venerdì 16 maggio 2008

Da "Fuoririga", prima parte

Questa è la prima parte dell'articolo che ho scritto per il tabloid "Fuoririga", oggi in edicola in allegato al Giornale di Sicilia. Domani pubblicherò il resto.

Tanti in Sicilia non sanno. Tanti altri hanno dimenticato. Moltissimi, la maggior parte, non vogliono sapere, per ignavia, per noia, per comodità. Paolo Borsellino e Giuseppe Borsellino non dicono nulla. Di Borsellino in Sicilia ce n'è stato solo uno, un grande uomo e un grande professionista; basta ricordare quello. Gli altri due portano solo un cognome illustre, di quel giudice ucciso dalla mafia con partecipazione statale. La storia dei due manovali di Lucca Sicula (AG), uccisi dalla mafia nel 1992 non è degna di nota. Non serve perchè non dà nulla. Non serve perchè sarebbe l'esempio di come si muore perchè si fa con orgoglio il proprio dovere, di come nessuno sia esonerato dalla lotta alla mafia, e che la stessa non è una prerogativa, una scelta di vita, un lavoro per magistrati, giornalisti, poliziotti e pochi altri. La storia di Giuseppe e Paolo rappresenta l'obbligo morale per tutti a prendere parte a questa lotta, ognuno con le proprie potenzialità, ognuno con le proprie capacità. Mio zio e mio nonno non sono morti per difendere la Sicilia o l'Italia dai vermi mafiosi. Non sono morti perchè credevano particolarmente nella giustizia, ma solo ed unicamente per difendere con orgoglio il proprio lavoro. Fanno paura questi Borsellino, perchè rappresentano l'inefficienza dei più, e sono morti proprio perchè altri non sono stati abbastanza vivi, perchè altri non hanno avuto il coraggio di affezionarsi alle proprie libertà. E cosa ci hanno insegnato questi due uomini, se non che proprio da quello bisogna partire. Dall'affezionarsi alla libertà personale, per poi comprendere cosa vuol dire perderla. Mio nonno e mio zio sono morti, ma liberi. Sono dei vincitori. E allora andiamoci piano, la mafia fa schifo, lo dicono tutti, ma facciamola combattere ad altri. Facciamola fare ad altri la guerra. Combattono i soldati, non i civili. Proprio per questo credo che in un Italia che va al contrario, in cui i traditori dello Stato come Bruno Contrada rischiano la grazia, in cui i giudici che lavorando alle loro indagini e tirano nella rete i politici vengono trasferiti e additati al pubblico disprezzo, in un'Italia in cui Dell'Utri ha solo avuto sfortuna e in cui nella sinistra non c'è la mafia, forse la storia di questi due dimenticati può essere un faro. Paolo e Giuseppe Borsellino sono due vittime civili, quali altre alibi ci sono per rimanere inermi? Sono stati due uomini comuni, due siciliani come cinque milioni. Non nacquero imprenditori, e forse non lo furono mai. Fecero di tutto nella vita, dai trasportatori di arance ai baristi. Poi quel sogno. Il calcestruzzo, un’impresa con dei dipendenti, il miraggio di una vita più facile. L'ingenuità di irrompere in un panorama imprenditoriale completamente colluso con le cosche locali senza pagare dazio, senza chiedere il permesso. Una bestemmia in chiesa, dove libertà era blasfemia e i vermi mafiosi la chiesa. Peppe e Paolo Borsellino decidono allora di comprare un piccolo impianto di calcestruzzi, a Modena, per 39 milioni di lire. A cambiali. All'inizio non avevano nemmeno i soldi per costruire i muri di contenimento. Lo fanno con la rete metallica, costava meno. Erano persone povere, semplici, senza finanziatori occulti alle spalle, anche se mi rendo conto che nell'Italia di oggi, in cui si costruiscono imperi economici e partiti politici senza dover spiegare da dove provengano i soldi, sarebbero degli anomali. Ma quello erano. Partono con “Lucca Calcestruzzi”, alla faccia della cattiva sorte. Lavorano, ma solo con i privati. Gli appalti pubblici erano un miraggio, una barzelletta. A proposito, in quel periodo il sindaco di Lucca era Salvatore Dangelo, democristiano, e vice-sindaco Salvatore Mulè. Tecnico comunale Girolamo Pagano. Sarebbe utile controllare in quegli anni l'impennata del loro tenore di vita e dei loro conti in banca. Per pura curiosità. E sempre in quel periodo, a Lucca sono tre aziende, la Randazzo e la De Francisci di Agrigento e la Scarpinato di Giuliana (PA) a spartirsi tutti gli appalti della zona. Piovono finanziamenti pubblici per miliardi di lire in quel periodo. Stadi di calcio senza le squadre, parcheggi in cima alle montagne, strade che finiscono nelle campagne, ma in quelle giuste. Ma quella non era mafia. Erano affari. Mangiavano e facevano mangiare, che male c'era. Cosa c’entravano mio zio e mio nonno in tutto quello? Nulla, e infatti si continuava a non lavorare, e i debiti continuavano a crescere. E proprio allora cominciarono ad arrivare le prime offerte di cessione dell'azienda. La prima offerta arrivò dalla cosca di Lucca, con la mediazione di Stefano Radosta, capomafia di Burgio: 150 milioni per l'acquisto dell'intero impianto. La risposta di mio zio fu: “Con quella cifra non vi vendo nemmeno i pneumatici dei mezzi”. Mio zio era sereno, sommerso dai debiti, ma tranquillo, perchè stava dalla parte giusta, perchè non aveva nulla da nascondere, e poteva permettersi ancora di rifiutare quelle offerte. Dopo qualche mese arriva la seconda offerta, da una cordata di Burgio: Sala Calogero, Davilla Mario, Galifi Pietro e Polizzi Paolo. Le condizioni economiche dell'azienda erano disperate, e la vendita si concretizza: mio zio e mio nonno cedono la metà delle quote dell’impianto. Ma il progetto dei quattro non era quello di entrare nella società, ma quello di entrare e sbattere fuori Paolo e Giuseppe Borsellino. Cominciano allora a compare mezzi, ad aumentare il capitale sociale con il fine di costringerli a cedere ulteriori quote societarie. Nonno e zio comprendono quel disegno, e i rapporti con i soci si deteriorano immediatamente. I signori soci comunicano più volte che la loro presenza non è più gradita, e li minacciano di morte, di fronte ad altri testimoni. Stranamente proprio in quel periodo mio zio Paolo viene avvicinato da oscuri personaggi legati alle cosche locali che gli chiedono aiuti per gli amici in carcere. Mio zio gli risponde di non avere amici in galera. Con il senno di poi, forse i miei parenti dovevano essere sbattuti fuori dall'azienda perchè proprio in quel periodo a Lucca si stavano per realizzare i lavori per la canalizzazione di tre fiumi. Forse i due Borsellino potevano essere un ostacolo, forse si sarebbero potuti opporre ad appalti pilotati e ad ingerenze mafiose. E allora si passò ad altro. Qualcuno comincia a bruciare gli alberi dei nostri terreni e i nostri mezzi. Mio zio e mio nonno vengono minacciati in piena piazza. Ma era colpa loro. Bastava cedere e avrebbero continuato ad essere perfetti cittadini, lavoratori modello. Forse anche Lucca, in cuor suo, la pensava così. E così tra minacce, intimidazioni e aggressioni, il 21 aprile del 1992 mio zio viene convinto dal suo migliore amico, Giuseppe Maurello, ad andare fuori paese per recuperare un fantomatico pezzo di ricambio per un camion. Mio zio parte vivo da Lucca e ci tornerà morto. Quello che tutti pensiamo è che sia stato proprio Maurello a consegnare nelle mani dei killer mio zio Paolo, ucciso altrove e poi depositato vicino casa nostra, sulla sua auto, proprio per scagionare Maurello. Nulla di tutto questo è stato processualmente provato. Mio zio aveva 32 anni, due figli, uno di sei e uno di due anni. E un'unica, grande colpa: quella di aver voluto lavorare, senza permessi, obbedendo solo alle leggi dello Stato italiano, e non a quelle di Cosa Nostra, per le quali aveva disprezzo, e aveva disprezzo per quegli uomini senza palle, i cosiddetti uomini d'onore, che avevano in mano Lucca Sicula.

3 commenti:

emymey ha detto...

Ciao Benny, sono Emma.
Grazie per aver pubblicato una parte del "fuori riga".
Fa impressione leggere 32 anni, sono così pochi per morire.
Apprezzo molto quello che fai, se passi dalle parti di Brescia fammelo sapere mi piacerebbe poterti conoscere di persona.
Buona giornata

Anonimo ha detto...

Angeletti, si' a ponte sullo Stretto
'Dopo 150 anni cambiera' il rapporto tra Nord e Sud'
(ANSA) - PALERMO, 16 MAG - 'Noi siamo favorevoli alla realizzazione del ponte sullo Stretto di Messina', ha detto oggi a Palermo il segretario della Uil, Angeletti. 'La costruzione del ponte - ha detto Angeletti intervenendo al settimo congresso siciliano della confederazione - dopo 150 anni potra' cambiare sul serio il rapporto tra Nord e Sud: noi siamo favorevoli alla realizzazione dell'opera'.

Luciana ha detto...

Ciao Benny.
Ho letto la storia di tuo zio e l'ho anche messa sul mio sito.
Che ti devo dire, mi spiace che i tuoi cari non siano ricordati in modo adeguato.
Ma credo che sia dovuto al fatto che le vittime di mafia sono tante, troppe.
Questo per ciò che riguarda il resto d'Italia, per ciò che invece riguarda la Sicilia in generale e il tuo paese di origine in particolare, beh, credo proprio che per loro si tratti soltanto di nascondere il pattume sotto al tappeto buono...

Luciana