lunedì 30 luglio 2007

Cuffaro giunge a Terme Euganee, la fama lo precede


I ragazzi di Laboratorio 48 mi hanno inviato le foto della Festa dell'Unità di Terme Euganee. Mi avevano chiamato perchè volevano del materiale su Cuffaro da presentare agli ospiti durante le serate destinate alle discussioni sulla legalità. Gli ho detto di andare in tribunale, ma poi alla fine gli ho spedito il video di presentazione e qualche indirizzo dove trovare informazioni sulla sua "carriera". Il video lo hanno proiettato a rotazione, le informazioni le hanno attaccate in giro e man mano spiegavano alla gente che si fermava chi era questo Totò. Alcuni dicevano: “Ah, il comico con la coppola di Anno Zelig?”. Vaglielo a spiegare che è il presidente della regione indagato. “Certo, se lui è il presidente della Sicilia e io sono Michele Aiello” dicevano. Credo questo tipo di informazione sia un passo verso quella richiesta che io da parecchio spero arrivi. La pretesa da parte del resto d'Italia che la Sicilia risolva i suoi problemi senza gravare sull'economia nazionale. Il passo successivo sarebbe mandare un economista qualsiasi, un analista, in tv, all'ora di cena, a reti unificate, a spiegare ai siciliani che la mafia, oltre a fare schifo, è una zavorra di dimensioni colossali che pesa sullo sviluppo della nostra regione. C'è ancora chi crede che in fondo la mafia fa bene alla Sicilia, che protegge, che previene la micro criminalità, che si sta meglio, che “mangiano e fanno mangiare”. Recenti studi, dall'Eurispes al Censis, hanno chiarito ed espresso a chiare lettere che se non ci fosse la mafia la Sicilia sarebbe ai livelli dei poli produttivi settentrionali. "Ogni anno, senza la mafia, le imprese italiane produrrebbero ricchezza per 7.5 miliardi di euro in più e darebbero lavoro a 180 mila persone in più. E si annullerebbe il dislivello tra Sud e Nord, visto che senza la criminalità organizzata le regioni meridionali porterebbero il Pil pro capite ai livelli di quelle settentrionali" (Marco Travaglio).Tutto quello che la mafia guadagna sono soldi sottratti a noi siciliani onesti. O ci si piange addosso o si reagisce.

venerdì 27 luglio 2007

I DS siciliani rispondono: "Amicizie mafiose? Non sono collusioni


Gentile signor Calasanzio,

Non ho potuto resistere alla tentazione di rispondere alla sua mail. Le confesso che ho riflettuto a lungo se valeva o no la pena di farlo. La sua ipocrisia, però, mi ha spinto a rompere gli indugi: alla fine della sua lettera ha l'impudenza di affermare che "non traggo conclusioni e non esprimo opinioni personali". Basterebbe questo per definire il pensiero di uno "studente siciliano amante della libertà, della legalità, della giustizia" che pecca, però, di un moralismo sommario e giustizialista. Conosco bene Angelo Capodicasa e Mirello Crisafulli, per dirle che le "frequentazioni" di cui lei parla, mettendole alla stessa stregua di quelle dell'on. Cuffaro, che, sinceramente, mi sembrano di ben altra consistenza, non sono certo riconducibili a "collusioni" con la mafia. Per chi fa politica in Sicilia e, per questo, parla con migliaia di persone, incontrare qualcuno che possa rivelarsi affiliato a cosa nostra è cosa tutt'altro che improbabile. Non esiste, caro signor Calasanzio, un "albo" pubblico degli affiliati a cosa nostra che consenta di poter escludere dai propri incontri tali soggetti. Esiste anche la possibilità, che lei non contempla, che si possa ignorare che la persona con la quale si parla, condivida interessi e legami con la mafia. E' il caso dell'ing. Montalbano cui lei fa riferimento. Posso assicurarle che nè l'on. Capodicasa, nè tanti altri con il quale il Montalbano intratteneva rapporti, avessero il minimo sospetto che questi potesse rivelarsi, come poi si è rivelato, fiduciario di Totò Riina. Tanto per farle un esempio, durante il tour elettorale nella prima sfida con Berlusconi, lo stesso Prodi partecipò ad un incontro con tutti i dirigenti della provincia, che si svolse, legga bene, proprio a Torre Macauda. Anche qui, posso assicurarle che nessuno, ripeto nessuno dei patecipanti a quell'incontro, si pose alcun problema in merito, proprio perchè nessuno aveva il sospetto di cosa si celasse dietro l'apparenza di onesto imprenditore dell'ing. Montalbano. Si figuri che persino Legambiente Sicilia, che non mi pare possa essere considerata "area grigia", accettò, sempre in quel periodo una consistente sponsorizzazione dall'Hotel Torre Macauda, per un ciclo di trasmissioni televisive su un'emittente locale. In ogni caso farebbe bene bene a distinguere i politici che condividono interessi e obiettivi comuni con la criminalità organizzata, da quelli la cui storia è testimone di un impegno continuo e costante contro la Mafia. Il fatto che la magistratura abbia accuratamente vagliato gli episodi a cui lei si riferisce non trovando elementi utili neanche per un'incirminazione o un rinvio a giudizio, non significa per lei nulla? Mi permetta di osservare che il suo concetto di moralità, legalità e trasparenza mi fa un pò paura: è lo stesso atteggiamento per cui, non molto tempo addietro, bastava un semplice sospetto per mandare alla ghigliottina chiunque risultasse scomodo o ingombrante. Per fortuna viviamo in uno stato di diritto e la "questione morale", cui lei fa riferimento, riguarda anche chi si sente in dirittto di lanciare accuse più o meno fondate su personalità che con la mafia non hanno nulla a che spartire. Crisafulli e Capodicasa avranno anche responsabilità politiche e possono anche aver commesso errori, ma, allo stato attuale, non vi è alcun elemento fondato che possa portare ad esprimere un giudizio negativo sulla loro moralità o sulla loro trasparenza. Non conosco le sue idee politiche, anche se ho la sensazione che lei non sia, come vuol far credere "super partes" o disinteressato, ma mi auguro che, in futuro, possa riflettere meglio, prima di inoltrarsi in giaculatorie così gravi come quella che ci ha inviato e che ha inviato al Presidente del Consiglio. Per quanto cordialmente possibile,

Enzo Napoli
Responsabile organizazione DS Sicilia.

Gentile Sig. Enzo Napoli,

l'unica cosa grave di questa vicenda sono le sue parole, perchè sono quelle di un responsabile di partito e non di uno qualunque. E se la mia ipocrisia è palpabile già dalle prime righe, opinione perfettamente legittima, il fatto che lei debutti esprimendo stima e solidarietà oltre che per il viceministro Capodicasa, anche per Mirello Crisafulli, chiarisce tutto e pesa di gran lunga più di un mio eventuale difetto caratteriale. Io non ne andrei molto fiero di certe conoscenze, e per fortuna anche qualche esponente catanese del suo partito la pensa come me. Forse dopo queste esternazioni dovrà dare delle spiegazioni ai suoi elettori e, spero, ai suoi “superiori”. Lei ha affermato che non si può chiamare collusione il rapporto che Crisafulli intratteneva con il boss. Ma a distinguerci e a lasciarmi sbigottito, e la sua missiva me lo conferma, è il concetto di legalità: siamo su due pianeti diversi, su due mondi che mai potranno conoscersi ed esplorarsi. Quello che per lei, per voi a quanto ho capito, è normale, per me è inaccettabile. Io peccherei di moralismo sommario? Per quello che possa voler dire una simile espressione, non mi pare proprio: sono stato preciso e diretto, ho fatto nomi e cognomi e ho citato fatti e numeri. Non sono un filosofo, né un moralizzatore. Sono, le ripeto, un’amante della legalità, zelante di legalità. Al posto di sommario direi chirurgico visto che non ho lesinato particolari. Sarei anche giustizialista: si è mai chiesto cosa voglia dire questo termine? Oggi se ne abusa un pò troppo. Se lei intende una persona che chiede pene certe per reati accertati, una persona che pretende immensa distanza tra istituzioni e uomini collusi con la mafia, se intende una persona che non accetta compromessi e non abbassa la testa in virtù di logiche politiche e che in virtù di esse arriva anche a mutare il significato oggettivo di collusione, ha ragione, ha di fronte il più grande giustizialista del mondo. E lei ha ancora ragione quando dice che quelle di Capodicasa e Crisafulli sono frequentazioni diverse da quelle di Cuffaro. Badi, lo dico con una forte dose di sarcasmo: il governatore frequentava l'ing. Michele Aiello, prestanome di Provenzano; Capodicasa frequentava e intrattiene rapporti di amicizia con il favoreggiatore di Riina e Crisafulli dialogava da grande amico con il capomafia di Enna. È proprio una bella gara. Mi sottraggo, per dignità personale, dal pesare la mafiosità di ognuno degli individui citati. Sarebbe veramente ridicolo. Inoltre, gentile Napoli, io non ho mai detto che Capodicasa è un colluso con la mafia; non mi metta in bocca parole non mie, non mi piace questo modo di fare e di insinuare, è scorretto. Montalbano è colluso. Capodicasa è solo amico di un colluso, e per lei questo non è grave. Ecco il dato fondamentale da sottolineare e che sono riuscito ad estrapolarle. Lei dice, cito testualmente, per chi fa politica in Sicilia e, per questo, parla con migliaia di persone, incontrare qualcuno che possa rivelarsi affiliato a cosa nostra è cosa tutt'altro che improbabile. Non esiste, caro signor Calasanzio, un "albo" pubblico degli affiliati a cosa nostra che consenta di poter escludere dai propri incontri tali soggetti. Sarà felice di sapere che lei usa una tesi fortemente cuffariana. Si può venire a contatto con chiunque facendo politica di altro livello. Sostenete le stesse argomentazioni, quindi perché gli fate la guerra sui suoi guai con la giustizia? Non prendiamoci in giro, gentile Napoli: non si tratta di incontri fortuiti, e lei lo sa bene, ed è bene che tutti quelli che vogliono sapere sappiano. Non usiamo trucchetti e retoriche di scarso valore e non giriamoci troppo attorno: Capodicasa intratteneva e intrattiene (parole dell’ingegnere) rapporti continuati e duraturi con l’Ing. Montalbano, che in gergo si chiama amicizia. Può capitare, semmai, quello si, nella vita politica di un esponente tanto importante, di stringere per sbaglio la mano ad un colluso, di avere presentato un mafioso e magari di trovarsi allo stesso tavolo durante un banchetto. Ma i due erano amici, sia chiaro e lo dica. Le ricordo, non sia mai che ciò fosse trascurato, che il viceministro Capodicasa, la sera che fu eletto presidente della regione, nel 1998, festeggiò con Montalbano all’Hotel della Valle di Agrigento. Non lo chiamerei incontro, lei cosa dice? Poi dice Tanto per farle un esempio, durante il tour elettorale nella prima sfida con Berlusconi, lo stesso Prodi partecipò ad un incontro con tutti i dirigenti della provincia, che si svolse, legga bene, proprio a Torre Macauda.

Io non mai detto, egregio Napoli, che tutti quelli che frequentavano Torre Macauda erano mafiosi, quindi il suo esempio è fuori luogo. Il fatto che la magistratura abbia accuratamente vagliato gli episodi a cui lei si riferisce non trovando elementi utili neanche per un'incriminazione o un rinvio a giudizio, non significa per lei nulla?

Con queste parole lei raggiunge l'apice e mi sottrae l'onere di una spiegazione. Lei usa parole che sono completamente opposte a quelle che usava il giudice Borsellino al riguardo: “L'equivoco su cui spesso si gioca è questo: quel politico era vicino ad un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con le organizzazioni mafiose, però la magistratura non lo ha condannato quindi quel politico è un uomo onesto. E no, questo discorso non va perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, può dire, beh, ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire quest'uomo è mafioso. Però siccome dalle indagini sono emersi altri fatti del genere altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali o quello che sia dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Credo basti così. Non serve aggiungere altro. Non la fa riflettere?

Mi permetta di osservare che il suo concetto di moralità, legalità e trasparenza mi fa un pò paura: è lo stesso atteggiamento per cui, non molto tempo addietro, bastava un semplice sospetto per mandare alla ghigliottina chiunque risultasse scomodo o ingombrante.

Non si preoccupi, il mio concetto di legalità fa paura a molti. E la capisco: mi rendo conto che è da extraterrestre chiedere attenzione, chiedere ad un politico di non intrattenere amicizie con gente collusa con la mafia, di vagliare dieci volte i propri rapporti personali perché, rivestendo cariche istituzionali, rappresenta un popolo, non solo se stesso. Le ricordo, gentile Napoli, che Montalbano si vanta ancora di intrattenere un amicizia con Capodicasa. La chiama “buona frequentazione”. Allora le cose sono due: o Montalbano mente, e allora andrebbe immediatamente querelato, o Capodicasa evidentemente (adesso sa che il suo amico era vicinissimo a Riina) se ne infischia e questa amicizia davvero si protrae. Mi dica lei, sicuramente sarà più informato di me. Poi, gentile organizzatore dei Ds in Sicilia, noti bene che io non lancio accuse. Io leggo, mi informo e poi chiedo chiarimenti ad un governo che io ho contribuito ad eleggere. Questo è stato di diritto. Vuole privarmene o consigliarmi di non farlo? Chiedere non ha mai fatto male a nessuno. Non rispondere o mentire qualche volta si.

Crisafulli e Capodicasa avranno anche responsabilità politiche e possono anche aver commesso errori, ma, allo stato attuale, non vi è alcun elemento fondato che possa portare ad esprimere un giudizio negativo sulla loro moralità o sulla loro trasparenza. Ma lei si rende conto della gravità di quello che dice? Crisafulli parlava di assunzioni e affari con un capomafia e lei dice che va tutto bene? A me è questo concetto che fa paura. Lei, e presumo il partito siciliano, ha tollerato quello che è stato fatto da Crisafulli, tanto è vero che lo avete inserito in lista alle politiche del 2006 destinandolo ad elezione certa. Di questo, secondo lei, cosa pensano quelle famiglie che hanno subito lutti di matrice mafiosa? Vedendo che un vostro deputato frequentava un membro di quella organizzazione mafiosa causa di quel lutto? Credo siano domande da porsi, perché le sue parole sono sconcertanti, al limite della decenza, mi perdoni. Non conosco le sue idee politiche, anche se ho la sensazione che lei non sia, come vuol far credere "super partes" o disinteressato. Per concludere, lei non poteva che rispolverare un classico, creato da Berlusconi ma a quanto vedo apprezzato anche a sinistra. Se io fossi di estrema destra, o radicale, o monarchico, o neo fascista, che importanza avrebbe? Ho citato dei fatti precisi, che per fortuna la gente legge ed analizza autonomamente, senza impiegati di partito che alleggeriscano la portata di tali eventi. Le ho chiesto delle spiegazioni e lei me le ha date. Sarà la gente comune, quella che ha un semplice diritto di voto a decidere se sono state esaustive o se le considererà, come me, allucinanti. Comunque, per sua curiosità personale, guardi tra le tessere del partito degli anni passati, magari troverà un mio omonimo, un ex attivista dei Ds e della Sinistra Giovanile, che per fortuna adesso non fa più parte del partito, di nessun partito. Perchè ha capito che avete ottiche troppo diverse, perché la sua fame di giustizia e di legalità per voi è estremismo, è ghigliottina. Perché il suo ribrezzo nel vedere uomini politici dialogare con dei boss per voi è spiegabile come semplice inconveniente, un incidente di percorso. E un’amicizia con gli stessi non è fuori luogo. Perché dove sta questa gente, quell’ipocrita studente amante della legalità e della giustizia non può stare, fisiologicamente, per formazione personale, per trascorsi. La sua lettera, di cui la ringrazio, è stata davvero illuminante per me. Ho capito da chi stare lontano, chi di certo non votare. Chi tollera queste vicinanze per me è responsabile alla pari di chi, di queste vicinanze si rende protagonista.

Ringraziandola della sua risposta,

Benny Calasanzio

mercoledì 25 luglio 2007

Lettera a Romano Prodi sul viceministro Capodicasa


Gentile Presidente del Consiglio, Prof. Romano Prodi,

sono uno studente siciliano amante della libertà, della legalità, della giustizia. E sul mio blog ogni giorno mi confronto con altri giovani che credono come me, che, a monte dell'auspicato cambiamento di questa nostra Sicilia disgraziata, ci debba essere un serio impegno politico da parte del governo centrale. Per questo oggi le scrivo. Perchè, visto che ormai in Regione, la speranza di avere rappresentanti non collusi con la mafia, scema giorno dopo giorno, indagine dopo indagine, almeno da un governo nazionale di centro sinistra sarebbe confortante vedere segnali precisi e decisi nella direzione della legalità.

Il suo governo fino ad adesso ha perso molte occasioni per dimostrare discontinuità, nei temi della legalità, dal governo Berlusconi: dalla Commissione Antimafia, nella quale è stato concesso a quattro diversamente onesti di sedere, alla presenza di Vladimiro Crisafulli (Ds), filmato mentre parlava di affari e assunzioni con il capomafia di Enna (Bevilaqua), tra le fila dei suoi deputati. Oggi le chiedo di dare un segnale forte se intende davvero fare qualcosa per questa regione. Se intende prendere dei provvedimenti che vadano realmente nella direzione della lotta alla mafia e a quei politici che non sono in grado di starne lontani, o anche solo incapaci di distinguere un interlocutore onesto da uno mafioso.

Nel suo governo siede un siciliano, Angelo Capodicasa, viceministro alle Infrastrutture, che personalmente, alla luce di quanto le scriverò, non ritengo abbia i trascorsi adatti in termini di trasparenza e in termini di frequentazioni personali, tali da consentirgli di occupare quella poltrona, sempre che il suo governo sia realmente impegnato in questa direzione.

Dopo essere stato dirigente dei Ds siciliani, vicepresidente della regione Sicilia nel 1996 e presidente nel 1998 (delega assessoriale all'agricoltura all'attuale presidente della regione, Salvatore Cuffaro, indagato dal 2003 per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra, rivelazione di segreto d'ufficio e concorso esterno in associazione mafiosa) forse è arrivato il momento che si faccia chiarezza sui suoi rapporti con elementi legati a Cosa Nostra.

Perchè, Professor Prodi, in Sicilia, a causa del nostro eroe negativo Cuffaro che monopolizza l'attenzione quando si tratta di presunte collusioni mafiose, del viceministro Capodicasa non si è mai parlato. Eppure ha avuto frequentazioni molto simili a quelle che hanno portato all'incriminazione di Cuffaro. O almeno della stessa portata.

Le parlerò di fatti, non di opinioni. E comincio con un dato certo: il 27 Giugno 1996 un collaboratore di Capodicasa chiama Stella Capizzi, moglie dell'allora vicesindaco comunista di Villabate, che poi si scoprirà essere in affari con Bernardo Provenzano, capo di Cosa Nostra, arrestato il giorno dopo la vittoria della sua coalizione. Il collaboratore del viceministro chiede alla Capizzi di mettersi in contatto con un certo Giuseppe Montalbano, e di riferirgli che Capodicasa atterrerà quel giorno a Punta Raisi alle tre e mezza. Purtroppo Montalbano non è il commissario creato da Camilleri. Anzi, direi che sta proprio dalla parte opposta in termini di guardie e ladri. È un ingegnere originario di Santa Margherita Belice, il mio paese. Imprenditore da sempre vicino alla sinistra. Intrattiene rapporti regolari e continuati con Capodicasa, a tal punto che l'attuale viceministro festeggerà con lui, nel 1998, la sua elezione alla presidenza della regione.

Dov'è il problema? È Montalbano il problema. Verrà condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa e gli verranno confiscati beni per quasi 400 miliardi di lire, dissequestrati poi nel 2006. Sempre Montalbano è proprietario, assieme a Roberto Merra (oggi protagonista dell'investimento di Rocco Forte Hotel nella costruzione di campi da golf e residence di lusso a Sciacca, nei territori, guarda caso, contigui a Torremacauda: si dovrebbe indagare in questo senso oltre che per infrazioni ambientali) del residence Torre Macauda, dove Totò Riina trascorse uno spumeggiante capodanno nella metà degli anni 80. Nello stesso residence, sempre fortuitamente, lavorava all'epoca anche Sonia Fontana, figlia del vicesindaco indagato per mafia di Villabate, e di Stella Capizzi, segretaria del gruppo Ds in regione, la stessa che doveva mettere in contatto Montalbano e Capodicasa.

Ma con Montalbano siamo solo all'inizio: Villa Bernini, la villa in cui Riina trascorreva la sua latitanza tra un tuffo in piscina e una passeggiata sul prato, era di sua proprietà. Addirittura Montalbano andava anche a pagare le bollette, senza scomodare Totò e sua moglie Ninetta Bagarella. È dal 1985 che Riina vive in quella villa. Ci rimarrà fino al giorno del suo arresto, nel 1993. Montalbano si giustifica dicendo di non aver mai saputo che l'affittuario fosse il boss. È possibile che pagare le bollette agli affittuari potesse essere l'hobby preferito da un ingegnere-imprenditore multi miliardario. Il giudice Falcone, uno che è sempre arrivato prima degli altri, nel 1984 gli aveva inviato una comunicazione giudiziaria. Sempre in quel periodo, il comandante dei carabinieri Angiolo Pellegrino lo denuncia assieme ad altre 28 persone con l'accusa di far parte di Cosa Nostra. Per finire, secondo i carabinieri, Montalbano era in stretto contatto con Provenzano e fatto parte di società a lui riconducibili.

Dopo questa breve cronistoria le risulterà interessante la dichiarazione dell'ingegnere belicino al periodico “Diario”: ho buone frequentazioni con Angelo Capodicasa.

Non traggo conclusioni e non esprimo opinioni personali. Di penalmente rilevante, in queste frequentazioni, non c'è nulla. Ma se si tratta di questione morale, di etica, di trasparenza, lei potrebbe giustificare, alla luce di questi fatti, la presenza nel suo governo del viceministro Capodicasa?

Cordialmente,
Benny Calasanzio

martedì 24 luglio 2007

"I complici", sempre bipartisan, di Provenzano. Accattativillu


Io di mestiere non faccio il critico letterario. Non promuovo né boccio libri. Ma da semplice lettore che privilegia certi tipi di letture, credo che ci debbano essere dei libri che, per chi si interessa a tematiche quali la legalità, la lotta alla mafia e la giustizia, dovrebbero essere dei “must”. Un dovere averli. Sul comodino, accanto alla Bibbia, o al suo posto. Perchè è bene essere sempre pronti, è bene conoscere avvenimenti, persone, numeri. Perchè potrebbe sempre accadere di scambiare un malfattore colluso per un politico onesto, magari impegnato nell'antimafia. Per fortuna c'è chi scrive per ricordarci questi particolari. Ce ne sono tanti di questi libri. Da quelli di Saverio Lodato, a quelli di Salvatore Lupo, Marco Travaglio, del Centro Impastato, di Claudio Fava ecc. Di tutti questi voglio parlarvi del più ignorato. Così volontariamente ignorato che, se uno dei suoi autori non fosse stato minacciato da Cosa loro, nessuno ne avrebbe mai parlato. E anche adesso, se ne parla troppo poco. Si chiama “I Complici”, di Peter Gomez e Lirio Abbate, Fazi Editore, e già il sottotitolo spiega il perchè di tale silenzio: “Tutti gli uomini di Bernardo Provenzano, da Corleone al Parlamento”. Tutti contro la mafia ma fino ad un certo punto cari autori. Già una volta, in risposta alle minacce mafiose al giornalista Lirio Abbate, ne avevo proposto un acquisto in massa per mettere le cose bene in chiaro con i vermicelli senza palle: loro minacciano, noi diffondiamo. Comunque vinceremo noi, quindi possono risparmiare fiato e impegnarsi nelle trattative con i politici di un certo tipo e attendere in pace di essere sconfitti. Oggi torno su questo libro perchè contiene dei documenti davvero sconcertanti che tutti dovrebbero conoscere. Permettetemi di dire "devono". Perchè, ripeto, soprattutto ai siciliani può accadere di votare un candidato ed eleggere un mafioso. Giuro che non è un'esagerazione. L'informazione potrebbe salvarci dalla mafia. Il libro ne contiene per tutti i gusti e per tutti gli ambienti: intercettazioni telefoniche tra boss e politici; il racconto dell'episodio in cui l'ex ministro di Forza Italia, Enrico La Loggia, piange quando il boss Mandalà minaccia di rovinarlo e gli ricorda sua padre, proprio come il boss di Villabate, era un mafioso; Cuffaro che liquida Campanella quando scopre che è intercettato e indagato (che è indagato Cuffaro naturalmente lo sa in anteprima... informatori); dell'esponente dei DS siciliani, Giannopolo che intrattiene rapporti alquanto strani con imprenditori legati alla mafia e che il pentito Siino giura di aver incontrato; la stupefacente trascrizione del famoso incontro tra Mirello Crisafulli, deputato dei DS, con il boss di Enna Bevilaqua, incontro ripreso dalle telecamere dei Carabinieri durante il quale il mafioso dice all'amico Mirello: “Spererei che mi facessi contento questo gruppo. Se sono amici miei sono anche amici tuoi”. Mirello ascolta e poi lo bacia. Alla fine di questo libro rimangono due strade: o prendere una buona pistola e infilarsela in bocca, sperando che non si inceppi, o impegnarsi attivamente in una lotta senza quartiere contro tutti questi personaggi, che da destra a sinistra, dall'imprenditoria alla finanza, rappresentano i veri punti di forza di una organizzazione che non è mai stata così viva. Comprate questo libro, sedetevi comodi sotto l'ombrellone e disgustatevi con cauto stoicismo.

mercoledì 18 luglio 2007

Lettera aperta di Salvatore Borsellino nei giorni dell'anniversario


Pubblico la lettera che il fratello del giudice ha scritto all'Italia nei giorni dell'anniversario della morte di Paolo, ma che nessun giornale ha trattato come meritava. Ricordo che a Caltanissetta, nel corso delle nuove indagini su Via d'Amelio, si indaga sul coinvolgimento dei servizi segreti deviati nella strage. Mistero sul poliziotto che subito dopo la strage teneva in mano l'agendina rossa del giudice, che forse conteneva materiale importantissimo, e mai ritrovata: quel giorno quel poliziotto non era in servizio, ma era in divisa. Lo stesso poliziotto era presente alla strage di Capaci.

Grazie ad Antonio (www.xantology.com) per avermi informato.

19 Luglio 1992 : Una strage di stato

Per anni, dopo l’estate del 1992 sono stato in tante scuole d’Italia a parlare del sogno di Paolo e Giovanni, a parlare di speranza, di volontà di lottare, di quell’alba che vedevo vicina grazie alla rinascita della coscienza civile dopo il loro sacrificio, dopo la lunga notte di stragi senza colpevoli e della interminabile serie di assassini di magistrati, poliziotti e giornalisti indegna di un paese cosiddetto civile.

Poi quell’alba si è rivelata solo un miraggio, la coscienza civile che purtroppo in Italia deve sempre essere svegliata da tragedie come quella di Capaci o di Via D’Amelio, si è di nuovo assopita sotto il peso dell’ indifferenza e quella che sembrava essere la volontà di riscatto dello Stato nella lotta alla mafia si è di nuovo spenta, sepolta dalla volontà di normalizzazione e compromesso e contro i giudici, almeno contro quelli onesti e ancora vivi, è iniziata un altro tipo di lotta, non più con il tritolo ma con armi più subdole, come la delegittimazione della stessa funzione del magistrato, e di quelli morti si è cercato da ogni parte di appropriarsene mistificandone il messaggio.

Per anni allora ho sentito crescere in me, giorno per giorno, sentimenti di disillusione, di rabbia e a poco a poco la speranza veniva sostituita dalla sfiducia nello Stato, nelle Istituzioni che non avevano saputo raccogliere il frutto del sacrificio di quegli uomini, e allora ho smesso di parlare ai giovani convinto che non era mio diritto comunicare loro questi sentimenti, soprattutto che non era mio diritto di farlo come fratello di Paolo che, sino all’ultimo momento della sua vita, aveva sempre tenuto accesa dentro di sé, e in quelli che gli stavano vicino, la speranza, anzi la certezza, di un domani diverso per la sua Sicilia e per il suo Paese.

Per anni allora non sono neanche più tornato in Sicilia, rifiutandomi di vedere, almeno con gli occhi, l’abisso in cui questa terra era ancora sprofondata, di vedere, almeno con gli occhi, come tutto quello contro cui Paolo aveva lottato, la corruzione, il clientelismo, la contiguità fossero di nuovo imperanti, come nella politica, nel governo della cosa pubblica, fossero riemersi tutti i vecchi personaggi più ambigui, spesso dallo stesso Paolo inquisiti quando ancora in vita, e nuovi personaggi ancora peggiori dato che ormai oggi essere inquisiti sembra conferire un’aureola di persecuzione e quasi costituire un titolo di merito.

Da questa mia apatia, da questo rinchiudermi in una torre d’avorio limitandomi a giudicare ma senza più volere agire, sono stato di recente scosso da un incontro illuminante con Gioacchino Basile, un uomo che ha pagato sempre di persona le sue scelte, che, all’interno dei Cantieri Navali di Palermo e della Fincantrieri, ha sempre condotto, praticamente da solo e avendo contro lo stesso sindacato, quella lotta contro la mafia che sarebbe stata compito degli organismi dello Stato, Stato che invece, secondo le sue circostanziate denunce, intesseva accordi con la mafia trasformando le Partecipazioni Statali in un organismo di partecipazione al finanziamento e al potere della mafia in Sicilia.

I fatti riferiti in queste denunce, di cui Paolo Borsellino si era occupato nei giorni immediatamente precedenti il suo assassinio, sono state oggetto di una “Relazione sull’infiltrazione mafiosa nei Cantieri Navali di Palermo” da parte della Commissione Parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia (relatore on. Mantovano) ma come purtroppo troppo spesso succede in Italia con gli atti delle commissioni parlamentari, non hanno poi avuto sviluppi sul piano parlamentare mentre su quello giudiziario, come sempre succede quando si passa dalle indagini sulla mafia a quello sui livelli “superiori”, hanno subito la consueta sorte dell’archiviazione.

Gioacchino Basile è convinto che l’interesse personale che Paolo gli aveva assicurato nell’approfondimento di questo filone di indagine e l’averne riferito in uno dei suoi incontri a Roma nei giorni immediatamente precedenti la sua morte, sia il motivo principale della “necessità” di eliminarlo con una rapidità definita “anomala” dalla stessa Procura di Caltanissetta e che la sparizione di questo dossier dalla borsa di Paolo sia stata contestuale alla sottrazione dell’agenda rossa.

Per parte mia io credo che questo possa essere stato soltanto uno dei motivi, all’interno del più ampio filone “mafia-appalti” che lo stesso Paolo aveva fatto intuire fosse il motivo principale dell’eliminazione di Giovanni Falcone insieme alla sua ormai certa nomina a Procuratore Nazionale Antimafia.

Il motivo principale credo invece sia stato quell’accordo di non belligeranza tra lo stato e il potere mafioso che deve essergli stato prospettato nello studio di un ministro negli incontri di Paolo a Roma nei giorni immediatamente precedenti la strage, accordo al quale Paolo deve di sicuro essersi sdegnosamente opposto.

Su questi incontri, che Paolo deve sicuramente aver annotato nella sua agenda scomparsa, pesa un silenzio inquietante e l’epidemia di amnesie che ha colpito dopo la morte di Paolo tutti i presunti partecipanti lo ha fatto diventare l’ultimo, inquietante, segreto di Stato, come inquietanti sono i segreti di Stato e gli “omissis” che riempiono le inchieste su tutte le altre stragi di Stato in Italia.

Ma il vero segreto di Stato, anche se segreto credo non sia più per nessuno, è lo scellerato accordo di mutuo soccorso stabilito negli anni tra lo Stato e la mafia.

A partire da quando i voti assicurati dalla mafia in Sicilia consentivano alla Democrazia Cristiana di governare nel resto dell’Italia anche se questo aveva come conseguenza l’abbandono della Sicilia, così come di tutto il Sud al potere mafioso, la rinuncia al controllo del territorio, l’accettazione della coesistenza, insieme alle tasse dello Stato, delle tasse imposte dalla mafia, il pizzo e il taglieggiamento.

E, conseguenza ancora più grave, la rinunzia, da parte dei giovani del sud, alla speranza di un lavoro se non ottenuto, da pochi, a prezzo di favori e clientelismo e negato, a molti, per il mancato sviluppo dell’ industrializzazione rispetto al resto del paese.

A seguire con il “papello” contrattato da Riina con lo Stato con la minaccia di portare la guerra anche nel resto del paese (vedi via dei Georgofili e via Palestro), contrattazione che è stata a mio avviso la causa principale della necessità di eliminare Paolo Borsellino, e di eliminarlo in fretta.

A seguire, infine, con l’individuazione di nuovi referenti politici dopo che le vicende di tangentopoli aveva fatto piazza pulita di buona parte della precedente classe politica e dei referenti “storici”.

Accordi questi che costituiscono la causa del degrado civile di oggi dove si consente che indagati per associazione mafiosa governino la Sicilia e dove, a livello nazionale, cresce, almeno nei sondaggi, il consenso popolare verso chi ha probabilmente adoperato capitali di provenienza mafiosa per creare il proprio impero industriale con annesso partito politico.

Come possono allora chiamarsi “deviati” e non consoni all’essenza stesso di questo Stato quei “Servizi” che, per “silenzio-assenso” del capo del Governo o su sua esplicita richiesta, hanno spiato magistrati ritenuti e definiti “nemici” nei relativi dossier e addirittura convinto altri magistati a spiare quei loro colleghi che, sempre negli stessi dossier, venivano definiti come “nemici”, “comunisti” e “braccio armato” della magistratura, con un linguaggio che non è difficile ritrovare negli articoli di certi giornali e nelle dichiarazioni di certi poltici.

Giaocchino Basile mi dice che sarebbe mio diritto “pretendere” dallo stato di conoscere la verità sull’assassinio di Paolo, ma da “questo” Stato, dal quale ho respinto “l’indennizzo” che pretendeva di offrirmi quale fratello di Paolo, indennizzo che andrebbe semmai offerto a tutti i giovani siciliani e italiani per quello che gli è stato tolto, sono sicuro che non otterrò altro che silenzi.

Gli stessi silenzi, lo stesso “muro di gomma”, che hanno dovuto subire i figli del Generale Dalla Chiesa, i parenti dei morti in quella interminabile serie di stragi, la strage di Portella della Ginestra, la strage di Piazza Fontana, la strage di Piazza della Loggia, la strage del Treno Italicus, la strage di Ustica, la strage di Natale del rapido 904, la strage di Pizzolungo, le stragi di Via dei Georgofili e di Via Palestro, delle quali oggi si conoscono raramente gli esecutori, mai i mandanti e spesso neanche il movente, susseguitesi mentre nel nostro Sud, grazie alla latitanza delle altre istituzioni dello Stato, uno dopo l’altro venivano uccisi tutti i Magistrati e i rappresentanti delle forze dell’ordine che della lotta alla mafia avevano fatto la propria ragione di vita, in una tragica sequenza che non ha eguali in nessuno degli altri paesi del mondo cosiddetto civile.

Io mi chiedo invece, con amarezza , di quante altre stragi, di quanti altri morti avremo ancora bisogno perché da parte dello Stato ci sia finalmente quella reazione decisa e soprattutto duratura, come finora non è mai stata, che porti alla sconfitta delle criminalità mafiosa e soprattutto dei poteri, sempre meno occulti, ad essa legati, perché venga finalmente rotto quel patto scellerato di non belligeranza che, come disse il giudice Di Lello il 20 Luglio del 1992, pezzi dello Stato hanno da decenni stretto con la mafia e che ha permesso e continua a permettere non solo la passata decennale latitanza di boss famosi come Riina e Provenzano ma la latitanza e l’impunità di decine di “capi mandamento” che sono i veri padroni sia di Palermo che delle altre città della Sicilia.

Da parte mia sono certo che non riuscirò a conoscere la verità in quel poco che mi resta da vivere dato che, a 65 anni, sono solo un sopravvissuto in una famiglia in cui mio padre, il fratello di mio padre, mio fratello, sono tutti morti a 52 anni, i primi per cause naturali, l’ultimo perché era diventato un corpo estraneo allo Stato le cui Istituzioni egli invece profondamente rispettava (sempre le Istituzioni, non sempre invece quelli che le rappresentavano).

Spero soltanto che, in questo anniversario, mi siano risparmiate la vista e le parole dei tanti ipocriti che oggi piangono su Paolo e Giovanni quando, se fossero ancora in vita, li osteggerebbero accusandoli, nella migiore della ipotesi , di essere dei “professionisti dell’antimafia” o li farebbero addirittura spiare da squallidi personaggi come Pio Pompa come “nemici” o come “braccio armato della magistratura” .

Chiedo solo, in questa occasione, di avere delle risposte ad almeno alcune delle tante domande, dei tanti dubbi che non mi lasciano pace.

Chiedo al Proc. Pietro Giammanco, allontanato da Palermo dopo l’assassinio di Paolo, ma promosso ad un incarico più alto piuttosto che rimosso come avrebbe meritato, perché non abbia disposto la bonifica e la zona di rimozione per Via D’Amelio.

Eppure nella stessa via, al n.68 era stato da poco scoperto un covo dei Madonia e, a parte il pericolo oggettivo per l’incolumità di Paolo Borsellino, le segnalazioni di pericolo reale che pervenivano i quei giorni erano tali da da far confidare da Paolo a Pippo Tricoli lo stesso 19 Luglio: “è arrivato in città il carico di tritolo per me”.

A meno che, come affermato dal Sen. Mancino in un suo intervento del 20 Luglio alla camera, anche lui credesse che “Borsellino non era un frequentatore abituale della casa della madre” : infatti vi si recava appena almeno tre volte alla settimana!

La stessa domanda inoltro all’allora prefetto di Palermo Mario Jovine anche se la risposta ritiene di averla già data con l’affermazione fatta in quei giorni: “Nessuno segnalò la pericolosità di Via D’Amelio” .

Affermazione palesemente risibile : in quei giorni si erano susseguite le segnalazioni di possibili attentati a Paolo Borsellino e bastava interrogare gli stessi agenti della scorta, cinque dei quali morti insieme a lui, per sapere quali erano i punti più a rischio.

Chiedo alla Procura di Caltanissetta, e in particolare al gip Giovanbattista Tona, il motivo dell’archiviazione delle indagini relative alla pista del Castello Utveggio: eppure proprio da questo luogo partirono, subito dopo l’attentato, delle telefonate dal cellulare clonato di Borsellino a quello del dott.Contrada, oggi finalmente condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione per collusione e favoreggiamento.

Chiedo alla stessa Procura di Caltanissetta, e sempre allo stesso gip Giovanbattista Tona, i motivi dell’archiviazione dell’inchiesta relativa ai mandanti occulti delle stragi.

Per un’altra archivazione, quella relativa alle vicissitudini del fascicolo Fincantieri ho già inoltrato richiesta di chiarimenti in via ufficiale.

Chiedo alla Procura di Caltanissetta di non archiviare, se non lo ha già fatto, le indagini relative alla sparizione dell’agenda rossa di Paolo e di chiarire il coinvolgimento dei tutte le persone, dei servizi e non, in essa coinvolte.

Chiedo soprattutto al sen. Nicola Mancino, del quale ricordo, negli anni immediatamente successivi al 1992, una sua lacrima spremuta a forza durante una commemorazione di Paolo a Palermo, lacrima che mi fece indignare al punto da alzarmi ed abbandonare la sala, di sforzare la memoria per raccontarci di che cosa si parlò nell’incontro con Paolo nei giorni immediatamente precedenti alla sua morte.

O spiegarci perché, dopo avere telefonato a Paolo per incontrarlo mentre stava interrogando Gaspare Mutolo, a sole 48 ore dalla strage, gli fece invece incontrare il capo della Poliza dott. Parisi e il dott. Contrada, incontro dal quale Paolo uscì sconvolto tanto, come raccontò lo stesso Mutolo, da tenere in mano due sigarette accese contemporaneamente

Altrimenti, grazie alla sparizione dell’agenda rossa di Paolo, non saremo mai in grado di saperlo.

E in quel colloquio si trova sicuramente la chiave dalla sua morte e della strage di Via D’Amelio.

Salvatore Borsellino
Milano, 15 Luglio 2007

mercoledì 11 luglio 2007

Quelli che... la “macelleria messicana” in confronto era una veglia pacifista... oh yeah


Sul G8 di Genova non si saprà mai tutto. Ogni volta che sembrerà esaurito l'orrore di quei giorni emergeranno nuovi particolari, alcuni nelle inchieste, alcuni dalle interviste rilasciate dai ragazzi che quei giorni manifestavano a Genova. Sempre più merda che infanga l'istituzione dell'Arma e quella della Polizia di Stato verrà a galla. Organi che dovevano evitare incidenti, che dovremmo vedere come amici (“il poliziotto è un amico in più” recitava uno spot) facevano di tutto perchè avvenissero. E quando non avvenivano li provocavano loro stessi. E basta con il solito disco logoro delle “mele marce”; quante mele marce ci possono essere su un albero? Una due, dieci venti?

Giorno dopo giorno gli escrementi prodotti durante il G8 vengono a galla. Prima le bottiglie molotov, sequestrate il pomeriggio ai black block e poi nascoste nella scuola Diaz dagli stessi poliziotti per motivare l'aggressione e il massacro nella scuola. Finte prove per accusare degli innocenti prodotte da coloro i quali dovrebbero proteggerci e garantire il rispetto della legge. Ci lamentiamo della Russia? Della Cecenia? Poi cominciano a filtrare le prime testimonianze, le prime deposizioni. Le vittime, dimesse dagli ospedali, iniziano a parlare, quando sono fisicamente in grado di farlo, grazie ai metodi moderni usati dalla polizia per controllare la manifestazione.

Poi l'ex comandante della Mobile, Fournier, rivela: «Ho visto massacrare 10 o 12 manifestanti stesi a terra e alcuni agenti infierire». Per sei anni è stato zitto «per carità di patria». Racconta di un “massacro messicano” all'interno della scuola Diaz.

Poi vengono scoperti i primi moduli precompilati da far firmare ai manifestanti portati di forza nelle patrie galere di Bolzaneto. I manifestanti fermati, secondo i moduli, dichiaravano di “non temere per la loro incolumità fisica” mentre venivano picchiati e lasciati senza sensi per terra senza che nessuno dei loro compagni potesse toccarli, di “non voler parlare con i propri legali” mentre avrebbero urlato al mondo quello che stava accadendo, non volevano che “del proprio stato di detenzione venisse data comunicazione al consolato o all'ambasciata del suo paese” mentre erano costretti a stare in piedi, pena una mitragliata di manganellate.

Poi le vittime dei soprusi testimoniano di essere stati costretti a rimanere in piedi, a braccia e gambe divaricate, per almeno sei, otto ore. Di essere stati picchiati, insultati, umiliati. Accecati dai lacrimogeni. Ad uno di loro, come racconta La Repubblica, furono divaricate le dita della mano fino a lacerare la pelle. È chiaro che questo era necessario per appurare che non nascondesse armi tra le dita, sotto la pelle. Nel frattempo l'ex capo della polizia, Gianni De Gennaro, rimosso e subito ringraziato con un incarico di prestigio dal Governo Prodi (capo di gabinetto del ministro Amato), è indagato per aver istigato il questore Francesco Colucci a testimoniare il falso. Solo per le violenze nella caserma di Bolzaneto ci sono 47 imputati, tra poliziotti, carabinieri, guardie carcerarie e medici. Dalle perizie calligrafiche risultano precompilati 66 verbali. Verbali che naturalmente le vittime si rifiutavano di firmare: “il dichiarante si rifiuta di firmare”. Chissà come mai.

Avete mai visto il film “Hostel”? Dei ragazzi venivano rapiti e portati in un grande edificio abbandonato, nell'est Europa, dove uomini d'affari pagavano cifre enormi per poterli torturare fino alla morte. Le vittime venivano bruciate, mutilare, accecate, tagliate, sfregiate. La polizia locale non solo ne era al corrente, ma si premurava di evitare possibili fughe. In tal caso i fuggitivi erano subito portati dai loro carnefici per essere finiti. Ecco l'immagine che ho davanti gli occhi. Dei giovani, alcuni giovanissimi, che vanno a Genova per manifestare contro il P8 (Piccoli 8) che prendono decisioni su un mondo che in realtà non hanno mai conosciuto. Vengono prima pestati per strada senza ragione, alcuni addirittura sono della rete Lilliput, rinomata associazione violenta e sovversiva. Vengono sfigurati a colpi di Manganello, accecati dai lacrimogeni, insultati e provocati dagli agenti.

Poi vengono prelevati, sempre senza alcuna motivazione, e condotti presso una caserma. Qui cominciano le torture. Possono urlare, piangere, svenire. Nessuno li sentirà e nessuno li aiuterà. Come nel film. I medici, i poliziotti, i carabinieri che avrebbero dovuto proteggerli si trasformano nei loro aguzzini. È una situazione che mette i brividi al solo pensiero. Alcuni manifestanti riportano lesioni permanenti, altri stati di shock.

Poi emergono le prime telefonate intercettate ai poliziotti. Una poliziotta, dopo aver saputo che era stato ucciso un ragazzo da un carabiniere urla al telefono: "Uno a zero!".

Di certo qualcuno dovrà pagare per tutto questo, anche se siamo nella terra di Berlusconi, di Andreotti, di Cuffaro e di Pollari. Chiamate pure giustizialista chi chiede giustizia, perchè così si fa in Italia. Ma noi giustizialisti vogliamo vedere finire in galera i responsabili di questo massacro, e devono pagare fino all'ultimo giorno di galera per quello che hanno commesso.

E sia chiaro io non sono tra quelli che difendono Carlo Giuliani, ucciso mentre cercava di fracassare la testa ad un carabiniere, né tra quelli che demonizzano le forze dell'ordine. Sarebbe troppo facile per i miei detrattori. Sono uno di quelli che hanno sete di giustizia, e che romperanno le palle finchè l'ultima ingiustizia non verrà punita.

Piero Ricca sotto sequestro


IL BLOG DI PIERO RICCA BLOCCATO DALLA FINANZA
SU QUERELA DI EMILIO FEDE
di Piero Ricca
Emilio Fede mi ha querelato e la finanza ha cambiato le chiavi di accesso al mio blog, impedendomi di pubblicare nuovi articoli.
Il blog mi è stato chiuso su richiesta del pubblico ministero romano Giuseppe Saieva, con atto del gip Cecilia Demma. Il "sequestro preventivo" mi è stato notificato alle 14,00 di oggi 10 luglio da due agenti del "nucleo speciale contro le frodi telematiche" della guardia di finanza, venuti appositamente dalla capitale. Il sequestro proviene da una querela per diffamazione presentata da Emilio Fede nei miei confronti per la contestazione al circolo della stampa di Milano del 16 aprile 2007.
In esecuzione del medesimo provvedimento è stato cancellato dal blog un mio articolo relativo alla vicenda Fede e i commenti a margine dei lettori. Per motivi tecnici non è stato possibile, come pure era stato richiesto dall'autorità giudiziaria, togliere il video da youtube. Non si è arrivati all'oscuramento totale del blog, che pure era stato prospettato nel decreto di sequestro preventivo, solo perché gli agenti della finanza hanno adottato la soluzione di modificare la mia password di amministratore di www.pieroricca.org, previa missione mattutina a Sarzana (La Spezia), sede legale della società di gestione del blog.
Naturalmente farò immediata richiesta di dissequestro.
E mi riservo di querelare a mia volta il signor Fede. Ricordo infatti che la contestazione ebbe come antefatto una mia domanda (sul caso Europa 7 e le frequenze abusivamente occupate da Rete 4), alla quale il direttore del tg4 rispose dandomi dell' "imbecille". Per non parlare dello sputo che mi indirizzò nell'androne del circolo della stampa, come testimonia il video reperibile all'indirizzo
http://www.youtube.com/watch?v=5KbGNQwO7es
Con il querelante ci confronteremo dunque in tribunale, magari davanti a qualcuno dei magistrati diffamati e spiati negli anni del governo del suo adorato datore di lavoro.
Sarò lieto di farmi processare un'altra volta per aver espresso opinioni condivise dalle persone che stimo.
Nel frattempo non smetterò di interpellare e criticare i personaggi pubblici che non stimo, esercitando il mio diritto-dovere di dissenso.
Nessuno riuscirà a sequestrare la libertà di espressione, mia e degli amici del gruppo Qui Milano Libera e del blog: questo è certo.
Ringrazio fin d'ora chi vorrà far circolare questa notizia.

Piero Ricca

martedì 10 luglio 2007

Il più grande rischio per la democrazia dopo Mussolini, ovvero il Pericolo Azzurro


Era normale che Fini, dopo aver governato l'Italia con Berlusconi, alla fine dicesse che tutto sommato Mussolini era stato un grande statista. Era così normale che lo fece e poi dovette definire il fascismo male assoluto. La colpa non è di Fini. È Berlusconi che per pericolosità è paragonabile soltanto ai peggiori dittatori, sia europei che dell'America Latina.

In questi giorni stanno venendo a galla particolari che probabilmente, altrove, avrebbero già fatto scattare delle misure cautelari per i personaggi coinvolti. Andiamo gradualmente: si è scoperto che tutti i magistrati che indagavano o avevano indagato in passato per i processi a carico di Berlusconi, (che d'ora in poi chiameremo il Pericolo Azzurro) erano tutti intercettati, spiati, pedinati da agenti del Sismi e da funzionari dei servizi segreti. Quei magistrati più degli altri. Anche lo spagnolo Garzon, che in passato aveva indagato su Berlusconi per il caso Telecinco. A chi poteva importare ciò che faceva Garzon? Tutto questo per screditare i magistrati, “intimidirli” e “fargli perdere credibilità”, citando direttamente le parole del Consiglio Superiore della Magistratura utilizzate nella delibera che denuncia lo spionaggio abusivo. Siamo di fronte ad uno strutturato e pianificato tentativo eversivo volto a destabilizzare il potere giudiziario e quindi la stabilità del nostro ordinamento. Un apparato fondamentale dello stato, l'intelligence, che trama illegalmente ai danni di uno dei poteri della repubblica.

La prima domanda è: se la maggior parte dei magistrati spiati avevano avuto a che fare con i processi Berlusconi, e se all'epoca degli spionaggi Berlusconi era Presidente del Consiglio, e quindi responsabile e al corrente di tutto ciò che il Sismi produceva, chi se non lo stesso Pericoloso Azzurro poteva avere interessi a delegittimare quei magistrati? E la perenne campagna diffamatoria nei confronti della magistratura ad opera del Pericoloso di Arcore ci è nota. Come se non bastasse, viene sequestrato un fax di Pio Pompa, funzionario del Sismi, che con toni da lacchè di un certo spessore si mette a completa disposizione e giura fedeltà al Pericoloso. I conti cominciano a tornare.

Finalmente Fassino, forse sfuggendo al controllo degli addetti stampa, si lascia andare ad una frase decisa e senza sofismi: “Berlusconi è oggettivamente responsabile dell'accaduto”. E a lui mi accodo: o Berlusconi è un grande incapace che non ha saputo rispondere di quello che accadeva durante il suo governo, e allora avrebbe determinate responsabilità, o è direttamente e consciamente responsabile di questo tentativo eversivo, e questo è quello che credo, e allora ne avrebbe delle altre di gran lunga più gravi.

Tutta la sinistra invoca la commissione d'inchiesta. Come se in passato fossero servite a qualcosa. Vogliamo parlare della Mitrokin o della Telekom Serbia? O di quella sulla P2? O di quella sulla strage di Ustica? O di Bologna? Come spiega D'Avanzo su Repubblica: “Alle prese con venti deputati e venti senatori che, si possono immaginare inesperti dei metodi e delle strategie di un'intelligence così controversa, e addirittura non consapevoli della cronologia degli avvenimenti, Pollari avrebbe in prima battuta la possibilità di scrivere a mano libera il copione. Che domande potrebbero fargli i quaranta parlamentari?”. [...] “Ci sono tre sedi in Cui Pollari può liberare la sua ansia di verità (si fa per dire): Il Palazzo di Giustizia di Milano, dove è imputato per il sequestro di un cittadino egiziano. La Procura di Roma che lo indaga per l'ufficio di disinformazione e dossieraggio di Via Nazionale. [...] C'è una terza sede politica, istituzionale. E' il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti (Copaco)”. Chi è Pollari? E' l'ex direttore del Sismi da poco deposto, travolto dalle polemiche per il caso Abu Omar. Cacciato dalle istituzioni dal governo di centro sinistra che persegue giustizia e legalità? Su, smettiamola di essere creativi. Nominato consulente della Presidenza del Consiglio. In Sicilia diciamo “pi attupparici a vucca”. Per non dargli motivo di parlare. Come con il Gen. Speciale, sputtanato in Parlamento dopo non aver accettato “un incarico di prestigio alla Corte dei Conti”. Il tacito accordo con i servizi segreti e con la Guardia di Finanza è andato in fumo.

Un passaggio su Mastella è doveroso anche qui. Lui, nelle questioni delicate, si distingue sempre per le sue mirabolanti e distinguibilissime cazzate. La Cosa di Ceppaloni auspica la commissione parlamentare. E naturalmente, per indagare su questioni che implicano la diretta responsabilità del governo Berlusconi, chi propone la Cosa? Casini. Cioè, propone di indagare sugli spionaggi ai probabili committenti dello spionaggio. E' sempre lungimirante e preciso come un tiratore scelto cieco, Mastella. E poi dice una grande cosa, che nessuno si sarebbe aspettato: “Tra l'amicizia per Nicolò Pollari e la verità preferisco quest'ultima. Beh, direi che è una scelta davvero difficile. E Pollari, per bocca di un'altra Cosa, il sen. De Gregorio, minaccia: “Pronto a svelare i misteri d'Italia”. Accadrà di tutto, non accadrà niente, ma Berlusconi, e tutti quelli che con lui, a quanto pare, hanno tramato contro l'ordinamento giudiziario, la faranno nuovamente franca.


Io rimango, come mio solito, seduto, aspettando l'apertura degli archivi, l'insabbiamento, o quello che verrà. Con cauta disillusione, certo che l'autotutela della casta politica avrà, comunque, la meglio.

mercoledì 4 luglio 2007

Pippo Fava e «I Siciliani»: tra advocacy journalism e Cosa Nostra

Disegno tratto dal libro "Un anno"

Ecco la mia tesi di laurea appena consegnata. Copio qui l'introduzione, e cliccando sul link potrete scaricarla integralmente.

Perché una tesi di laurea su Pippo Fava e «I Siciliani»?

È la domanda che mi sono posto quando ho deciso di iniziare questo lavoro. E in realtà una risposta non c'è, ce ne sono diverse. Dal fatto che Pippo Fava fu un eclettico comunicatore, brillante nel giornalismo, nel teatro, nella letteratura, al fatto che «I Siciliani» rappresentò un'esperienza giornalistica unica ed irripetibile nel suo genere per quanto riguarda la Sicilia, o perché Fava fu il primo intellettuale ucciso dalla mafia, o perché Fava fu il primo intellettuale che per la politica siciliana non poteva essere stato ucciso dalla mafia. Perché la mafia a Catania non c'era. Poi però, Nitto Santapaola scrive una lettera che viene pubblicata da «Diario della settimana», supplemento de «L'Unità», il 30 ottobre 1996. E sembra che questa mafia in realtà ci fosse. E lui, di mafia se ne intende.

"Dalla prigione in cui è stato chiuso dopo un'interminabile latitanza, Nitto Santapaola – boss della mafia catanese – dipinge una città ormai priva di sicurezza e dunque di prosperità perché orbata della garanzia offerta negli anni Settanta da lui stesso e dai suoi amici: “Dov'è quella Catania fiorente, dove sono gli imprenditori, i commercianti che potevano vivere e lavorare senza aver paura?” - egli si chiede dimenticando quanto in lacrime, in sangue e corruzione era e sarebbe costato quel tipo di regolamentazione "1

Ma la ragione principale che mi ha convinto a proseguire sulla “via di Fava” è che in Sicilia sentiamo la mancanza di tante cose. Dello Stato, della politica, delle industrie, della cultura. Ma sentiamo la mancanza di Pippo Fava e del giornalismo de «I Siciliani», perché era uno dei pochi mezzi visibili di lotta alla mafia. E sentiamo la mancanza di Peppino Impastato, altro spirito libero dell'informazione radiofonica, anche lui un non-ucciso dalla mafia, come volevano far credere.

Gli arresti, i processi, le sentenze. Certo, erano duri ed eclatanti colpi alla malavita. Ma l'antimafia che si toccava con mano, quella che tutti potevano fare leggendo, quella che circolava tra il popolo, era quella di quegli articoli, di quelle requisitorie, di quelle analisi che descrivevano una mafia presente, viva e ramificata, prima ancora che questa sparasse. Oggi in Sicilia manca ancora tutto quello che mancava negli anni Ottanta. Altri siciliani indimenticati hanno provato a cambiare lo stato delle cose, ma sono stati abbandonati, chi dallo Stato, chi dalla gente. Falcone, Borsellino, Impastato, Livatino, Chinnici e tanti, tanti altri. Perché non bisogna dimenticare che in Sicilia siamo dei Gattopardi, nessuno si illuda. Se quando Fava scriveva erano indagati gli imprenditori, oggi in Sicilia è indagato per concorso esterno in associazione mafiosa il Presidente della Regione. Quindi a dire il vero, le cose sono cambiate. In peggio.

E in questo clima desolante, la stampa, il giornalismo in generale, a parte qualche eccezione, hanno reso le armi al nemico. «La Sicilia» che continua a negare che l'omicidio Fava sia un delitto mafioso, il «Giornale di Sicilia» che è molto vicino al Presidente indagato e funge da ufficio stampa. Nessuna luce all'orizzonte. Manca Fava, manca Peppino Impastato. Manca un giornalismo che denunci, che faccia i nomi, che non nasconda la realtà per problemi con la proprietà del giornale o con le pubblicità. Manca una testata libera e indipendente come fu «I Siciliani». Una testata povera, dai bilanci sempre in rosso, con entrate pubblicitarie irrisorie. Ma libera da ogni vincolo.

Mi sono chiesto quanti in Sicilia conoscessero Pippo Fava. Pochi, sempre troppo pochi. Se questa tesi contribuirà a far conoscere Pippo Fava e «I Siciliani» anche ad un solo siciliano, avrà raggiunto il suo obiettivo. Perché quel siciliano ne parlerà ad un altro, e quello ad un altro ancora, perché è impossibile non raccontare quello che fu Giuseppe Fava e «I Siciliani».

Versione integrale

1Salvatore Lupo, Storia della mafia. Dalle origini ai nostri giorni, Donzelli Roma 2004 p. 26.

domenica 1 luglio 2007

Posta Legalitaria a Pier Ferdinando Casini

Gentile Pier Ferdinando Casini,

perdoni la mia intrusione, ma necessiterei di qualche risposta a delle domande che da tempo mi pongo.

Non so quanto lei conosca della mafia e sulla mafia. Se ha letto dei libri, se ha conosciuto magistrati antimafia, se ha visto dei documentari, se ha partecipato ai funerali di Stato di qualche martire illustre. Purtroppo io e la mia famiglia ne abbiamo una vaga idea, visto che due dei nostri familiari sono stati uccisi dalla mafia nel 1992. Uccisi, e divenuti eroi dell'antimafia loro malgrado, perchè non hanno ceduto alle richieste mafiose relative all'acquisto del loro piccolo impianto di calcestruzzi. Hanno avuto il coraggio di mandare a quel paese dei mafiosi, non per eroismo, ma per il senso del sacrificio, per difendere i pochi frutti di un lavoro onesto.

Le assicuro che di questa conoscenza diretta ne avremmo volentieri fatto a meno. Ma ormai ci siamo dentro, i nostri parenti sono morti, e lottare contro la mafia, contro i mafiosi, contro i fiancheggiatori e i favoreggiatori, è un dovere più che una scelta.

Le scrivo in relazione alle sue ripetute esternazioni su uomini che hanno in corso o hanno avuto processi per associazione mafiosa. In particolare mi riferisco al senatore Giulio Andreotti e al presidente della regione Sicilia Salvatore Cuffaro. Due politici italiani che lei conosce bene.

Riporto una sua dichiarazione del 2 Febbraio 2006 a Rai News 24:

Non è possibile che un partito debba sbattere fuori dalla sua lista un candidato sulla base di indagini su cui ci sono molti dubbi, come per Cuffaro. E’ un paese normale un paese in cui Andreotti è stato per undici anni sotto processo venendo assolto?”

Le pongo due domande: di fronte ad intercettazioni che inchiodano Cuffaro a telefono con imprenditori sotto processo per mafia, che vedono il capo mandamento di Brancaccio, Giuseppe Guttadauro, accordarsi con il futuro assessore regionale Mimmo Miceli per assicurarsi un tramite con Cuffaro, dopo le deposizioni di vari pentiti, ultimo dei quali Maurizio Di Gati, che parlano dei loro rapporti continuati con Cuffaro e della campagna elettorale svolta da Cosa Nostra a suo sostegno, lei se la sentirebbe ancora di mettere “la mano sul fuoco” (parole sue) sull'innocenza di Cuffaro? E ad oggi, pensa ancora che Cuffaro sia un "presentabile" a delle consultazioni elettorali?

Anche per lei, facendo politica di alto livello, si viene inevitabilmente a contatto anche con questa gente (parole di Cuffaro)?

E riguardo ad Andreotti: cito un estratto del capitolo IV della sentenza della 1° sezione della Corte d’Appello di Palermo che lei conosce bene e che sarà confermata in Cassazione nel 2004.

In definitiva, la Corte ritiene che sia ravvisabile il reato di partecipazione alla associazione per delinquere nella condotta di un eminentissimo personaggio politico nazionale, di spiccatissima influenza nella politica generale del Paese ed estraneo all’ambiente siciliano, il quale, nell’arco di un congruo lasso di tempo, anche al di fuori di una esplicitata negoziazione di appoggi elettorali in cambio di propri interventi in favore di una organizzazione mafiosa di rilevantissimo radicamento territoriale nell’Isola: a) chieda ed ottenga, per conto di suoi sodali, ad esponenti di spicco della associazione interventi para-legali, ancorché per finalità non riprovevoli; b) incontri ripetutamente esponenti di vertice della stessa associazione; c) intrattenga con gli stessi relazioni amichevoli, rafforzandone la influenza anche rispetto ad altre componenti dello stesso sodalizio tagliate fuori da tali rapporti; d) appalesi autentico interessamento in relazione a vicende particolarmente delicate per la vita del sodalizio mafioso; e) indichi ai mafiosi, in relazione a tali vicende, le strade da seguire e discuta con i medesimi anche di fatti criminali gravissimi da loro perpetrati in connessione con le medesime vicende, senza destare in essi la preoccupazione di venire denunciati; f) ometta di denunciare elementi utili a far luce su fatti di particolarissima gravità, di cui sia venuto a conoscenza in dipendenza di diretti contatti con i mafiosi; g) dia, in buona sostanza, a detti esponenti mafiosi segni autentici – e non meramente fittizi – di amichevole disponibilità, idonei, anche al di fuori della messa in atto di specifici ed effettivi interventi agevolativi, a contribuire al rafforzamento della organizzazione criminale, inducendo negli affiliati, anche per la sua autorevolezza politica, il sentimento di essere protetti al più alto livello del potere legale.
Alla stregua dell’esposto convincimento, si deve concludere che ricorrono le condizioni per ribaltare, sia pure nei limiti del periodo in considerazione, il giudizio negativo espresso dal Tribunale in ordine alla sussistenza del reato e che, conseguentemente, siano nel merito fondate le censure dei PM appellanti.
Non resta, allora, che confermare, anche sotto il profilo considerato, il già precisato orientamento ed emettere, pertanto, la statuizione di non luogo a procedere per essere il reato concretamente ravvisabile a carico del sen. Andreotti estinto per prescrizione”.

Come lei sa l’accenno alla primavera 1980, come termine ultimo del reato accertato, si riferisce proprio all’incontro fra Andreotti e Bontate, per discutere dell’assassinio di Piersanti Mattarella.

Mi chiedo se lei possa ritenere Andreotti assolto dall'accusa di associazione mafiosa solo perchè il reato è stato prescritto. I giudici non dicono che il fatto non è stato commesso, ma al contrario,che non è possibile condannare Andreotti per via della prescrizione.

Difendendo questi due personaggi, lei non si pone come tollerante di certe frequentazioni mafiose?

Spero lei possa trovare il tempo per rispondere a queste semplici domande per il piacere mio e dei lettori del mio blog, per il piacere di persone per bene che hanno a cuore la legalità.

Cordialmente,

Benny Calasanzio