mercoledì 29 agosto 2007

Don Renato Schifani: Cuffaro non si dimetta se condannato

Foto tratta da www.rosalio.it

Il senatore di Forza Italia Renato Schifani, pochi giorni fa: "Totò Cuffaro, nel caso in cui venisse condannato, non sarà obbligato a dimettersi. Nel 2000 il governo regionale di centro sinistra votò una legge dove erano elencati tutti i reati che provocano la decadenza del parlamentare. I presunti reati per i quali è accusato Cuffaro non sono menzionati. Forza Italia è un partito garantista. Poi, che senso avrebbe se Cuffaro venisse condannato in primo grado e poi assolto in appello? Andremmo inutilmente alle urne?"

Non sono riuscito a trovare sul sito dell'Ars il provvedimento del 2000, ma dubito fortemente che anche il concorso esterno in associazione mafiosa fosse escluso. Presidente della regione era Angelo Capodicasa.

L'individuo che sta parlando da capomafia non è un capomafia, ma un avvocato. Capogruppo dei senatori di Forza Italia. Costui è stato socio di affari (leciti) con presunti usurai e mafiosi. Giustificazione? La solita: non sapevo fossero mafiosi. Adesso non sarete più stupiti sulle dichiarazione riguardanti Cuffaro. Forza Italia non è un partito garantista. È un partito senza il minimo scrupolo, pronto a tentare di modificare il regime di carcere duro e la legge sulla confisca dei beni mafiosi (presentata proprio da Don Renato) per non perdere i voti della mafia, che, ormai appurato, fu artefice almeno della successo del 1994. Ma già che ci siamo, sarebbe un peccato non approfondire il discorso su Don Renato.

La fonte è l'Espresso, Agosto 2002

Nel 1992 Schifani con Antonio Mengano e Antonino Garofalo sono soci in una società: la Gms. Nel 1997 l'avvocato Antonino Garofalo è stato arrestato nel 1997 e poi rinviato a giudizio per usura ed estorsione.

Nel 1979 viene istituita la Sicula Brokers. Tra i soci fondatori, accanto a un'assicurazione del nord, c'erano Renato Schifani e il ministro degli Affari regionali Enrico La Loggia, nonché soggetti come Benny D'Agostino, Giuseppe Lombardo e Nino Mandalà. Nomi che a Palermo indicano quella zona grigia in cui impresa, politica e mafia si confondono. Benny D'agostino è un imprenditore condannato per concorso esterno in associazione mafiosa e, negli anni in cui era socio di Schifani e La Loggia, frequentava il gotha di Cosa Nostra. Lo ha ammesso lui stesso al processo Andreotti quando ha raccontato un viaggio memorabile sulla sua Ferrari da Napoli a Roma assieme a Michele Greco, il papa della mafia. Giuseppe Lombardo invece è stato amministratore delle società dei cugini Ignazio e Nino Salvo, i famosi esattori di Cosa Nostra arrestati da Falcone nel lontano 1984 e condannati in qualità di capimafia della famiglia di Salemi. Nino Mandalà, infine, è stato arrestato nel 1998 ed è attualmente sotto processo per mafia a Palermo. Questo ex socio di Schifani e La Loggia era il presidente del circolo di Forza Italia di Villabate, un paese vicino a Palermo e proprio di politica parlava nel 1998 con il suo amico Simone Castello, colonnello del boss Bernardo Provenzano mentre a sua insaputa i carabinieri lo intercettavano. Mandalà riferiva a Castello l'esito di un burrascoso incontro con il ministro Enrico La Loggia, allora capo dei senatori di Forza Italia. Mandalà era infuriato per non avere ricevuto una telefonata di solidarietà dopo l'arresto del figlio (poi scagionato per un omicidio di mafia). E così raccontava di avere chiuso il suo colloquio con La Loggia: «Siccome io sono mafioso ed è mafioso anche tuo padre che io me lo ricordo quando con lui andavo a cercargli i voti da Turiddu Malta che era il capomafia di Vallelunga. Lo posso sempre dire che tuo padre era mafioso. A quel punto lui si è messo a piangere». La Loggia ha ammesso l'incontro ma ne ha raccontato una versione ben diversa. E anche Mandalà al processo ha parlato di millanteria. Nella stessa conversazione intercettata Mandalà parlava di Schifani in questi termini: «Era esperto a 54 milioni all'anno, qua al comune di Villabate, che me lo ha mandato il senatore La Loggia».

Schifani è stato sentito dalla Procura e, senza falsa modestia ha spiegato con la sua bravura la consulenza e lo stipendio: «Il mio studio è uno dei più accreditati in campo urbanistico in Sicilia». Ma per La Loggia sotto sotto c'era una raccomandazione: «Parlai di Schifani con Gianfranco Micciché (coordinatore di Forza Italia in Sicilia) e dissi: sta sprecando un sacco di tempo e quindi avrà dei mancati guadagni facendo politica. Vivendo lui della professione di avvocato dico se fosse possibile fargli trovare una consulenza. È un modo per dirgli grazie. E allora parlammo con il sindaco Navetta». Il sindaco Navetta è il nipote di Mandalà e il suo comune è stato sciolto per mafia nel 1998.

Il capogruppo di Forza Italia è stato sfortunato anche nella scelta dei suoi assistiti. Proprio un suo ex cliente recentemente ne ha fatto il nome in tribunale. La scena è questa: Innocenzo Lo Sicco, un mafioso pentito, il 26 gennaio del 2000 entra in manette in aula a Palermo e viene interrogato sulla vicenda di un palazzo molto noto in città, quello di Piazza Leoni. Le sue parole fanno balenare pesanti sospetti: «L'avvocato Schifani ebbe a dire a me, suo cliente, che aveva fatto tantissimo ed era riuscito a salvare il palazzo di Piazza Leoni facendolo entrare in sanatoria durante il governo Berlusconi perché, così mi disse, fecero una sanatoria e lui era riuscito a farla pennellare sull'esigenza di quegli edifici. Era soddisfattissimo. Perché lo diceva a me? Ma perché io lo avevo messo a conoscenza di qual era la situazione, l'iter, le modalità del rilascio della concessione...».

La Procura dopo aver analizzato le parole del pentito non ha aperto alcun fascicolo per la genericità del racconto. Comunque la storia di questo palazzo, scoperta dal giornalista de "la Repubblica" Enrico Bellavia, è tutta da raccontare. Comincia alla fine degli anni Ottanta quando Pietro Lo Sicco, imprenditore finanziato dalla mafia e zio di Innocenzo, mette gli occhi su un terreno a due passi dal parco della Favorita, una delle zone più pregiate di Palermo. Lo Sicco vuole costruirci un palazzo di undici piani ma prima bisogna eliminare due casette basse che appartengono a due sorelle sarde, Savina e Maria Rosa Pilliu, che non vogliono svendere. Pietro Lo Sicco le minaccia e le sorelle si rivolgono alla polizia. Ma la mafia è più lesta della legge: Lo Sicco ottiene la concessione edilizia grazie a una mazzetta di 25 milioni di lire e comincia ad abbattere l'appartamento a fianco. Quando le sorelle vedono avvicinarsi il bulldozer cominciano ad arrivare nel loro negozio i fusti di cemento. Il messaggio è chiaro: finirete lì dentro. Lo Sicco smentisce di essere il mandante ma la Procura offre alle Pilliu il programma di protezione. Oggi le sorelle sono un simbolo dell'antimafia: vivono proprio nel palazzo costruito da Lo Sicco e confiscato dallo Stato. Il costruttore è stato condannato a 2 anni e otto mesi per truffa e corruzione a cui si sono aggiunti sette anni per mafia.

All'inaugurazione del nuovo negozio costruito grazie al fondo antiracket, il senatore Schifani non c'era. Era dall'altra parte in questa vicenda. Il suo studio ha difeso l'impresa Lo Sicco davanti al Tar. Il pentito Innocenzo Lo Sicco, ha raccontato che lui stesso accompagnava l'avvocato Schifani negli uffici per seguire la pratica. Certo all'epoca l'imprenditore non era stato inquisito e il senatore non poteva sapere con chi aveva a che fare anche se il genero di Lo Sicco era sparito nel 1991 per lupara bianca. In quegli stessi anni Schifani assisteva anche altri imprenditori che sono incappati nelle confische per mafia, come Domenico Federico, prestanome di Giovanni Bontate, fratello del vecchio capo della cupola Stefano. Un settore quello delle confische che il senatore non ha dimenticato in Parlamento. Quando ha presentato un progetto di legge (il numero 600) per modificare la legge sulle confische e sui sequestri.

Forse Forza Italia è un partito garantista, ma dei mafiosi e dei loro interessi.

sabato 25 agosto 2007

Andreotti venerato al meeting di CL


Un singolo uomo che applaude Giulio Andreotti, concorrente mafioso fino alla primavera del 1980, o è dell'Udc, o è mafioso. O tutte e due. Quando sono ottomila persone, stesso discorso: o è il congresso dell'Udc, o la riunione della Commissione mafiosa. Giulio è un compagno per entrambi, un vecchio amico. Con i mafiosi però è da un po' che non si vede. Dalla rottura della tregua. L'ultimo incontro mafioso Andreotti lo ebbe nella primavera 1980, con Stefano Bontade, capo indiscusso di Cosa nostra palermitana, per discutere dell’assassinio di Piersanti Mattarella, presidente della regione Sicilia democristiano che si era messo in testa di non concedere appalti alle imprese mafiose. Lo dicono i giudici. Perchè non sta a marcire in carcere anziché a rischiare di diventare presidente del Senato? Perchè sono scaduti i termini e il reato è stato prescritto. Commesso, accertato, provato, ma non condannabile perchè prescritto. Chiaro? Torniamo ad oggi. Volete sapere chi erano le ottomila persone che lo hanno applaudito? Quali compagni, se gli uni o gli altri?

I compagni di fede!

In questi giorni si sta tenendo a Rimini il meeting di Comunione e Liberazione, e Andreotti, oltre ad essere ospite fisso (e “d'onore”, è il caso di dirlo visto il personaggio) tutti gli anni, appena arrivato è stato accolto da un grande e caloroso applauso, e il suo intervento è stato il più seguito. Come ogni anno. Primo punto: cos'è Comunione e Liberazione?

Dal sito del movimento:

Comunione e Liberazione è un movimento ecclesiale il cui scopo è l’educazione cristiana matura dei propri aderenti e la collaborazione alla missione della Chiesa in tutti gli ambiti della società contemporanea.
È nato in Italia nel 1954 quando Don Luigi Giussani
diede vita, a partire dal Liceo classico «Berchet» di Milano, a un’iniziativa di presenza cristiana chiamata Gioventù Studentesca (GS). La sigla attuale, Comunione e Liberazione (CL), compare per la prima volta nel 1969. Essa sintetizza la convinzione che l’avvenimento cristiano, vissuto nella comunione, è il fondamento dell’autentica liberazione dell’uomo. Attualmente Comunione e Liberazione è presente in circa settanta Paesi in tutti i continenti.
Non è prevista alcuna forma di tesseramento, ma solo la libera partecipazione delle persone. Strumento fondamentale di formazione degli aderenti al movimento è la catechesi settimanale denominata «Scuola di Comunità
».
Rivista ufficiale del movimento è il mensile internazionale «Tracce-Litterae Communionis
».

È gente che dovrebbe agire per virtù e per ideali cristiani. E applaudono Andreotti, legato mani e piedi alla mafia fino a qualche decennio fa? Qualcosa non torna. Perchè un certo Giovanni Paolo II, molto stimato da quelle parti, nel 1993 dalla Valle dei Templi di Agrigento tuonava in questi termini:

Che sia concordia!
Dio ha detto una volta: non uccidere!
Non può l’uomo, qualsiasi uomo, qualsiasi umana agglomerazione… mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio!”

Questo popolo, popolo siciliano, talmente attaccato alla vita, popolo che ama la vita, che dà la vita, non può vivere sempre sotto la pressione di una civilta contraria, civiltà della morte!”

Nel nome di questo Cristo crocifisso e risorto,
di questo Cristo che è vita, via, verità e vita.
Lo dico ai responsabili: convertitevi!
Una volta, un giorno, verrà il giudizio di Dio!”

Comunione e Liberazione, movimento molto legato a quel papa che dalla Sicilia condannò mafiosi e affini, che inneggia ad Andreotti. O cercano di convertirlo e redimerlo, oppure lo stimano nonostante tutto.

E se la risposta è la seconda, si pongono altri due interrogativi: o i componenti di Comunione e Liberazione sono un esercito di ignoranti che non conoscono il passato giudiziario di Andreotti, assolto solo nella forma, non di certo nel merito, e questo sarebbe un grande problema in termini di credibilità e rispettabilità del lavoro svolto, oppure, fatto ancora più grave, sono perfettamente informati sulla carriera di Don Giulio, incontri mafiosi, condanne e assoluzioni comprese, e tutto sommato questo per loro non rappresenta nulla grave, nemmeno per quanto riguarda etica e morale. Tanto da accoglierlo come leader spirituale e quasi come un simbolo al quale ispirarsi.

Per me il Meeting è una specie di certificato di esistenza in vita, e io sono ancora qui, a 88 anni, a questa manifestazione indovinata» dice Don Giulio. Certo, se dopo aver collaborato attivamente con Cosa Nostra ricevi un accoglienza del genere da coloro che cercano verità e santità, qualcosa deve aver funzionato in quello che hai fatto.

Cari Ciellini, come ho fatto con Pierferdinando Casini, senza ricevere riscontro, vi regalo un estratto del capitolo IV della sentenza della 1° sezione della Corte d’Appello di Palermoche sarà confermata in Cassazione nel 2004. Leggetelo bene e il prossimo anno occhio agli invitati.

In definitiva, la Corte ritiene che sia ravvisabile il reato di partecipazione alla associazione per delinquere nella condotta di un eminentissimo personaggio politico nazionale, di spiccatissima influenza nella politica generale del Paese ed estraneo all’ambiente siciliano, il quale, nell’arco di un congruo lasso di tempo, anche al di fuori di una esplicitata negoziazione di appoggi elettorali in cambio di propri interventi in favore di una organizzazione mafiosa di rilevantissimo radicamento territoriale nell’Isola: a) chieda ed ottenga, per conto di suoi sodali, ad esponenti di spicco della associazione interventi para-legali, ancorché per finalità non riprovevoli; b) incontri ripetutamente esponenti di vertice della stessa associazione; c) intrattenga con gli stessi relazioni amichevoli, rafforzandone la influenza anche rispetto ad altre componenti dello stesso sodalizio tagliate fuori da tali rapporti; d) appalesi autentico interessamento in relazione a vicende particolarmente delicate per la vita del sodalizio mafioso; e) indichi ai mafiosi, in relazione a tali vicende, le strade da seguire e discuta con i medesimi anche di fatti criminali gravissimi da loro perpetrati in connessione con le medesime vicende, senza destare in essi la preoccupazione di venire denunciati; f) ometta di denunciare elementi utili a far luce su fatti di particolarissima gravità, di cui sia venuto a conoscenza in dipendenza di diretti contatti con i mafiosi; g) dia, in buona sostanza, a detti esponenti mafiosi segni autentici – e non meramente fittizi – di amichevole disponibilità, idonei, anche al di fuori della messa in atto di specifici ed effettivi interventi agevolativi, a contribuire al rafforzamento della organizzazione criminale, inducendo negli affiliati, anche per la sua autorevolezza politica, il sentimento di essere protetti al più alto livello del potere legale.
Alla stregua dell’esposto convincimento, si deve concludere che ricorrono le condizioni per ribaltare, sia pure nei limiti del periodo in considerazione, il giudizio negativo espresso dal Tribunale in ordine alla sussistenza del reato e che, conseguentemente, siano nel merito fondate le censure dei PM appellanti. Non resta, allora, che confermare, anche sotto il profilo considerato, il già precisato orientamento ed emettere, pertanto, la statuizione di non luogo a procedere per essere il reato concretamente ravvisabile a carico del sen. Andreotti estinto per prescrizione”.

domenica 19 agosto 2007

Sos per la salute dei parlamentari


Che il lavoro del parlamentare fosse logorante, debilitante, molti lo avevano detto. Che fosse da paragonare al lavoro del minatore o del metalmeccanico, lo dimostra il trattamento pensionistico ricevuto dopo l'esperienza da onorevoli. È certamente tra i primi, se non il primo, tra i lavori cosiddetti “usuranti”. Solo che pochi in Italia lo ammettono, perchè tra qualunquisti e giustizialisti gira sempre il luogo comune che quella del politico italiano sia una vita dorata. E rimasi sorpreso allo sgomento di molti quando Rocco Buttiglione presentò una richiesta ufficiale per avere alla buvette il gelato: “Ne abbiamo diritto come tutti”. Giusto! Non vedo perchè un parlamentare della sua caratura debba abbassarsi a fare cinque metri e comprarlo all'esterno. E allora tutti a dire “ecco, vedi di cosa parlano” oppure “ma pensate a lavorare anziché pensare alle cazzate”. Io sto con Rocco, sia chiaro. Perchè penalizzare i politici? Tu, uomo comune, hai la gelateria sotto casa, io onorevole Rocco no? Invidia, solo perchè lui fa la pubblicità della patatina...

In questa campagna per la difesa della salute psicofisica dell'onorevole usurato, come non parlare dell'eroica proposta di legge dell'onorevole Giovanni Crema, deputato bellunese della Rosa nel Pugno, che per la prima volta rompe il muro di gomma e affronta i veri problemi dell'Italia e del povero ceto politico, usato e bistrattato da un popolo mai soddisfatto e mai riconoscente. Chi aveva mai avuto il coraggio di affrontare il delicato tema della “sindrome da stanchezza cronica”? Il prode Crema chiede da solo che “la malattia venga riconosciuta e si assicurino ai malati assistenza, cure e riabilitazione”. Mi sembra il minimo. Ecco le toccanti argomentazioni che meritano approfondita riflessione da quei pochi fortunati che se ne ritengono immuni e deridono i politici per i loro presunti privilegi:

"Ho conosciuto questa patologia grazie ad una associazione di malati e famiglie che da molti anni lottano senza ottenere ascolto, e già nella passata legislatura ho presentato diverse interrogazioni. Ma la risposta è stata sempre la stessa: la questione è al vaglio delle autorità sanitarie per verifiche e approfondimenti. Poi mai niente”. "E' una condizione sociale discriminante - incalza Crema - perché chi ne è colpito avrebbe bisogno di assistenza continua ma la malattia non è nemmeno iscritta al registro delle malattie rare dell'Istituto Superiore di Sanità". Non si tratta infatti di semplice affaticamento da stress o da superlavoro, ma, come si legge sui numerosi siti internet che si dedicano all'argomento, di una malattia "che compare all'improvviso, in soggetti apparentemente in buona salute".

Sono parole che non hanno bisogno di commenti. Come si può voltare il capo di fronte ad una simile emergenza. Noi italiani siamo bravi ad occuparci dello Tzunami e delle emergenze mondiali, ma a queste tragedie personali chi ci pensa?

Gentile Crema, mi rivolgo a lei con la mia solidarietà, e vadano a quel paese tutti quegli operai, quei muratori, quei raccoglitori di pomodoro pugliesi, quei contadini che vorrebbero averla di fronte per mandarla istituzionalmente a fanc...

Pensi che l'hanno perfino invitata a qualche settimana di lavoro presso le loro sedi, certi che dopo sarebbe si sarebbe perfettamente ristabilito. Una settimana in campagna, ad Agosto, in fabbrica, in cava, in acciaieria, e, dicono loro, passa ogni sintomo della malattia. Non li ascolti, stupide provocazioni.

Negli Stati Uniti si stima che colpisca dalle 100 alle 300 persone ogni centomila, e numeri analoghi si riscontrano in Italia. È una epidemia silenziosa. Mucca pazza? Pollo assassino? Sars? Stanchezza cronica!

Purtroppo al momento non è stata trovata alcuna cura definitiva, per cui si possono sono tenere sotto controllo i sintomi (fatica cronica, disturbi della memoria, faringiti, dolori ghiandolari, muscolari o delle articolazioni, cefalee e debolezze post esercizio fisico).

“Pensate, continua Crema, chi ce l'ha non può stare tranquillo nemmeno quando guida, perché può essere colto all'improvviso da una specie di colpo di sonno. Stesso discorso per le mamme, che non sono in grado di curare i loro figli in autonomia, perché potrebbero accusare 'stanchezza' anche mentre allattano, per esempio".

Per fortuna, l'attenzione verso questo fenomeno sta crescendo, e l'anno scorso anche l'Italia ha ospitato il suo primo convegno internazionale sulla stanchezza cronica, che si è guadagnata anche una giornata mondiale, il 12 maggio, come molte altre patologie rare(Ansa).

Tutti i contadini e gli altri ipocriti che vanno in giro a dire che fanno lavori usuranti possono scrivere al prode Crema e invitarlo ad una settimana di terapia:

CREMA_G@camera.it

lunedì 13 agosto 2007

La storiella del giudice Borsellino ucciso dalla mafia


Io capisco che è molto più facile dire e scrivere che il giudice Paolo Borsellino sia stato ucciso dalla mafia. Capisco anche che è molto più semplice raccontare alle nuove generazioni che in Sicilia tanto tempo fa un giudice eroico fu ucciso dalla mafia e dai mafiosi perchè non dava loro tregua. Sarebbe semplice, efficace ed eterno. Chi vuole può continuare a raccontarlo così quel “fatto”, tenendo presente che quella verità, quella della matrice mafiosa della strage, è una verità al 50%, depurata. Oggi è perfettamente chiaro che ad uccidere Paolo Borsellino il 19 luglio 1992 non furono solo Riina & Co., ma ci fu un concorso di colpe e complicità, tra mafia, servizi segreti e una certa politica. L'ultimo tassello, quello che avrebbe inchiodato nomi illustri e spiegato circostanze misteriose, è rappresentato da un'agenda. Piccola, con la copertina rossa, regalata a Paolo Borsellino dall'Arma dei Carabinieri. Il giudice la portava sempre con sè, e nell'ultimo periodo appuntava su di essa ogni avvenimento, ogni incontro, ogni pensiero relativo alle indagini, alle scoperte, agli interrogatori dei nuovi pentiti. Quell'ultimo tassello, però, manca. Quel giorno in Via D'Amelio la borsa di pelle di Borsellino fu ritrovata sul sedile posteriore della Croma. Intatta. Ma dell'agenda rossa, nessuna traccia. C'era ancora il costume del giudice umido. Ma l'agenda no. C'è una foto però che pone nuovi interrogativi nella storia di quegli appunti. Un uomo, sul luogo della strage, con la borsa del giudice in mano. Sullo sfondo fiamme e distruzione. È Giovanni Arcangioli, all'epoca capitano dei carabinieri. Si allontana dai rottami in fiamme. Il capitano racconta ai pm di Caltanissetta (dove le indagini per i mandanti a volto coperto della strage sono ancora in corso) che consegnò la borsa a due magistrati: l'ex pm del maxiprocesso Giuseppe Ayala, e Vittorio Teresi, sostituto del procuratore generale. Teresi nega categoricamente la ricostruzione di Arcangioli: “Tutto falso”. Ayala dice di averla presa materialmente dall'auto e consegnata ad un carabiniere. Arcangioli ha raccontato di aver aperto la borsa con Ayala e di aver constatato che l'agenda rossa non c'era per consegnarla successivamente ad un altro carabiniere. Anche Ayala smentisce tutto. Sul posto c'è anche Felice Cavallaro, giornalista del Corriere, che racconta di aver visto Ayala prendere la borsa dal sedile posteriore e consegnarla ad un carabiniere e ad un ufficiale. Nella foto dove Arcangioli ha in mano la borsa, la borsa è integra, senza bruciature, che appariranno però su quella recuperata dall'auto. Il dato è uno ed incontestabile: la borsa è prelevata alle alle 17.30 da Arcangioli e ricompare nello stesso punto alle 18 (senza l'agenda). Quindi il capitano l'ha prima rimossa e poi rimessa a posto. E su questo non ci piove. Perchè questa volontaria e deliberata alterazione degli oggetti sul luogo della strage? Cosa cercava? Cosa doveva controllare? Cosa doveva far sparire da quella borsa?

Il mistero dell'agenda è solo parte di un contesto, quello del 1992, molto inquietante. È un anno molto delicato. Dopo la morte di Falcone la mafia propone delle condizioni allo Stato per trovare un accordo. Se lo Stato si fosse piegato ad alcune richieste la stagione delle bombe sarebbe finita. Ma Paolo Borsellino non avrebbe mai dato il suo assenso a queste trattative, e ancor meno sarebbe rimasto zitto; non avrebbe mai avuto a che fare con i carnefici di Giovanni Falcone. Per porre un freno alla deriva politico-istituzionale dell'Italia, sull'orlo di una crisi delle fondamenta democratiche, esposta ad un golpe, massacrata dalla mafia, una trattativa segreta con Cosa Nostra poteva sembrare l'unica via di scampo. E infatti la trattativa parte: il capitano De Donno subito dopo la strage di Capaci inaugura una serie di incontri con l'imprenditore palermitano Vito Ciancimino, uomo di acclarata mafiosità e vicino a Provenzano e sindaco durante il “sacco” di Palermo. De Donno crede che quello potrebbe essere il canale per arrivare alla cattura di Riina. Dopo Via D'Amelio anche il colonnello Mario Mori partecipa agli incontri con il mafioso. I due militari dicono che la trattativa ad un certo punto si interrompe: non si fidano di Ciancimino. Ma Riina confida ai suoi che il canale è stato aperto. E dice anche di aver consegnato il famoso “papello”, un elenco di richieste allo stato: annullamento del maxiprocesso, abolizione della legge Rognoni-La Torre sul sequestro dei beni, una nuova legge sui pentiti, l'abolizione del decreto Martelli, il 41 bis. O si accettano queste condizioni o tutta l'Italia sarà trasformata in campo di battaglia. Quando Ciancimino viene arrestato e il canale si interrompe, effettivamente cominciano le bombe del 93, a Roma, Firenze e Milano. Finiranno solo dopo il fallito attentato dell'Olimpico e la vittoria alle politiche di Silvio Berlusconi. Perchè la guerra mafiosa si è fermata all'improvviso? Le richieste sono state accettate? Il dato di fatto è che subito dopo le elezioni Forza Italia abbia presentato varie proposte di legge nel senso richiesto dai mafiosi: una fra tutte la proposta di attenuazione del 41 bis.

Borsellino era un ostacolo enorme, sia per i mafiosi, sia per quella parte di Stato che premeva per la trattativa. Un ostacolo a sua volta costantemente ostacolato dal procuratore della Repubblica Giammanco, che gli vieterà di indagare su Palermo e lo relegherà alle indagini sulla mafia di Trapani e Agrigento, salvo concedergli la competenza su Palermo alle sette del mattino del 19 luglio. Poche ore dopo Borsellino morirà. Tempismo perfetto. Lo stesso Giammanco ignora le richieste di pentiti illustri che chiedono di parlare solo ed esclusivamente con Borsellino. Non lo comunica nemmeno al giudice, e gli concede di fare i colloqui solo quando è con le spalle al muro, quando Borsellino, come al solito, viene a saperlo da terzi. Giammanco è lo stesso che gli nasconde l'informativa dei Ros che annunciava un imminente attacco al giudice, cosa che Borsellino apprende, per caso, in aeroporto dal ministro Andò. Che diritto aveva di saperlo?

Qualcuno però dovrà chiarire, come già chiesto dal fratello del giudice, Salvatore Borsellino, cosa accadde il primo luglio 1992, quando, mentre Borsellino sta interrogando il pentito Mutolo a Roma, che ha preannunciato dichiarazioni esplosive sul giudice Signorino e sul dott.Contrada (poi condannato per mafia) squilla il telefono. E' il Ministero degli Interni. Borsellino assieme ad Aliquò si precipita al Viminale. Dice al pentito che si deve sospendere il colloquio per qualche ora perchè lo ha appena chiamato il ministro Mancino. E lo scrive anche su un altra agenda, quella grigia: Mancino. Il pentito dice che al suo ritorno Borsellino era così nervoso che aveva due sigarette accese in mano e gli confidò di aver incontrato, a sole 48 ore dalla strage, il capo della Polizia dott.Parisi e proprio il dott.Contrada. Circostanza ritenuta plausibile da Aliquò che però non entrò assieme a Borsellino nella stanza del ministro. Mancino dice di non ricordare quell'incontro, ma di non poterlo escludere. Una scelta perfetta per poter un giorno dire, di fronte a delle prove, “non avevo negato l'incontro”. La definirei una scelta viscida degna del personaggio. Come si fa a ricordarsi di uno qualunque come Borsellino? E' un incontro come un altro. Non aveva convocato e incontrato il magistrato più importante d'Italia. Cosa accadde di così importante da convocare Borsellino e costringerlo ad abbandonare un interrogatorio così importante? Cosa ci faceva Contrada? Fu forse proposto al giudice il famoso patto di non belligeranza che egli di sicuro rifiutò sdegnosamente? In effetti Borsellino era l'unico da convincere e senza di lui non si sarebbe andato da nessuna parte.

A darci un quadro abbastanza chiaro sono le deposizioni di Giovanni Brusca, killer di Falcone. “Borsellino muore per la trattativa che era stata avviata tra i boss corleonesi e pezzi delle istituzioni. Il magistrato, dopo la strage di Capaci, ne era venuto a conoscenza e qualcuno gli aveva detto di starsene zitto ma lui si era rifiutato. A Borsellino era stato proposto di non opporsi alla revisione del maxiprocesso e di chiudere un occhio su altre vicende”. Brusca racconta di aver appreso queste cose direttamente da Riina.

Qualcuno dovrà spiegare perchè un membro del commando di Via D'Amelio, Gaetano Scotto, chiama dal suo telefono nel febbraio del 1992 un utenza del Cerisdi, il centro di formazione per manager sul monte Pellegrino, che avrebbe ospitato fino a pochi giorni dopo la strage una base del Sisde.

Qualcuno dovrà spiegare ai familiari del giudice e all'Italia intera, perchè, come chiesto quotidianamente dagli uomini della scorta, non sia stata istituita in Via D'Amelio, un budello di asfalto senza via di scampo, una semplice zona rimozione, in modo che nessuno avesse potuto parcheggiare lì. In fondo erano tre le tappe di Borsellino: la Procura, la chiesa e la casa della madre in via D'Amelio. La mafia lo avrebbe potuto colpire in quei tre luoghi. Ma nessuno fece nulla. Borsellino non doveva salvarsi.

A confermare quanto tracciato sopra, la Corte d'Assise di Caltanissetta, nella sentenza del processo “Borsellino ter” afferma che “risulta quantomeno provato che la morte di Paolo Borsellino non era stata voluta solo per finalità di vendetta e di cautela preventiva, bensì per esercitare una forte pressione sulla compagine governativa che aveva attuato una linea politica di contrasto alla mafia più intensa che in passato e indurre coloro che si fossero mostrati disponibili tra i possibili referenti a farsi avanti per trattare un mutamento di quella linea politica. Proprio per agevolare la creazione di nuovi contatti politici occorreva eliminare chi, come Borsellino, avrebbe scoraggiato qualsiasi tentativo di approccio con Cosa Nostra e di arretramento dell'attività di contrasto alla mafia levandosi a denunciare, anche pubblicamente, dall'alto del suo prestigio professionale e della nobiltà del suo impegno civile ogni cedimento dello stato o di sue componenti politiche. E d'altronde, proprio tale finalità di destabilizzazione fornisce una valida spiegazione del breve intervallo temporale, cinquantasei giorni, intercorso tra la strage di Capaci e quella di Via D'Amelio”.

Questa è la storia, quella vera.

Alcuni passaggi di questo post sono stati presi dal libro “L'agenda rossa di Paolo Borsellino”, di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizzo, libro che ricostruisce cosa avrebbe contenuto l'agenda rossa attraverso testimonianze dei familiari, dei colleghi e degli amici del giudice.

giovedì 9 agosto 2007

I politici, martiri mal pagati al servizio della gente


Ho appena terminato di leggere il libro di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, “ La Casta”, Rizzoli Editore. Un insieme di nomi e numeri che raccontano in maniera inconfutabile tutti i privilegi della classe politica italiana, che, dati alla mano, è una casta, formata da bramini che pur di non rinunciare alla conquistata sacralità ricorrono anche ai più miseri espedienti. Come il creatore del “Partito dei pensionati”, Giancarlo Fatuzzo, che spendendo per le elezioni europee del 2004 sedicimila euro, con la prassi dei rimborsi elettorali ebbe indietro quasi 3.000.000 di euro. Per ogni euro speso gliene rimborsarono più di 180. Un investimento notevole. Aerei di stato che volano per 37 ore al giorno portando i nostri parlamentari a feste non ufficiali fuori dall'Italia. Il presidente Cuffaro che può spendere in spese di rappresentanza 310.000, dodici volte in più della dotazione totale del presidente della Repubblica tedesca, il quadruplo dei fondi in dotazione al presidente Napolitano, il quale a sua volta spende il quadruplo della regina Elisabetta e della sua corte. Cifre folli che fanno indignare. Il sindaco di un paese aostano che conta 91 abitanti che percepisce uno stipendio pari a quello di un suo collega che amministra un comune da 249.000 anime. i presidenti delle circoscrizioni con le auto blu, autisti e portaborse. Comunità definite montane (e inondate da contributi ad hoc) nonostante siano a 39 metri sul livello del mare. Incazzarsi e vergognarsi non basta più. Una casta si autotutela e non smetterà mai di sua spontanea volontà di essere casta. O ci diamo una mossa o le cose potranno solo peggiorare, in termini reali, non idealistici. Voglio riportare solo alcune tabelle che sono in appendice al libro. Per il resto vi invito a comprarlo, vivamente.

Cominciamo dai capi di stato e di governo: la spesa per il Quirinale nel 2006 è stata di 217.000.000. Nello stesso anno, la Corona britannica ha speso 56.000.000. Quattro volte meno. Il personale del Quirinale è formato da 1072 dipendenti, militari esclusi. Quello della Corona inglese da 433. Quello dell'Eliseo francese, sempre senza militari, da 535 impiegati. Del Bundestag tedesco da 160. Gli artigiani impegnati nella manutenzione del Quirinale sono 59. Quelli impegnati nella manutenzione delle residenze reali britanniche sono 15. Un dipendente del Quirinale costa mediamente, in un anno, 74.500 euro. Un dipendete della di Elisabetta II 38.850. Tra i capi di Stato e di Governo, Prodi è il quinto più ricco, a pari merito con Angela Merkel. Quasi 19.000 al mese. Sei posizioni più in basso c'è il premier spagnolo Zapatero, con 7.300 euro, poi il presidente russo Putin con 4.250 e per chiudere la lista Manmohan Singh, premier indiano, che ogni mese porta a casa 650 euro.

Costi della Camera dei Deputati: costava nel 1968 140.863.557 l'anno. Anno dopo anno la spesa è cresciuta fino ad arrivare nel 1988 a 508.778.958 euro. Nel 2007 la camera costerà 1.004.435.000 euro: dal 1968 il suo costo è cresciuto di sette volte.

Qualche dato sugli aumenti dal 2001 Berlusconico al 2006: i contributi ai gruppi parlamentari sono cresciuti del 22,4% in termini reali. I servizi di ristorazione sono aumentati dell'85%. Il noleggio di automezzi è aumentato del 357%: prima dell'avvento del regime berlusconiano costava 28.110 euro; quando Napoleone D'Arcore è volato via ha lasciato fatture per 140.000 euro. Nel 1948 un parlamentare guadagnava, fatti le dovute proporzioni, circa 2.000 euro. Nel 1986 ne guadagnava 7.750, nel 1991 13.500 e nel 2006 15.706 euro mensili.

E ora un breve sunto dei privilegi e dei vantaggi di cui godono i deputati italiani ad oggi.

Indennità lorda: 11.703.64 euro mensili per 12 mesi.

Diaria: 4.003,11 euro mensili (ridotta di 206,58 euro per ogni giorno di assenza nelle sedute con votazioni.

Contributo per i collaboratori e il rapporto con gli elettori: 4.190 euro per dodici mesi.

Assegno di fine mandato: 80% dell'importo mensile per ogni anno di mandato o frazione non inferiore a sei mesi.

Assegno vitalizio: a 65 anni riducibili a 60 in base al numero di anni del mandato, dal 25% all'80% dell'indennità.

Libera circolazione sui treni italiani.

Libera circolazione sui traghetti in Italia.

Voli aerei nazionali gratuiti.

Trasferimento dalla residenza all'aeroporto e tra Fiumicino e Montecitorio: 3.323,70 euro (dimezzato per gli eletti nel collegio Lazio1)

Trasferimento dalla residenza per chi dista più di 100 km dall'aeroporto più vicino: 3995,10 euro.

Rimborso annuale per viaggi all'estero: 3100 euro.

Assistenza sanitaria integrativa.

Barberia a prezzi scontati (gratuita per i senatori).

Libero ingresso nei cinema e nei teatri.

Assicurazione contro il furto di oggetti nei locali delle camere.

Conto corrente presso l'Agenzia del Banco di Napoli alla camera senza spese e con interesse del 3,30% lordo annuo.

Se vogliamo parlare dei nostri parlamentari europei, ebbene sono i più pagati percependo 149.215 euro l'anno. Ai quali vanno aggiunti circa 30.000 euro l'anno per le varie spese, dal soggiorno ai collaboratori. Un europarlamentare francese guadagna 63.000 euro l'anno. Uno spagnolo 39.463. Un ungherese 10.080.

I dati più scandalosi riguardano i rimborsi elettorali elargiti ai partiti: sono stati nel 2006 200.819.044 euro. E guardiamo nel dettaglio: Forza Italia per ogni euro speso alle europee del 2004 ne ha avuti in cambio 1,56. L'Ulivo, sempre per ogni euro speso, ne ha ricevuti 7,78. An 2,12; Udeur 2,99; Alessandra Mussolini 6,06; Lista Pannella 0,85; Verdi 2,49; Lega Nord 5,91; Italia dei Valori 2,46; Fiamma Tricolore 81,49; Pdci 11,81; Rifondazione Comunista 13,02; Partito pensionati 180,53; Nuovo Psi 5,7; Svp 4,75; Udc 1,37.

Non poteva mancare, in un libro dedicato agli sprechi, la ricca Sicilia: in Val d'Aosta e in Friuli Venezia Giulia un consigliere regionale guadagna al mese 8.704 euro, più 2.685 euro di diaria. In Veneto, Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Marche e Lazio 8.082. Con diaria in media di 3.000 euro. In Sicilia, lo stipendio mensile di un consigliere è di 12.434 euro, ai quali vanno aggiunti 4.000 euro al mese di diaria. Personale delle regioni: in Sicilia ci sono 14.395 dipendenti e 2.150 dirigenti. In Lombardia ci sono 3.729 dipendenti e 297 dirigenti. In Sardegna 4.144 dipendenti regionali e 178 dirigenti.

E mi fermo. Dicendovi solo che del libro, questo è solo l'aperitivo, senza nemmeno l' antipasto.

Prego, favorite pure, visti tutti questi sprechi, un libro possiamo pure comprarlo.

martedì 7 agosto 2007

Lettera sul "contesto" siciliano


Pubblico la lettera di una tra le persone che stimo di più al mondo e che condivide con me la stessa visione extraterrestre della politica e della legalità. Un altro marziano.

Caro Benny,

lo sviluppo della tecnologia consente delle cose molto strane. Siamo in posti diversi dell’Italia non ci sentiamo da qualche giorno eppure leggo quello che pensi e quello che fai attraverso il tuo blog.

Appunto leggendo il tuo blog mi sono imbattuto nella lettera che ti ha indirizzato il vice-ministro Capodicasa e poi a ritroso ho letto la tua risposta, poi la lettera del di Enzo Napoli la tua risposta ecc.

Alla luce di quello che ho letto mi pareva opportuno inviarti delle considerazioni alla fine di una lunga giornata di lavoro.

Hanno ragione loro quando si stupiscono delle tesi che tu sostieni, perché vivono respirano e si relazionano in Sicilia. Nel mio lavoro negli ultimi decenni una grande attenzione viene posta al concetto di contesto, secondo un grande autore “il contesto è matrice di significati” questo significa che le cose tra loro sono sempre in relazione e assumono un significato diverso a seconda del contesto in cui si verificano. Se vuoi tutto questo è vicino al concetto etnoantropologico di cultura.

Sempre per capire o meglio comprendere gli essere umani nel mio lavoro abbiamo bisogno di mettere una leggera distanza dal contesto (funziona come quando hai bisogno di allontanare un oggetto per metterlo a fuoco), essere quindi inseriti all’interno di un certo contesto in cui tutti si rapportano e comunicano in un certo modo fa diventare questo modo l’unico. Forse la Sicilia si capisce e si comprende meglio solo se si vive per un periodo fuori.

Io penso che la mafia sia prima di tutto un modo con cui un soggetto gestisce le sue relazione e i suoi rapporti. Rispetto ai signori con cui tu intessi intense corrispondenze la differenza è molto semplice: loro pensano che sei colpevole solo se ti beccano con le dita nella marmellata e ciò deve essere dimostrato in maniera inoppugnabile (devono essere in tanti ad averti visto, devono trovare le impronte digitali, e poi se confessi fanno finta che di marmellata ne hai rubata meno); tu invece parli di etica e quindi di coscienza quindi di percorsi interni, e qui le cose diventano molto complicate. La coscienza è quella guida interiore che regola le nostre condotte individuali. Quindi una nostra azione non corretta non esiste solo quando viene intercettata (termine molto di moda) da qualcuno, ma quando non è congruente al patrimonio esperienziale e valoriale di ciascuno di noi e dei valori sociali. In sintesi Benny, hanno una mentalità mafiosa ma pensano di no, poi rispondono alle tue lettere e se lo scrivono da soli.

L’altre considerazione che ti volevo inviare riguarda la buona fede. Quando qualcuno fa loro notare che qualcosa non va iniziano in maniera mafiosa a pensare: quale sarà il suo scopo? dimenticandosi completamente di quello che gli fai rilevare. Quindi perché lo dici e non cosa dici.

Mi piacerebbe continuare questa lettera ma sono stanco ed è tardi, domani una lunga giornata di lavoro mi attende.

Mi piacerebbe scriverti di come ci hanno tolto qualsiasi diritto, anche quello di indignarci perché non siamo obiettivi (ma incazzati), di come vogliono convincerci che in fondo siamo tutti uguali e tutti sulla stessa barca ecc. ecc.stronzate!!!! Loro sono sporchi e noi no!

Non essere triste e non appesantirti il cuore

Ti invio invece la fine di un racconto da cui è stato tratto uno spettacolo teatrale che siamo andati a vedere con i bambini. Tra le Nuvole di Marco Renzi

Nei giorni che seguirono nacque un’umanità nuova, un’umanità profumata. Nelle piattaforme e negli ospedali sospesi di tutto il mondo venero alla luce bambini che sapevano di fiori in maniera così forte che tutti si meravigliarono. I bambini vennero lavati più volte ma quell’odore restava e non si capiva da dove venisse.

L’odore dei fiori riempì gli ospedali e da questi pian piano tutto il resto; uffici, strade , piattaforme, teatri, cinema, negozi, ovunque si avvertiva un fortissimo odore di fiori e nessuno riusciva a capirne l’origine.

Giorno dopo giorno quel profumo cambiò la gente.

Negli anni crebbe un’umanità diversa, un’ umanità che mise al primo posto il valore d un prato, di un albero, di una nuvola, un’umanità che ebbe rispetto profondo di se stessa e della sua vita. Nessuno seppe mai però che il merito di quel cambiamento fu di un umile archivista e di una cicogna bianca.

Un bacio,

Pasquale

venerdì 3 agosto 2007

Il vice ministro Capodicasa replica


Roma, 2 agosto 2007

Mi è stata fatta avere, da parte di miei compagni, la lettera, che dal tuo blog, indirizzi a Romano Prodi a proposito di “un certo Capodicasa”.

La lettera ha il profilo della calunnia e dell’offesa che meriterebbe, forse, ben altre considerazioni.

Tra il consiglio di chi mi suggerisce di ignorare la lettera, per la sua evidente infondatezza e pretestuosità, quello di chi mi suggerisce di adire le vie legali, considerandoti in malafede, e chi, invece, mi suggerisce di dialogare perché ti considera in buonafede, scelgo il consiglio di questi ultimi.

Mi sembra infatti giusto fornire elementi di valutazione e di chiarificazione ad un giovane che afferma di essere “amante della libertà, della legalità, della giustizia”, che pone delle questioni che sono prive di fondamento - come cercherò di dimostrare - ma che ho il dovere di considerare in buona fede, fino a prova contraria.

Cominciamo, innanzitutto, dal gratuito e stupefacente regalo che fai a Cuffaro.

L’on. Cuffaro è sotto processo per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra, (oltre ad essere indagato per concorso esterno) per aver fatto sapere ad alcuni, di cui, secondo l’accusa, conosceva la loro qualità di aderenti a Cosa Nostra, notizie riguardanti indagini sul loro conto; di averli favoriti, consapevole che si trattasse di favori fatti ad esponenti di Cosa Nostra e di avere intrattenuto diretti e ripetuti contatti con essi nonostante fossero notoriamente mafiosi. La Procura si avvale, nel sostenere queste accuse, di intercettazioni telefoniche ed ambientali, di testimonianze e di accusatori.

Io non so se Cuffaro abbia commesso o no i reati di cui viene accusato. Sarà una Corte di Giustizia a stabilirlo.

In ogni modo, equiparare, come tu fai, il caso Cuffaro ad altri che, comunque tu la pensi, non c’entrano niente con comportamenti di questa natura, e che in ogni caso non hanno alcuna rilevanza penale, si risolve solo in un favore fatto a Cuffaro e a rivolgere una infondata calunnia agli altri.

Ma torniamo al caso che ci riguarda.

Secondo te sarei passibile di giudizio morale per avere avuto rapporti di conoscenza con l’ing. Montalbano, attualmente sotto processo per concorso esterno.

Vediamo chi è l’ing. Montalbano.

L’ing. Giuseppe Montalbano è figlio del compianto on. Giuseppe Montalbano, membro della Costituente; deputato all’Ars per tre Legislature, in cui svolse il compito di Presidente del Gruppo Parlamentare Comunista; è stato Sottosegretario di Stato alla Marina Mercantile; sindaco del Comune di Santa Margherita Belice; è stato autore di diversi saggi, tra cui uno dal titolo “Mafia, politica e storia” nel quale, peraltro, accusava il Pci, di non proteggere abbastanza chi combatteva la mafia, e persino di compiacenza alcuni suoi esponenti (pensa un po’).

Quando da giovane cominciai a militare nel Pci, Giuseppe Montalbano si era già ritirato dalla vita politica attiva. Non l’ho quindi conosciuto personalmente.

Ma nell’ambiente di partito, e non solo, veniva considerato un uomo un po’ estroverso, a volte eccentrico in alcune sue manifestazioni, ma comunque una personalità importante della Sinistra Siciliana, un punto di riferimento per chi combatteva la Mafia, anche perché era stato una vittima della Mafia, avendo perduto un figlio per mano mafiosa.

Fino al 1991 personalmente ignoravo l’esistenza dell’altro figlio, l’ing. Giuseppe, che, tra l’altro, viveva ed operava da imprenditore a Palermo.

L’ho conosciuto, in occasione di un incontro elettorale, all’Hotel Torre Makauda, di cui era gestore, e mi venne presentato in quella circostanza dal sen. Accursio Montalbano, oggi Senatore di Sinistra Democratica, ma allora candidato, come me, nelle liste del Pci-Pds alle regionali, in quelle elezioni.

Dopo di allora ho incontrato in poche occasioni l’ing. Montalbano. O all’Ars, dove veniva spesso con le delegazioni delle associazioni cooperative, per incontrare i gruppi parlamentari su provvedimenti di legge che riguardavano il settore; o all’Hotel Torre Makauda, in occasione di manifestazioni od incontri di partito o di altre associazioni che lì si tenevano.

Nella tua lettera citi una frase dell’ing. Montalbano che in un’intervista dichiara di avere frequentazioni con l’on Capodicasa.

Quell’intervista l’ho letta anch’io e la tua affermazione, oltre ad essere una forzatura della realtà, considerate le poche volte che l’ho incontrato personalmente, è una forzatura persino della dichiarazione che Montalbano fece. Infatti, egli affermava: «Esponenti nazionali dei Ds di oggi non ne conosco personalmente. Ho buone frequentazioni con quelli siciliani: Michelangelo Russo, Angelo Capodicasa ed Emanuele Macaluso soprattutto».

Quindi, collusi anche Emanuele Macaluso, Michelangelo Russo e tanti altri che con lui avevano rapporti di conoscenza? Come vedi non funziona.

Non si capisce, in tutto ciò cosa ci possa essere di rilevante sul piano etico; dal momento che l’ing. Montalbano parla di frequentazioni intrattenute prima che fosse nota la sua vicenda giudiziaria. Da allora, per quanto mi riguarda, non ho più avuto occasione di incontrare l’ing. Montalbano. Se saranno provati, con sentenza definitiva, le accuse rivolte a Montalbano egli ne risponderà alla Giustizia, diversamente sarà un libero cittadino. Ma eventuali sue responsabilità, di tipo etico o morale non possono certo essere trasferite su altri, che sono ovviamente all’oscuro delle sue attività e delle sue relazioni. Se questo dovesse essere il metro di giudizio, da utilizzare in simili circostanze, oggi ci sarebbero magistrati, politici, imprenditori, gente comune che porterebbe responsabilità solo per aver avuto rapporti di conoscenza, amicizia, o di lavoro con uomini che poi si sono rivelati collusi con la mafia. Comprenderai l’assurdità di una simile impostazione.

Se Montalbano verrà riconosciuto colpevole di certo i suoi atteggiamenti, oltre che comportamenti, erano quelli di un insospettabile, niente poteva far pensare, sempre che lo abbia fatto, che intrattenesse rapporti con esponenti di Cosa Nostra. Paradossalmente, proprio se le accuse che gli sono mosse fossero provate, il suo ruolo di “prestanome” gli imponeva una assoluta segretezza dei suoi rapporti con la Mafia.

Giuseppe Lumia, allora Presidente della Commissione Nazionale Antimafia, nel commentare le frequentazioni dell’ing. Montalbano con Giuseppe Arnone, esponente di Legambiente in Sicilia, che in un’interrogazione parlamentare del senatore Bongiorno era accusato di avere ricevuto sponsorizzazioni e finanziamenti in cambio dell’appoggio politico a Torre Makauda ed alle attività imprenditoriali di Montalbano disse:“I rapporti tra mafia e politica vanno colpiti dopo essere stati accertati. Io penso, per esempio, che Giuseppe Arnone sia in buona fede, anche se è stato fotografato con Montalbano”.

All’epoca dell’arresto dell’ingegnere Montalbano tutti i giornali parlarono di un “insospettabile” di un “imprenditore dal doppio volto”.

Sempre Lumia, commentando le vicende giudiziarie di Montalbano pur giudicando gravissime le accuse che gli vennero mosse lo considerava un caso isolato, non assimilabile a tutta la sinistra e lo considerava, anche lui, un insospettabile. Come vedi, né io né nessun altro era, o poteva essere, a conoscenza di elementi che facessero sospettare dei rapporti che poteva avere con Cosa Nostra.

Anche della comunicazione giudiziaria che, come ricordi tu, ricevette nel 1984 non se ne aveva notizia. Probabilmente perché fu archiviata nel 1987.

Si ritornò a parlare di Montalbano, a seguito della vicenda della villa di Via Bernini, ma anche in quel caso, come si è poi saputo, la sua posizione venne archiviata. Neanche i Magistrati e le Forze dell’Ordine erano a conoscenza di fatti o elementi che potessero far sospettare di un eventuale collusione di Montalbano.

Per concludere altre due precisazioni che ti possono aiutare a farti un’idea più precisa dei fatti che tu citi.

La prima è che non ho mai festeggiato la mia elezione a Presidente della Regione, né con l’ing. Montalbano né con altri, né all’Hotel della Valle né altrove. Chi mi conosce sa che non uso festeggiare cariche politiche, poiché le considero solo delle funzioni da svolgere pro tempore e non traguardi di carriera da raggiungere. All’Hotel della Valle ad Agrigento non c’è stato alcun festeggiamento. Si svolse una manifestazione pubblica, promossa dalla Federazione Provinciale dei Democratici di Sinistra che, spinta dal legittimo orgoglio di avere avuto eletto un suo dirigente a Presidente della Regione Siciliana, organizzò un’assemblea pubblica di dirigenti locali a cui parteciparono oltre trecento persone. In tanti presero la parola, dopo il mio intervento conclusivo la manifestazione si sciolse, ed io andai via per altri impegni già programmati, come possono ricordare quanti parteciparono all’incontro. Non so se a quella manifestazione fosse presente l’ing. Montalbano, ma anche se lo fosse stato non vedo quale possa essere il significato che si vorrebbe attribuire a quella presenza.

La seconda riguarda Stella Capizzi. Stella Capizzi è stata un’impiegata dell’Assemblea Regionale Siciliana (oggi in pensione). Era iscritta al Pci, ma non è mai stata “segretaria del gruppo Ds in Regione”, come tu erroneamente scrivi. Nel regolamento interno dell’Ars è previsto che agli uffici dei componenti del Consiglio di Presidenza (Presidente, Vice Presidenti, Deputati-Questore e Deputati-Segretari) vengano assegnati alcune unità di personale, per lo svolgimento delle normali funzioni burocratiche. Stella Capizzi è stata spesso destinata a queste funzioni. Che io ricordi è stata nell’ufficio di Pancrazio De Pasquale, deputato del Pci che ha poi aderito a Rifondazione Comunista, durante il periodo in cui ricoprì la carica di Presidente dell’Ars; nell’ufficio di Michelangelo Russo, durante il periodo in cui fu Presidente dell’Ars; dell’on. Gioacchino Vizzini, deputato comunista mentre era Vice Presidente; dell’on. Giorgio Chessari, deputato del Pci, mentre svolgeva il compito di Deputato-Questore. Quando, nel 1991, sono stato eletto vice Presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana (e non della Regione come tu scrivi) nel mio ufficio a queste funzioni venne destinata una dipendente dell’Ars, che dopo un po’ di tempo si pose in aspettativa per maternità e soltanto da allora venne sostituita da Stella Capizzi. Non so chi abbia chiamato Stella Capizzi per quella strana comunicazione di cui tu parli nella lettera. Sono veramente curioso di conoscere il nome di questo mio presunto collaboratore, dal momento che, per quanto scavi nella memoria, non ricordo affatto l’episodio, e posso escludere con certezza che la telefonata fosse stata fatta su mia richiesta. Potrei fare soltanto delle illazioni, ma sarebbero troppo maliziose per poterle mettere per iscritto.

In ogni caso, varrebbe anche per questo episodio quanto detto per gli episodi precedenti.

Concludendo, spero di essere stato di aiuto nel chiarire circostanze richiamate nella tua lettera. Sono a disposizione, se lo vorrai, per ulteriori chiarimenti, sia in privato che in pubblico. Ciò che oggi mi premeva era che un giovane “amante della libertà, della legalità, della giustizia” non entrasse in un tunnel di sfiducia e disillusione e non contribuisse a diffonderle in un momento in cui c’è invece bisogno di convinzione e motivazione nella battaglia per la legalità.

Ed è questo il motivo per cui ho deciso di scriverti, nonostante tanti mi sconsigliassero di farlo, perché considerano la tua lettera una conseguenza della campagna elettorale amministrativa del tuo Comune, tenutasi un paio di mesi fa, durante la quale tu tenevi i comizi a sostegno del candidato a Sindaco di Forza Italia; mentre io sono venuto a tenere un comizio a sostegno del candidato a Sindaco del centrosinistra, poi fortunatamente risultato eletto.

Sono convinto - e spero di avere ragione - che il motivo della tua lettera non sia legato a questo fatto. Io, comunque, mi sono sentito in dovere, vista la premessa della tua lettera, di chiarire i fatti, o almeno di provare a farlo, prima ancora di valutare altre possibili iniziative.

Ti saluto.

Angelo Capodicasa


Gentile vice ministro Capodicasa,

educato da sempre al rispetto delle istituzioni, nelle missive in questione mi sono sempre rivolto a lei con Nome e Cognome e incarico di governo. Mai con appellativi come “un certo Capodicasa”.

L'interpretazione libera ormai è prerogativa di qualunque cosa, si figuri di una lettera. Propongo quindi che ad essere in malafede sia forse chi le ha consigliato di non rispondermi, o addirittura di “adire le vie legali” (ha il vago profumo di minaccia) certo della mia pretestuosità. Io, mi creda, non ho alcuna ragione per avere rancori personali con lei, di qualsiasi tipo. E le sue ipotesi, mi permetta di dire molto provinciali, mi offendono e offendono tutti coloro che leggono il mio blog e con me condividono quei valori come la legalità, la libertà, la giustizia che sia lei che i suoi collaboratori virgolettano. Mi offende perché lei ipotizza che a monte della missiva ci possa essere il nostro diverso impegno politico alle recenti amministrative. Io le parlo di legalità e lei mi parla di elezioni. È chiaro che lei non conosce me e non conosce il mio lavoro, perché in caso contrario probabilmente non parlerebbe in questo modo. Ma siccome amo la precisione, le ricordo che lei non ha sostenuto il candidato di centro-sinistra (forse non gliel'hanno detto) ma una lista civica in cui c'era anche l'Udc, come io ho sostenuto una lista civica dove c'era anche Forza Italia. La vendetta, gentile vice ministro Capodicasa, in questo ed in altri casi, non fa parte della mia cultura. E le ripeto che l'unica motivazione che mi ha spinto a scrivere al Presidente Prodi prima, e a lei adesso, è solo il bisogno, la necessità di chiarezza.

Ma passiamo alle questioni più importanti. La ringrazio, intanto, di avere vinto le resistenze di diversa natura e di avere deciso di rispondermi, anche perché credo che questo sia giusto e logico in una democrazia; che i rappresentanti del governo dialoghino sia con i propri elettori sia con il popolo in generale, fosse anche solo per mantenere un contatto con la realtà.

Lei dedica parecchi capoversi per chiarire che la sua vicenda è molto diversa da quella di Cuffaro. Su questo, gentile vice ministro, nessuno ha dubbi. Nemmeno io, e lo dico sinceramente. Tutti sappiamo chi è Cuffaro e tutti ne abbiamo un'opinione. Ho solo fatto un parallelo, magari volutamente provocatorio, tra i rapporti Cuffaro-Aiello (anche il presidente dice che non era a conoscenza della mafiosità di Aiello) e quello Capodicasa-Montalbano. Entrambi conoscenti inconsapevoli di esponenti di Cosa nostra. Lei stesso sottolinea che non c'è niente di penalmente rilevante, come ho fatto io del resto. Ma qualcosa c'è. Stop. E' inutile fare demagogia.

Secondo te sarei passibile di giudizio morale per avere avuto rapporti di conoscenza con l’ing. Montalbano, attualmente sotto processo per concorso esterno”. Si, e l'ho già argomentato,e questa, e solo questa, è una mia opinione.

Lei, vice ministro Capodicasa, ricostruisce con precisione la vita dell’ing. Montalbano, e offre anche una panoramica su quella del padre, Giuseppe Senior, che lei chiama “compianto”. Cito testualmente: “On. Giuseppe Montalbano, membro della Costituente; deputato all’Ars per tre Legislature, in cui svolse il compito di Presidente del Gruppo Parlamentare Comunista; è stato Sottosegretario di Stato alla Marina Mercantile; sindaco del Comune di Santa Margherita Belice; è stato autore di diversi saggi, tra cui uno dal titolo “Mafia, politica e storia” nel quale, peraltro, accusava il Pci, di non proteggere abbastanza chi combatteva la mafia, e persino di compiacenza alcuni suoi esponenti (pensa un po’). Ma nell’ambiente di partito, e non solo, veniva considerato un uomo un po’ estroverso, a volte eccentrico in alcune sue manifestazioni, ma comunque una personalità importante della Sinistra Siciliana, un punto di riferimento per chi combatteva la Mafia, anche perché era stato una vittima della Mafia, avendo perduto un figlio per mano mafiosa”.

Pensa un pò. Penso, e credo che lei ometta qualcosa di importante. Ad esempio che nel 1984, un certo giudice Falcone invia una comunicazione giudiziaria sia a Montalbano jr, che, legga bene, proprio al paladino dell'antimafia e pilastro della sinistra siciliana, Montalbano senior. Pensa un pò. Il capitano Angiolo Pellegrino aveva denunciato padre e figlio assieme ad altre 28 persone per “aver fatto parte di un associazione di tipo mafioso, avvalendolesi della forza dell'intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento che ne derivava per acquisire in modo diretto e indiretto la gestione e il controllo di numerose attività economiche e in particolare di numerose società, appalti e servizi pubblici e ciò al fine di realizzare profitti e vantaggi ingiusti per se e per gli altri con le aggravanti di aver finanziato le attività economiche di cui sopra con il prodotto e il profitto di delitti e segnatamente del traffico di sostanze stupefacenti”. Tutto questo preso pari pari dal rapporto giudiziario dei Carabinieri di Palermo, nucleo operativo, prima sezione, su Carmelo Gariffo + 29 del 10 aprile 1984. Documento consultabile liberamente. Mi permetto di continuare il rapporto: “Montalbano Giuseppe, classe 1895 e il figlio omonimo classe 1935 sono soci della T.N. Residence SPA, in origine Batticano- compagnia di navigazione. La prova dell'affiliazione dei due Montalbano alla organizzazione capeggiata da Provenzano Bernardo è data dalla presenza dei coniugi Lipari-Impastato (Lipari era il collettore delle tangenti versate dalle imprese e tramite con il mondo politico istituzionale per conto di Provenzano) che a partire dal 1972 si scambiano vicendevolmente la carica di amministratore unico della citata società”. L'esattezza della ricostruzione del capitano Pellegrino verrà confermata dalle sentenze e dai racconti di alcuni collaboratori di giustizia. Ingiusta omissione in termini di chiarezza.

Ho difficoltà ad individuare una forzatura nella mia frase quando riporto le parole dell'intervista di Diario all' ing. Montalbano. Noto piuttosto che lei non smentisce Montalbano quando parla di buone frequentazioni. Avrei preferito parole forti al riguardo. “Quindi, collusi anche Emanuele Macaluso, Michelangelo Russo e tanti altri che con lui avevano rapporti di conoscenza? Come vedi non funziona.” Colluso, gentile vice ministro, non lo è lei, come non lo sono gli altri due. Siete, semplicemente come detto da Montalbano, in buona frequentazione. Mai usato la parola colluso!

Mi permetto di contraddire una sua affermazione. Lei dice “Non si capisce, in tutto ciò cosa ci possa essere di rilevante sul piano etico; dal momento che l’ing. Montalbano parla di frequentazioni intrattenute prima che fosse nota la sua vicenda giudiziaria”. Falso. L'ingegnere parla dell'attualità, e l'intervista di Diario risale al 2002, quando ha già subito la prima condanna e le sue vicende sono note. E se così stanno le cose, sul piano etico c'è molto, moltissimo da dire, mi perdoni.

All’epoca dell’arresto dell’ingegnere Montalbano tutti i giornali parlarono di un “insospettabile” di un “imprenditore dal doppio volto”. Gentile vice ministro, se quei giornali avessero prima dato un'occhiata alle denunce del capitano Pellegrino, non avrebbero chiamato insospettabile l'ingegnere. Semplicemente perché non lo era, c'erano già grossi punti interrogativi sul signor Montalbano, non facciamo finta di nulla. Il fatto che i giornali lo hanno etichettato come “insospettabile” non vuol dire che lo fosse.

Poi, lei individua delle notizie da me fornite che non corrisponderebbero alla realtà, e questo sarebbe gravissimo. Ora, siccome io non parlo mai per sentito dire, e mi documento bene prima di scrivere, la informo che la notizia che lei abbia festeggiato la sua elezione alla presidenza della regione con l’ing. Montalbano all’Hotel della Valle è contenuta nel libro “I complici”, di Lirio Abbate e Peter Gomez a pagina 147 e a pagina 322. E sempre dal libro sopracitato riprendo la notizia che Stella Capizzi è stata un’impiegata dell’Assemblea Regionale Siciliana e sua segretaria. Pagina 146. Spieghi ai suoi collaboratori in malafede che dovrebbero querelare prima gli autori del libro, che un ragazzo che cita e chiede spiegazioni.

Non so chi abbia chiamato Stella Capizzi per quella strana comunicazione di cui tu parli nella lettera. Sono veramente curioso di conoscere il nome di questo mio presunto collaboratore, dal momento che, per quanto scavi nella memoria, non ricordo affatto l’episodio, e posso escludere con certezza che la telefonata fosse stata fatta su mia richiesta”. Anche qui può tranquillamente chiedere agli autori del libro. Pagina 146. Risulta strano che qualcuno volesse comunicare, a sua insaputa, il suo arrivo a Punta Raisi all'ing. Montalbano.

Ciò che oggi mi premeva era che un giovane “amante della libertà, della legalità, della giustizia” non entrasse in un tunnel di sfiducia e disillusione e non contribuisse a diffonderle in un momento in cui c’è invece bisogno di convinzione e motivazione nella battaglia per la legalità”. Se lei mi ha davvero risposto per questo motivo, la ringrazio di nuovo, le fa onore. Ma in quel tunnel di sfiducia verso la classe politica siciliana e nazionale ci sono già. E se molta, molta altra gente è con me in quel tunnel non credo sia solo un problema mio né un problema di qualunquismo. Forse è un problema endemico della politica attuale. E mi risulta bizzarro che proprio in questo contesto lei chieda spiegazioni a me sulle mie parole, e non smentisca con forza quelle di un uomo legato alla mafia che parla di buone frequentazioni. Mi avrebbe dato convinzione e motivazione nella lotta per la legalità una sua forte e sdegnata smentita. Perché, come sa, oltre al contenuto, in politica è fondamentale anche la forma, oltre all'onestà, anche l'apparenza di onestà.

Resto in attesa di sue eventuali iniziative, a quanto ho capito giudiziarie, con la serenità che metto in tutto quello che faccio, certo della mia buona fede e sicuro che porre delle domande citando degli episodi non costituisca reato, ma un ulteriore passo verso la pretesa che gli uomini politici siano lontani migliaia di chilometri dal più piccolo affiliato di Cosa nostra, sia nei fatti che nelle parole.

Benny Calasanzio

mercoledì 1 agosto 2007

Campagna regionale "Adotta un mafioso"


Ho cambiato idea. Ho capito che sono out. Sono fuori moda, antico. Un moralista e un giustizialista scaduto. Come ho fatto, per più di un anno, a pretendere dalle pagine del mio blog che i politici non avessero amicizie mafiose? Ma come ho fatto a mettere in difficoltà quel galantuomo del responsabile organizzativo dei Ds in Sicilia, che oggi è anche tra i costituenti del Pd, svelandogli che il suo Capodicasa era amico di un mafioso, sia quando magari poteva non saperlo (il beneficio del dubbio, ormai sono cambiato), sia adesso, che di certo lo sa? Voglio farmi perdonare. Voglio rientrare nel giro, perchè in caso contrario sarò l'unico a non avere amici degli amici, non avrò tessere di partito e da grande non potrò lavorare. Voglio ridiventare un giusto! Siccome sono serio, non solo torno a testa bassa, umiliato e sconfitto, ma lancio anche un'iniziativa: “Adotta un mafioso”. Basta con l'isolare i boss, basta con questo “giustizialismo sommario” come dice Napoli, ci vuole la mentalità aperta, sennò noi siciliani sempre cavernicoli rimarremo minchia! Mi unisco a Forza Italia nella lotta portata avanti per l'attenuazione del 41 bis, il regime di carcere duro, che qualcuno diceva essere un impegno preso direttamente con Cosa nostra. Io dico aboliamolo il 41 bis! Ognuno di noi deve diventare amico di un mafioso. Perchè essi non devono subire discriminazioni. I trans in parlamento e i mafiosi devono essere emarginati? Ogni uomo e ogni donna di buona volontà deve scegliere un mafioso e accudirlo, coccolarlo, anche nella latitanza, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, finchè galera non li separi. Dove trovare un mafioso? Potete andare nelle sedi dei partiti, destra o sinistra non fa differenza, e chiedere con quale boss loro siano in rapporti. Una volta era affollatissima la sede della Dc, oggi quella dell'Udc è una delle tante. Morto il mafioso Ciancimino, morto il mafioso Salvo Lima, oramai non ha più il primato. Suvvia, prendete coraggio, fate come il viceministro Capodicasa, come l'ex ministro forzista La Loggia, come il senatore Renato Schifani, come il già condannato per mafia Marcello Dell'Utri, come Silvio Berlusconi, datore di lavoro del boss siciliano Vittorio Mangano, e naturalmente come il capostipite, il guru, il dio: Totò, amico di mafiosi, indagati, pregiudicati, condannati e in via di condanna.

Fonderò una associazione, una onlus che raccoglierà in un albo tutti i mafiosi in cerca di assistenza, visto che codesto albo, come ricordatomi dal Gentile Enzo Napoli, non esiste, così ognuno potrà venire da noi e scegliersi il boss che più gli piace. La pratica sarà sbrigata in pochi minuti. Le nostre sedi saranno due: una sull'autostrada che va da Palermo a Punta Raisi, all'altezza di Capaci, e l'altra in Via d'Amelio. Perchè è ora di smetterla di parlare di Falcone e Borsellino. Oggi ci sono Ficarra e Picone, Gin e Fitz, Ale e Franz. Anche loro sono superati. Si, sono morti, ok. Ma anche loro erano dei giustizialisti sommari. Pensate che Borsellino aveva inserito tra le possibilità dei magistrati, quella di arrestare sul momento coloro che fornivano falsa testimonianza nelle indagini di mafia. Falcone voleva diventare procuratore nazionale antimafia per pura brama di potere. Superiamoli, mandiamo a puttane il loro impegno e apriamo gli occhi. Tanto, diciamocelo chiaro, oggi cosa contano Falcone e Borsellino? Oggi abbiamo i nostri eroi moderni, i politici che non sanno stare lontani da Cosa Nostra, che di Cosa Nostra vivono e che grazie a Cosa Nostra, molti siciliani, ma non tutti, sono stati eletti. E basta a chi dice che questi politici dovrebbero avere sempre di fronte quell'immagine-icona di Falcone e di Borsellino, che passeggiano vicini, quasi sorridendo. Che dovrebbero pensare che quei due sono stati fatti saltare in aria da un organizzazione mafiosa di cui i loro amici fanno parte, e che la loro si chiama collusione, connivenza. Basta con tutto questo, aveva ragione Borsellino, il vento è cambiato, il suo lavoro e quello di Giovanni è stato inutile, una sceriffata. Ma noi siamo buoni e li perdoniamo. Riposino in pace. Lasciamo in pace i boss, in fondo, è solo brava gente che cerca di portare a casa un pezzo pane, come tutti noi.