
La Sicilia è piena di paradossi. I siciliani sono paradossali, sempre e comunque. A volte ce ne compiaciamo, a volte ci incazziamo quando ce li fanno notare. E' la nostra natura. E il paradosso quando non è tragico e quando non riguarda una tragedia come la mafia fa sorridere. In questo caso forse riguarda la mafia. Per dirlo dobbiamo aspettare una sentenza. Quindi nel frattempo posso sorridere. Sorrido quando sento Cuffaro ancora oggi, sempre più indagato, che dice "Non ho nulla da nascondere, sono tranquillo". Rido perchè penso ad un memorabile articolo apparso su Repubblica il 24/11/2005 che ricostruisce tutte le vicende che coinvolgono Cuffaro alle prese con decine e decine di schede sim e decine e decine di cellulari cambiati quotidianamente per "sicurezza", per non essere intereccettato, magari. Se non ho nulla da nascondere, penso io, perchè faccio tutto questo? Non voglio aggiungere altro. Leggete, e fino alla sentenza, potete anche sorridere.
Da: http://www.archiviostampa.it/it/articoli/art.aspx?id=6746
Oltre un milione e mezzo di tracce nell'inchiesta siciliana raccontano la vita segreta del presidente
Cellulari, spioni e schede fasulle la grande rete di Totò Cuffaro
Donne inesistenti e pentiti sulle utenze del governatore
di Attilio Bolzoni
In un milione 651 mila 584 tracce telefoniche è raccontata l'altra vita del presidente della Sicilia, quella segreta dei contatti più inconfessabili, quella delle conversazioni con gli 007 su utenze copertissime, quella dei messaggi con una combriccola di carabinieri o ex carabinieri diventati deputati. Per queste «parlate» il governatore Cuffaro in un paio di anni ha utilizzato una ventina di «carte» diverse e almeno un centinaio di cellulari, più i sette telefonini intestati a suo nome, più i due numeri fissi della sua segreteria e quegli altri tre della sua casa a Villa Sperlinga. Tra le tante schede adoperate da Totò ce n'era pure una a nome di Francesco Campanella, quel presidente del consiglio comunale di Villabate che qualche mese fa si è pentito e ora sta facendo tremare i Palazzi della Regione.
Tutti i particolari dell'altra vita del governatore sono stati svelati in udienza pubblica a Palermo, testimonianza del consulente informatico della Procura Gioacchino Genchi, un super esperto di «traffici» telefonici, l'analista che ha esaminato i computer di Falcone dopo Capaci e il movimento dei cellulari dei suoi assassini. Il dibattimento è quello che qui in Sicilia chiamano «il processo alle talpe», gli spifferi partiti da alcuni uffici investigativi per avvertire Cuffaro che c'era un'indagine a suo carico. Ruberie nella Sanità, milioni di euro stornati agli amici e soprattutto a Michele Aiello, boss delle cliniche, primariati decisi nei summit convocati dal capo mandamento di Brancaccio Giuseppe Guttadauro. Affari conclusi tra mafiosi e uomini politici. Così il governatore è rimasto invischiato in quella rete, mandato a giudizio per avere favorito Cosa Nostra.
Tra le prove dell'accusa c'è quella valanga di tracce telefoniche con al centro sempre Totò Cuffaro.
E' un vortice di numeri, una girandola di schede, una selva di cellulari quella che l'ha inghiottito tra il 2001 e il 2002. Con una carta sim intestata a lui usa 29 cellulari, un'altra privata la inserisce in 7 cellulari, un'altra (ma della Regione) la sistema sempre in altri 8 cellulari. Quella che è a nome del futuro pentito di Villabate cambia 31 cellulari che chiamano e ricevono per 62 mila telefonate, 60 mila in entrata e 2 mila in uscita. Quei 31 cellulari a loro volta ricevono in pochi mesi 50 schede diverse, decine di migliaia le tracce lasciate. Molte sono in uso a Vito e a Giuseppe, gli autisti del governatore. Le telefonate più «calde» arrivano quasi tutte lì, sostengono i procuratori di Palermo.
Sono 2496 i contatti accertati del telefono intestato alla donna fantasma Maddalena Carollo. La sua scheda si attiva il 28 giugno del 2001 e si disattiva il 29 dicembre del 2002. E' l'11 luglio del 2001 quando per la prima volta Cuffaro riceve una telefonata su quell'utenza. Alle 18,34, lo chiama suo fratello Silvio. Il giorno dopo, il 12 luglio, è a Roma per una riunione della Casa della Libertà per decidere gli assessori del suo governo, è «posizionato nella zona dell'Aventino» e riceve una chiamata da Palermo. Il 13 luglio il cellulare - e chi lo ha in uso - è ancora a Palermo e riceve alle 17,53 le telefonate del sottosegretario dell'Udc al Lavoro Saverio Romano e del leader dei neo autonomisti siciliani Raffaele Lombardo. Su quella scheda che risulta di proprietà di Maddalena Carollo - e che Cuffaro ha sempre smentito di aver utilizzato - qualche giorno dopo viene intercettata e registrata una telefonata. Da una parte c'è Mimmo Miceli, all'epoca assessore comunale di Palermo che trama con il capomafia Guttadauro per scegliere un primario al Policlinico. Dall'altra parte c'è la voce del governatore. La scheda della donna senza nome e senza volto è stata acquistata all'«Enterprise Service» di Villabate, in via Medici 19. Proprietario del negozio di telefonia era il presidente del consiglio comunale Francesco Campanella.
E proprio sull'utenza di Campanella il governatore viene chiamato in diciotto mesi 54 volte da un ufficio del Sisde, quello di via Notarbartolo a Palermo. Chi chiama Cuffaro in quell'anno e mezzo?
E perché gli agenti segreti di stanza in Sicilia lo cercano così frequentemente? E' una brutta vicenda che non è ancora del tutto chiara. Ma certi fatti si possono già ricostruire. Qui a Palermo in quei mesi c'era una guerra per bande. Cuffaro da una parte e Forza Italia dall'altra si erano «impossessati» di pezzi di Sisde e di Sismi, funzionari e ufficiali che erano vicini a questo o a quel potente siciliano. Un servizio quasi «privato». A un certo punto il governatore sembrava più coperto dei suoi amici rivali di Forza Italia e, a Palermo, arrivò all'improvviso una squadretta del Sismi per bilanciare il peso della «stazione» locale. La guerra tra gli spioni si scoprì dalle intercettazioni sulle talpe, quell'ufficio del Sismi piovuto da Roma fu chiuso in fretta e furia inseguito dalle investigazioni della Procura.
La storia del processo per l'inchiesta svelata sul governatore della Sicilia è tutta chiusa in una relazione «sulla riconducibilità delle utenze in uso a Cuffaro Salvatore», migliaia di pagine e di numeri, di triangolazioni telefoniche, di agende criptate. E' nel computer dell'assessore Miceli che il consulente Gioacchino Genchi trova che la scheda intestata al pentito Campanella era sotto la voce «Giovanni, segretario Totò». E' nel movimento delle chiamate del maresciallo dei Ros Giorgio Riolo e del deputato dell'Udc Antonio Borzacchelli (un ex sottufficiale dell'Arma) che i carabinieri del reparto operativo e i procuratori Prestipino, De Lucia e Di Matteo arrivano a tre utenze riservatissime: erano del Sisde. E' nella rubrica di Borzacchelli che trovano sempre un numero con accanto sigla: «Cuff». Il numero era quello di Maddalena, la donna di Villabate che non esiste.




