sabato 29 dicembre 2007

La carriera de “u’ Dutturi”


Di Marco Travaglio, Unità del 27 dicembre.

Sulle ragioni umanitarie di "eccezionale urgenza" che hanno indotto il ministro Mastella a istruire immediatamente la pratica per la grazia a Bruno Contrada, condannato definitivamente sette mesi fa a 10 anni per concorso esterno in as­sociazione mafiosa, bastano le considerazioni di Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo: "Il giudice di sorveglianza di Santa Maria Capua Ve­tere si è pronunciato il 12 dicembre contro il diffe­rimento della pena del Contrada poiché le patolo­gie dello stesso potrebbero essere curate in carcere o in apposite strutture esterne. Se peraltro tutti gli affetti di patologie come il diabete dovessero avanzare domanda di grazia e ottenerla in tempi cosi rapidi, il sovraffollamento delle carceri sareb­be rapidamente risolto.."

Se poi Contrada non avesse avviato lo sciopero della fame, ma avesse continuato a nutrirsi, le sue condi­zioni di salute sarebbero senz'altro migliori. Il detenuto malato dev'es­sere curato, nell'infermeria del carce­re o in ospedale, secondo le leggi vi­genti, non essendo la grazia una te­rapia anti-diabete. Quanto alle ra­gioni giuridiche di un'eventuale de­menza, sono ancor più deboli di quelle umanitarie. Mai è stato gra­ziato un personaggio di quel calibro condannato per mafia. E mai è sta­to graziato un condannato a distan­za così ravvicinata dalla sua con­danna (Contrada ha scontato 7 me­si dei 10 anni previsti). Si è molto di­scusso, a proposito di Adriano Sofri, se il candidato alla grazia debba almeno chiederla o possa riceverla d'ufficio, se debba accettare la sen­tenza o la possa rifiutare: ma, se an­che prevalesse la seconda tesi, sareb­be ben strano graziare un signore, stipendiato per una vita dallo Stato, che ha dipinto i suoi giudici come strumenti in mano alla mafia per condannare un nemico della ma­fia, giudici al servizio di un mani­polo di manigoldi, di criminali, di pendagli da forca che hanno inven­tato le cose più assurde mettendosi d'accordo. E tuttora chiede la revi­sione del processo. Graziarlo addirit­tura prima dell'eventuale revisione, significherebbe usare impropria­mente la clemenza per ribaltare il verdetto della Cassazione: un'inva­sione di campo del potere politico in quello giudiziario. Ultimo punto: sollecitata per un parere dal giudice di sorveglianza di Santa Maria Ca­pua Vetere, la Procura di Palermo ha risposto che Contrada non risul­ta aver mai interrotto i suoi rapporti con Cosa Nostra, ragion per cui si ri­tiene che potrebbe - una volta libero - riallacciarli.
Restano da esaminare le possibili ra­gioni Politiche di tanta fretta. Ra­gioni che risalgono alle sua lunga e controversa carriera di poliziotto e agente segreto alle dipendenze dello Stato, ma al servizio dell'Antistato.

Già capo della Mobile e della Criminalpol di Palermo, già numero tre del Sisde (alla guida del dipar­timento Criminalità organizzata) fino al Natale del 1992, quando fu arrestato, Contrada è indicato co­me trait d'union fra Stato e mafia non solo da una ventina di mafiosi pentiti, ma pure da una gran quanti­tà di autorevolissimi testimoni. A cominciare dai colleghi di Giovanni Falcone, che raccontano la diffidenza che il giudice nutriva nei confronti di "'u’ Dutturi": i giudici Del Pon­te, Caponnetto, Almerighi, Vito D'Ambrosio, Ayala. E poi Laura Cassarà, vedova di Ninni (uno dei colleghi di Contrada alla Questura di Palermo assassinati dalla mafia mentre lui colludeva con la mafia). Tutti a ripetere davanti ai giudici di Palermo che Contrada passava in­formazioni a Cosa Nostra, incon­trando anche personalmente alcuni boss, come Rosario Riccobono e Ca­logero Musso.

Nelle sentenze succe­dutesi in 15 anni, si legge che Con­trada concesse la patente ai boss Ste­fano Bontate e Giuseppe Greco; che agevolò la latitanza di Riina e la fu­ga di Salvatore Inzerillo e John Gambino; che intratteneva rapporti privilegiati con Michele e Salvatore Greco; che spifferava segreti d'indagine ai mafiosi in cambio di favori e regali (come i 10 milioni di lire ac­cantonati dal bilancio di Cosa No­stra, nel Natale del 1981, per acqui­stare un'auto a un'amante del su­perpoliziotto); che ha portato al pro­cesso falsi testimoni a sua difesa. Decisivo il caso di Oliviero Tognoli, l'imprenditore bresciano arrestato in Svizzera nel 1988 come riciclato­re della mafia. Secondo Carla Del Ponte, che lo interrogò a Lugano
in­sieme a Falcone,Tognoli ammise che a farlo fuggire dall'Italia era sta­to Contrada, anche se, terrorizzato da quel nome, rifiutò di metterlo a verbale. Poi, in un successivo interro­gatorio, ritrattò. Quattro mesi dopo, Cosa Nostra tentò di assassinare Falcone e la Del Ponte con la bom­ba all'Addaura. Nemmeno Borselli­no si fidava di Contrada. E nemme­no Boris Giuliano: finì anche lui morto ammazzato. Il che spiega, forse, lo sconcerto dei familiari delle vittime della mafia all'idea che lo Stato, dopo aver speso 15 anni per condannare Contrada, impieghi 7 mesi per liberarlo.

Ma c'e un ultimo capitolo, che sfugge alle sentenze: uno dei tanti tasselli che compongo­no il mosaico del "non detto", o del­l'indicibile sulla strage di via d'Amelio, dove morì Borsellino con gli uomini della sua scorta (ancora oggetto di indagini della Procura di Caltanissetta, che pure ha archiviato la posizione di Contrada). Quel pomeriggio del 19 luglio '92 Contra­da è in gita in barca al largo di Paler­mo con gli amici Gianni Valentino (un commerciante in contatto col boss Raffaele Ganci) e Lorenzo Nar­racci (funzionario del Sisde). Rac­conterà Contrada che, dopo pran­zo, Valentino riceve una telefonata della figlia “che lo avvertiva del fatto che a Palermo era scoppiata una bomba e comunque c'era stato un attentato. Subito dopo il Narracci, credo con il suo cellulare, ma non escludo che possa anche aver usato il mio, ha chiamato il centro Sisde di Palermo per informazioni più pre­cise. Appreso che la bomba è esplo­sa in via d'Amelio, dove abita la madre di Borsellino, Contrada si fa accompagnare a riva, passa da ca­sa e, in serata, giunge in via d'Ame­lio. Ma gli orari - ricostruiti dal con­sulente tecnico dei magistrati, Gio­acchino Genchi - non tornano. L'ora esatta della strage e stata fis­sata dall'Osservatorio geosismico alle 16, 58 minuti e 20 secondi. Alle 17 in punto, cioè 80 secondi dopo l'esplosione, Contrada chiama dal suo cellulare il centro Sisde di via Ro­ma. Ma, fra lo scoppio e la chiama­ta, c'è almeno un'altra telefonata: quella che ha avvertito Valentino dell'esplosione. Dunque, in 80 se­condi, accadono le seguenti cose: la bomba sventra via d'Amelio; un mi­sterioso informatore (Contrada dice la figlia dell'amico) afferra la cornet­ta di un telefono fisso (dunque non identificabile dai tabulati), forma il numero di Valentino e l'avverte del­l'accaduto. Valentino informa Con­trada egli altri sulla barca. Contra­da afferra a sua volta il cellulare, compone il numero del Sisde e ottie­ne la risposta dagli efficientissimi agenti presenti negli uffici solita­mente chiusi di domenica, ma tutti presenti proprio quella domenica. Tutto in un minuto e 20 secondi. Misteri su misteri.

Come poteva la figlia di Valentino sapere, a pochi secondi dal botto, che - parola di Contrada - c'era stato un attenta­to? Le prime volanti della polizia giunsero sul posto 10-15 minuti do­po lo scoppio. E come potevano, al centro operativo Sisde, sapere che era esplosa una bomba in via D'Amelio già un istante dopo lo scoppio? Le pri­me notizie confuse sull'attentato sono delle 17.30. Escludendo che la fi­glia di Valentino e gli uomini del Si­sde siano dei veggenti, e ricordando i rapporti del commerciante con i Ganci, il dubbio che l'informazione sia giunta da chi per motivi - dicia­mo così - professionali, ne sapeva molto di più. Qualcuno che magari si trovava appostato in via D'Ame­lio, o nelle vicinanze, in un ottimo punto di osservazione più distante (il Monte Pellegrino, dove sorge il castel­lo Utveggiom (sede di alcuni uffici del Sisde in contatto con un mafioso coinvolto nella strage). E attendeva buon esito dell'attentato per poi co­municarlo in tempo reale a chi di do­vere.

Prima di concedere la grazia a Contrada, si dovrebbe almeno pre­tendere che dica la verità su quel giorno. Altrimenti qualcuno potrebbe so­spettare - con i parenti delle vittime - che lo si voglia liberare per paura che dica la verità.

venerdì 28 dicembre 2007

Lettera aperta di Salvatore Borsellino sull'alto traditore


Mi sento in dovere di aggiungere queste mie considerazioni personali alle dichiarazioni di mia sorella Rita, che ho sottoscritto insieme a tutta la famiglia Borsellino, sulla incredibile vicenda della possibile concessione della grazia ad un traditore dello Stato che finora ha scontato solo 7 mesi sui 10 anni di detenzione a cui è stato condannato in via definitiva dallo corte di Cassazione.
Personaggio sul quale pesano peraltro gravissimi sospetti, oggetto di indagini purtroppo ancora in corso dopo ben quindici anni, in merito alle telefonate intercorse, 80 secondi dopo la strage, tra il castello Utveggio, dal quale è probabilmente stato azionato il telecomando per l'esplosione dell'autobomba, da una utenza clonata intestata a Paolo Borsellino e l'utenza dello stesso Contrada. Come risulta da carte processali "si segnala l'esigenza di approfondire ipotesi ed elementi sin qui trascurati, nella prospettiva di individuare complici e mandanti esterni all'associazione mafiosa. Si individua un cospicuo raggio di attività investigative aventi oggetto organismi e persone che potevano contare sulla disponibilità dei locali di Castello di Uvteggio, sede del Sisde, controllato a Palermo dal dottor Contrada". Quella sede del Sisde smantellata pochi giorni dopo la strage perché' evidentemente aveva esaurito il suo compito. Basterebbero questi sospetti e l'esistenza di queste indagini per rendere inopportuna anche solo l'ipotesi della concessione della grazia ad un individuo sul quale pesano sospetti di questo genere ma per di più anche dal punto di vista tecnico mi risulta che per reati di mafia (ricompresi nell'elenco di cui all'art 4 bis ord.pen.) non è possibile né la sospensione della pena né le misure alternative tra cui la detenzione domiciliare, salvo non collaborino con la giustizia. Non mi risulta che Bruno Contrada abbia mai mostrato l'intenzione di collaborare con la Giustizia anzi ha sempre dichiarato sprezzantemente che mai e poi mai avrebbe presentato domanda di grazia e a questo punto risulta inverosimile la celerità senza precedenti con la quale il nostro custode della Costituzione abbia appoggiato la richiesta di grazia ed inoltrato la pratica al cosiddetto ministro di grazia e giustizia per un rapido espletamento dei passaggi necessari. In quanto alle pretese esigenze umanitarie è bene ricordare che il Giudice di Sorveglianza del tribunale di Santa Maria Capua Vetere si è pronunciato il 12 dicembre 2007 in maniera contraria alla possibilità di differimento della pena detentiva del Contrada poiché le patologie dello stesso potrebbero essere curate in carcere od in apposite strutture esterne. Se peraltro tutti gli affetti di patologie come il diabete dovessero avanzare domanda di grazia per gli stessi motivi del sig. Contrada ed ottenerla in tempi così rapidi il problema del sovraffollamento delle carceri italiane sarebbe rapidamente risolto. Le attuali condizioni di salute del sig. Contrada (o meglio del "Dottor Contrada", come lo hanno sempre chiamato con rispetto molti affiliati a Cosa Nostra) sono peraltro determinate da un sciopero della fame attuato da qualche giorni dallo stesso, e i suoi numerosi fratelli, piuttosto che accusare mi sorella Rita di scarsa umanità perché si oppone alla concessione della grazia farebbero bene ad impiegare le loro energie a a convincere il proprio fratello a ricominciare a nutrirsi, per i prossimi anni, di quello che il regime carcerario, a spese dei contribuenti italiani, gli passa. Per sapere quello che mio fratello Paolo pensava di Bruno Contrada basta ricordare l'episodio, riportato in atti processuali, nel quale avendo Paolo sentito fare quel nome a tavola da un funzionario di polizia amico della figlia, era sobbalzato dicendo "chi ti ha fatto quel nome? Può bastare pronunciarlo a sproposito per morire". In quanto al cosiddetto ministro di grazia e giustizia non poteva che essere affidata ad un uomo come lui, che ha così bene portato a compimento i compiti di sottrarre inchieste scottanti ai loro giudici naturali, conditi da sottrazioni di incartamenti dalle casseforti del tribunale di incantamenti relativi a processi prima che al giudice che l'aveva in carico ne fosse comunicata l'avocazione, di portare a termine questo compito. Risulta così chiara la "missione storica" che lo stesso Mastella dichiara esserli stata affidata da Giulio Andreotti nel momento in cui, prima riluttante, fu convinto dallo stesso Andreotti, oltre che da Cossiga, ad accettare questo incarico.

Salvatore Borsellino
P.S. https://servizi.quirinale.it/webmail/ questo è lo spazio per scrivere a Napolitano. Mandategli il vostro sdegno, la vostra volontà di non concedere la grazia a Bruno Contrada.

giovedì 27 dicembre 2007

Bruno Contrada, l'alto traditore dello Stato


Si approfitta del Natale, della spensieratezza delle persone per far passare i peggiori inciuci. La gente è più buona, se c’è da alleviare le sofferenze di qualcuno, facciamolo pure. Anche se è Bruno Contrada, tra i più alti traditori dello Stato e dei suoi uomini. Ma se c’è ancora qualcuno convinto che la grazia a Bruno Contrada venga mossa da pietà umana, è fuori strada. Mai tanta velocità nell’avviare l’iter, addirittura senza la richiesta dell’interessato ma della moglie e dei legali (così hanno detto). Per segreti custoditi, Contrada pareggia la gobba-scatola nera di Andreotti. Conosce i particolari della trattativa Stato-Mafia che hanno portato alla morte di Paolo Borsellino, venduto per siglare la pax. Concedergli la grazia vuol dire assicurarsi il suo silenzio. Ed evidentemente qualcuno quel silenzio lo vuole. Se pensiamo pure al coinvolgimento dei servizi segreti nella strage di Via D’Amelio, la telefonata partita dal cellulare di Contrada verso il Sisde di via Roma, una delle sedi del Sisde, 80 secondi dopo lo scoppio dell’autobomba. Mentre l'integerrimo Paolo moriva, Bruno il traditore si trovava in barca con un amico vicino al clan di Raffaele Ganci. Napolitano è solo uno che obbedisce, Mastella, gioioso mette in pratica. Su internet è pieno di blog pro-Contrada, che si battono per la grazia, che professano la sua innocenza. Sono disinformati da far paura, credono che il traditore Contrada sia stato condannato solo per le accuse dei pentiti, quasi tutte peraltro non contraddette e perfettamente coerenti. Non sanno nulla e si battono per liberare un criminale colluso con la mafia. Mio nonno e mio zio non hanno avuto cotanta fortuna. Sono stati uccisi senza poter scegliere, senza chiedere di essere graziati, senza potersi appellare alla corte europea dei diritti dell’uomo. E adesso si vuole concedere la grazie ad un Contrada di turno che ha favorito e collaborato con quella mafia che li ha uccisi? Ci siamo bevuti il cervello. L’immagine più significativa che descrive chi era Contrada, traditore dello Stato, è quella dell’interrogatorio dopo il delitto Mattarella. Caponnetto e Falcone hanno appena finito di ascoltare il già colluso. Contrada si alza, stringe la mano ad entrambi ed esce. Falcone guarda Caponnetto e si pulisce la mano sui pantaloni. Boris Giuliano, Beppe Montana, Ninni Cassarà, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino dubitavano di lui. Sono stati tutti uccisi. Bruno Contrada è stato ritenuto colpevole dei reati di associazione per delinquere pluriaggravata fino al 29 settembre 1982 e di associazione mafiosa da quella data in poi. Sui pentiti che lo inchiodavano il Tribunale osserva di aver svolto su ciascuno di essi "Un meticoloso vaglio di attendibilità intrinseca ed estrinseca", giungendo alla conclusione che "Tali plurime, eterogenee, gravi e concordanti emergenze processuali, consentono di ritenere raggiunta la prova certa della colpevolezza dell'imputato". Quando Boris Giuliano venne assassinato e gli inquirenti accertarono che ai tempi, Contrada frequentava, senza scorta, un appartamento in via Guido Jung, messogli a disposizione dal Angelo Grazione, costruttore mafioso. Tommaso Buscetta manifestò a Rosario Riccobono l'intenzione di ritornare in Brasile con la famiglia, il capomafia tentò di dissuaderlo "Stai tranquillo, io ho il dottore Contrada che mi avvisa se ci sono perquisizioni o ricerche di latitanti in questa zona. Qua puoi stare tranquillo. Giuseppe Marchese, da sempre vicino a Totò Riina e primo collaboratore di giustizia appartenente ai corleonesi "Mio zio Filippo mi tirò da parte e mi disse di andare ad avvisare, dice, u zu Totuccio e ci dici fici sapiri u dottore Contrada che hanno individuato la località dov'è che praticamente lui stava, dice che nella mattinata dovrebbero fare qualche perquisizione". Riina, nell'apprendere la notizia, non mostrò il minimo stupore e si trasferì nel nascondiglio di San Giuseppe Jato. Gioacchino Costa, affiliato alla 'Ndrangheta, non conosceva Bruno Contrada, però durante la sua detenzione all'Asinara, divideva la cella con tre uomini d'onore, Cosimo Vernengo, Pietro Scarpisi e Vincenzo Spadaro. La sera in cui i telegiornali trasmisero le immagini dell'arresto di Contrada, Vincenzo Spadaro, sgomento, si portò le mani ai capelli, esclamando "nnu consumaru". Ce lo hanno bruciato. L'arresto di Bruno Contrada provocava un grave danno all'organizzazione mafiosa. Il traditore, dopo l’omicidio di dell'ingegner Roberto Parisi, amico di Contrada, ucciso in un agguato di mafia il 23 febbraio 1985, andò dalla moglie e le disse nel caso in cui avesse saputo qualcosa, che era meglio che pensasse che era una mamma, consigliandole in modo non certo amichevole, di tacere qualunque cosa sapesse o sospettasse sulla morte del marito. Lei lo confidò a Giovanni Falcone. L'incontro ebbe luogo nella più assoluta riservatezza. Nonostante ciò, il giorno successivo, Contrada si presentò di nuovo a casa di Gilda Ziino, domandandole che cosa avesse detto a Falcone. Contrada che ha tradito le istituzioni italiane, ha dovuto soprassedere a determinate catture di latitanti, ha dovuto depistare o comportarsi conformemente al cambiamento politico e militare di Cosa Nostra. Contrada è stato colluso con Stefano Bontate - e successivamente con i corleonesi. E tutto questo non emerge soltanto dalle dichiarazioni "calunniose ed estremiste" dei pentiti ma dai riscontri oggettivi presentati nella motivazione della sentenza di primo grado. le deposizioni della vedova Cassarà e del giudice Carla Del Ponte o le intercettazioni telefoniche dei colloqui tra Contrada e Nino Salvo (il mafioso che gestiva le entrate in Sicilia). Particolarmente significativa, inoltre, la testimonianza di un collega del traditore, il quale rivela che lo stesso Contrada sosteneva l'impossibilità di opporsi al potere mafioso. Contrada era stato assolto in secondo grado da un giudice, Gioacchino Agnello, già indagato per mafia nel corso di un'inchiesta poi archiviata dalla procura di Caltanissetta. Nel corso delle 168 udienze dibattimentali l'accusa chiamò a deporre ben dieci pentiti, oltre a quelli già citati Francesco Marino Mannoia, Salvatore Cancemi, Maurizio Pirrone, Pietro Scavuzzo, Gaetano Costa e Gioacchino Pennino, tutti concordi nel riferire che il soggetto in questione informava preventivamente i criminali dei blitz pianificati dalle forze dell'ordine; che non disdegnava regalie e prebende; che era a stretto contatto con uomini delle cosche più feroci della criminalità organizzata; che era massone di una loggia supersegreta. La figlia del boss Riccobono andava in parruccheria a vantarsi che il padre andava a braccetto con Contrada. Altro che Stato, altro che servitore. Bruno Contrada è stato e resta un traditore, un colluso con la mafia, uno che per quello che ha causato deve stare fino all’ultimo dei suoi giorni in galera. I radicali dicono che deve essere graziato. Mastella dice che la grazia è un atto dovuto viste le condizioni di salute. Nonno e zio stavano benissimo quando sono stati uccisi dagli amici di Contrada. Non hanno avuto la fortuna di invecchiare ed ammalarsi.

Fonti ed estratti: rivistaonline.com, societacivile.it

mercoledì 26 dicembre 2007

Ci vediamo a Barcellona Pozzo di Gotto


L'8 gennaio 1993 a Barcellona Pozzo di Gotto veniva ucciso Beppe Alfano, cronista de "La Sicilia", colpevole di aver indagato e scritto su uomini d’affari, mafiosi latitanti, politici e amministratori locali. Tre colpi di calibro 22, per farlo stare zitto. Quindici anni dopo saremo tutti nel suo paese a ricordare lui e a rilanciare la nostra lotta alla mafia, ma anche a tutti coloro che non vogliono combatterla, contro tutti quelli come Bruno Contrada che volevano conviverci. La mattina sarà dedicata all'incontro con le scuole, dalle 9.30 alle 13.30 al palazzetto dello sport. Il pomeriggio ci sarà un incontro più istituzionale al Comune. Al palazzetto ci sarò anch'io come ospite, assieme a Beppe Fiorello, Graziano Diana, Luigi De Magistris, Salvatore Borsellino, Rosanna Scopelliti, Giovanni Impastato, Salvo Vitale, Aldo Pecora, Aldo Rapè e Pino Masciari. Posto questo invito con largo anticipo per darvi il tempo di organizzarvi e raggiungerci a Barcellona. Sarà una bellissima giornata, organizzata dall'infaticabile Sonia Alfano, figlia di Beppe. Sarei felice di incontrare li qualcuno di voi. Vi aspetto.

domenica 23 dicembre 2007

L'alfabeto di Leoluca Orlando


Ho inviato la risposta di Genovese in giro, mi ha risposto Leoluca Orlando, ex sindaco di Palermo, creatore della Rete, impegnato da sempre contro la mafia. I palermitani gli hanno preferito Diego Cammarata.
Carissimo, ho ricevuto la tua e-mail e trovo conferma della necessità di continuare a porre con forza accanto alla questione morale e alla questione legale, la questione etica. Di questa esigenza parlo nel libro "Leoluca racconta la mafia", a cura di Pippo Battaglia, UTET 2007. Io insisto... insistiamo insieme!
Leoluca Orlando

Mi ha allegato un suo documento del 2005. Calza a pennello.

Alfabetizzazione Etica Legalità

Come spesso è accaduto, abbiamo assistito in questi giorni in Sicilia a nuovi polveroni mediatici che rischiano di impedire di fare chiarezza sul fondamentale tema della questione morale. Credo che sia necessario fare alcune riflessioni, proprio per evitare che tale richiesta di chiarezza resti lettera morta.

Alfabetizzazione.
“Pensare in modo antico e parlare il linguaggio dei contemporanei” così ripetevano già oltre cento anni fa i celebri architetti Basile. Oggi la Sicilia continua ad aver bisogno di una “alfabetizzazione”, di un adeguamento del linguaggio ai tempi che viviamo.
Abbiamo nella nostra regione molti professori colti, che hanno scritto e letto molti libri, ma analfabeti, politici eletti, che hanno ottenuto molti voti, ma analfabeti, imprenditori vivaci che fanno molti affari, ma analfabeti.
Cosa vuol dire essere analfabeti oggi? Vuol dire innanzitutto essere incapaci, essere inadeguati agli stili di vita e ai linguaggi di un paese che pretende di essere moderno.
Analfabetismo è una delegazione ufficiale composta da trenta persone (nessuna delle quali parla la lingua del paese da visitare, nessuna delle quali ha un qualche rapporto per ruolo ricoperto o per competenze con lo scopo della missione) che appena arriva in una città estera si preoccupa subito e soltanto di trovare un ristorante siciliano. Non ho ovviamente nulla contro i ristoranti siciliani e non sto dicendo che l'amore per i ristoranti siciliani implica l'essere corrotti o mafiosi; sto semplicemente rilevando che quelle persone sono analfabete e che ogni volta che una delegazione è così composta la credibilità della Sicilia non fa alcun passo avanti, ma al contrario fa dieci passi indietro.
Se il più ricco imprenditore della sanità privata siciliana (sto parlando dell’Ing. Michelangelo Aiello) chiede di incontrarsi con il Presidente della Regione, quest'ultimo può incontrarlo o non incontrarlo. Se lo incontra però, alfabetismo vuole che l’incontro avvenga nell’ufficio di Palazzo d’Orleans.
Un Presidente della regione che organizza tale incontro nel retrobottega di un negozio sottraendosi alla presenza della scorta è certamente analfabeta.
Se poi quell'incontro sia parte di un reato sarà accertato dagli organi giudiziari, ma quel Presidente, assolto o condannato in sede giudiziaria, resta un analfabeta, una persona inadeguata a rappresentare e guidare le istituzioni regionali.
La Sicilia, per avere credibilità, ha invece grande bisogno di cittadini, imprenditori e politici alfabetizzati, capaci cioè di comportarsi, di parlare in modo adeguato ai nostri tempi.
Oggi in Sicilia rischiamo di assistere al singolare fenomeno per cui ad alfabetizzarsi sono i mafiosi, i cosiddetti nuovi mafiosi, mentre a restare analfabeti sono coloro che magari mafiosi non sono.

Etica
L'Etica nella politica così come l'etica nella economia è un valore importante, che non può dipendere dalle sentenze dei magistrati.
Frequentare un mafioso può anche, a volte, non configurare un reato penale…con un mafioso si può anche parlare di musica o di calcio. Frequentare mafiosi, però, costituisce una violazione di regole etiche per ogni cittadino e in particolare per un rappresentante istituzionale; rende improponibile il ricoprire una carica rappresentativa e ciò anche nell’ipotesi che tale frequentazione non configura una ipotesi di reato.
La Sicilia è danneggiata nella sua credibilità e i siciliani sono mortificati da esponenti politici e di governo accusati di gravi reati connessi alla frequentazione di mafiosi acclarata e non smentita- che si presentano davanti le telecamere annunciando di aver fiducia nella giustizia e di attendere l’esito del processo.
Ma quale fiducia?! Ma quale attesa dell’esito del processo?! Un politico che frequenta mafiosi, indipendentemente dal motivo per cui li frequenta, se ne deve andare, non può rappresentare cittadini né governare una istituzione.
E’ necessario che si definisca e si stipuli un patto etico nella politica (così come un patto etico nella economia) tra tutte le forze politiche, laicamente indicando condizioni minime per ricoprire ruoli di rappresentanza.
Seguano i processi il loro corso secondo le regole di uno Stato di diritto, rispettino i rappresentanti alcune elementari regole etiche.

Legalità
La legalità è tema che riguarda la politica soltanto per quanto riguarda l'approvazione di leggi adeguate e non inique, per quanto riguarda indipendenza e autonomia della magistratura, per quanto riguarda trasparenza e efficienza delle forze dell’ordine.
Se infatti si fa dipendere il giudizio politico ed etico-politico esclusivamente dall’esito del giudizio penale avremmo un inaccettabile mortificazione della politica e un pericoloso governo dei giudici, in sostituzione del regolare governo dei politici.

Concludo dicendo che credo che queste considerazioni siano del tutto scontate ed evidenti... ma è proprio per negare l’evidenza che si tenta oggi (anche) in Sicilia di sollevare polveroni mediatici
Leoluca Orlando

venerdì 21 dicembre 2007

Un appello per Rita Borsellino


Quello di oggi è un appello. Una richiesta di aiuto che spero otterrà un ampio numero di sottoscrizioni. E’ da un anno e mezzo che scrivo ai partiti, che parlo con i segretari, con i ministri della repubblica. Ho cercato, nel mio piccolo, di spingerli a fare pulizia, a dare la possibilità a tutta quella gente particolarmente sensibile alle tematiche della legalità di sentirsi rappresentata, di partecipare attivamente alla vita socio-politica della Sicilia. La situazione, sin dall’inizio, non era rosea. Adesso è nera come la pece. Pochi giorni fa abbiamo avuto la conferma che anche il nuovo Pd continuerà nel solco delle altra formazioni politiche: “Tutti con noi, anche i collusi, purchè portiate voti”. La speranza che era l’ultima a morire, si è suicidata. La richiesta di oggi viene da un baratro, dall’ultimo stadio. E va nella direzione dell’unica persona che oggi può ridare fiducia ad una regione rassegnata, che si è abituata ai processi ai suoi politici, alle indagini giudiziarie. In questi giorni ho pensato tanto a questo, se fosse il caso, se fosse fattibile. Ma ho bisogno di un punto di riferimento, ho bisogno di un istituzione accanto. Perché allontanarci noi dalla politica anziché scacciare tutti quelli che la insudiciano? Io chiedo, da questo blog, che Rita Borsellino prenda in mano la situazione. Indipendentemente dalla sentenza del processo a Don Cuffaro, indipendentemente dalle elezioni. Rita Borsellino è l’unica che può rappresentare quello che da anni chiediamo da questo piccolo porto della speranza: pulizia, onestà, coraggio. Una donna che da 15 anni non si ferma un attimo. Io mi fido solo di lei. Torni in campo senza aspettare investiture degli altri partiti che ragionevolmente la ostacoleranno. La gente è con lei. Non dico di fondare un partito dall’oggi al domani (quello può farlo solo papa Berlusconi) ma di farsi vertice e propulsore di un movimento politico che attiri tutta la gente delusa, schifata. Ha già fondato il movimento "Un’altra storia". Un movimento figlio della bellissima esperienza delle elezioni regionali, di quella campagna elettorale senza precedenti. Cominciamo con l’avvicinarci a quello. E convinciamo Rita Borsellino che forse la Sicilia è matura per sceglierla. Signori, vi chiedo di riflettere e parlarne tra di voi, scrivermi, incontrarci. Non so se condividete questa richiesta, ma se lo fate, fatevi sentire. E’ un qualcosa che nasce dalla rabbia di non poter neanche andare a votare, di perdere un diritto, di non poter impegnarsi politicamente. Perché se oggi lo fai, rischi di girarti e di trovarti accanto Cuffaro, Crisafulli, Mercadante, Campanella e altri galantuomini. Abbandoniamo gli schieramenti. Ma cosa vuol dire centrodestra e centrosinistra se la prima in Sicilia è rappresentata da un probabile favoreggiatore della mafia e la seconda ha eletto alla camera uno che parlava di affari con un mafioso? Io ai miei diritti non ci rinuncio. E chiedo a Rita Borsellino di farsi portabandiera, ancora una volta, di questa richiesta, di questo bisogno fisiologico. Siamo stati sconfitti alle elezioni regionali, ma abbiamo conquistato il 41,63% dei consensi contro il 53,08% dell’alfiere dei probabili collusi. Ma qualcuno dimentica che cinque anni prima Cuffaro aveva vinto con il 59,1% e il centrosinistra si era fermato al 36,6%. Cara Rita, io per te ho preso un treno per 24 ore, sono partito da Padova solo ed unicamente per sceglierti, per dimostrarti non la fedeltà ad un segretario di partito, ma l’affetto ad una donna che mi ha accompagnato nel percorso della lotta alla criminalità come un faro. Più di mille persone con me su quel treno con un sogno, quello di cambiare la Sicilia partendo dal vertice politico. Di farla ripartire questa benedetta primavera siciliana, di farlo esplodere nell'aria il profumo della libertà di cui parlava Paolo. Adesso sono io che ti chiedo un sacrificio. Vai avanti senza pensare, io ci sarò, e qualcosa mi dice che non sarò l’unico.
P.S. Fate girare questo post, mettetelo sul vostro blog, fatelo vostro, modificatelo, fate quello che volete ma se ci credete fatevi sentire e non demandiamo ad altri un impegno che dobbiamo prenderci in prima persona.

giovedì 20 dicembre 2007

Gettiamo la spugna


Niente da fare. Vi giuro che io c’ho sperato, nella mia ingenuità ho pensato che almeno il segretario del Pd siciliano desse un colpo di coda, battesse i pugni sul tavolo. Che rispettasse le sue stesse parole (I componenti del Pd devono avere comportamenti esemplari nell'ambito della legalità) e facesse un gesto forte. Poteva essere, nel suo piccolo, una grande rivoluzione. Ve lo immaginate che segnale sarebbe stato? Avrebbe perso i voti mafiosi, ma avrebbe guadagnato la fiducia e l'impegno di un'altra fetta dell'elettorato. Avevo già messo in conto la possibilità, l’obbligo morale di impegnarmi in prima persona e non di stare qui solo a puntare il dito. Se il Pd fosse stato un partito diverso perché non lottare assieme? Ieri la lettera di Genovese mi ha gelato il sangue. Per il massimo organo del partito in Sicilia è ininfluente l’amicizia di Crisafulli con un mafioso. E’ ininfluente che parlassero di affari e assunzioni. Ma come si permettono, come si permette di parlare di antimafia, di legalità? Ma che cavolo è per loro? Se l’antimafia non è almeno la condanna e la repressione delle collusioni politico-mafiose-istituzionali, cos’è? Come si fa a non provare vergogna, ad elevarsi a paladini della legalità se un colluso lo coccolano da una vita? Mi fa schifo. Questa situazione fa schifo, questi partiti fanno schifo. Sono disorientato perché mi ero illuso. E seriamente non so cosa fare e cosa dirvi. Genovese mi ha scritto una lettera il cui senso abilmente nascosto tra ragionamenti astrusi, è che i partiti politici non si possono sostituire alla magistratura e che se non c'è c'è una condanna Crisafulli è innocente. Che è esattamente l’opposto di quello che diceva Paolo Borsellino. Per tre gradi di giudizio servono dieci anni se va bene. Di fronte a gravi indizi, anzi, di fronte a prove schiaccianti di collusione non si possono tenere in un partito personaggi come Crisafulli. Vanno cacciati. Vi chiedo solo una cosa. Che nessuno venga più a parlarmi di innovazione, di Pd come qualcosa di rivoluzionario. Se io non avessi messo la firma di genovese in calce alla lettera voi l’avreste scambiata per un frutto dei garantisti di Forza Italia, o per i quasi-tutti-indagati dell’Udc siciliana. Questo è il dato. E’ un partito nato da pochi mesi e già ha delineato l’azione politica: tutti con noi, anche se collusi, purchè portiate voti. Per me basta questo per chiedervi di prendere un impegno con voi stessi. Non votate questa gente, convincete più gente possibile a non dare consensi a queste formazioni sporche e che puzzano di compromesso morale. Non gliene frega un cazzo della nostra legalità, della nostra richiesta di pulizia. “Lu russuri” della faccia, l’imbarazzo, il senso di inadeguatezza. Niente, Genovese, i membri del nuovo Pd non se ne curano. Guardano e passano. Ma come fanno persone come Dalla Chiesa a stare lì dentro? Dalla Chiesa poteva andare in altri partiti, come L’Italia dei Valori, e la gente lo avrebbe ugualmente sostenuto, anzi, avrebbe guadagnato almeno un elettore. Me. Dopo questo sfogo ho capito una cosa. Che l’imbecille di tutta la situazione, l'inadeguato, qui sono io. E voi. Che abbiamo aspettato quella lettera con fiducia, con speranza. Consegniamo le dimissione della speranza. I partiti, in Sicilia, non sanno rinunciare alle collusioni mafiose.

mercoledì 19 dicembre 2007

Risposta di Francantonio Genovese


Caro Benny,

con riferimento alla Tua lettera, Ti dico subito che io sono convinto che la politica debba occuparsi della politica e ritengo anche pericoloso quando questa mostri la volontà di voler uscire dai suoi ambiti per sostituirsi alla Magistratura e agli organi inquirenti al fine di accertare e punire in vece loro. Credo che il rispetto delle regole sia un principio che debba valere erga omnes e che il diritto di difesa vada esteso al suo significato più ampio anche quando – pur non volendo entrare nel merito delle decisioni della Magistratura – se ne voglia censurare l’operato, adducendo operazioni a salvaguardia di una moralità che non può determinare, nella fattispecie, né preclusioni nè censure. Queste mie riflessioni sono il frutto del dovere che sento di prendere in considerazione la Tua lettera e darle un significato etico che non può, comunque, travalicare i limiti della corrispondenza tra ciò che sarebbe opportuno e ciò che, concretamente, andrebbe fatto in presenza di fatti conclamati dalla magistratura e, quindi, da condannare anche dal punto di vista politico. Per questo, Ti rispondo – con franchezza - che ribadisco, sia in questa sede sia in tutte quelle altre in cui mi troverò ad affrontare il delicato tema dell’illegalità, l’impegno del PD siciliano contro la mafia ed il malaffare: un impegno che voglio affrontare con gli strumenti della legalità, nella convinzione che occorra superare il difficile divario tra coscienza e pregiudizio. Compito della politica e dei politici è quello di combattere l’illegalità e, Ti rassicuro, che il PD siciliano – forte anche dell’attenzione che dimostra la Tua lettera - saprà fornire agli Organi preposti tutti gli strumenti che servono per affrontare una lotta che si deve portare a definitivo compimento per affrancare la Sicilia dal binomio infamante che, anni di storia da dimenticare, la lega alla mafia. Spero che il nostro scambio epistolare potrà contribuire a farTi ritrovare quel senso di appartenenza che, con lealtà e chiarezza, hai mostrato di sentire nei confronti di un percorso politico proiettato verso il futuro.

Palermo lì, 19 dicembre 2007

Cordialmente
Francantonio Genovese

martedì 18 dicembre 2007

Giornate di attesa

Molti di voi si staranno chiedendo perchè io ci tenga così tanto alla risposta di Francantonio Genovese, segretario del Pd. E' molto semplice. Dalle sue parole potrebbe esserci una chiara decisione programmatica del partito siciliano: trasformare il Pd in qualcosa di serio e pulito soprattutto in Sicilia, e allora qualcuno (anch'io) dovrebbe ricredersi, o la conferma che, almeno in Sicilia, alla mafia, se si fa politica, non si può rinunciare. Lo testimoniano le liste elettorali, i parlamentari in regione, gli iscritti ai partiti. Nell'attesa di queste parole di chiarezza che ormai parecchie persone aspettano, visto che qualche decina di persone legge questo blog, ci rilassiamo con l'ennesimo inciucio di Cuffaro. La famosa telefonata con Berlusconi che lo rassicura sulle indagini in corso e gli dice che la sua fonte è il ministero degli interni. E Cuffaro che gli snocciola grazie, ti voglio bene, prego per te. Imperdibile, ancor più perchè a leggere le trascrizioni è Marco Travaglio. Perchè ve lo propongo proprio ora?
Il Gip di Palermo Fabio Licata ha rinviato al 14 gennaio l'udienza in cui dovra' decidere se autorizzare o meno l'utilizzo delle intercettazioni di tre conversazioni fra il presidente della Regione Sicilia Salvatore Cuffaro e l'ex presidente del Consiglio e leader dell'opposizione Silvio Berlusconi. All'udienza di oggi i legali di Cuffaro e dell'ex premier hanno chiesto il deposito del verbale di "sommarie informazioni" dell'ex ministro dell'Interno Beppe Pisanu. Il procuratore di Palermo, Francesco Messineo, che sta seguendo personalmente la questione, si e' impegnato, su richiesta del Gip, a depositare l'atto. L'udienza e' stata cosi' differita di un altro mese. La questione riguarda la distruzione di alcune intercettazioni, gia' chiesta e ottenuta nel 2005 dalla Procura, allora diretta da Piero Grasso. L'estate scorsa il nuovo capo dell'Ufficio, Messineo, ha cambiato idea e ha chiesto di potere usare le conversazioni per procedere eventualmente per il reato di rivelazione del segreto delle indagini. Un'ipotesi che potrebbe riguardare anche Berlusconi e cosi' anche oggi si sono presentati in udienza i suoi legali, gli avvocati Niccolo' Ghedini e Ugo Dinacci, assieme a uno dei difensori di Cuffaro, l'avvocato Nino Mormino. Nelle conversazioni Berlusconi rassicurava Cuffaro, facendo riferimento anche a un proprio colloquio con l'allora ministro Pisanu, circa il favorevole esito delle indagini in cui era coinvolto il governatore siciliano e che poi hanno portato al suo rinvio a giudizio nell'ambito della vicenda delle 'talpe' alla Dda. (AGI)

venerdì 14 dicembre 2007

Lettera da un giovane del Pd


Foto da www.nicolatranfaglia.com

Caro Benny,
da qualche tempo ho in mente di scriverti questa e-mail. Non ci conosciamo direttamente, o meglio, ho ascoltato le tue riflessioni sulla mafia durante una serata organizzata da laboratorio '48, ormai un anno fa, poi non ho più avuto l’occasione di incontrati. Ti seguo sul blog, ci siamo scambiati qualche commento, mi hai inserito tra i tuoi link, ma niente di più. Ti voglio parlare della mia scelta di partecipare attivamente alla formazione del Partito Democratico, in particolare della sezione giovanile di Padova. Ho sempre fatto politica in modi diversi da quelli di un partito, perché consideravo e ne sono ancora convinto, la frammentazione, il litigio continuo, la difesa di interessi particolari funzionali solo alla propria nicchia elettorale alcuni dei mali della democrazia italiana. Che a farle i commenti ci vuole fantasia, cantava Giorgio Gaber. Poi ho visto due partiti diventare uno, ma quella era solo una fusione fredda, diceva qualcuno. Quando il 14 Ottobre ho potuto eleggere il segretario ho capito che si stava facendo sul serio; tutto andava nella direzione di una risposta al mio scetticismo, così ho deciso di raccogliere l’invito alla partecipazione fatto da Walter Veltroni ai giovani di questo paese. Molti considerano tutto questo ancora troppo poco. Sarà… io preferisco fare un passo in avanti piuttosto che sognarne tre e trovarmi due passi indietro. Forse è questo il senso del riformismo. A parte ampollosi sermoni sui giovani e sul ricambio generazionale, sono stati due vecchietti come Pietro Scoppola, da poco scomparso, e Vittorio Foa a convincermi. Quando si criticano i partiti, anche duramente, bisognerebbe avere la minima sensibilità di non mettere in discussione l'onestà di tutte quelle persone, tra cui molti ragazzi, avvolti e travolti dalla passione di fare politica.
La tua stessa passione. Capisco la diffidenza, a volte molto motivata, altre meno, di parte dei giovani nei confronti della classe dirigente, ma ti chiedo se sia giusto far passare l’idea del tutti sono uguali, molto simile a quell’antico adagio “o Francia o Spagna, purché se magna”.
Piacerebbe anche a me sapere se il Pd siciliano prenderà dei provvedimenti nei confronti di Wladimiro Crisafulli. Così come non definisco questo, qualunquismo da quattro soldi, allo stesso modo mi infastidiscono semplificazioni eccessive sulla politica italiana. E’ sbagliato invitare le persone ad adagiarsi su un principio che tende a comprimere e appiattire. Le differenze ci sono, eccome se ci sono. Con soddisfazione scrivo che Veltroni non è Berlusconi, Gentiloni non è Gasparri, Beppe Giulietti non è Casini, Nando Dalla Chiesa non è Schifani e Anna Finocchiaro non è la Brambilla. Credo nella legalità come principio fondante della nostra società e premessa a ogni discussione, perché, mi rifaccio al titolo dell'ultimo numero di Micromega, la legalità è il potere dei senza potere. Veltroni nella sua lettera ai giovani del Pd ha scritto “Penso ai vostri coetanei di Addio Pizzo: hanno scelto di fare acquisti solo presso i negozianti palermitani che rifiutano di versare denaro alla mafia. Quei ragazzi stanno restituendo a degli imprenditori la loro libertà, quella di agire lealmente sul mercato. Il Partito Democratico ha bisogno dei vostri sogni, delle vostre speranze, della vostra voglia di futuro”. Questo è un passaggio cruciale su cui neanche i Giovani Democratici hanno riflettuto abbastanza. E’ un caso che Veltroni abbia citato Addio Pizzo? Ci ha forse voluto indicare una strada? La mia risposta è si. La voglia di futuro per me, giovane che intende iscriversi al Pd, è fatta di legalità, onestà e trasparenza. O è così, o non è.
Prima di tutto. Prima di ogni manovra economica. Mi approprio delle parole di Pio La Torre “Dobbiamo avere l’orgoglio di essere per davvero un partito diverso dagli altri”.

Buon lavoro, veramente
Paolo
www.paolotognon.blogspot.com

giovedì 13 dicembre 2007

Contatto stabilito


Francantonio Genovese, il segretario del Partito Democratico in Sicilia, ha dichiarato: "La lotta alla mafia sarà la priorità assoluta del Partito democratico, la più importante delle nostre battaglie, il primo dei nostri valori. Nessuno, oggi all'interno del Centrosinistra può essere accusato di strumentalizzare la lotta alla mafia, perché quella che portiamo avanti è una battaglia quotidiana per l’affermazione dei principi di legalità e sviluppo. Vogliamo assumere un impegno preciso proprio dinnanzi a chi subisce quotidianamente le negative conseguenze dell’arroganza criminale. E questo impegno lo formalizzeremo nello statuto e nei documenti programmatici che stiamo per elaborare. Il che vuol dire che chi aderirà o rinnoverà la sua adesione al PD farà una scelta precisa, cioè quella di schierarsi in modo assoluto contro la mafia. Ma quel che più conta è che tutti i militanti, gli esponenti ed i dirigenti del PD dovranno assumere - nella vita pubblica come in quella privata – comportamenti conformi a tale impegno". Io credo che quest'uomo sia sincero. Forse non gliel'hanno detto che razza di colluso custodiscono tra le proprie file. Oggi gli ho telefonato per chiedergli il perchè non avesse risposto alla mia lettera. Mi ha chiesto di rispedirgliela e devo dire che è stato molto cordiale e disponibile. Gli ho allegato anche questo breve riassunto (da politicaonline.net) di quello che ha combinato Wladimiro Crisafulli, per farsi un'idea. Se il comunicato del segretario Genovese dovesse essere applicato, Crisafulli dovrebbe essere sbattuto fuori dal Pd, oggi stesso. Aspetto la risposta di Genovese.
La sorpresa degli investigatori della squadra mobile di Enna è insomma grande quando, in un video registrato in un albergo, accanto al volto di Bevilacqua (mafioso di Barrafranca)compare la faccia rotonda e simpatica dell’allora vicepresidente diessino dell’Assemblea Regionale Siciliana, Wladimiro “Mirello” Crisafulli. Seduti uno di fronte all’altro nell’ufficio del direttore dell’Hotel Garden di Pergusa, i due appaiono distesi e sorridenti. Il politico chiede un posacenere, uno dei titolari dell’albergo porta anche una penna e un bloc-notes. «No, non mi serve la carta», risponde l’avvocato-boss, «tutto a mente, non si lasciano tracce».
Inizia così, alle 13,45 del 19 dicembre 2001, il primo colloquio tra un capomafia e un leader istituzionale, interamente ripreso da una videocamera. Bevilacqua è scortato da due guardaspalle, mentre il monitor segna le ore 13,40. Due minuti dopo le videocamere inquadrano Crisafulli col suo autista. Segue immancabile il bacio sulle guance tra il boss e il deputato. Poi si comincia a parlare di politica. Il boss, che tradisce una certa deferenza nei confronti di Crisafulli, chiede e il parlamentare risponde. L’avvocato Bevilacqua si lamenta di Piazza Armerina, un comune dell’Ennese, dove un rimpasto rischia di privilegiare candidati che non gli piacciono. «Spererei», dice, «che mi facessi contento questo gruppo. Se sono amici miei sono anche amici tuoi». Crisafulli ascolta. Quindi discutono di appalti. «Allora, per quei taglialegna», dice Bevilacqua, «avevi detto due». «Magari di più», risponde Crisafulli, «tre, quattro». Si riferiscono a un disboscamento affidato a una ditta calabrese, nel quale anche il boss Bevilacqua, titolare di un’impresa, vuole, a giudicare dal tenore delle richieste, inserire dei suoi raccomandati. E non solo in quello. Si parla del campus universitario, centoventi miliardi di vecchie lire, da realizzare a Enna Bassa e di certi lavori nella “salita di Enna”. «A chi lo hai dato?», chiede il boss a proposito di un appalto. «Agli unici che lo possono fare», risponde Crisafulli, «i fratelli Gulino». All’avvocato la cosa non va giù e se ne lamenta. Ma l’onorevole DS risponde con decisione: «Fatti i cazzi tuoi». L’incontro si chiude alle 14,05. Alla fine la Procura, il 19 febbraio 2004, chiede e poi ottiene dal GIP l’archiviazione perché quel colloquio non portò ad alcun beneficio a Cosa Nostra. Scrivono però i PM nella richiesta di archiviazione che è «dimostrata da parte del Crisafulli la disponibilità a mantenere rapporti con il Bevilacqua, accettando il dialogo sulle proposte politiche dello stesso, ascoltando la sua istanza e rispondendo alle domande sulle possibili iniziative politico-amministrative, in particolare in materia di finanziamenti e appalti». Tra i due ci furono altri incontri e numerose telefonate.

mercoledì 12 dicembre 2007

Prima di Natale la sentenza


Forse ci siamo. Per cercare di allontanare la sentenza e trasferire il processo altrove, i legali di Don Totò Cuffaro avevano tantato la carta del legittimo sospetto, puntando il dito contro le spaccature della procura di Palermo. Ieri la Cassazione ha confermato il "no": il processo si finirà a Palermo nei tempi previsti. L'arringa finale del legale di Cuffaro, Mormino, sarà il 17 dicembre. Il 18 i giudici entreranno in camera di consiglio dei giudici. Tra il 18 e il 20 dicembre, quindi, nell'aula bunker del carcere Pagliarelli dovrebbe essere pronunciata la sentenza che potrebbe cambiare la storia della Sicilia. Se Cuffaro venisse condannato, ha già detto che si dimetterà dal ruolo di governatore e sparirà dal panorama politico. E allora dovranno esserci elezioni, subito. Invito i partiti del centrosinistra a ripetere quello che hanno fatto l'anno scorso, quando Rita Borsellino venne lasciata da sola a condurre la campagna elettorale. Perchè dovevano impegnarsi per una donna al di fuori degli schieramenti? Il candidato ideale a succedere ad un probabile futuro condannato per mafia c'è già, si dimostrino all'altezza e lascino amministrare la Sicilia dall'unica persona che in questo momento ne ha le carte. Sarebbe la rivoluzione che da anni si aspetta. Farò di tutto da questo blog, per strada, sui giornali, in caso di elezioni, per convincere Rita Borsellino a mettersi di nuovo in gioco. Noi ci saremo, come c'eravamo l'anno scorso, ammassati su un treno per starle accanto. 10, 100, 1000 Rita Express.

P.S. Claudio Fava, europarlamentare e figlio di Pippo, mi ha scritto un commento al post sul Capo dei Capi. Grazie di cuore.
Caro Benny, letto il blog. Condivido. C'è molta paura a parlar di mafia. Soprattutto quando una fiction cerca di spiegare collusioni, amicizie, impunitá. Per qualcuno sarebbe stato meglio un bel western...
Un caro saluto,
Claudio Fava

martedì 11 dicembre 2007

A Roma per De Magistris, di Sonia Alfano


Guardando ieri sera i vari tg farsa, copia e incolla o peggio ancora tg di regime, non ho potuto fare a meno di provare disgusto e paura. Per fortuna che alla fine ci ha pensato Berlusconi a farmi sorridere per almeno un attimo..Ho provato disgusto dopo aver sentito quanto ha proposto Letizia Vacca ai suoi colleghi della prima commissione del CSM: avviare la procedura di trasferimento d’ufficio per incompatibilità nei confronti di Luigi De Magistris. E la Vacca è lo stesso individuo che nei giorni scorsi ha tuonato contro la Forleo e lo stesso De Magistris: “Credo sia necessario che emerga che sono cattivi magistrati, e non perché fanno i nomi dei politici, ma perché si basano su posizioni e non su prove”.
Caspita che profondità di pensiero! Ma che voleva dire? L’unica cosa che ho capito e che ha lanciato strali e moniti per richiamare alle “armi” magistrati, ispettori, giornalisti e quanti altri possono essere oggetto del precetto diramato pubblicamente e cioè creare dal nulla qualsiasi cosa che possa provare che non sono buoni magistrati. Certo i buoni magistrati sono quelli come Franco Cassata, Procuratore Generale della Corte d’Assise d’Appello di Messina che diverse volte è finito sotto esame davanti al CSM anche per atteggiamenti amichevoli nei confronti della moglie del boss di Barcellona pozzo di Gotto (ME) Giuseppe Gullotti, in quel periodo latitante. Ma così come ha detto il CSM, Cassata è si troppo facilone, ma in fondo è un buono, un bambinone! E questi si che sono bravi magistrati degni di disquisire di legalità nelle scuole. Poveri ragazzi!
Ho provato paura quando ho appreso che Italia dei Valori ha lanciato la candidatura di Luigi De Magistris al Parlamento Europeo e lo ha fatto a sua insaputa. Mi è subito venuto in mente un evento assolutamente simile accaduto ad un altro grande Uomo.Il 19 maggio del 1992, all’undicesimo scrutinio, i deputati del MSI candidarono e votarono, a sua totale insaputa, Paolo Borsellino come candidato alla Presidenza della Repubblica. E’ un triste ma allarmante paragone. Certo poi bellachioma mi ha fatto sorridere quando, sempre ieri, da Napoli ha gridato alla folla che bisogna riappropriarsi della politica e bisogna smetterla accettare le decisioni calate dalle varie segreterie politiche.
E’ incredibile per come riesca ad essere sempre tragicomico, e sotto questo aspetto si fa rimpiangere anche se Mastella cerca di eguagliarlo, ma non ce la fa proprio. E che dire della sua indiscussa bravura nel rimbambire i suoi adepti: chi lo ha applaudito era convinto di non avere davanti Silvio Berlusconi, ma un politico alle prime armi e alle prime apparizioni, infatti non è stato mica Berlusconi a calare al popolo di Forza Italia e non solo, le su decisioni e quelle della premiata ditta Previti-Dell’Utri, e tantomeno è stato lui a calare le sue decisioni a tutti gli italiani nel corso del suo premierato!
Ma siamo ancora convinti che esista l’Italia, lo stesso paese per cui mio padre e tanti altri uomini sono morti? Qualcuno accusa ancora un residuo di orgoglio e dignità ? Nonostante proprio io abbia tutte le ragioni per non avere più fiducia in niente, sono invece convinta che questo è il momento per dimostrare non solo a De Magistris e alla Forleo, che gli italiani esistono ancora ma che soprattutto sentono la necessità di essere liberi da questa attività di regime che farebbe impallidire formali dittature. Sono certa che sono tanti gli italiani indignati e delusi ma questi sentimenti devono essere esternati con i fatti. Non ci sono più alibi e non si può più rimandare o delegare. Prendiamo una posizione e schieriamoci o con De Magistris e la Forleo, o con il regime.

Organizziamo dei pullman che da ogni regione lunedì 17, data della decisione del CSM, arrivino a Roma per dimostrare che gli italiani sono stanchi e non sono bamboccioni. Chi non potrà andare a Roma potrà comunque manifestare nella propria città, ma facciamolo, dimostriamo e manifestiamo con i fatti che tanti individui ambigui e corrotti non li vogliamo più. Ognuno abbia il coraggio di metterci la propria faccia e il proprio nome a difesa di un principio che manca da tanto in questo paese: la democrazia!
P.S. Stasera a Milano, teatro Carcano, grande manifestazione a sostegno di De Magistris e della Forleo. Ci sarò anch'io. Info qui

lunedì 10 dicembre 2007

Basta parlare di fiction


Ore ed ore di discussioni, trasmissioni, dirette. "E' giusto fare una fiction su Riina?", "Non è che poi passa per figo U Curtu?", "Non c'è dubbio, è diseducativo". Sveglia! Un solo episodio di quel film è falso? O è stato fatto passare un Totò Riina buono? O lo nobilita la scena del tg che annuncia la morte di Falcone e lui e i suoi amici che brindano e sputano alla immagini del giudice che passano in tv? Ma perchè non lasciamo che l'arte rimanga arte e ci impegnamo a garantire che un altro Riina non sia più possibile? Ma a questo siamo arrivati? Se non abbiamo il coraggio di raccontare quello che la Sicilia è stata fino a poco tempo fa è solo perchè non abbiamo il coraggio di spiegare ai nostri figli che se le cose non sono cambiate e non cambiano è anche colpa nostra. Abbiamo paura che i nostri figli vedano come eroe Riina. Ma se prima gli avessimo raccontato cos'è la mafia e quale razza di uomo era Riina, avremmo ancora quel timore? Perchè se la paura è che sia Riina ad avere la meglio su Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nell'immaginario dei nostri figli, vuol dire che abbiamo sbagliato tutto e che abbiamo gravi responsabilità. Imparate a parlare con i bambini, con i ragazzi, con i giovani. Imparate a raccontare. Prendetevi del tempo, perchè l'educazione non è solo buone maniere e salutare come si deve, ma è anche informare, trasmettere valori, trasmettere quello che si è vissuto. Raccontare che la Sicilia ha avuto persone meravigliose, a cui sempre saremo grati, ma anche persone squallide, senza scrupoli, vermi viscidi che si chiamano mafiosi? Fa paura? Uno degli sceneggiatori della fiction è Claudio Fava, il figlio di Pippo. Mi viene difficile pensare che lui abbia potuto concepire qualcosa che avvantaggiasse, mettesse in buona luce cosa nostra. Suvvia, ammettiamolo. Abbiamo paura di avere fallito. Ora basta parlare del Capo dei capi. Se volete riguardatelo, ma basta parlarne. Parliamo di questo invece. E' il documentario-film di Marco Turco, "In un altro paese". E' la ricostruzione storica della mafia, dalla Prima Repubblica ai giorni nostri. Stille, agli inizi del 1990, decide di "indagare" sui delitti di mafia, immergendosi nella Palermo di Letizia Battaglia, la storica fotografa che ha immortalato migliaia di omicidi di mafia. Si vede tutto di un fiato. Su you tube è diviso in 9 episodi. Guardate questo anzichè avere paura. Fate guardare questo a quei ragazzi che temete influenzabili dal mito di Totò Riina, uno sconfitto, un nuddi ammiscatu cu nenti.

sabato 8 dicembre 2007

La strage dei giornalisti in Sicilia


Se i giornalisti siciliani, quelli veri, fossero animali, sarebbero protetti dal Wwf. Sia perchè sono stati sterminati dai vigliacchi di cosa nostra, sia perchè sono ancora oggi a rischio di estinzione. In Sicilia la mafia ne ha uccisi otto. 8. OTTO! E' un bollettino di guerra. Mauro De Mauro, Giuseppe Fava, Mario Francese, Mauro Rostagno, Beppe Alfano, Cosimo Cristina, Peppino Impastato e Giovanni Spampinato. Nel 1999 Luciano Mirone ha scritto un libro bellissimo, "Gli insabbiati. Storie di giornalisti uccisi dalla mafia e sepolti dall'indifferenza". Otto ritratti di otto professionisti incorruttibili. Qui potete comprare il libro on line (10 euro), invece qui potete leggere legalmente un'anteprima del libro pressochè completa. Ecco la scheda del libro:

Otto storie siciliane. Otto storie di giornalisti assassinati, sequestrati o addirittura «suicidati». Otto storie ambientate nell’Italia dei delitti impuniti, della memoria corta, della democrazia dimezzata. Luciano Mirone ricostruisce le vicende di chi (animato dall’amore per la verità) ha pagato con la vita la sfida alla mafia e ai poteri occulti in una Sicilia diventata (negli anni della Guerra fredda) terra di intrighi sotterranei e di accordi perversi fra Stato e Antistato. Un’indagine avvincente, condotta attraverso le cronache del tempo, gli atti processuali, le testimonianze di tante persone. Un’indagine dalla quale emergono distrazioni, dimenticanze, omissioni, reticenze, depistaggi che hanno «insabbiato» la memoria e la coscienza di questo Paese. Dai grandi casi come quelli di Mauro De Mauro, di Giuseppe Fava, di Mario Francese, di Mauro Rostagno, alle bellissime storie di Beppe Alfano, Cosimo Cristina, Peppino Impastato e Giovanni Spampinato. Un’indagine lucida e caparbia. Una sfida coraggiosa alla cultura del silenzio.

P.s. su wikipedia.it ci sono tutte le biografie dei giornalisti uccisi.

venerdì 7 dicembre 2007

Il professor Cuffaro


Da oggi basta Don Totò. Da oggi per tutti voi, tranne che per me, che continuerò a dargli amichevolmente del tu, il presidente della regione indagato sarà il Professor Totò Cuffaro, docente di ipotetica collusione mafiosa e di favoreggiamento applicato alla criminalità organizzata. Il 17 dicembre, per il professor Cuffaro, battesimo della cattedra. L’ultima lezione magistrale all'università Kore per il ciclo dedicato al sessantesimo anniversario dalla prima seduta dell'Ars, sarà tenuta dal presidente della regione, Salvatore Cuffaro, e si terrà all’auditorium della Kore con inizio previsto per le 10. Spero gli amici di Enna sappiano accoglierlo come si deve. Ma, dando un'occhiata ai nomi del consiglio di amministrazione dell'università Kore di Enna, indovinate chi viene fuori come componente? Lo zar di Enna, Vladimiro Mirello Crisafulli, collega in tutti i sensi di Cuffaro. Forse lo ha invitato lui, i due si stimano a vicenda e lo hanno pubblicamente ammesso, anche quando, all'indomani della puntata di Anno Zero in cui Cuffaro si svelò all'Italia indossando una coppola, Crisafulli disse:"Bravo Totò, bravo, è stato un grande", e i compagni di Mirello, i Ds, non fiatarono su queste esternazioni dell'amico del boss Bevilacqua. E pensate che in tempi di tagli alle università, alla ricerca, con un emendamento presentato proprio da Crisafulli, la Camera a giugno aveva stanziato un contributo straordinario di 300mila euro proprio all'università Kore di Enna. E' stato l'intervento statale più alto rispetto alle altre università come dice orgoglioso il rettore. Sembrerebbe un piccolo conflitto di interessi. Ma cu sinni futti!
P.S. La prima lezione del ciclo, lo scorso ottobre, è stata tenuta da un altro docente d'eccezione, il presidente dell’Ars Gianfranco Micchichè. Quello che dice che Falcone e Borsellino ricordano la mafia.

giovedì 6 dicembre 2007

Gentili segretari del Pd,

T-shirt di Mauro Anceschi

Al segretario nazionale del Pd,
al segretario regionale del Pd siciliano

Gentili segretari,

sono uno dei tanti siciliani che aveva sperato nel Pd, che aveva creduto al cambiamento da voi proposto. Prima di gioire però sono andato a controllare se qualche vergogna dei Ds avesse aderito alla nuova formazione o se il Pd, con la fermezza di del segretario Veltroni, avesse impedito a degli impresentabili di entrare in un partito che comunque doveva rappresentare la risposta all’antipolitica, alla sfiducia in questa classe dirigente. Perché ancora vivo era in me il ricordo di Vladimiro Crisafulli, uomo a cui i Ds hanno consentito di diventare deputato nazionale, che fu beccato e video ripreso mentre baciava un mafioso in piena attività, e gli parlava di affari, assunzioni, appalti, raccomandazioni e favori vari. Pensavo, speravo che il Pd si rifiutasse di cedere alla logica dei numeri, che sapesse rinunciare al bacino di voti che Crisafulli assicura ad ogni tornata elettorale. Figuratevi che dichiarò di potere essere il primo eletto anche se si facesse il sorteggio. Il Pd avrebbe perso tanti voti, ma avrebbe guadagnato in dignità e orgoglio, avrebbe raccolto tutta quella società civile che lotta contro la mafia, tutti quei familiari di vittime di mafia che si vogliono impegnare in prima persona, tutti quelli che davvero darebbero la vita per la Sicilia pulita. Ma siccome la rivoluzione culturale è davvero lontana, Mirello Crisafulli lo ritrovo tra i pilastri del Pd siciliano. Sapete, siccome anch’io conosco vagamente qualche familiare di chi è caduto per mano di quella mafia con cui Crisafulli dialogava, proprio non me la sento di aderire al vostro progetto. So che per voi non è una grande perdita, in fondo sono uno, e anche antipatico. Però voi avete preferito rinunciare a quella fetta di elettorato “sensibile” a certe tematiche che non scaricare un impresentabile come Crisafulli.

Gentili segretari,


grazie alle proteste di Grillo, grazie anche alle sollecitazioni della piazza, anche nell’Udc e in Forza Italia nascono i primi imbarazzi per gli indagati tra le rispettive file. E voi che fate? Perseverate.
Qual è la verità gentili segretari? Che io faccio parte di quella schiera di giustizialisti anti-politici, oppure in quest’occasione il Pd ha tutto sommato abdicato alla missione di rinnovamento e ha deciso che quando si tratta di voti si tira dentro di tutto?

Spero possiate darmi una risposta, e perché no, rimediare a quello che personalmente vedo come un errore capitale.

mercoledì 5 dicembre 2007

Partito nuovo, regole vecchie


Per chi non se ne fosse accorto, è scoccata l’ora della rivoluzione. E’ arrivato il Partito Democratico, il partito nuovo, fatto da gente nuova per un nuovo modo di fare politica. La botta di culo è stata arrivare dopo Berlusconi così da trovare pronti i motti e gli slogan. E’ così innovativo che va controcorrente: nell’Italia in cui anche nell’Udc e in Forza Italia nascono i primi imbarazzi per gli indagati tra le rispettive file, Veltroni se ne sbatte in allegria e arruola tra le proprie file… indovinate chi? L’orgoglio degli ex Ds siciliani, lo zar di Enna, Mirello Crisafulli, forse l’unico politico così sgamato con la mafia: fu beccato mentre non solo baciava un mafioso in piena attività, ma gli parlava anche di affari, assunzioni, appalti, raccomandazioni e favori vari. Io però lo ammiro Mirello. Lui, come me, era uno di quelli che si era stufato di sentire che la mafia in Sicilia stava a destra, o a centro-destra. Vladimiro, detto Mirello, era per la par-condicio. Neanche Veltroni, con la sua aura di innovazione e novità, è riuscito a riunciare ad un uomo compromesso con la mafia. Bell’inizio caro Walter, bell’inizio. Il tuo partito sicuramente attirerà tutta quella società civile che in Sicilia lotta contro la mafia, tutta quella gente che aveva partecipato alla Rete, tutti quei familiari di vittime di mafia che si vogliono impegnare in prima persona. Alla mafia, caro Walter, è difficile rinunciare, ma si deve avere l'onesta di ammetterlo. E quando di questo si parla con quelli di sinistra, perdono la pazienza ed assumono un linguaggio perfettamente berlusconiano. Persecuzioni giudiziarie, tre gradi di giudizi, presunzione di innocenza. Perché per avere la certezza che quello che trattava col boss di Enna fosse Crisafulli serve una sentenza, o un provvedimento di custodia. Mentre scrivo mi fermo e chiamo la segreteria del Partito Democratico siciliano. Parlo con Giusy. Mi presento e chiedo se Vladimiro Crisafulli ha aderito al Pd. A questa domanda mi richiede la mia identità. “Scusi piò ripetere chi è lei?” Le rispiego chi sono e che questa informazione mi serve per il mio blog, per fornire un’informazione corretta. “Si, Crisafulli ha aderito” mi dice tranuilla come se mi stesse dicendo che oggi è mercoledì. Le chiedo se non si sente fuori posto a stare in un partito dove milita anche Crisafulli. “No, e perché dovrei?”. Signorina è stato videoregistrato mentre si accordava su varie tematiche con un boss mafioso. “Ho capito, ma Cuffaro è presidente della regione, questo per lei non è un problema?” mi chiede. Ma signorina scusi che risposta è? Perché Cuffaro governa da indagato è una giustificazione per voi che vi definite portatori di novità? “Crisafulli non è mai stato condannato, quindi..” Signorina mi scusi ma usa le stesse argomentazioni di Cuffaro. “Ma sa purtoppo in Sicilia può accadere a tutti di inciampare in simili episodi, anche a me”. Giuro che il numero è quello del Pd, non dell’Udc. Scriverò al segretario, vediamo cosa ne pensa.

martedì 4 dicembre 2007

Consiglio per gli acquisti natalizi


Nella rete dei blog si fanno conoscenze interessanti, che difficilmente avresti fatto nella vita reale. Si conosce gente davvero per bene, con un'inventiva e una capacità notevole messa a disposizione di tutti, per informare, per dilettare, per fare tutt'eddue. Gente con lo spirito giusto. Tra queste persone c'è Antonio Pagliaro, che ho conosciuto tramite il suo blog http://www.xantology.com/. Antonio si è spesso occupato dei temi dell'antimafia, ha dato spazio a me come a Salvatore Borsellino. E poi scrive molto, molto bene. E oggi voglio parlarvi del libro che ha dato alle stampe. Antonio Pagliaro è nato nel 1968 a Palermo, dove vive e fa il ricercatore fisico all’Istituto nazionale di Astrofisica. È tra i fondatori di Cabaret Bisanzio www.cabaretbisanzio.com). Ha scritto un giallo che spazia da Palermo alla Cecenia nel giro di poche pagine. E, secondo indiscrezioni, tra i protagonisti delle vicende narrate ci sarebbe, sotto pseudonimo, Don Totò Cuffaro. L'autore non nega e non conferma. Ecco la scheda del libro.
«Il sangue degli altri è una storia che narra di ungiornalista senza padroni, di intrallazzi legati all’apertura dei casinò in Sicilia e della sporca guerra cecena. È un romanzo nato dalle suggestioni dei libri di Anna Politkovskaja, e dedicato alla memoria di Antonio Russo. È finzione, sì, ma saldamente ancorata alla storia e alla cronaca. Un libro che sotto la forma di un giallo internazionale, mira a denunciare avvenimenti che faticano a trovare visibilità nel nostro paese, una storia insomma che vorrei lasciasse il mio lettore al tempo stesso divertito e indignato».

Alle 4.10 del mattino in un campo nei pressi di Groznyj, militari russi prelevano una ragazza cecena e la stuprano con bottiglie e bastoni fino a farla morire. Cinque anni dopo, Palermo. La Casinò Trinacria sta per inaugurare alcune case da gioco, con la benedizione della politica locale. L’appalto viene però bloccato per una truffa e i casinò vengono aperti dalla Paradise, una società lettone. Sotto gli occhi Corrado Lo Coco, giornalista che si occupa del caso viene ucciso Toti Catania, presidente della Casinò Trinacria. Nelle stesse ore, un secondo omicidio, nel bar dove lavora la fidanzata di Lo Coco. L'ucciso viene identificato come l'ex proprietario della Paradise: ma le informazioni in possesso del giornalista sono assai diverse... In un crescere di misteri e omicidi, conducendo un’indagine che lo mobilita non solo professionalmente, Lo Coco scopre indebiti collegamenti tra i morti sulle strade palermitane ed efferati crimini di guerra in Cecenia. La figura di un criminale militare russo ricercato dalla polizia di mezza Europa è il centro di questa inchiesta, che porta il giornalista fino a Groznyj – nella Cecenia di una guerra a bassa intensità e di inaudita ferocia – e poi aMosca e a Riga. Quando Lo Coco, con il valido aiuto di un ufficiale dei carabinieri e di una ex poliziotta russa, è ormai sul punto di assicurare alla giustizia il pericoloso assassino, si troverà ad affrontare un nuovo pericolo e, soprattutto,un'amara inattesa verità.

sabato 1 dicembre 2007

Puntata a Telenordest


Ecco il video della puntata andata in onda su Telenordest dal titolo "Ammazzateci tutti". La pubblicità è stata tolta, solo che al suo posto ci sono pezzi di 2-3 minuti vuoti, basta mandare avanti.