'imbavagliamento della Magistratura e il suo asservimento da parte della casta dei poltici, cioe' quella "missione storica" per compiere la quale il signor Mastella, come da lui stesso dichiarato, dopo i dubbi iniziali e su consiglio di Andreotti e di Cossiga, accetto' di "occupare" il ministero di Grazia e Giustizia.
Trama d'altra parte gia' prevista nel progetto per l'occupazione dello Stato targato P2.
Ancora una volta mi sento in dovere di ringraziare l' ex ministro Mastella : forse i suoi spudorati eccessi nella gestione del potere faranno si che la sopportazione dell'opinione pubblica raggiunga il limite e che la reazione della coscienza civile riesca a spazzare via questa casta che occupa indegnamente il potere e le stesse Istituzioni.
mercoledì 16 gennaio 2008
Perchè mio zio Paolo non è più una vittima innocente della mafia
Proprio ieri ho ricevuto una notizia importante. Finalmente una buona notizia. Da febbraio girerò l'Italia assieme al professor Guidotto, consulente della Commissione Antimafia, e a Salvatore Borsellino. Scuole, incontri serali, in Friuli, Liguria, Veneto, Puglia, Lombardia e altri appuntamenti si aggiungeranno. Il tutto coordinato da una straordinaria ed infaticabile Barbara Olivo in collaborazione con i meet up di Beppe Grillo, la Casa della Legalità e altre associazioni. Ho voluto fortemente esserci. Ho capito che la storia di mio zio Paolo e di mio nonno Peppe è fondamentale per responsabilizzare i "civili" per far capire che siamo in piena emergenza e che l'antimafia, come dimostrano i miei "eroi", non è prerogativa di magistrati e giornalisti, ma di ogni singolo cittadino. Come è vero che la mafia può colpire anche il più estraneo a quegli ambienti. Impegnarsi in prima persona non è una scelta, ma un obbligo morale. Racconterò di come si perde lo status di vittima innocente della mafia. Due omicidi strettamente legati tra loro, uno conseguenza dell'altro. Ma mio nonno ad oggi è una vittima innocente, mio zio no. Gli è stato revocato lo status sulla base del nulla. E voglio spiegarvi anche perchè, in modo neutrale, per quanto possibile. Due sono gli episodi sotto accusa: un pentito che racconta di aver sentito in giro che mio zio Paolo era vicino a certi ambienti mafiosi, ma non lo conosceva di persona (il pentito è stato poi giudicato inattendibile). E le deposizioni del teste Inga. Durante il dibattimento processuale, il teste Inga, benzinaio di Villafranca Sicula (paesino attaccato a Lucca) sostiene che Paolo Borsellino abbia avuto qualche responsabilità nell'omicidio di Stefano Radosta, capomafia di Burgio, che aveva fatto da mediatore nella cessione di parte dell'impianto di calcestruzzo a quattro imprenditori di Burgio: Mario D'Avilla, Pietro Galifi, Paolo Polizzi e Calogero Sala, tutti vicini a clan mafiosi. Paolo e Giuseppe Borsellino erano sommersi dai debiti, e ad un certo punto, per evitare il fallimento dovettero cedere la metà dell'impresa ai quattro, che si sarebbero accollati anche i debiti. Il disegno in realtà era quello di aumentare il capitale sociale in modo da costringere nonno e zio a cedere le loro quote. Secondo alcune fonti, Stefano Radosta vantava un credito di 60 milioni per la mediazione, e prometteva proprio ad Inga che se non avessero pagato avrebbe fatto fuoco. Mio zio Pasquale mi dice che i contrasti tra Radosta e i Sala/ D’Avilla erano abbastanza noti e risalivano ad altre somme che Radosta vantava per degli affari precedenti dei quattro. A questo proposito è bene ricordare che il fratello di Sala Calogero, Antonio, era stato ucciso qualche anno prima a Burgio e si pensava che il mandante fosse stato proprio Radosta. Comunque, nessuna delle due parti avrebbe pagato quella mediazione ad un prezzo che equivaleva alla metà dell'affare. Più che mediazione si sarebbe chiamata estorsione. Radosta continua a fare pressioni, soprattutto sui due soci più deboli, mio zio e mio nonno appunto. Ma poco dopo il boss di Burgio viene ucciso. Inga, che a quel tempo lavorava in un distributore di benzina di Villafranca Sicula, sente mio nonno e mio zio che dicono "Finalmente ci siamo liberati di Radosta". Questo è il secondo episodio che farebbe presupporre al coinvolgimento di mio zio. Alla luce dei fatti successivi, e degli arresti che colpirono i quattro soci per l'omicidio di mio nonno, se c'era gente capace di pianificare ed uccidere Radosta, erano proprio quei quattro. Inoltre, tutti i chiamati a testimoniare, hanno ripetuto più volte che mio zio aveva paura "anche della sua ombra", figuriamoci se avrebbe potuto avere il coraggio anche solo di far parte degli organizzatori. Infine, se anche quella frase di mio nonno fosse vera, posso immaginare la gioia di Paolo e Peppe nel vedere ucciso quell'avvoltoio che da mesi non lasciava loro tregua. Ma a questo punto, tolto di mezzo il creditore Radosta, i quattro imprenditori hanno un idea fantastica: perchè non aizzare il figlio di Radosta, Emanuele (che poi effettivamente ucciderà mio nonno, accertato in tre gradi di giudizio) contro mio zio, convincendolo che proprio Paolo era stato ad uccidere suo padre? In questo modo avrebbero tolto di mezzo un altro problema e mio nonno a quel punto avrebbe ceduto l'impianto. Mio nonno non cede e il resto è storia. A quel punto, vista la collaborazione con la giustizia di mio nonno, il rischio che i quattro soci venissero chiamati in causa da mio nonno, e che gli stessi a loro volta accusassero dell'omicidio proprio Radosta, fu deciso di eliminare anche Peppe Borsellino. Purtroppo tutti e quattro i soci furono poi scarcerati, nonostante tutto coincidesse, movente, testimonianze e fatti. Regna imperante un concetto in Sicilia. Che se ti uccidono qualcosa devi aver commesso. Paolo Borsellino di questo è rimasto vittima. Ma da oggi inizia la battaglia per ridare dignità ad una persona che oggi sarebbe il simbolo dell'antiraket. Ucciso e poi infamato per non lasciare il buon esempio, perchè non si pensasse che a Lucca la mafia si potesse sfidare.
La testimonianza civile che emerge dalle figure del nonno e dello zio diventa significativa alla luce del fatto che loro non facevano antimafia volevano solamente, come anche tu sostieni, lavorare e cercare di portare benessere ai figli e soprattutto mettere fine ai debiti che ci hanno perseguitato per tantissimi anni. Ma coma sai vivere da uomini liberi e autonomi in Sicilia significa morire. La loro era comunque una battaglia di civiltà perché non tolleravano i soprusi dei potenti, le furberie degli amministratori locali, e soprattutto il nonno non aveva paura di nessuno era tollerante e molto generoso con i deboli e saldo con i prepotenti. Paolo era molto più strategico e meno ingenuo si caratterizzava anche lui per la generosità. Spesso divideva sigarette e i soldi rimasti con il Giuda che poi lo ha tradito. Pasquale Borsellino
martedì 15 gennaio 2008
Operazione verità

lunedì 14 gennaio 2008
L'avvocato del diavolo
Verso la fine del ’93 – racconta Cannella (vicino a Bagarella) – Filippo Giroviano mi disse testualmente: “ Ti sei messo in politica, ma perché non lasci stare, visto che c’è chi si cura i politici? Ci sono io che ho rapporti ad alti livelli e ben presto verranno risolti i problemi che ci danno i pentiti”
Dimmi chi assisti e ti dirò chi sei.
giovedì 10 gennaio 2008
Il dott. Attilio Manca, from Barcellona Pozza di Sangue
Forse un giorno vi racconteranno la storia di un medico, un urologo tra i migliori in Italia, che si suicidò quattro anni fa, 12 febbraio 2004, nella sua casa, a Viterbo. Vi diranno che era depresso, che era triste, e che decise che era meglio farla finita. Lui si chiamava Attilio Manca. Dottor Attilio Manca. Si iniettò allora, due volte, sui polsi, una miscela esplosiva di alcol, calmanti ed eroina per farla finita. Nel polso sinistro però. Lui che era mancino, in punto di morte, scoprì che era abile ad usare anche l'altra mano. Mentre entrava in circolo il mix, diede una testata su qualche muro deviandosi il setto nasale. Poi cominciò a sbattere in giro per la casa, a procurarsi ecchimosi ed ematomi su tutto il corpo. Cosparse la casa del suo sangue, sul letto, sotto il letto, mise il tappo alle due siringhe e ne mise una in bagno e una in cucina. Poi finalmente morì. Suicidio. Caso chiuso. Come Peppino Impastato che si fece esplodere dopo essersi auto-pestato a sangue ed aver cosparso di tracce ematiche tutta la campagna. Il dottor Manca in effetti aveva una vita che lasciava presagire al peggio. A trentaquattro anni era già un luminare, sapeva effettuare l'intervento alla prostata per via laparoscopica. Oltre a lui in Italia c'era solo un altro medico in grado di farlo. Lo ritrovarono in quella casa i suoi colleghi. Prostata. La prostata mi ricorda Bernardo Provenzano. Poveraccio Binnu, dovette andare fino a Marsiglia per operarsi. A proposito, aggiungo una sciocchezza che per gli inquirenti ha poco conto. Infatti è solo una coincidenza, figuratevi. All’insaputa dei colleghi, l'urologo aveva effettuato un viaggio in Costa Azzurra proprio nell’ottobre 2003. A Marsiglia. Lo disse ai genitori, nel corso di due telefonate. Anche Bernardo Provenzano, nell’ottobre 2003, si trovava in Francia. Guarda un pò! A Marsiglia. Attilio Manca disse ai genitori di trovarsi lì perchè doveva assistere ad un intervento. I familiari credono sia stato costretto a visitare, ad operare o ad assistere proprio Bernardo Provenzano. Io ne sono fermamente convinto. Basta leggere. E il suo comportamento in quel periodo, lasciava intendere che ci fosse qualcosa di storto, in effetti. Non è difficile da credere che Bernardo Provenzano, quel vecchietto inoffensivo che mangiava pane e cicoria, abbia preteso di essere visitato ed assistito da un luminare dell'urologia, da uno tra i migliori in Italia e, a lavoro finito, lo abbia messo a tacere. A parte gli accompagnatori, infatti, Provenzano avrebbe avuto solo un altro italiano accanto in Francia. Meglio assicurarsi il suo silenzio. Le indagini sono state chiuse e archiviate con una superficialità che ha del criminale. Due telefonate tra Attilio e la madre sono sparite dai tabulati. La mattina del 12 febbraio, invece, Attilio aveva chiamato i genitori, chiedendo loro di portare dal meccanico riparare una moto tenuta a Terme Vigliatore. Dopo la sua morte i genitori c'andarano dal meccanico, ma la moto era perfetta. Forse Attilio già in mattinata era in ostaggio. Forse non poteva nemmeno parlare a telefono. Attilio aveva addirittura in programma un periodo di volontariato in Bolivia con Medici senza Frontiere, e un training a Cleveland, Stati Uniti, presso un istituto altamente specializzato. Strana una vita così pianificata e dinamica per un'aspirante suicida. Grazie all'ostinazione della famiglia, il Gip del tribunale di Viterbo ha dato mandato al pm di far eseguire, entro tre mesi, l'esame del Dna su alcuni mozziconi di sigarette e sugli strumenti chirurgici trovati su un tavolo nell'abitazione di Attilio Manca. (ANSA) In particolare il Gip ha disposto che il Dna venga confrontato con quello di Angelo Porcino, un uomo residente a Barcellona Pozzo di Gotto, città natale di Attilio Manca, dove vivono tuttora i suoi genitori. Angelo Porcino, secondo il legale della famiglia Manca, avvocato Fabio Repici, oltre a essere pregiudicato, avrebbe avuto contatti con ambienti mafiosi barcellonesi. Il Gip ha chiesto di verificare la posizione di Porcino in quanto Attilio Manca, dieci giorni prima di morire, avrebbe telefonato ai genitori chiedendo loro informazioni proprio su di lui. Poi avrebbe aggiunto di avere a sua volta ricevuto una telefonata da parte di un suo cugino, Ugo Manca, tecnico radiologo, che gli avrebbe chiesto un appuntamento a nome di Porcino poiché, avrebbe avuto bisogno di un consiglio di carattere medico. L'eventuale presenza a Viterbo di Porcino, secondo il legale, potrebbe imprimere una svolta decisiva alle indagini nel senso indicato dai genitori di Attilio Manca. Nel senso che il medico non si sarebbe affatto suicidato e che nella sua morte potrebbe aver avuto un ruolo la malavita barcellonese. Un altro aspetto che le indagini non avrebbero chiarito, così come ha sostenuto l'avvocato Repici nell'opposizione all’archiviazione del caso accolta dal Gip di Viterbo, riguarda il comportamento di Ugo Manca nei giorni immediatamente successivi alla scoperta del cadavere di Attilio. Ugo Manca, condannato un anno fa per traffico di droga, il giorno dopo la scoperta del cadavere dell'urologo si recò alla procura della Repubblica di Viterbo per sollecitare, a nome dei genitori del medico, la restituzione del corpo e il dissequestro dell'appartamento. Ma il padre e la madre di Attilio, ascoltati dal pm, hanno dichiarato di non aver mai chiesto al loro nipote di fare tali richieste. Inoltre, come prova un'impronta digitale trovata su una mattonella del bagno, Ugo Manca era stato in casa del cugino. Circostanza che egli stesso ha poi ammesso, dichiarando di essere venuto a Viterbo nel dicembre 2003 per farsi sottoporre a un piccolo intervento chirurgico a un testicolo. Ma non ha fornito alcuna prova su chi e quando gli avesse diagnosticato il problema e prescritto l'intervento.
Mi rivolgo ai genitori di Attilio. Alla madre, che ho conosciuto, donna di una dignità nobile e con un grande senso della giustizia. Farò di tutto perchè la gente sappia quello che è successo, tempesterò internet di articoli, di post. La memoria di vostro figlio è un impegno per tutta la Sicilia.
mercoledì 9 gennaio 2008
Per Beppe nella città della latitanza perpetua
Non so come iniziare a raccontarvi la giornata di ieri dedicata a Beppe Alfano, a Barcellona Pozzo di Gotto. Sono sempre stato abituato a scrivere di cose che non vanno, di schifezze politiche, di corrotti e di corruttori. E scopro che non sono più capace di raccontare le cose belle, le emozioni che certe frasi, certi sguardi suscitano. E' orrendo ma è così. A qualcuno sembrerà molto banale, quindi, il mio linguaggio. Ma io voglio raccontare ieri così come l'ho vissuto e così come riesco ad esprimerlo. Come un ritorno alla vita, uno slancio vitale, una giornata che tutto era tranne che la commemorazione di un morto, di un seppellito. E' stato un giorno di verità, di rivendicazione, di accuse dirette e circostanziate, di proposte. Una giornata organizzata dalla famiglia Alfano, da Sonia, che da Beppe ha ereditato il coraggio di andare controcorrente e di non abbattersi mai, direi che ha ereditato le palle se ciò non fosse contro natura. Sonia è una guerriera pacifica. Da Chicco, il secondogenito di Beppe, un ragazzo veramente intelligente e con un affetto verso il padre che impressiona. Da Fulvio, il più piccolo ma non meno impegnato anima e corpo nella lotta senza quartiere alla mafia e nel difendere la memoria del padre, soggetta a revisioni e amnesie quotidiane. Dalla madre di Sonia, Mimma, una piccola donna che riuscirebbe a dirigere un esercito di 10.000 uomini. Una squadra perfetta capace di mettere in piedi una manifestazione che in termini numerici ha coinvolto nell'intera giornata almeno duemila persone. Al palazzetto dello sport, prima tappa della giornata, non doveva esserci nessuno. I presidi degli istituti scolastici non avevano concesso ai ragazzi di partecipare alla giornata perchè avevano già perso tanti giorni di scuola. Ne avrebbero perso un altro, secondo loro. Perchè quei ragazzi sono dei coglioni, non avrebbero capito nulla e sarebbero andati lì solo per fare vacanza e non per ricordare Beppe Alfano. Questo il senso. Avrebbero concesso solo qualche classe. Purtroppo alcuni ragazzi hanno sentito le parole degli “educatori” mentre parlavano ad una Sonia incredula e mortificata; si sono organizzati con il passaparola e si sono assentati in massa. Tiè! Fidatevi, i presidi saranno capaci anche di prendere qualche provvedimento. Il palazzetto alle 10 è completamente pieno. Noi siamo seduti dietro un tavolo, e di fronte abbiamo questi mille ragazzi, di tutte le età, raccolti in un silenzio davvero certosino. Così tanti forse non li aspettavano nemmeno gli Alfano. A rompere il ghiaccio è stato un bambino che ha cantato la canzone di Fabrizio Moro, Pensa. I primi brividi. Dopo è stata la volta di Luigi Ciotti, un uomo che la Chiesa dovrebbe ogni giorno ringraziare, se c'è gente che ancora crede in essa. Poi è stata una cascata di testimonianze, di familiari di vittime della mafia. Abbiamo raccontato a quei ragazzi le storie di Giuseppe e Paolo Borsellino (zio e nonno), dell'agente Nino Agostino, del dott. Attilio Manca, della piccola Graziella Campagna, del giudice Borsellino. Il colpo basso, intenso ed inaspettato è arrivato verso la fine, con lo spettacolo teatrale di Aldo Rapè, giovane attore siciliano: “Ad un passo dal cielo (Viva la mafia)”. Caro Aldo, un po' ti odio perchè sei riuscito a farmi commuovere, come tutti del resto (è un alibi), raccontando la storia di un bambino, di trent'anni, che a dodici perde i genitori, davanti ai propri occhi, per mano della mafia. Da allora si costruisce un mondo tutto suo, ad un passo dal cielo. Non provo ad andare oltre. Bisogna solo vederlo. Parole perfette e belle come le lame delle migliori spade, quelle di Salvatore Borsellino, ormai divenuto simbolo di questa "rivoluzione" nera (incazzata). Beppe Fiorello. C'era anche lui. Avete presente gli attori del cinema? Sempre sfuggenti, attaccati ai telefonini, sboroni fino alla morte? Beppe Fiorello è proprio l'opposto. Beppe è il protagonista de “La vita rubata”, la fiction Rai che andrà in onda martedi 24 febbraio, ricostruisce la storia di Graziella Campagna, giustiziata dalla mafia perchè aveva trovato l'agendina del boss Alberti nella giacca che il boss aveva portato alla lavanderia in cui la ragazza lavorava. Beppe però sarà anche Beppe Alfano. Lo ha annunciato ieri. Ci sarà un film che farà luce su un giornalista che per tanti è stato ucciso per donne, per gioco, perchè ci provava con le sue alunne, perchè era un poco di buono. Ho conosciuto Piero, il fratello di Graziella (intepretato proprio da Beppe nel film), un carabiniere che praticamente da solo ha portato luce sull'orrenda fine della sorella. Nel pomeriggio, dopo la messa officiata da Luigi, teatro dei Salesiani stracolmo di gente per il dibattito. Che altro dire? Ieri è stato un giorno molto particolare. Mi sentivo a casa, ci conoscevamo da poco ma già c'era un'alchimia, un rapporto confidenziale intrinseco con tutti. C'era Aldo Pecora, di Ammazzatecitutti, e Rosanna Scopelliti, la presidentessa della fondazione omonima. A proposito di Aldo. Prima pensavo che uno che la mafia non l'avesse subita non avrebbe potuto raccontarla. Come poteva fare? Era chiaro... non poteva. Non mi ero mai chiesto cosa costava però impegnarsi, ad uno che tuttavia non doveva difendere nessuna memoria, nessun familiare. Costa quello che costa per me e per tutti gli altri in prima linea: la faccia, il corpo, l'anima. Ora ho capito. E ho capito anche che persone come Pecora, che si è buttato a capofitto in questa lotta, rappresentano una “non-scusa” per tutti gli altri “civili”: non ci sono alibi, bisogna impegnarsi, tutti, adesso. Porto nel cuore la giornata di ieri, convinto di aver trovato una squadra troppo forte, convinto che a temere questa reazione a catena non deve essere solo la mafia, ma anche una certa poltica che verrà spazzata via da quel profumo che ieri Salvatore citava, quello della primavera delle libertà.
sabato 5 gennaio 2008
Tremate tremate le coscienze sono tornate

venerdì 4 gennaio 2008
Ragazzi, occhio che ci fregano
giovedì 3 gennaio 2008
Grazia per Totò Riina
le scrivo in merito alle preoccuopanti condizioni di salute di un detenuto italiano, Salvatore Riina, che di giorno in giorno peggiorano. Riina è ingiustamente in carcere dal 1993 sulla base di accuse ignobili da parte di qualche pentito e di qualche indizio strampalato messo in piedi dai soliti magistrati palermitani. Totò soffre ormai da tempo di crisi cardiache. L'ultima ha seguito di qualche mese un intervento di angioplastica, risalente all’ottobre del 2003, al quale Totò, ormai rassegnato alla fine da martire, si era sottoposto. L’ultima crisi ha spinto i giudici a decidere il suo trasferimento al carcere di Opera. Ultimamente ha anche colpi di tosse e pericolosissimi mal di schiena, per non parlare della perdita di peso e dello spaventoso pallore. In poche parole, non sappiamo quanto gli rimanga da vivere. Perché tanta rabbia e tanto rancore per un uomo che tanto ha dato alla Sicilia e all’Italia, ultima una fiction che ha fatto boom di ascolti (e di giudici)? Questi familiari di vittime di mafia, perchè si oppongono? Perchè tanta crudeltà? Mica li ha uccisi Totò i loro parenti! Riina è una vittima dello Stato, che anziché ringraziarlo per la pax e per la fine delle bombe, per la quale è stato ucciso il dissidente Borsellino, lo ha sbattuto al 41 bis come un mafioso. I media lo definiscono un demone, ma lui è un povero anziano che meriterebbe di finire i suoi giorni a casa. Per questo nasce il Comitato Riina Libero (gemellato con quello Pro Bruno Contrada, collega, vittima anch'egli di assurde restrizioni della libertà personale) che ne chiede la grazia per ragioni di salute e in un secondo momento la revisione del processo, per la quale presenteremo istanza. La richiesta e la speranza è che l’iter sia veloce come quello riservato a Bruno Contrada, e che per Pasqua Totò possa riabbracciare i suoi familiari e noi, suoi sostenitori. Speriamo che anche il minstro Mastella si impegni a fondo in questa causa, come nelle altre nelle quali ha riportato risultati eccellenti. Gentile Presidente, visto che Contrada pensava di avere l’esclusiva, la informo che fino a prova contraria anche Totò Riina mi ha confidato di essere stato molto amico con Paolo Borsellino, e anche con Giovanni Falcone. Trovi uno solo che può negarlo. Si vedevano anche fuori dal lavoro. Non è vero che ce l’avevano con lui.
