domenica 23 settembre 2007

29-30 Settembre 2007: Giornate Antimafia a Santa Margherita di Belice


Questo è un post molto importante per questo blog. Lo è per me e per tutto quello che fino ad oggi ho scritto. In questo post vi presenterò, senza nascondervi la mia emozione, le due Giornate Antimafia che si terranno a Santa Margherita di Belice (AG) il 29 e il 30 Settembre.

Santa Margherita è il mio paese, quello in cui ho vissuto per 19 anni; un piccolo paese del Belice, balzato agli "onori" della cronaca quando il 14 Luglio 2002 fu stroncato dalle forze dell’ordine un summit mafioso provinciale in pieno svolgimento in cui si ratificava la nomina di Maurizio Di Gati (uno dei pentiti che accusa Cuffaro) a capo della commissione mafiosa provinciale. Furono arrestati Giuseppe Artale, Pietro Campo, Francesco e Salvatore La Sala di Santa Margherita di Belice, Diego Di Bella e Salvatore Di Gioia di Canicattì, Giuseppe Nobile (consigliere provinciale di Forza Italia) e Fabio Vella di Favara, Andrea Montalbano e Ciro Tornatore di Cianciana, Giovanni Maniscalco e Nicolò Santoriggio di Burgio, Leo Sutera ed Antonino Maggio di Sambuca di Sicilia, Stefano Mangione di Raffadali, Raffaele Faldetta di Casteltermini, Stefano Fragapane di Santa Elisabetta, Alberto Provenzano di Sciacca. Santa Margherita da piccolo e composto centro dell’agrigentino, dal paese da sogno raccontato da Tomasi di Lampedusa nel “Gattopardo” si ritrova ad essere il vertice della mafia agrigentina.

Oggi, dopo oltre tre mesi di progettazione, un mese di lavori ininterrotti, decine di incontri e dibattiti, abbiamo redatto il programma definitivo della due-giorni antimafia, che per il livello degli ospiti e per la completezza del programma si va a collocare tra gli avvenimenti più importanti a livello nazionale nel campo della lotta alla mafia. Doveva essere presente anche Lirio Abbate, ma in quei giorni sarà fuori dalla Sicilia. Sono davvero soddisfatto di tutto quello che con i ragazzi e le ragazze del Movimento. E sono soddisfatto ancora di più per aver convinto mia madre a partecipare e ad intervenire direttamente, dopo circa 12 anni di silenzio. Ecco il programma:


Programma Manifestazione
“Mafia e Anti-Mafia tra Ieri e Oggi”

Sabato 29 Settembre
Ore 20.30

Teatro S. Alessandro - Proiezione documentario “Lezione sulla mafia” di Paolo Borsellino tenutasi a Bassano del Grappa nel 1989 presso l’Istituto Professionale “Remondini”, sui rapporti tra mafia e politica.

Ore 21.00
Teatro S. Alessandro - Incontro con Rita Borsellino
Ore 23.00
Via Libertà - Concerto dei gruppi:
· Vinilika
· Kola
· Secondanima

Domenica 30 Settembre

Ore 09.00
Piazza Francesca Morvillo – Minimaratona in bici per le vie del centro cittadino.
Ore 11.00
Arrivo in Piazza Emanuela Loi – Piantumazione di un cespuglio di Rosa Canina

Ore 18.00
Teatro S. Alessandro - Forum dal Tema: “Le metamorfosi del fenomeno mafioso nel tempo”.
Interverranno:
· Umberto Santino - Presidente Centro Studi “Peppino Impastato”
· Riccardo Orioles - giornalista e storico dell’antimafia
· Nadia Furnari – Presidente Associazione “Rita Atria”
· Antonio Lo Monaco – Presidente del Centro Studi “Pio La Torre”
· Michela Buscemi – Sorella di Totò e Rodolfo vittime di mafia
· Margherita Asta –Figlia di Barbara Rizzo e sorella di Giuseppe e Salvatore, vittime di mafia
· Antonella Borsellino – Figlia di Giuseppe Borsellino e sorella di Paolo, entrambi vittima di mafia

Sottoscrizione Documento di Impegno per le Amministrazione Locali contro la mafia

Premiazione ragazzi delle scuole per il Miglior Disegno e il Miglior Componimento

Ore 21.00
Cotton Club in concerto

venerdì 21 settembre 2007

Il valore della memoria nella lotta alla mafia

foto tratta da www.aprileonline.it

Mi ricordo di una donna. Sulla sessantina. Vestita come vestono le siciliane “popolari” di una certa età quando cercano di essere eleganti. Vestiti scuri, un foulard al collo, capelli in ordine e braccia conserte ad aspettare di parlare. La signora Michela Buscemi veniva da una famiglia povera del palermitano. Aveva due fratelli. Uno di loro, dopo tanti lavori andati male, si mise a contrabbandare sigarette, come tanti nel periodo del boom delle sigarette taroccate. Intralciava gli affari della famiglia mafiosa del quartiere. Non era autorizzato e senza pensarci due volte lo uccisero nel 1979. Il fratello più piccolo cercò di indagare e anche lui rimase per terra. Morto ammazzato. E' una storia senza eroi, senza onori. La signora cercò di lottare, si costituì parte civile nel processo ma poi, in seguito alle minacce, agli attentati e alle resistenze della sua famiglia, rinunciò. Fu lasciata dal marito e rinnegata dalla madre.


Quando incontrai la signora Michela a Padova mi resi conto, paradossalmente, non dell'importanza, ma della centralità della memoria, del ricordo nella lotta alla mafia. Prima di lei aveva parlato Nando Dalla Chiesa, come ho riportato in un post passato. Quando parlò lei, con il suo siciliano italianizzato, con l'accento che molti dei presenti sentivano solo nei film, in sala non volava una mosca. La gente era emozionata, turbata, paralizzata. La donna era diventata messaggio. La potenza che contiene il racconto diretto, la semplice storia narrata da un familiare, da un amico di una vittima di mafia, è inestimabile. Ricordo ancora tutte le parole che pronunciò Michela. La splendida poesia in dialetto siciliano che concluse il suo intervento. La gente era posta di fronte alla realtà senza intermediari, senza libri. Che la memoria storica, le ricostruzioni fatte dagli “specialisti” come Salvatore Lupo siano essenziali per capire i processi di evoluzione del fenomeno mafioso, e quelle di Umberto Santino per avere cognizione della crescita del movimento antimafia, è fuori discussione. Ma per entrare nel cuore degli studenti, delle persone che di mafia non hanno mai saputo nulla, e che magari sono restii a capire, la testimonianza diretta è un chiavistello universale. Quando sentiamo Rita Borsellino, Michela Buscemi e altre donne e altri uomini che hanno vissuto sulla propria pelle l'esperienza dell'agguato, dell'omicidio mafioso, sembra tutto più vero, paradossalmente, di una verità storica. Di questo l'associazione Libera ne ha sempre fatto un cavallo di battaglia: le carovane antimafia, gli incontri nelle varie città italiane, i convegni, con al centro la testimonianza “civile”. Ed è in questa direzione che si deve proseguire. Un unica direzione, l'antimafia, che si biforca in due rette che corrono parallele: la memoria “storica”, dei sociologi, dei giornalisti, degli storici; e quella “civile”, dei familiari delle vittime di mafia, degli amici.


Per quanto riguarda la mia famiglia, da tempo tutto era tornato silenzioso. Dopo l'omicidio di mio nonno e di mio zio, mia madre, mio padre e, quando era in Sicilia, mio zio Pasquale parteciparono a tante marce, fiaccolate, manifestazioni contro la mafia, in tutta la Sicilia. Vennero a contatto con i familiari di Libero Grassi, di Paolo Borsellino e con tanta altra gente che con loro condivideva la stessa causa dei loro lutti. Parteciparono a trasmissioni televisive nazionali dove denunciarono senza paura nomi, circostanze e disegnarono lucidamente in ogni circostanza le dinamiche di quegli omicidi in quel preciso sistema mafioso-politico. Lentamente l'angoscia, la sofferenza, il lento ed inefficace lavoro della giustizia italiana lasciò spazio ad una lacerante immobilità. Si chiusero nel loro dolore senza più la forza di condividerlo.


Poi io comincia a scrivere alcuni articoli, volli saperne di più sui miei parenti. Poi venne "Anno Zero" e la mia famiglia fu di nuovo portata alla ribalta nazionale. Per tutti, siamo quelli che sono stati offesi dal presidente Cuffaro, che come definizione però pecca di lacune: tutti i siciliani onesti quella sera furono offesi dal presidente in versione cabarettista di terza visione e di pessimo gusto. Dopo quell'occasione ho visto mia madre e mio zio rianimati da un sentimento di solidarietà che cresceva attorno a loro. Di nuovo si sentirono parte di un movimento, quello dell'antimafia, di gran lunga più forte dei quattro cani mafiosi e dei loro adepti. Mio zio Pasquale ha una famiglia in Veneto, due bambini piccoli, e faccio di tutto per tenerlo un po' defilato. Ma io e mia sorella siamo adulti. Ho capito che quello che ha vissuto mia madre nella sua tragicità è un patrimonio per la Sicilia; che deve essere divulgato, raccontato in ogni occasione possibile. Mia madre è una grande memoria “civile” che non può andare persa. La sua storia è singolare: privata del fratello e del padre dalla mafia, risarcita dalla giustizia con la misera condanna di un solo killer, e infangata da un presidente della regione che secondo le indagine è un colluso, un collaboratore esterno della mafia. So, che come molti altri familiari di vittime innocenti della mafia, ha molto da dire e spero che sfrutterà tutte le occasioni che ha per farlo. Gente come lei è essenziale per la formazione e il ricompattamento di quella memoria “civile” che rappresenta, a parer mio, la punta di diamante del movimento antimafia. La storia di mia madre, di mio zio, sono degli appelli: su la testa, perchè, anche solo raccontando la propria tragedia, anche solo con la memoria, si possono restituire colpi ancora più devastanti ad una organizzazione vigliacca, senza onore e senza palle come quella di Cosa Nostra.

giovedì 13 settembre 2007

Noi, V-Generation


La politica italiana mi lascia sempre più perplesso: la reazione politica al V-Day è stata davvero artistica: siamo noi giovani a dover spiegare cosa non siamo, a dover rispondere alle accuse di una classe politica fossilizzata, autoreferenziale e marziana. Anziché chiedersi il “perchè” un milione di giovani è sceso nelle piazze, senza sponsor politici, senza aiuti dai partiti o dai sindacati, come bambini permalosi pontificano su cosa “noi” siamo e sul pericolo che rappresentiamo.

Noi non siamo qualunquisti, sono loro che, a parte poche ma dovute distinzioni, sono tutti perfettamente uguali e ci obbligano a non fare differenze; non siamo populisti (atteggiamento politico di esaltazione velleitaria e demagogica dei ceti più poveri; molti di loro non sanno cosa voglia dire ma lo dicono, sono autoreferenziali anche nel vocabolario), siamo delle teste, dei cervelli indipendenti che pensano, ahimè, esistono ancora cari fossili; non siamo antipolitici, siete voi che rappresentate quanto di più lontano possa esistere dalla nobile arte della politica; non siamo demagoghi (ricerca del consenso politico, ottenuto sfruttando le passioni e i pregiudizi delle masse) e non cerchiamo consensi o voti. Una miriade di ignoranti in materia che decide sulle nostre teste. Che spera nelle profezie che si autoadempiono. Sono come dei bambini che pretendono di conoscere i problemi e i bisogni dei nonni. Sono come dei politici che pretendono di capire un mondo sul quale non vivono.

Nessuno ci chiede cosa siamo e cosa pensiamo di essere, nella arrogante pretesa di conoscere tutto. Siamo metodici, lucidi e perfettamente immuni da ogni interesse di potere. Siamo perfettibili, migliorabili, desiderosi di capire. Siamo stanchi di una classe politica fuori dal mondo, che umilia la libertà di voto non fornendo possibilità di scelta, siamo stanchi di una politica collusa che giustifica tutto ciò che accade al suo interno, siamo stanchi di essere materiale elettorale, argomento vuoto dei sofisti. Ed è squallido accusare una generazione senza capire un cazzo di quella generazione.

Siamo arrivati ad un bivio, e siamo in tanti. Da una parte c'è la grigia classe politica, incapace anche solo di proporre un futuro, un orizzonte in cui credere. Una politica che non rinuncerà mai ai suoi privilegi. Una casta di bramini. Dall'altra parte ci siamo noi. Giovani e non, operai, studenti, liberi professionisti. C'è un nuovo popolo che vuole dire la sua direttamente e senza intermediari. Vuole scegliere i propri rappresentanti e licenziarli nel momento in cui falliscono gli obiettivi preposti. In Italia tutto funziona come una fabbrica: se non rendi sei fuori; tutto tranne la politica naturalmente. Discutono tra loro di elezioni anticipate, del partito delle libertà, del partito democratico che nasce già morto: un aborto spontaneo.

Io in questa politica non credo. Dicano quello che vogliono, ma da questa politica e da questi politici è meglio stare lontani o si rischia di diventare come loro.

giovedì 6 settembre 2007

Caro Lirio, questa non è la solita mafia


In ogni grande tragedia, in ogni grave avvenimento c'è sempre qualcosa di paradossale, di buffo che fa sorridere nel pieno dell'angoscia. Dal 1992 sono stati scritti centinaia di libri sulla mafia, sull'antimafia, sui pentiti, sui giudici, sulle vittime, sui complici mafiosi, sugli attentati. Le ritorsioni contro gli autori di queste opere sono state rare. L'ultimo "colpo grosso" risale al 1993, all'omicidio del giornalista Beppe Alfano che si occupava di uomini d'affari, mafiosi latitanti, politici e amministratori locali. Poi silenzio, inabissamento. La mafia non c'è più, o è stata sconfitta, o è si è sciolta. O si è vestita con giacca e cravatta. O con i camici.

Cosa c'è da sorridere in tutto questo? Che appena un giornalista palermitano si mette in testa di scrivere un libro sulla mafia, tirando in ballo anche dei politici tra i fiancheggiatori “borghesi” della latitanza di Provenzano, viene minacciato, intimidito, condannato a morte. Sarà una coincidenza...

Noi la storia di Lirio Abbate la conosciamo bene. Avevo già scritto sul cronista dell'Ansa finito sotto protezione dopo che, intercettando alcune utenze mafiose del Brancaccio, gli investigatori avevano scoperto che “servivano armi per fare una sorpresa a quel rompicoglioni”. Da allora Abbate vive sotto protezione. Da Palermo Lirio Abbate va a lavorare alla redazione romana dell'Ansa. Dieci giorni fa torna in Sicilia e subito si fanno vivi sotto casa sua e piazzano una bomba esplosiva perfettamente innescata e funzionante sotto la sua auto. Abbate però, non si è fatto impressionare, né tanto meno intimidire, se è questo che volevano fare. C'è abituato. Con cadenza regolare trova lettere, pizzini sulla sua auto che lo invitano a smettere di farsi i cazzi degli altri. In Sicilia ti succede questo se fai bene il tuo lavoro. Ecco perchè succede a pochi.

Questa intimidazione cade in un periodo delicato e confuso, difficile da decifrare. Sono accadute cose strane: dallo scambio di anelli nuziali tra Leoluca Bagarella e Nitto Santapaola che potrebbe sancire una nuova alleanza tra due boss che in passato erano arrivati quasi allo scontro frontale, alle cartoline indirizzate a Totò Riina e Bernardo Provenzano sulle quali c'era scritto che la pace era finita. Tutto è possibile. Anche perchè, nonostante gli sforzi di Forza Italia per approvare una legge sull'attenuazione del 41 bis, sul sequestro dei beni mafiosi, sui pentiti, ancora nulla di significativo è accaduto. Se le richieste del “papello” non sono state esaudite, si torna alla guerra totale. Sarebbe una svolta storica e tragica della nuova strategia mafiosa. Alla luce di queste considerazioni ci sono due possibilità: che questo attentato sia solamente la reazione di qualche personaggio tirato in ballo nel libro, di qualche ex politico o affine, di qualche indagato che si è sentito “danneggiato”, o, sperando di davvero si essere smentito, rappresenterebbe davvero la fine della pace, l'inizio di una nuova guerra che doveva partire con l'eliminazione di un giornalista, di colui che informa il popolo, di uno spione.

Chiederò lumi ad Umberto Santino e ad Anna Puglisi del Centro di documentazione Peppino Impastato, tra i maggiori conoscitori di Cosa Nostra, per cercare di capire cosa stia accadendo.

Nel frattempo, sentite cosa dice quel giustizialista di Abbate su Repubblica:

"Io so, noi sappiamo chi sono i mafiosi e gli amici dei mafiosi o i loro protettori. Non ho, non abbiamo bisogno di attendere una sentenza o la parola della Cassazione o un'inchiesta giudiziaria perché penso che, prima della responsabilità penale, sempre eventuale, ci sia una responsabilità sociale e politica accertabile. Se il deputato, il consigliere regionale, l'assessore, il primario, il professore universitario se ne vanno in giro con il mafioso è un fatto. Si conoscono, passeggiano sottobraccio, si baciano quando s'incontrano. È soltanto accuratezza non rinviare ai tempi di una sentenza quel racconto. È il mio lavoro dirlo ora, subito. Non sono una testa calda, non sono un estremista, sono un cronista e credo che il mio impegno sia stretto in poche parole: raccontare quel che posso documentare".

"Lo sai perché non decido di andarmene -chiede Abbate a D'Avanzo che lo intervista-? Per onore. Sì, per onore! Non per il mostruoso, folle, ridicolo onore di cui si riempiono la bocca mafiosi deboli con i forti e forti con i più deboli, ma per quell'onore che mi chiede di avere rispetto di me stesso, che mi impedisce di inchinarmi alla forza e alla paura, di scendere a patti con ciò che disprezzo. Quell'onore che molti siciliani hanno dimenticato di coltivare".

Per concludere questo post voglio ribadire il mio concetto: la risposta della società civile a queste minacce, oltre alla vicinanza morale ad Abbate, deve essere una risposta meditata e concreta: comprare il libro, leggerlo, diffonderlo, regalarlo significa far conoscere. Non possono minacciare ed intimidire milioni di persone. Se si sono così arrabbiati per un libro, qualcosa di vero c'è scritto. Vale la pena leggerlo no?

Il personaggio misterioso era Don Masino


Rieccoci. Come immaginavo, in 24 ore nessun commento. Nessuno ha capito. Mi rendo conto che il quesito poteva non essere di facile soluzione. Vi sarete chiesti chi, tra i cinque o sei che in Italia dicono le cose in questo modo, potesse essere codesto antimafioso misterioso. Adesso posso rivelarvi che quel quesito non era fine a se stesso, e lo capirete. Il personaggio che parlava in quei termini era un uomo, nato in via Oreto a Palermo il 13 luglio 1928: Tommaso Buscetta, il primo pentito storico della mafia, quello che ha collaborato con Giovanni Falcone, quello grazie al quale si è potuto istruire il maxiprocesso, quello che ha mandato 500 uomini d'onore alla sbarra, quello che non è stato mai smentito. Un mafioso, pentito, parlava in quei termini. E alcuni politici, in attività, come quelli del post precedente, parlano in quegli altri termini. Ecco il punto. Il ribaltamento dei ruoli. Un mafioso che passa sinceramente dalla parte della giustizia, e dei politici che passano sinceramente dalla parte degli indagati per mafia.

Qui vi volevo portare. Ecco cosa è diventata oggi una parte della politica. Difendere a spada tratta il compagno di partito, di coalizione, anche se si rischia di difendere la mafia, di favorirla. Il paragone assume termini paradossali, ma è fisiologico: un mafioso che aiuta i giudici a fare luce sugli ingranaggi mafiosi, sui personaggi coinvolti, e dei politici, che cercano in tutti i modi di ostacolare i giudici e screditare i pentiti. Questo siamo diventati? È questa la gente che votiamo? Questi sono i siciliani? Tanto scalpore poi, quando un ministro della repubblica disse in tutta sincerità d'animo “con la mafia bisogna convivere e i problemi di criminalità ognuno li risolva come vuole ”. Non combatterla. O farne parte o essere passivi. È possibile togliere l'acqua ai pesci?, chiede Saverio Lodato a Buscetta: “Si, ma ci vuole costanza, tensione, unità di intenti, intelligenza investigativa, sana politica. E soprattutto non bisogna spezzare il filo rosso della memoria”. Leggendo queste parole, quei politici che facevano a gara nel solidarizzare e assolvere preventivamente Cuffaro, non si sentono piccoli, non si vergognano? Quando Buscetta parlava in questi termini loro si ritrovavano nudi, usurpati del diritto esclusivo di parlare di mafia. Gli chiedevano come si permettesse a salire in cattedra, lui, che era stato pur sempre mafioso. Erano loro che dall'alto dell'olimpo politico potevano pontificare su mafia e antimafia difendendo la collusione. Ma non è colpa loro. Quanti Falcone ci sono in Italia? Quanti Borsellino? Quante persone del loro calibro che ascolterebbero oggi quello che un “esperto” di mafia raccontava? Poche.

Buscetta aveva una foto che lo ritraeva con Giovanni Falcone. C'era una dedica sotto: “A Masino, in ricordo di una battaglia comune”. Se un mafioso diventa antimafioso e aiuta a scardinare la mafia, non è strettamente necessario che i vari Giovanardi, Casini, Cesa, Alfano, Schifani e affini facciano a gara per riabilitare i collusi; ne avremmo fatto volentieri a meno. Spedirò le parole di Buscetta ad ogni personaggio politico sopra citato. Magari serve proprio un ex mafioso ad indicare loro la strada per la legalità.


Le frasi di Buscetta sono riprese dalla lunga intervista che Saverio Lodato realizzò a Don Masino fino a poco tempo prima che morisse, e che è integramente riportata nel volume “La mafia ha vinto”, Mondadori.

mercoledì 5 settembre 2007

Questione di frasi, parole, punti di vista. Indovina chi?


Giovanardi (Udc): “Contro Cuffaro una micidiale trappola mediatica”, Casini (Udc): “Credo Cuffaro innocente, ci metterei la mano sul fuoco”, “Cuffaro è persona perbene”, “Posso sbagliare ma nella mia responsabilità politica ritengo che Cuffaro sia una persona perbene” , dal sito di Cuffaro (www.totocuffaro.it): “la gente onesta lotterà sempre contro tutte le mafie e i veleni: contro le vigliaccate, contro la manipolazione della verità e la cultura del sospetto, contro tutti quelli che vogliono condizionare le persone, contro coloro che usano il potere non a servizio della gente ma dei compagni di cordata”, Schifani (Fi): “Cuffaro se condannato non è obbligato a dimettersi”, Alfano (Fi): “Ha ragione Schifani, Forza Italia è un partito garantista”, Cesa (Udc): “Vergognoso, Toto è contro la mafia. Totò, sei grande per il segretario nazionale, per il presidente nazionale, lo sei per tutti, dal primo all'ultimo iscritto dell'Udc. Sei una persona perbene che ha detto parole chiare contro la mafia”, Nitto Palma (Fi) “non saremo comunque mai disponibili a non candidare chi è vittima di persecuzioni giudiziarie".

Queste sono alcune parole, alcune frasi che possono esprimere un modo di pensare, una filosofia, un modo di vedere la politica, la mafia e la collusione tra le due. Ci sono nomi e cognomi di chi le pronuncia. Adesso riporterò altre parole, altre frasi. Senza dire però chi sia a pronunciarle. Vorrei metterle a confronto con le dichiarazioni precedenti. Chi parla ve lo rivelerò tra qualche giorno. Nel frattempo cercate di immaginare, di farvi un idea su chi possa essere questo paladino della giustizia, dell'antimafia, della legalità (a giudicare dalle sue parole).

Sento spesso parlare di politica e giustizia. E ogni volta che un politico viene accusato, sento dire che in questo modo si attaccano le istituzioni. Mi pongo allora questa domanda: chi attacca le istituzioni? Il politico amico della mafia o il giudice che, indagando su di lui, lo sta scoprendo? È questo il mondo contraddittorio, confuso e complice che vedo dall'America. Lo trovo un mondo nauseante. In America una situazione del genere sarebbe inconcepibile ancor prima che inaccettabile”.

Mi sembra di essere tornati a vent'anni fa. Non ci sono alternative all'orizzonte. O torna la memoria dei fatti, che non sono neanche tanto lontani nel tempo, e rivive il ricordo dei palazzi sventrati, delle autostrade divelte dall'esplosivo delle vittime uccise... O vincerà ancora una volta la normalità mafiosa. Quella che vede pochi e isolati nemici della mafia destinati ad essere eliminati con tutte le armi possibili, con il “veleno” o con il piombo. L'antimafia è diventata quasi una questione personale. Nel senso buono, s'intende. La questione personale di alcuni individui che hanno deciso di non gettare la spugna. Non vedo, in questo, un interesse dello Stato. Ho l'impressione che la lotta alla mafia sia tornata ad essere un problema che riguarda i siciliani o gente che sta in Sicilia. Non vedo più quell'interesse, quella corsa, quella bramosia che vidi nel 1984, o nel 1992 dopo la morte di Falcone, quando ogni poliziotto italiano era diventato lo Stato italiano che combatteva la mafia”.

Guardiamo i fatti. Proprio dopo le stragi e il terrorismo, lo Stato ha cominciato a rivedere alcune posizioni che aveva assunto poco tempo prima. È come se lo Stato, a poco a poco, si fosse ritirato. Qualche boss è finito in carcere, e Cosa Nostra è rientrata nell'ombra. Se le cose stanno così, ciò significa che Cosa Nostra ha presentato il suo conto, ma significa anche che il conto lo hanno presentato pezzi delle istituzioni e della politica. Mi spiego meglio. La politica non vuole essere processata. Non ci sta. E quando dico politica, dico un immenso mondo fatto di interessi, finanza, economia e potere. C'è un livello che non deve e non può essere superato: la mia impressione è che la conseguenza di tutto questo è proprio la normalizzazione della quale parlavamo prima, l'apparente pace mafiosa. Così, mentre gli eroi ingenui venivano sacrificati e la loro ansia di scalare montagne veniva spezzata, gli stati maggiori avranno siglato un nuovo patto...”

Non ho mai capito fino in fondo la politica, ma sono abbastanza vecchio per capire se qualcosa è cambiato, sta cambiando o cambierà. È troppo facile osservare che buona parte dei politici di oggi non hanno più memoria e lavorano apertamente per il ritorno alla “normalità”. Proprio quella stessa normalità così necessaria a Cosa Nostra quando decide di non scendere in guerra.