mercoledì 31 ottobre 2007

I componenti dell'Udc all'Assemblea Regionale: 8 su 18 hanno subito indagini


Questi sono i componenti dell'Ars che fanno parte dell'Udc. Sono 18.

Dina Antonino, eletto nel collegio di Palermo

Antinoro Antonio eletto nel collegio di Palermo

Ardizzone Giovanni eletto nel collegio di Messina

Cappadona Nunzio eletto nel collegio di Siracusa

Cintola Salvatore eletto nel collegio di Palermo

Cuffaro Salvatore

Fagone Fausto Maria eletto nel collegio di Catania

Gianni Giuseppe eletto nel collegio di Siracusa

Maira Raimondo Luigi Bruno eletto nel collegio di Caltanissetta

Mancuso Fabio Maria eletto nel collegio di Catania

Parlavecchio Mario eletto nel collegio di Palermo

Ragusa Orazio eletto nel collegio di Siracusa

Regina Francesco Domenico eletto nel collegio di Trapani

Sanzarello Sebastiano eletto nel collegio di Messina

Savarino Giuseppa eletto nel collegio di Agrigento

Savona Riccardo eletto nel collegio di Palermo

Terrana Decio eletto nel collegio di Agrigento

Turano Girolamo eletto nel collegio di Trapani

Di questi, 8 hanno subito condanne o indagini per reati gravi, come mafia, voto di scambio, corruzione. Agli altri 10 ho inviato una richiesta di conferma di assoluta estraneità ad indagini giudiziarie. In caso di aggiornamenti li comunicherò tempestivamente.

Giuseppa Savarino detta Giusy dal 06-07-2006 Deputato Segretario dal 24-07-2006 Componente Commissione V - Cultura, Formazione e Lavoro, è alla seconda legislatura. Risulta indagata dalla procura di Agrigento per abuso d'ufficio e falso in atto pubblico in relazione ad un presunto concorso truccato; insieme a lei indagato anche il padre, direttore sanitario dimissionario dell'Asl di Agrigento. Durante una perquisizione nell'ufficio del padre è stata ritrovata una cartellina con sopra scritto "autisti" con all'interno un foglietto con i nomi dei vincitori di uno dei tre concorsi incriminati con i nomi dei presunti sponsor politici: Sav, Iac, Alf, Cuf. Secondo i giudici Sav sta per Giuseppa Savarino, Alf per Angelino Alfano (coordinatore regionale di Forza Italia) e Cuf per Totò Cuffaro. In una telefonata, intercettata dagli inquirenti, la Savarino dice al suo segretario di andare dal papà (Armando) a rititare la lista dei raccomandati e di non parlare di queste cose al telefono.

Giuseppe Gianni, dal 26-07-2006 Presidente Commissione V - Cultura, Formazione e Lavoro. Il Tribunale di Siracusa lo ha indagato per voto di scambio in Sicilia e intercettato quando non era ancora parlamentare. Nel 1999, il pentito Francesco Marino Mannoia aveva dichiarato che Pippo Gianni era uno dei medici amici di Cosa nostra e aiutava i picciotti in carcere a simulare false malattie. Gianni è stato arrestato per droga all’inizio degli anni Ottanta insieme a uomini della cosca di Raffadali e poi prosciolto. Dopo una condanna a tre anni per concussione ( una mazzetta di 25 milioni per l'appalto di lavori nella pineta cittadina) è stato assolto dalla Cassazione.

Fausto Maria Fagone, dal 24-07-2006 Componente Commissione I - Affari Istituzionali Dal 24-07-2006 Componente Commissione Commissione per l'esame delle attività dell'Unione Europea, è il figlio di Salvatore Fausto Maria Fagone, che fu indagato e arrestato per associazione mafiosa mentre era consigliere provinciale di Catania in quota Forza Italia. L'inchiesta era la “Dionisio” coordinata dalla Procura della Repubblica di Catania. Secondo l'accusa, Fagone senior avrebbe avuto «rapporti organici con esponenti della criminalità organizzata di Catania e Caltagirone». Fagone, all'epoca sindaco di Palagonia (ora sulla poltrona di primo cittadino siede il figlio Fausto, che contemporaneamente è all'Ars) si sarebbe recato dal capomafia di Caltagirone per chiederne il sostegno elettorale in favore proprio del figlio Fausto che si era candidato alle regionali del 2001, nelle quali, però, non risultò tra gli eletti. Il nome di Fagone senior emergerebbe anche nel corso di un colloquio in carcere nel 2002, tra Giuseppe Mirabile e lo zio Pietro, nel quale il primo avrebbe fatto riferimento ai «soldi che a settembre il sindaco di Palagonia avrebbe dovuto portare». Una serie di ulteriori intercettazioni tra i boss mafiosi del calatino confermerebbe ulteriormente quello che i magistrati hanno definito «pieno e stabile inserimento di Fagone nelle logiche dell'articolazione calatina di Cosa Nostra, alla quale egli, sfruttando i poteri connessi alle sue funzioni istituzionali, fornisce rilevanti utilità economiche».

Antonino Dina, dal 06-07-2006 Componente Commissione Verifica dei Poteri dal 13-07-2006 al 11-10-2006 Componente Commissione Regolamento dal 24-07-2006 Componente Commissione II - Bilancio e Programmazione, è il presidente dei parlamentari Udc all'Ars. Nino Giuffrè, il pentito che accusa anche Dell'Utri, lo indica come il mediatore (insieme a Guttadauro) dei rapporti tra Provenzano e la politica regionale. E' famosa una sua frase: "La mafia non si sconfigge privando una popolazione della sua amministrazione eletta democraticamente”. Indagato per mafia.

Salvatore Cintola, dal 24-07-2006 Componente Commissione II - Bilancio e Programmazione dal 12-10-2006 Componente Commissione Regolamento, Assessore regionale al Bilancio del primo governo Cuffaro, indagato per concorso in associazione mafiosa. Per due volte le indagini su Cintola erano state archiviate, ma dopo le dichiarazioni del donna-boss pentita Giusy Vitale, il fascicolo è stato riaperto. L'assessore è indicato come amico personale del capomafia Giovanni Brusca (ora pentito) e fra gli uomini politici coinvolti nel progetto di Leoluca Bagarella che voleva realizzare il partito di Cosa nostra Sicilia Libera. Secondo gli inquirenti Salvatore Cintola era consapevole della 'manovra' tentata nel 2004 per neutralizzare la deposizione del pentito Angelo Siino, nel processo su mafia e appalti (denominato 'Trash'), da uno degli imputati di spicco, l'imprenditore Romano Tronci, poi condannato a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. I militari scoprirono che, tra la primavera e l'estate di quell'anno, Tronci, manager dell'impresa De Bartoloneis, si era attivato per “affievolire” la deposizione del teste-chiave nel processo Trash. Insieme, Tronci, Lapis e Cintola si recarono a Partinico in casa dell'imprenditrice Antonina Bertolino, cognata di Siino, per avvicinare il pentito. La donna ha dichiarato di essersi rifiutata di aiutarli e di non aver riferito nulla al pentito. Cintola è stato indagato anche in un'inchiesta per riciclaggio della Procura di Palermo.

Nunzio Cappadona, dal 24-07-2006 Componente Commissione VI - Servizi Sociali e Sanitari, coinvolto in un’inchiesta della Procura di Siracusa su una presunta truffa ai danni del servizio sanitario pubblico.

Maira Raimondo Luigi Bruno, detto Rudy dal 24-07-2006 Componente Commissione I - Affari Istituzionali, fu accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, sospettato di essere uno dei terminali politici della cosca di Giuseppe "Piddu" Madonia, e voto di scambio. Assolto dal Tribunale di Caltanissetta. I giudici hanno ritenute prive di fondamento le accuse di alcuni collaboratori di giustizia, ritenendo però ipotizzabile il reato di voto di scambio, peraltro ormai prescritto.

Salvatore Cuffaro, presidente della regione, durante la sua prima presidenza alla Regione Siciliana Cuffaro è entrato, insieme ad altri, nel registro degli indagati per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa nell'ambito dell'inchiesta sui rapporti tra il clan di Brancaccio e ambienti della politica locale. Secondo l'accusa ha rivelato al boss di Branaccio, Guttadauro, di essere sottoposto ad intercettazioni. Lo stesso avrebbe fatto con Aiello, accusato di essere prestanome di Provenzano. Nel 1991, Cuffaro incontrò Angelo Siino, l'ex ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra, che allora però era solo un consigliere comunale democristiano, a casa sua e ne chiese i voti. Il procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone ha chiesto 8 anni di reclusione per l'attuale Presidente della Regione Sicilia, per quanto riguarda i seguenti capi d'imputazione: 1) favoreggiamento a Cosa Nostra; 2) rivelazione di notizie riservate.

martedì 30 ottobre 2007

Paolo, Paolo e ancora Paolo


Lo so. Avrete ascoltato e visto la lezione di Paolo Borsellino a Bassano del Grappa decine e decine di volte. Io ormai non tengo più il conto. L'ultima volta l'ho vista accanto a Rita Borsellino alla manifestazione antimafia di Santa Margherita di Belice. E' stato molto particolare guardare Rita negli occhi mentre scorrevano quelle immagini. Vi confido che almeno una volta a settimana lo rivedo, integrale. Anche se so che a vederlo non dovrei essere io ma qualcun altro, come i dirigenti dei partiti, o magari direttamente i presidenti di regione indagati. Comunque oggi ripropongo quella lezione nel suo passaggio più significativo, più attuale. Dovrebbe essere proiettata ad ogni seduta dell'Assemblea Regionale Siciliana, in apertura. Solo che la vedrebbero in 5 anni, perchè la lezione dura una ventina di minuti, invece le sedute dell'Ars sono poche e durano ancora meno...

Questo estratto è stato realizzato da www.riberaonline.blogspot.com

giovedì 25 ottobre 2007

Mettiamoci la faccia



Internet offre sterminate possibilità di comunicazione, e se lo scudiero di Prodi, Riky Levi, non negherà l'accesso alla rete a tutti coloro che tramite blog, siti, forum partecipano democraticamente all'obiettivo informazione, gli spazi di sviluppo saranno davvero sterminati. Internet ti da anche la possibilità di realizzare a casa tua un filmato, metterlo on line, creare da solo l'informazione e metterla in comune con altri che possono commentarla, dire che è valida, criticarla, dire che fa schifo. Ci sono cose, ad esempio nel processo Cuffaro, che non tutti sanno, e che potrebbero contribuire a cancellare qualsiasi rimasuglio della buona fede che poteva avere Cuffaro nel compiere i suoi errori. Ma nessuno ne parla. Il vicesegretario del Partito Democratico in Sicilia, Tonino Russo, ex Ds ("tutelatore" di Vladimiro Crisafulli) che ha avuto la possibilità di spiegare ai 10 telespettatori di Otto e Mezzo alcuni aspetti di quel processo, si presenta in trasmissione e tratta con guanti di gomma Cuffaro mettendo subito in chiaro, con orgoglio, che i Ds non hanno mai chiesto le dimissioni di Cuffaro. Mai una domanda scomoda, mai un momento di imbarazzo. Non sia mai che passasse l'idea che i Ds tengano alla legalità e all'apparenza di legalità. Allora ho preso la mia nuova telecamera e ho registrato un video. Che non pretende di essere La Verità in toto, ma una parte di essa di sicuramente, visto che cito dati, atti ufficiali. Ognuno di voi può fare lo stesso. Mettiamoci la faccia.

mercoledì 24 ottobre 2007

Paolo Borsellino e la Bibbia



Paolo Borsellino è morto. Da un pò. E' morto quando si è opposto alla trattativa tra Stato e mafia. Doveva capire e farsi da parte secondo alcuni. Magari secondo Mancino, l'allora ministro degli Interni che lo volle incontrare poco prima che morisse, o secondo Mori e De Donno, che incontrarono ripetutamente il mafioso Ciancimino "per arrivare a Riina", loro dicono. Riina in effetti riferisce ai suoi, ma non di essere ricercato ma di aver avviato una trattativa. Comunque sia andata, ormai credere che Borsellino sia stato ucciso unicamente dalla mafia è antistorico.

Ultimamente mi capita spesso di sentirmi, idealmente, solo. Lo dico sinceramente. Quelli che credono in Dio dicono che quando si trovano in difficoltà, hanno dubbi, incertezze, aprono la Bibbia e lì trovano risposte. Li invidiavo. Poi ho scoperto che quando mi sento isolato, quando sento che la mia voce è lontana decine di miglia dal coro, quando mi sento additato, deriso, delegittimato, guardo a caso un intervista, un video di Paolo Borsellino, oppure leggo una sua biografia, un libro a lui dedicato e qualche risposta la trovo. Mi sento meno solo. Perchè quando sostengo cose secondo me logiche ancor prima che morali, come che chi fa politica debba fare quantomeno attenzione, o che sei indagato ancor prima che tu possa decidere il tuo partito debba quantomeno sospenderti, molti mi additano come giustizialista, come uno sceriffo. O quando dico che su casi come quello De Magistris sarei felice che un governo che permetto ciò cadesse, dicono "Irresponsabile, torna Berlusconi". Poi però scopro che era Paolo Borsellino a dire le stesse cose e ad essere trattato ancora peggio, ad allevamenti di pesci in faccia. Oggi Paolo è morto. Da tanto. E oggi si ricordano le sue frasi celebri, quella sul profumo della libertà che si oppone al compromesso mafioso, o "Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla". Sono parole bellissime. Ma ce ne sono delle altre che sono state cancellate, dimenticate. Come "L'equivoco su cui spesso si gioca è questo: quel politico era vicino ad un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con le organizzazioni mafiose, però la magistratura non lo ha condannato quindi quel politico è un uomo onesto. E no, questo discorso non va". Anche queste sono parole di integerrima moralità, di grande responsabilità. Sono bellissime per uno che anela giustizia. Erano scomode allora e sarebbero scomode adesso. Prima si poteva dire che Paolo Borsellino era un pazzo, un visionario, uno sceriffo, uno sbirro. Oggi dire queste cose alla memoria di un morto non sarebbe carino. Meglio cancellarle. Riposa in pace tu e lascia in pace noi, no?

E oggi guardo un intervista di Paolo Borsellino che parla degli attriti tra il mondo della magistratura e la politica. Ecco. Un'altra caratteristica di Borsellino è l'incredibile attualità. Sembra sempre che parli del presente, e le sue parole starebbero benissimo in un telegiornale di questi giorni. Chiaramente non sarebbero mai finite nei telegiornali se il giudice fosse stato vivo, ma ci sarebbero state bene, immaginandole. Che poi, riflettondoci, con i cattolici qualcosa in comune ce l'ho. A loro manca Gesù, a me un giudice che faceva le cose per bene, guardando solo alle leggi e alla procedura, prima ancora che al livello di potere che c'era in ballo. Oggi c'è qualche giudice che cerca di fare il suo lavoro con la stessa cura, ma non gli è concesso. Allora forse non è Paolo Borsellino ad essere attuale, forse siamo noi che non ci siamo mossi di un millimetro. E di questo lui non sarebbe particolarmente fiero.

lunedì 22 ottobre 2007

Parole che lasciano lacrime


Ecco l'ennismo sfogo di Salvatore Borsellino, che per l'integrità e per nobiltà d'animo, mi riporta indietro negli anni e per un momento mi fa incontrare un Borsellino che non c'è più. E' espressione di uno sdegno sincero, nè strumentale nè tantomeno politicizzato. Caro Salvatore, noi giovani abbiamo bisogno di esempi come te, non di quelli pessimi che questa classe politica regala.

"La notizia dell'avocazione da parte della Procura Generale dell'inchiesta Why Not al Procuratore De Magistris e' di quelle che lascia senza fiato.
Solo un'altra volta nella mia vita mi ero trovato in questo stato d'animo.
Era il 19 Luglio del 1992 e avevo appena sentito al telegiornale la notizia dell'attentato il cui scopo non era altri che quello di impedire ad un Giudice che, nelle sue indagini, era arrivato troppo vicino all'origine del cancro che corrode la vita dello Stato Italiano, di procedere sulla sua strrada.
Morto Paolo Borsellino l'ignobile patto avviato tra lo Stato Italiano e la criminalita' mafiosa aveva potuto seguire il suo corso ed oggi vediamo le conseguenze del degrado morale a cui questo scellerato patto ha portato.
Ieri era stato necessario uccidere uno dopo l'altro due giudici che, da soli, combattevano una lotta che lo Stato Italiano non solo si e' sempre rifiutato di combattere ma che ha spesso combattuto dalla parte di quello che avrebbe dovuto essere il nemico da estirpare e spesso ne ha armato direttamente la mano.
Oggi non serve piu' neanche il tritolo, oggi basta, alla luce del sole, avocare un'indagine
Perche' questa casta ormai completamente avulsa dal paese reale e dalla gente onesta che ancora esiste, anche se purtroppo colpevole di un silenzio che ormai si confonde con l'indifferenza se non con la connivenza, possa continuare a governare indegnamente il nostro paese e a coltivare i propri esclusivi interessi in uno Stato che considera ormai di propria esclusiva proprietà.
Oggi basta che un ministro indegno come il signor Mastella ricatti un imbelle capo del governo, forse coinvolto negli stessi suoi luridi traffici, minacciando una crisi di governo, perche' tutta una classe politica faccia quadrato intono al suo degno rappresentante e si esercitino in conseguenza chissa' quale tipo di pressioni sui vertici molli della magistratura per ottenere l'avocazione di un'indagine e quindi l'inoffensivita' di un giudice sensa neanche bisogno del tritolo come era stato necessario per Paolo Borsellino.
Siamo giunti alla fine della Repubblica Italiana e dello Stato di Diritto.
In un paese civile il ministro Mastella non avrebbe potuto chiedere il trasferimento del Dr. De Magistris titolare dell'inchiesta in cui e' indagato il suo stesso capo di governo e lo stesso ministro.
Se la decisione del Procuratore Generale non verrà immediatamente annullata dal CSM, saremo di fronte alla fine dell'indipendenza della magistratura e in conseguenza dello stesso Stato di Diritto.
Il Presidente Giorgio Napolitano, nonostante sia stato più volte sollecitato, continua a tacere su queste nefandezze dimostrando che la retorica dello Stato e della figura istituzionale di garante della Costituzione Repubblicana non sono diventate, in questa disgraziata Italia, altro che vuote parole.
Quaranta anni fa sono andato via dalla Sicilia perche' ritenevo impossibile di vivere la mia vita in un paese in cui la legalita' era solo una parola del vocabolario, ora non ritengo piu' che sia una vita degna di chiamarsi con questo nome e quindi una vita degna di esserre vissuta quella di vivere in un paese dove l'illegalita' e' diventata la legge dello Stato."
nella quale uno dei pochi giudici coraggiosi rimasti stava per arrivare al livello degli "intoccabili", perche' tutto continui a procedere come stabilito.

Salvatore Borsellino

Questo governo deve cadere


Non si tratta di ideologia, ma di fisiologia. È un bisogno viscerale che questo governo sparisca, si autodistrugga. Se prima era un timore, adesso è un desiderio, una perversione. Come altri imbecilli, pensavo che i livelli toccati dal regime Berlusconi fossero inavvicinabili, che non si potesse giungere oltre l'antipolitico per eccellenza, il multi prescritto, il multi processato, il hounamicochehacorrottoungiudicepermiocontomaiononc'entro. Invece poi arrivò un nuovo gruppo con una bandierina, e la piazzarono ancora più in là. Ancora tempo fa avevo scritto che, se tutte le leggi targate Arcore&C vivevano sulle gambe di questo governo, e se a quegli scempi se ne erano aggiunti altri, che senso aveva continuare a sostenere un governo che avevo votato ma che stava mandando a f.... il programma elettorale? “Dategli tempo” dicevano quelli con le tessere di partito in tasca. Loro si giocavano le facce. Poi i mesi sono passati, e oggi, 22 ottobre 2007, quel gruppo è riuscito pienamente a raggiungere il peggio del peggio. In quest'ultimo periodo si è toccato il piano interrato. Prima della sua caduta ci sarà tempo per scavare un altro pò. Stando alle ultime, Berlusconi ha già perfezionato l'acquisto di un paio di senatori, e tra qualche votazione (Finanziaria, probabilmente) il governo cadrà. Non è un caso che tutti si stiano affrettando ad accordarsi sulla legge elettorale. Le elezioni dovrebbero tenersi a primavera. Io aspetto il primo che mi dica che per colpa nostra tornerà Berlusconi. La colpa, cari quei figghioli, sarà da ricercare solo ed unicamente nella inefficienza, nell'incapacità, nell'arroganza di un governo autoreferenziale, che dal giorno dopo le elezioni ha staccato il filo dell'ancora che lo teneva legato alla realtà. Ciò che invece mi rode fegato pancreas e cistifellea è che Mastella, il male assoluto, è già pronto al salto della quaglia. Si sta già muovendo, pardon, strisciando per entrare nel governo che verrà. Magari come sottosegretario. Qui mi appello a Napoleone d'Arcore: O Silvio, rendi onore agli sconfitti, come noi ne renderemo a te vincitore. Vinci pure, non opporremo resistenza, ma dacci in cambio il c... di Mastella. Non prenderlo con te. Lascialo per strada. A cosa ti serve l'1% scarso? Please.

Prendete il peggio della politica. Clientelismo, centri di potere, inefficienza e altrecosechenonpossoancoradire. Prendete una calcolatrice e moltiplicate tutto per i voti dell'Udeur. Lasciamo perdere, facciamo per il peso di Mastella. Non è un miracolo: sulla calcolatrice apparirà un nome: Clemente Mastella. E' un gioco che ho scoperto io. A coronare il funerale della sua dignità e della dignità di un intero esecutivo che in questa vicenda non ha mosso un dito, si schianta sotto la voce "porcate" l'ultima vicenda: il caso De Magistris. Che a chi non piacciono le cose complicate, si può raccontare così: De Magistris è un magistrato con le palle. Come lo erano stati Borsellino, Falcone, Livatino, Terranova e altri. Lui, per adesso, è ancora vivo. Ma si stanno impegnando per metterlo nelle condizioni di raggiungere i più illustri colleghi dal padre eterno. Come era accaduto ai più odiati e diffamati di tutti mentre erano in vita, Falc&Bors, anche lui è incappato in ciò in cui non doveva incappare. Indaga su politici, sui comitati di affari, sui centri di potere, sulla corruzione, sui favori tra politici e imprenditori. Finiscono nell'indagine anche Prodi, ad onor del vero solo per questioni tecniche, e Mastella, con l'accusa di truffa e abuso d'ufficio. Ma quando Mastella ne viene a conoscenza, tenta lo scacco. Chiede che De Magistris venga trasferito da Catanzaro. Deve andare via perchè ha commesso errori procedurali, non perchè indaga su Mastella, naturalmente. E per rendervi partecipi e consapevoli del tenore degli errori, ve ne racconto uno: non ha informato il suo capo delle indagini in corso. Ha violato il procedimento. Certo. Ma sapete perchè non lo ha fatto? Perchè nell'indagine era indagato il socio in affari del figlio del suo capo. Non sarebbe stato consigliabile dirglielo, i figli so' pezz 'i core. Il Csm decide che il trasferimento non è urgente, e rinvia la decisione a dicembre. Il progetto di Mastella rischia di andare a peripatetiche. Ma qualcuno gli corre in soccorso: pochi giorni fa la Procura generale di Catanzaro avoca l'indagine a De Magistris, gliela toglie. La motivazione è da orgasmo multiplo carpiato: siccome il ministro di grazia e giustizia, Mastella, ha chiesto il suo trasferimento, e siccome De Magistris sta indagando sul ministro, il magistrato è incompatibile. Si ribalta la realtà. Come se De Magistris avesse indagato Mastella dopo che il ceppalonico ne avesse chiesto il trasferimento. Anziché dimettersi un ministro indagato, si caccia il magistrato. Ecco l'Italia e i suoi uomini. Morti per la patria, fuggiteeee!

De Magistris, se avesse commesso degli errori tecnico-procedurali, andrebbe punito per quello. Se li avesse commessi. di certo non gli si può sottrarre l'indagine, ormai in dirittura di arrivo, destinandola, indirettamente, all'archiviazione. Perchè quel magistrato rappresentava la speranza del cambiamento in Calabria e nel resto dell'Italia onesta, perchè a sua difesa si sono mobilitati migliaia di giovani che lo vedevano come punto di riferimento, come emblema di coraggio, di incorruttibilità. E nella Calabria in cui il 70% dei consiglieri regionali è indagato, l'unico a pagare è un magistrato che indaga sulla politica, anzi, sulla politica corrotta. Ma se a De Magistris accadesse qualcosa, beh allora raggiungerebbe gli altri, disonorati in vita, umiliati e delegittimati, ma approdati nella hall of fame dopo la morte. Perchè da morti, che paura possono più fare?

Una nota riguardo chi accusa De Magistris di esibizionismo, di presenzialismo. Nel silenzio si uccide, si denigra e si cancella più facilmente. Se il pm ha rilasciato dichiarazioni, ha cercato di spiegare all'Italia cosa stava accadendo, è solo perchè adesso è molto più difficile colpirlo, in qualunque modo. Adesso tutti sanno, e la sovraesposizione, in questo caso, è vitale. Adesso l'Italia è con lui. Io sono con lui.


P.S. sul sito dell'Associazione Rita Atria è disponibile la petizione a sostegno di De Magistris.

P.P.S Appuntamento alle 16.00 di OGGI lunedì 22 ottobre davanti al Tribunale di Catanzaro (Palazzo vecchio - Piazza Matteotti) con tende da campeggio e sacchi a pelo! Ammazzatecitutti

giovedì 18 ottobre 2007

Lettera di un conoscente di Cuffaro


Ho trovato sul sito ImgPress.it un articolo del Prof. Rizzo, membro della direzione provinciale dell'Udc di Messina. Non ho resistito e o replicato. La mia risposta sul sito ImgPress la trovate qui . Pubblico i due articoli.
TOTÒ CUFFARO, LA COLPA DI ESSERE NATO IN SICILIA

Conosco Totò Cuffaro da circa trent’anni, dal periodo in cui, inseme, Lui con incarichi di partito, io da semplice giovane segretario di una sezione con circa 300 iscritti della Democrazia Cristiana, facevamo parte del Movimento Giovanile DC. Non intendo fare come qualche illustre opinionista “dietrologia”, anche perché, da quando all’improvviso, svegliandomi, mi sono ritrovato cinquantenne, non ho più la voglia di utilizzare il mio prezioso tempo se non per la realizzazione di progetti assolutamente produttivi, concreti e, soprattutto pianificabili in breve tempo. Dall’età di 16 anni mi sono avvicinato alla politica spinto da una irrefrenabile, ostinata, irriducibile convinzione che fosse necessario, anche per i giovani, ottenere adeguati spazi progettuali per realizzare il sogno di un futuro migliore per una terra, che viveva di stenti, agricoltura e, fortunatamente, tanta solidarietà. Ho trasferito questo entusiasmo in tutte le occasioni di impegno “pubblico” laddove sono stato protagonista dall’Università alle molteplici incombenze di primo cittadino di un piccolo comune della provincia di Messina. Queste esperienze mi hanno certamente formato e hanno aperto orizzonti di conoscenza inaspettati e, per certi aspetti, stupefacenti, perché ho avuto la fortuna di conoscere una miriade di persone, con scambi relazionali spesso stucchevoli e altrettanto disparati. Ho stretto migliaia di mani, ho risposto a migliaia di telefonate, ho ricevuto e ricambiato migliaia di baci e abbracci. Ho conosciuto migliaia di persone, ho conosciuto diversi delinquenti, forse ho avuto rapporti, per motivi d’ufficio, con affaristi, lobbisti, pacchisti, malavitosi, corrotti, elemosinanti e disperati e forse anche mafiosi. Ho tentato di aiutare tutti, nel limite del lecito, senza mai chiedere l’esibizione di un certificato “carichi pendenti” del Tribunale e senza mai, almeno credo, scivolare in collusioni e complicità delittuose contro la pubblica amministrazione. La premessa è importante perché con Totò abbiamo una matrice comune: SIAMO NATI IN SICILIA, terra di tradizioni millenarie, culla della magna grecia e quindi della civiltà occidentale, terra dove è nata e si è sviluppata anche la mala pianta della mafia. Certo, se Totò Cuffaro, invece di nascere a Raffadali, fosse nato a Stoccolma, se, invece di essere il Governatore della Sicilia, fosse stato presidente di un Land tedesco, certamente, non avrebbe conosciuto siciliani e soprattutto non avrebbe avuto la possibilità di conoscere “mafiosi”. Mevlana Rumi, massimo poeta dell’Islam, scriveva nel XIII secolo che “la verità era uno specchio che cadendo dal cielo si ruppe. Ciascuno ne prese un pezzo e vedendo riflessa in esso la propria immagine, credette di possedere l’intera verità“. Non conosco bene i fatti addebitati a Cuffaro, conosco bene, invece, la campagna mediatica di cui, suo malgrado, è protagonista e non è affatto giusto ed onesto che, in una società di diritto, prima di una sentenza definitiva, ci sia la condanna, senza appello, per un PRESUNTO INNOCENTE. Bertrand Russell sosteneva: “IL FATTO CHE UN’OPINIONE SIA AMPIAMENTE CONDIVISA, NON E’ AFFATTO UNA PROVA CHE NON SIA COMPLETAMENTE ASSURDA” Combattere la mafia si deve e si può, soprattutto per onorare quanti hanno sacrificato la propria vita per difendere quella cosiddetta società civile in cui si riconoscevano: “Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche; mettere le mani esperte nelle contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende; revisionare i catasti. E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto (...), sarebbe meglio se si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuoriserie, le mogli, le amanti di certi funzionari e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso». (LEONARDO SCIASCIA “II giorno della civetta”, Einaudi, Torino, 1961).

Antonio Giacomo Rizzo, docente universitario, direzione provinciale UDC Messina

Gentile Professor Antonio Giacomo Rizzo,

trovo sul web la sua lettera in difesa di Salvatore Cuffaro, a cui la legano trascorsi politici e personali. Volevo subito ricordarle, nel caso in cui tanto tam tam mediatio l'abbia distratta, che il presidente della regione Sicilia è indagato non per voci di popolo, né per ideologia, nè per caccia alle streghe, ma per dei fatti, già appurati e acquisiti come atti processuali, come, ne cito solo una, la conversazione in cui si accordava sui tariffari regionali sanitari con il mafioso Aiello, prestanome di Bernardo Provenzano. La collusione di Cuffaro, Egrigio Professore, non è un'opinione diffusa, è un dato di fatto che le indagini confermano. Le sue parole mi stimolano una riflessione circa la Sicilianità, che per entrambi rappresenta un problema in queste circostanze, ma per aspetti diametralmente opposti. Forse ha ragione lei, se Cuffaro avesse operato in Germania o in Svezia, forse non avrebbe avuto possibilità di conoscere mafiosi e criminali. Ma nessuno in Sicilia lo obbligava, e nessuno in Sicilia gli impediva di fare attenzione, visto che è il presidente della Regione e non un barista o un panettiere. Perchè lei deve, o dovrebbe sapere, Egregio Professore, che Cuffaro non ha solamente stretto la mano a dei mafiosi, o accidentalmente baciati (visto che bacia tutti) ma con loro ha discusso di affari regionali, e secondo le indagini a loro ha anche rivelato le indagini in corso sul loro conto. Questo non lo dico io, ma intercettazioni e pentiti. E quando dice “non conosco bene i fatti addebitati a Cuffaro” ma ugualmente esprimi dei giudizi superficiali, mi sembra uno di quegli ospiti del degenerato salotto di Vespa che commentano sentenze e processi affrettandosi a mettere in chiaro di non essere a conoscenze dei fatti, ma rilasciano opinioni personali, sul nulla. Prima di commentare certi avvenimenti, specialmente quando si tratta di processi per favoreggiamento alla mafia, e soprattutto prima di schierarsi in difesa degli imputati per partito preso, e prima scagliarsi contro “la campagna mediatica” che lo ha coinvolto, bisognerebbe essere a conoscenza dei fatti. I fatti, prima del colore. Tutto il resto non interessa a nessuno. Se Cuffaro fosse nato altrove forse forse sarebbe un'altra Sicilia, chi lo sa, o un altro Cuffaro. Il fatto è che lui è siciliano, e siciliani siamo anche noi, e per rispetto verso di noi e verso se stesso farebbe meglio a lasciare l'incarico di grande responsabilità che ricopre, fosse anche solo perchè ci rappresenta tutti. Poco prima le dicevo del problema della Sicilianità. Anch'io le faccio una citazione, molto meno erudita della sua, è di Pasquale Borsellino: “Hanno ragione loro quando si stupiscono delle tesi che tu sostieni, perché vivono respirano e si relazionano in Sicilia. Nel mio lavoro negli ultimi decenni una grande attenzione viene posta al concetto di contesto, secondo un grande autore “il contesto è matrice di significati” questo significa che le cose tra loro sono sempre in relazione e assumono un significato diverso a seconda del contesto in cui si verificano. Se vuoi tutto questo è vicino al concetto etnoantropologico di cultura. Sempre per capire o meglio comprendere gli essere umani nel mio lavoro abbiamo bisogno di mettere una leggera distanza dal contesto (funziona come quando hai bisogno di allontanare un oggetto per metterlo a fuoco), essere quindi inseriti all’interno di un certo contesto in cui tutti si rapportano e comunicano in un certo modo fa diventare questo modo l’unico. Forse la Sicilia si capisce e si comprende meglio solo se si vive per un periodo fuori. Io penso che la mafia sia prima di tutto un modo con cui un soggetto gestisce le sue relazione e i suoi rapporti. Rispetto ai signori con cui tu intessi intense corrispondenze la differenza è molto semplice: loro pensano che sei colpevole solo se ti beccano con le dita nella marmellata e ciò deve essere dimostrato in maniera inoppugnabile (devono essere in tanti ad averti visto, devono trovare le impronte digitali, e poi se confessi fanno finta che di marmellata ne hai rubata meno); tu invece parli di etica e quindi di coscienza quindi di percorsi interni, e qui le cose diventano molto complicate. La coscienza è quella guida interiore che regola le nostre condotte individuali. Quindi una nostra azione non corretta non esiste solo quando viene intercettata (termine molto di moda) da qualcuno, ma quando non è congruente al patrimonio esperienziale e valoriale di ciascuno di noi e dei valori sociali. In sintesi Benny, hanno una mentalità mafiosa ma pensano di no, poi rispondono alle tue lettere e se lo scrivono da soli”.

Avere rapporti con mafiosi, come lei dice potere capitare, non è normale. Non è normale, questo bisogna sia chiaro. Soprattutto per una pagato da noi anche per fare attenzione.

mercoledì 17 ottobre 2007

Cuffaro in galera per otto anni? Solidarietà, solidarietà, solidarietà


Prendete carta e penna e scrivete:

“Confermo con forza la mia solidarieta' al Presidente della Regione Sicilia, Salvatore Cuffaro. La stima che nutro nella sua intelligenza mi fa escludere in maniera assoluta che egli possa essere coinvolto in quelle vicende in cui si pretende di coinvolgerlo” Silvio Berlusconi, presidente Forza Italia

“Ho avuto una lunga e affettuosa telefonata con Cuffaro durante la quale gli ho rinnovato fiducia, stima e affetto” Pier Ferdinando Casini, presidente Udc

Questa solo per intenditori siciliani: "In questo momento di difficoltà, sento di dover dare tutta la mia solidarietà al Governatore della Sicilia, Salvatore Cuffaro. Ferma restando la fiducia nella magistratura, non posso non far notare come Cuffaro, con la sua attività quotidiana, abbia sempre combattuto concretamente la mafia, dimostrando in questo modo la sua evidente estraneità a ogni coinvolgimento. La storia e i suoi comportamenti esemplari nell'esercizio delle sue funzioni parlano molto più di qualche assurda accusa" Giuseppe Ruvolo, senatore Udc

Berlusconi, dall'alto della decina di processi subiti, molti dei quali prescritti, si improvvisa esperto di diritto penale e luminare di procedimenti giudiziari, manda a fan... anni di indagini ed intercettazioni e afferma che Cuffaro è innocente, al di la di tutto. Andrebbe analizzato. Vizziniiiiiiiiiiii dove sei??? Questo è il tuo presidente! Ma queste cazzate da Berlusconi se le aspettano tutti. Alla fine è pura solidarietà tra indagati.

Casini, dopo essersi liquefatto la mano mettendola sul fuoco riguardo l'innocenza di Cuffaro, stavolta ci mette anche la protesi nuova di zecca. Casini è il presidente dell'Udc, e stavolta non faccio distinzioni: a meno di dissociazioni e smentite personali, tutto il partito e tutti gli elettori dei nuovi democristiani sono complici di quelle dichiarazioni e le condividono.

E Ruvolo? Chi è Giuseppe Ruvolo? E' un senatore dell'Udc, originario di Ribera, che anch'egli parla per solidarietà tra indagati: ne ha uno in famiglia, il fratello gemello Antonino Ruvolo, dipendente del Banco di Sicilia responsabile dell'area territoriale di Trapani, indagato assieme all'anima pia Mannino per sofisticazione vinicola. E Ruvolo è sempre quello che, essendo membro della Commissione Antimafia, si dimentica di far notare di essere vice-presidente della provincia (quella di Ag) sotto indagine, di cui si stava discutendo. Stava in silenzio, magari carpiva qualcosa. Il presidente Roberto Centaro, sostenne che la presenza di Ruvolo fu un fatto gravissimo, e aggiunse che Ruvolo era tenuto a mantenere segreto il contenuto delle audizioni.

Diciamo pure che personalmente, in questo caso e in quelli simili, me ne frego sia del primo, che del secondo, che del terzo grado di giudizio. Perchè una sentenza di assoluzione, anche se confermata dai tre gradi di giudizio, non cambierebbe una virgola ai fatti già emersi. E a quelli che dicono che fino al terzo grado si è innocenti, chiedo di ricordarsi di Paolo Borsellino non solo quando egli diceva belle frasi sul profumo della libertà, ma anche quando diceva che in questi casi la sentenza è la parte più effimera di un processo. Perchè dai fatti emersi che fanno anche solo pensare ad una vicinanza mafiosa, le istituzioni, i partiti e gli altri organi che dovrebbero garantire condotta esemplare dovrebbero prendere immediati provvedimenti cautelativi, e non fidarsi ciecamente e squallidamente di un personaggio che si accordava anche sulle tariffe sanitarie con un mafioso. Vorrei ricordare a tal proposito che oggi, dopo l'arresto di Aiello, le tariffe di Villa Santa Teresa (diagnostica per immagini e radioterapia) sono state ridotte di oltre il 70%, e che quelle tariffe gonfiate erano concordate con il presidente della regione. Certe cose bisognerebbe ricordarle prima di aspettare sentenze per prendere a calci nel sedere dai partiti e dalle istituzioni uomini come Cuffaro.

Personalmente non ho idea di quanti anni di carcere possa comminare il giudice a Cuffaro. E comunque, ripeto, non mi interessa. Perchè in ogni caso, se qualche mese di carcere lo farà, quando ciò accadrà forse io avrò già dei figli. Se Cuffaro è così in buona fede come dice, si dimetta, si sospenda, se ne vada in vacanza almeno fino al primo grado, se vogliamo dargli una scadenza molto generosa. Ma se la magistratura riuscirà nell'ardua impresa di dimostrare giudiziariamente la sua colpevolezza (ripeto, condizione non necessaria) e se in quel caso Cuffaro non si dimettesse, allora si passerà ad altro. Manifestazioni, sit-in, occupazioni affinchè capisca che l'innocenza, l'integrità morale è ben altra cosa. Perchè, tornando ad uno ricordato solo quando fa comodo, "il puzzo del compromesso morale" c'è già.

martedì 16 ottobre 2007

Io sto con Simone Di Paola


Nei giorni del trionfo numerico del Partito Democratico, nei giorni della inaspettata elezione di Veltroni a scapito dello strafavorito Adinolfi, nei giorni in cui un uomo di mezza età viene additato come una novità giovanile nel preistorico panorama politico italiano, nei giorni di Cuffaro che va a Compostela vestito da cartone animato, ci mancava solo che uno come me, accusato di essere antipolitico, parlasse bene di un politico. Perchè oggi voglio parlare proprio di uno dei tre, quattro politici che veramente stimo e di cui mi fido. Si chiama Simone Di Paola, e lui nel partito democratico non è entrato, per fortuna. Ha iniziato a fare politica quando era ancora un bambino. Senza investiture dall'alto. Anzi, da una tradizione familiare saldamente legata al centrodestra, viene eletto segretario del Pds di una grande sezione come quella di Sciacca (AG), a soli 23 anni. A 26 è consigliere della provincia regionale di Agrigento. Io lo incontro per la prima volta quando viene a Santa Margherita per proporci l'apertura della Sinistra Giovanile nel nostro paese. In quegli anni grazie a lui comincio a fare politica attiva nel mio paese, e spesso è proprio Simone che supporta sul campo le nostre iniziative. Qualche anno dopo mi ritrovo per la prima volta a parlare da un palco, a suo sostegno per le elezioni provinciali. Avevo 17 anni. Dopo la vittoria elettorale, Simone ci aiuta a far ripartire i lavori per il completamento del liceo scientifico di Sciacca, e dopo tanti incontri, manifestazioni e viaggi ad Agrigento l'edificio oggi è completo. Ma se parlo di Simone Di Paola oggi non è certo per fargli da sponsor, né tanto meno per tesserne pubblicamente le lodi, nè per rendicontare tutti i suoi successi in provincia. Lo faccio perchè oggi Simone Di Paola non può essere lasciato da solo come spesso accade in questa terra maledetta. Credo sia un dovere fare delle distinzioni in politica, ed è un mio dovere parlare del bello della politica, di quei pochi che in mezzo allo squallore delle collusioni e delle connivenze, si preoccupano ancora di tenere alto il nome di un'istituzione. Oggi voglio parlarvi di tutte le sue iniziative antimafia, che, alla faccia delle minacce velate e di tutte le frasi intimidatorie, ha portato e continua a portare avanti, in consiglio provinciale e tra la società civile. Nel 2004, mentre lui è consigliere, viene arrestato il presidente del consiglio provinciale di Agrigento, Vincenzo Lo Giudice, detto Mangialasagne. Un soprannome e una faccia che sono tutto un programma. Andava in giro per la Sicilia con una lussuosa automobile sulla cui capote aveva piazzato un altoparlante che diffondeva le note de "Il Padrino". Fino al giorno prima del suo arresto si presentava così: «Piacere, don Vito Corleone». Con questi presupposti è stato ovviamente apprezzato sia a destra che a sinistra: assessore regionale ai Lavori pubblici prima nella giunta di centrosinistra e poi in quella di centrodestra.

Al momento dell'arresto era anche presidente della Commissione Regionale Sanità. Era stato eletto alle ultime regionali nel collegio di Agrigento con 11.799 voti di preferenza su 25.860 di lista, con una percentuale vicina al 50%. Un risultato al di sopra di ogni sospetto chiaramente. Le accuse per lui erano tutto sommato lievi: associazione mafiosa nell'ambito dell'inchiesta Alta mafia, corruzione, riciclaggio e turbativa d'asta. Al processo sono state presentate come prove intercettazioni telefoniche e ambientali, nelle quali sembra essere consapevole delle microspie, ma discute ugualmente di personaggi appartenenti alla mafia tessendone le lodi. In casa, sotto il pavimento, sono stati ritrovati 500 milioni di lire, di provenienza illecita (secondo gli atti del processo). Inoltre gli sono stati sequestrati beni per oltre 5 milioni di euro. Un angelo caduto in volo.

Con lui finiscono in manette anche il suo collaboratore Calogero Greco, 45 anni e il sindaco di Canicattì, Antonio Scrimali, eletto in una lista di centrosinistra, e un altro consigliere provinciale, sempre dell'Udc, Salvo Iacono. Il figlio, Calogero Lo Giudice, presidente del consiglio comunale di Canicattì, in quell'occasione fu “solamente” inquisito.

In consiglio provinciale scoppia il caos. La magistratura aveva scardinato un sistema poltico-mafioso che aveva agganci in ogni settore delle istituzioni siciliane. Finisce in manette perfino il presidente dell'Istituto Autonomo Case Popolari, uomo vicino a Lo Giudice. Simone Di Paola con un documento sostiene che, anche se il presidente della provincia Fontana poteva non sapere dei deviati che aveva in lista, comunque alla luce dei risultati delle indagini e alla luce della mole di voti ottenuti da Lo Giudice quel risultato elettorale che aveva portato alla sua elezione era da considerare nullo, o comunque chiaramente falsato. Almeno eticamente. Tesi respinta. Da capogruppo dei Ds chiede immediatamente le dimissioni del presidente del consiglio, e minaccia con tutta la coalizione di astenersi dai lavori consiliari fino a quando Lo Giudice non avesse lasciato l'incarico. Mangialasagna non ne vuol sentire. Allora si prepara un ordine del giorno relativo alla sfiducia. Unanimità e Mangialasagne non è più presidente, ma rimane consigliere. Ci vuole il prefetto, laddove manca il suo partito, il suo presidente della provincia, la sua dignità, a sospenderlo dall'incarico, assieme al consigliere Iacono. Simone Di Paola e la sua coalizione ottengono un risultato incredibile, se si pensa che la legge non obbliga il presidente del consiglio alle dimissioni, nemmeno in questi casi.

Passa del tempo e la tematica legalità sembra nuovamente inabissarsi. L'antimafia in provincia di Agrigento si fa come al solito: stanchi rituali commemorativi, cerimonie, riconoscimenti ai morti ammazzati che lo stato non ha saputo proteggere. Simone di Paola propone un ordine del giorno in cui il consiglio provinciale si impegna a destinare delle risorse alla valorizzazione del ricordo, ad attività che abbiano come fine la promozione dell'antimafia, della legalità. Il documento viene votato e approvato. Tutti favorevoli. Ma sono solo parole, linee di azione future. Per passare alla pratica Simone presenta un emendamento al bilancio di 25.000 euro da destinare a tali attività, in particolare a scuole e istituzioni, da rimpinguare annualmente. Questa volta il voto è sorprendente. Tutti contrari tranne un astenuto e un favorevole: lui.

E' solamente gente come Simone che io vorrei in politica. Ma gente come lui in Sicilia viene isolata, additata come folle, giustizialista. E se “l'antipolitica” monta e riscuote sempre più consensi, politici come Simone sono la migliore risposta. Il mio personale sostegno morale e reale a Simone Di Paola sarà sempre assicurato, in qualunque lista e partito egli sia, fino a quando continuerà queste lotte contro mafiosi e istituzioni colluse. Non bisogna lasciarlo solo, e come sapete, mi rivolgo all'intero popolo siciliano, senza colori e bandiere. Considerate questo post come volete, come uno spot, come un sincero appello, come un tentativo di non isolare Simone. Ma consideratelo.

lunedì 15 ottobre 2007

Chiesti otto anni di carcere per Totò Cuffaro

Foto tratta da www.politicablog.info

ANSA PALERMO - La condanna a otto anni di reclusione nei confronti del presidente della Regione Salvatore Cuffaro, imputato di favoreggiamento a Cosa Nostra e rivelazione di notizie riservate, è stata chiesta dal procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone, a conclusione della requisitoria nel processo alle cosiddette talpe della Dda.

I pm hanno poi chiesto la condanna a 18 anni per il manager della sanità privata Michele Aiello, che deve rispondere di associazione mafiosa; nove anni per il maresciallo del Ros Giorgio Riolo, accusato di concorso in associazione mafiosa; cinque anni per il radiologo Aldo Carcione, imputato di concorso in rivelazioni di segreto d'ufficio.

Il procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone ha infine avanzato le richieste anche nei confronti degli imputati minori del processo: 4 anni per l'ex segretario della Procura Antonella Buttitta; un anno e quattro mesi per Roberto Rotondo; 3 anni e sei mesi per Giacomo Venezia; 5 anni e mille euro di multa per Michele Giambruno; 4 anni e sei mesi per Domenico Oliveri; nove mesi per Salvatore Presitigiacomo; due anni per Adriana La Barbera e Angelo Calaciura; 5 anni e mille auro di multa per Lorenzo Iannì. Pene pecuniarie sono state invocate per le società Atm (1 milione e 549 mila euro) e per la Diagnostica per immagini (un milione di euro).

Gli avvocati Nino Caleca e Nino Mormino, legali di Cuffaro, hanno depositato stamattina nella terza sezione del Tribunale di Palermo l’istanza di “remissione” del processo in altra sede giudiziaria per “la grave situazione ambientale” dopo i contrasti sorti tra il procuratore aggiunto, Alfredo Morvillo e il pm Maurizio de Lucia.

giovedì 11 ottobre 2007

Favignana muore


Mentre la Val di Noto attira, giustamente, i riflettori dei media, mentre ci prendono in giro sul trivellamento si - trivellamento no, mentre ancora qualche idiota va in giro a dire che il ponte sullo stretto è un opera essenziale per il nostro sviluppo, Favignana muore. A Favignana che muore però c'è un gruppo di ragazzi eccezionali che si improvvisano salvatori di isole.

Caro Benny

con il movimento ALTRAISOLA di Favignana stiamo organizzando qualcosa di veramente grosso. Realizzeremo un film-inchiesta che metterà in evidenza ciò che sta succedendo a Favignana, un'isola depredata, stuprata da speculatori incalliti di dubbia matrice. Tutto ciò che c'è di prezioso a Favignana sta sparendo. Piano piano. In silenzio. Il film-inchiesta STORIA DI UN DOCUMENTARIO SU UN'ISOLA (regia di Gaspare Pellegrino e Corrado Fortuna) sarà prodotto dal basso (esattamente come il documentario sulla Val di Noto dei Malastrada). Questo significa che la gente acquisterà in anticipo il dvd del film (ancor prima di girare) contribuendo significativamente alla sua produzione. Chi acquista il dvd diventerà co-produttore del secondo film in Italia (e il quarto nel mondo) rilasciato con licenza Creative Commons. Ciò significa che il film potrà essere distribuito, proiettato, sfruttato, rivenduto liberamente. Abbiamo bisogno di pubblicizzare al massimo l'iniziativa. Dobbiamo riuscire a vendere 2000 copie entro fine ottobre. Impresa dura. Ma possible. Siamo già arrivati circa a 700 copie, ma senza dubbio dobbiamo accelerare. E' inutile dirti che stiamo già ricevendo le prime minacce, le prime intimidazioni. Ma non fa niente. Siamo tutti uniti. Quello che ti chiedo, che ti chiediamo, è di darci una mano nella diffusione dell'iniziativa, magari con il blog e con qualche contatto (conosci per caso qualche assocazione che si occupa di eco-mafia o di ambiente o qualunque altro settore sensibile che potrebbe aiutarci a coprodurre?). Ecco dei link utili:


Grazie di cuore
Diego

mercoledì 10 ottobre 2007

Saviano a Caserta non è solo. C'è "Il Macero"


Roberto è un ragazzo, intelligente, perspicace. E' uno figo, uno in gamba. Gira i suoi luoghi di nascita, da Casal del Principe parte col vespino e comincia a vedere, a ricordare. Poi scrive un libro. Oggi Roberto è detenuto. Vive sotto scorta, non è libero di far quello che gli pare perchè altri giornalisti non hanno fatto il loro dovere, quello per cui sono pagati, peraltro. I boss campani, che lui ha pubblicamente definito nullità, vogliono fargliela pagare. Oggi Roberto è via da Caserta.

Per le strade campane però c'è un altro Roberto. Solofria. Che non è un giornalista. Cioè scrive pure lui, ma per recitare. E' regista, attore. Anche lui vorrebbe raccontare un pò di cose sulla camorra, sui casalesi. A lui hanno solamente "consigliato" di stare lontano dalla Campania, di andare altrove. Il 14 ottobre però lui sarà a Caserta, con il suo spettacolo, "Il Macero", in piazza Vanvitelli alle ore 20.30. Il "Macero" è un libero adattamento teatrale tratto dal romanzo di Nanni Balestrini "Sandokan… storia di camorra”. Non è il caso di perderselo. Amici campani e delle zone limitrofe, credo sia il caso di andare a vedere cos'ha da dire questo Roberto. Solofria!

Ecco un pò di info utili sullo spettacolo.

Il MACERO”
Monologo teatrale di e con Roberto Solofria

Il Macero” è un monologo teatrale di e con Roberto Solofria, prodotto dalla Società Cooperativa “Mutamenti” di Caserta, tratto dal romanzo “Sandokan…..storia di camorra”, di Nanni Balestrini edito da Einaudi e portato in scena per la prima volta il 9 dicembre del 2004. Un romanzo difficilmente reperibile nelle librerie perché ritirato dal commercio dalla casa editrice torinese, che ha voluto sospendere la distribuzione “per compiere un atto di autotutela seguito ad un paio di denunce per diffamazione presentate contro l’autore”, tre anni fa circa, dagli avvocati del boss Francesco Schiavone all’epoca capo indiscusso del clan camorrista dei casalesi di Casal di Principe (Ce). Anche la ristampa, prevista per l’estate del 2005, è poi rimasta un sogno nel cassetto, nonostante i giudici del tribunale di Torino lo abbiano considerato un testo “di interesse pubblico e di cronaca”.

Nonostante l’attenzione dedicata dalla stampa, lo spettacolo per poter essere veicolato e superare la “censura” dei circuiti teatrali tradizionali, è stato inserito nella programmazione dei Teatri d’Arte Mediterranei, un progetto che vuole portare il teatro in luoghi “difficili” o dove mancano tali strutture consentendo, così, al lavoro di Solofria di circuitare in Italia centro meridionale e di raggiungere, per la prima volta, anche Padova senza, però, poter essere mai rappresentato a Casal di Principe o nei paesi limitrofi.

In un’intervista pubblicata dal mensile “Narcomafie” nel settembre 2006, Solofria dichiara che gli è stato “consigliato” di non portare il suo lavoro in quelle zone, scuole comprese.


Grazie all’associazione “Libera – Piemonte”, alla Fondazione Teatro Stabile di Torino e all’Associazione “Il Libro Ritrovato”, “Il Macero”, lo scorso 9 ottobre, calca per la prima volta le tavole di un palcoscenico “tradizionale” proprio dello Stabile torinese. In quell’occasione i responsabili del Festival internazionale di letteratura di Asti, Passepartout, hanno deciso di presentare questo lavoro alla kermesse astigiana che quest’anno ha trattattato il tema “Sulle orme di Zorro: Briganti e Ribelli”. Dall’8 all’11 marzo, invece, “Il Macero” è andato in scena a Napoli al teatro “Tintadirosso”.

Pur essendo tratto dal romanzo “Sandokan –storia di camorra”, del poeta e romanziere Nanni Balestrini, “Il Macero”, non indugia sulle “gesta” del noto camorrista casertano, delle quali peraltro vi è ampia traccia nelle cronache giornalistiche e giudiziarie. E quando si sofferma sulle vicende del clan che negli anni Ottanta sfidò la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo, lo far per descrivere, con un’imposizione surreale, il destino iperrealista di un paese alla deriva. Un paese in cui il cartello con la scritta “Benvenuti” è pieno di buchi di proiettili, in cui è “quasi” legale truffare le assicurazioni o esercitarsi al tiro contro il portone di una persona che ti è antipatica. Un paese in cui la cosiddetta modernità è giunta sotto forma di armi tecnologicamente avanzate o di auto di lusso e di telefoni cellulari, che l’uso di quelle armi consente di acquistare. Un paese in cui o diventi un “muschillo” (la sentinella di un boss) o frutta da macerare.

Su un palcoscenico volutamente nudo, spoglio e squallido, Roberto Solofria, indossando gli abiti di un ragazzo sensibile e caparbio, racconta il disagio a vivere in una comunità in cui l’attitudine al delitto è divenuta scorza callosa, rimedio ad ogni ingiustizia. A tutto questo egli si ribella: prima parlando, decidendo di raccontare, di non tacere, e poi abbandonando la terra in cui è nato.

La sua vorrebbe essere un’emigrazione morale, oltre che economica e sociale, un’emigrazione che nasce dal rifiuto di accettare l’abitudine alla morte che fa da sfondo ad una magra e indigesta esistenza contadina. “Il Macero” è una storia di una fuga, certo, è però anche, almeno nelle intenzioni, l’esposizione “chirurgica” di un taglio etico, politico nei confronti di un inferno quotidiano , quello dell’Agro-aversano, che non genera nemmeno eroi ma solo martiri.

Il Macero”, comunque, fa parte di una trilogia alla quale Solofria sta lavorando, la cui seconda tappa riguarderà l’approfondimento sul boss della camorra Raffaele Cutolo con uno spettacolo che si intitolerà "O Professore".

Il terzo atto, invece, riguarderà un personaggio che ha preferito ribellarsi a questo giogo millenario rappresentato dalla criminalità.

domenica 7 ottobre 2007

Antonella Borsellino alle Giornate Antimafia del Movimento


Questo non è un video. E’ una vittoria, tra le più belle della mia vita, una vittoria per tutti quelli a cui la mafia fa veramente schifo, e non per sentito dire. Aver portato mia madre di fronte ad una platea, dopo 15 anni di silenzio e riserbo, di dolore consumato privatamente, a raccontare la storia di suo padre e di suo fratello è stato un momento unico ed insperato fino a poco tempo prima. Quando le avevo detto che i ragazzi del Movimento avrebbero voluto la sua partecipazione alla due giorni antimafia, subito mi disse no. Un no secco e deciso. In realtà già il giorno dopo venne a chiedermi ulteriori spiegazioni. E poi, dopo poco, accettò. Ma c’è un’altra cosa che mi rende ancora più felice: aver rivisto in mia madre lo spirito combattivo, l’orgoglio, la voglia di raccontare, ancor di più di spiegare e far capire. Una forza che spezzerebbe le gambe anche al boss più cazzuto. Margherita Asta e Michela Buscemi si sono prese l’onere di metterla in contatto con Libera, per iniziare un percorso comune, di partecipazione, di testimonianza. Fino a qualche tempo fa non avrei mai pensato che mia madre potesse rimettersi in gioco, tornare a fare antimafia in prima persona. E invece l’ho vista su un palco, con un microfono in mano e un forza interiore che intimoriva, e che mi spinge adesso a lasciare a lei tutti gli spazi, gli inviti di coloro che vorranno aver raccontato la storia di due piccoli imprenditori dell’agrigentino, uccisi dalla mafia, dalla giustizia e poi da una parte dell’opinione pubblica. Spero che questo video sia solo il primo di un nuovo percorso, di una nuova primavera nella nostra vita, perché guardando negli occhi Margherita e Michela, ho capito che è impossibile vincere un dolore così straziante in solitudine. Serve condivisione, affetto, empatia da parte della gente, sempre più disposta a credere ai “civili” più che alle istituzioni. Bentornata mamma.

sabato 6 ottobre 2007

Lettera aperta di Salvatore Borsellino alla "Cosa", ovvero Mastella


Voglio ringraziare il ministro Mastella per la sua iniziativa di richiesta di allontanamento per incompatibilità ambientale del giudice De Magistris dalla procura di Catanzaro.
Voglio ringraziarlo pubblicamente perché mi ero ormai convinto che a seguito delle campagne di delegittimazione e di aggressioni di ogni tipo nei confronti della magistratura la gente si fosse ormai assuefatta all’arroganza ed all’impunità dei politici e avesse accettato come normale e ineluttabile questo stato di cose.
Ora invece la reazione provocata da questa iniziativa nell’opinione pubblica, nella gente comune, reazione che sta provocando in tutta Italia raccolte di firme e mobilitazioni spontanee, soprattutto di giovani, a sostegno del magistrato, perché possa continuare il suo lavoro senza intimidazioni e interferenze esterne, mi ha fatto rinascere la speranza che le cose possano ancora cambiare.

Ho sottoscritto insieme a Sonia Alfano una lettera al capo dello stato dove chiediamo che tuteli, come è suo compito, l’indipendenza della magistratura raccomandando al CSM, di cui è il presidente, di rigettare la richiesta del ministro. E chiedergli invece di occuparsi di altri, e ben più gravi problemi della Giustizia, come il caso della Procura di Caltanissetta, dove sono concentrate le indagini sui fatti più gravi della nostra storia recente, quali l’indagine sui mandanti esterni nella strage di via D’amelio e l’indagine sulla sparizione dell’agenda rossa di Paolo, che viene, dal 12 Luglio 2006, lasciata senza una guida e affidata a un reggente.

Voglio però sperare che il sig. Ministro prenda spontaneamente atto della situazione di incompatibilità ambientale che si è creata tra la sua persona e la maggioranza degli italiani e voglia attuare il suo proposito di dimettersi, proposito più volte minacciato, ma finora solo a scopo di ricatto nei confronti della maggioranza di governo.

Il sig. Mastella ama spesso ripetere di essere una persona onesta, non deve quindi temere che le indagini in corso da parte del giudice De Magistris possano coinvolgere la sua persona, potrebbero al massimo coinvolgere il suoi amici o persone con le quali ha intrattenuto o intrattiene qualche tipo di rapporto, magari non sempre limpido.

Dovrebbe essere anzi grato al giudice De Magistris che con le sue indagini potrà dimostrare l’onestà del sig. Ministro fornendogli una patente di onestà certificata che avrebbe per questo più valore delle sue affermazioni che, agli occhi dell’opinione pubblica, non possono che essere di parte e quindi non obiettive se non addirittura sospette.

Non vorrei però insistere troppo sulla sua persona con il rischio di additarlo come comodo capro espiatorio dei tanti mali della politica italiana, come ha detto Beppe Grillo con una ironia che Il sig. Mastella non e’ stato in grado di capire e che tutta la stampa nazionale ha fatto finta di non capire pubblicando titoli a tutta pagina sulla pretesa pace tra il politico e il comico, e qui lascio al vostro giudizio decidere chi sia il poltico e chi sia il comico, e pubblicando poi solo qualche trafiletto poco visibile quando Beppe Grillo ha chiarito le vere intenzioni della trappola un cui l’aveva fatto cadere.

Il fatto è, sig. Mastella, che una persona come Grillo, che ieri ha fatto di mestiere il comico, oggi è uno dei pochi che fa poltica in modo serio, e quelli che sono stati designati dai partiti italiani per fare i politici e che la gente, in mancanza di altre scelte, ha dovuto votare, si affannano oggi un tutti i modi di fare la parte dei comici in quel cabaret di bassa lega che è diventata la politica in Italia.

Ma lo scenario, purtroppo, non è quello di un cabaret, è quello di una tragedia, la tragedia di un paese allo sbando dove gli equilibri di governo si reggono su ricatti incrociati e dove l’opposizione non aspetta altro che il suicidio del governo per potere subentrare nell’esercizio del potere, ricominciare ad emanare leggi “ad personam” e continuare, come peraltro ha fatto anche questo governo, nell’attuazione di quel patto scellerato tra lo Stato e la mafia per la spartizione del potere e degli appalti in Italia per cui è stato necessario eliminare Paolo Borsellino.
E io purtroppo vedo tante, troppe analogie tra le vicende di ieri e quelle di oggi.

Oggi Paolo Borsellino e Giovanni Falcone vengono additati come degli eroi e, dopo averli uccisi, si cerca ancora di seppellirli a forza di commemorazioni, di lapidi e targhe stradali, quasi a rassicurarsi del fatto che siano veramente morti, ma ieri, quando erano sul punto di arrivare nelle loro indagini al punto focale dei rapporti tra la mafia e la politica, si cercava in tutti i modi di rendergli difficile il lavoro, di isolarli, di costringerli a trasferirsi in altra sede per riuscire a trovare degli spazi per potere continuare le loro indagini,

Anche De Magistris è stato messo in difficoltà dal suo capo, anche De Magistris è stato isolato, anche De Magistris si sta cercando di trasferire per renderlo innocuo, ma si ricordi, sig. Ministro, che per esperienza del passato, l’isolamento di un giudice o di un investigatore è stato sempre il primo passo per additarlo alla vendetta della camorra e della mafia e chi dà inizio e determina questo stato di cose non ha minori responsabilità, almeno morali, di chi ne decide l’eliminazione o preme il pulsante di un timer.

Si ricordi però che la gente non sopporterebbe che la storia si ripeta, quella stessa gente che nella cattedrale di Palermo prese a schiaffi e a calci quei politici che pretendevano di sedersi in prima fila davanti alle bare dei ragazzi di Paolo, vi caccerebbe allo stesso modo da un Parlamento nel quale sedete fianco a fianco di personaggi inquisiti, prescritti o già condannati nei primi gradi di giudizio e questa volta non riuscireste a riciclarvi sotto altre sigle e nuovi partiti, a mantenere il potere e ad occupare indegnamente le istituzioni come aveta fatto dopo il disfacimento della prima Repubblica.

Salvatore Borsellino

mercoledì 3 ottobre 2007

Resoconto di un successo



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Voglio raccontarvi la due giorni antimafia di Santa Margherita di Belice. Ma non con le mie parole. Vi racconta quei giorni un mio caro amico, un compagno del Movimento: Vito Antonio Augello.

Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognarlo?
Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognarlo? Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo.Questa è una frase che ripeteva spesso Rita Atria, ragazza di 17 anni che un giorno decise di saltare giù da un anonimo balcone di una casa di Roma. Cosa la spinse a gettarsi giù? Aver scoperto e non esser riuscita a sopportare che il proprio padre fosse un mafioso, uno di quegli uomini senza scrupoli né dignità, per cui la vita di un altro uomo vale quanto un alito di vento nel mezzo di un ciclone.

Ho sentito questa frase ripetuta varie volte tra sabato e domenica, quando nel mio paese, Santa Margherita di Belice, sono venute persone (e non personaggi) dall’elevata caratura morale e civile.E’ indescrivibile quello che ho provato sabato 29 settembre quando, tra le ombre della sera, ho visto avvicinarsi la figura di una donna piccolina e magra, coi capelli grigi e due occhi chiari brillanti. Era Rita Borsellino, sorella del giudice Paolo Borsellino, diventato purtroppo eroe di una terra, di una nazione che neanche se lo meritano ad oggi.Persona speciale e forte Rita Borsellino, prima composta durante la visione del filmato “Lezioni sulla mafia”, fatte dal fratello Paolo nel 1989, e poi sopra un palcoscenico a rispondere alle domande dei ragazzi e degli adulti, sulla politica sempre più immischiata con la mafia, sulla parte onesta della popolazione che ogni giorno lotta e sgomita per sconfiggere quella sporcizia mafiosa che inquina i nostri paesaggi.Mai una parola fuori luogo, mai un cenno di resa e di superficialità. Ha regalato a tutti i presenti, 3 ore di idee, di sogni, di speranze e di parole che hanno rafforzato tutti, dal più piccolo che l’ascoltava in silenzio al più grande che annuiva alle sue parole.Era solo la prima serata di una manifestazione di Antimafia che avevo organizzato con fatica e sacrificio assieme a tanti miei amici ma già ero soddisfatto e soprattutto spaesato. Avevo sentito parlare con grande umanità di pochi magistrati corrotti e di tantissimi magistrati e uomini onesti che sognavano, come io sogno, una terra libera dalla mafia. Avevo sentito parlare di persone che consapevoli del rischio e della loro personale condanna a morte, continuavano però a lavorare e ad agire per permettere in un futuro a noi di camminare liberi e tranquilli per le strade del nostro paese.
Commovente e straziante è stato l’aver ascoltato le parole uscite dalla bocca di chi, sulla sua pelle, aveva provatoli dolore e l’isolamento che la mafia provoca.Ho ascoltato assorto Margherita Asta che quando ancora aveva 10 anni, perse la madre e due fratelli rimasti uccisi per caso in un attentato mafioso contro il giudice Palermo. Si erano trovati nel posto sbagliato nell’ora sbagliata e hanno così perso la vita innocentemente. 3 vite cancellate e una stravolta per sempre.Ho ascoltato scosso Michela Buscemi che inizialmente ha perso 2 fratelli uccisi dalla mafia perché uno aveva iniziato il contrabbando delle sigarette senza il permesso mafioso e il secondo perché stava cercando di scoprire chi avesse ucciso il primo. Costituitasi poi parte civile, Michela si vide allontanata dalla madre e dalle altre sorelle, chiuse il bar di proprietà, si trasferì in campagna e fu anche abbandonata dal marito. Non ultimo, quando ormai sfinita e disperata, decisa di abbandonare il processo, fu attaccata e derisa dal pubblico ministero, fu quasi insultata, salvo poi abbandonare il pubblico ministero stesso la causa.Ho ascoltato silenzioso Antonella Borsellino, sorella di Paolo Borsellino, ragazzo ucciso dalla mafia perché non volle vendere la propria piccola impresa di calcestruzzi a Lucca Sicula, e figlia di Giuseppe Borsellino, ucciso dalla mafia perché insieme alle forze dell’ordine stava indagando sui mandanti e sugli esecutori dell’omicidio del figlio.Ho guardato la madre di Antonella Borsellino, moglie e madre di Giuseppe e Paolo, piangere lacrime amare di disperazione nonostante siano già passati tantissimi anni.Interessante è stato anche ascoltare come la mafia nel tempo abbia cambiato i propri interessi economici e come l’Antimafia si sia evoluta nella sua lotta.
Ho sentito parlare Umberto Santino, presidente del Centro Studi “Peppino Impastato”, Nadia Furnari, presidente dell’Associazione “Rita Atria”, Vito Lo Monaco, presidente del Centro Studi “Pio La Torre”, Chloè Tucciarelli, ragazza del Comitato AddioPizzo e il giornalista storico Riccardo Orioles, un giornalista che ha collaborato con Pippo Fava ai tempi del giornale “I Siciliani” e che convinto della sua libertà nel lavoro, preferisce vivere molto semplicemente e girare per parlare delle sue esperienze, anche se sofferente di salute, anche tra mille difficoltà.Ho sentito così parlare di ragazzi della mia età e poco più che al grido: Un popolo intero che paga il pizzo è un popolo senza dignità”, combatte la piaga del racket.Ho sentito parlare di associazioni che girano le scuole, le piazze, che promuovono iniziative per far capire a tutti, imprenditori, lavoratori, bambini, adulti, uomini e donnesche la mafia non è altro che un’immensa montagna di merda.
Infine, ho guardato decine di bambini che sotto un sole caldo, in una mattina di domenica, pedalavano con le loro bici per le strade del mio paese, gridando che la mafia fa schifo, che la mafia uccide tutti. Alla fine poi si sono anche riuniti in cerchio e, passandosi reciprocamente una zappa e un piccolo bidone con dell’acqua, hanno piantato in una piazza di paese, dedicata a Emanuela Loi, caduta accanto al giudice Borsellino, un piccolo cespuglio di Rosa Canina, pianta dai fiori profumati e soavi, ma dal tronco appuntito e spinoso. Come la nostra bella Sicilia.Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognarlo? Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo.Forse questa manifestazione è servita affinché qualcuno possa cambiare, prendendo insegnamento dalla forza di Rita Borsellino, dal dolore di Margherita Asta, Michela Buscemi e Antonella Borsellino, dalla saggezza di Riccardo Orioles, dal coraggio di Chloè Tucciarelli, Nadia Furnari, Vito Lo Monaco e Umberto Santino, dalla spensieratezza dei bambini in bici e dalla onestà che forse, come direbbe Rita Atria, forse risiede in ognuno di noi.

Vito Antonio Augello