sabato 30 dicembre 2006

Primo provvedimento: limitare il potere


In questi giorni di tranquillità ho avuto il tempo per riflettere su alcuni passi che secondo me possono condurre nella giusta direzione. Cambiare la rotta di una Sicilia che va alla deriva non è una cosa semplice e ne sono perfettamente consapevole. Di certo il cambiamento non avverrà solo con le mie parole e con i vostri commenti. Servono proposte concrete, e proposte concrete faremo. Noi non facciamo sofismi, non lasciamo ad altri i compiti concreti per fare solo la parte degli intellettuali. Non è mio costume e credo neanche della maggior parte della gente che scrive su questo blog. La mia idea di "politica pulita= sicilia libera" non è un'utopia. Non ho l'arroganza di dire che è un progetto perfetto, ma di certo è attuabile. Prendendo spunto da una proposta di Beppe Grillo ho pensato ad un primo passo importante e significativo: la limitazione della eleggibilità dei politici siciliani al parlamento regionale. La proposta di Grillo su scala nazionale in Sicilia avrebbe effetti immediati e tagibili. Io credo che si debba limitare l'eccessivo accentramento di potere di cui i deputati siciliani e quelli italiani in genere sono "vittime innocenti". Detenere il potere per più di dieci anni vuol dire diventare una lobby, su questo non può esserci dubbio. Dieci anni sono più che sufficienti a dare la propria impronta politica alla Sicilia. Non possiamo continuare ad avere poltrone che una volta toccate rimangono attaccate al sedere. Questa non è magia, è un cancro, è una metastasi.
E' impensabile che ci siano parlamentari giunti alla decima legislatura. E' chiaro che quando già non contribuisce direttamente alla loro elezione, la criminalità organizzata ha tutte le ragioni per stabilire sodalizi solidi e duraturi con questi matusalemme della politica. Vedi capitolo Andreotti. Si deve intaccare il sistema di potere del politico siciliano. Un politico che si occupa della cosa pubblica per più di dieci anni ne diventa proprietario, va incontro a deliri di onnipotenza, crede di poter fare miracoli, va in giro a promettere più lavoro per tutti mentre invece ne da molto ad alcuni, crede che svelare indagini agli indagati sia un atto di giustizia divina e di perdono. Gesù perdona, io no. Un onorevole-fossile si trasforma in un ufficio collocamento, in ufficio di sanità pubblica, in appaltatore di lavori pubblici. Non sono brutti pensieri, sono varie realtà.
Non ci sarebbe niente di scandaloso. Ogni partito politico, ogni movimento ha più di un uomo di punta, ha parecchi uomini e parecchie donne in grado di succedersi. Sarebbe salutare una loro scelta senza l'obbligo di una legge. Ma conoscendo alcuni politici nostrani non esiterebbero a cambiare schieramento per essere rieletti. Ecco la necessità dell'intervento del legislatore regionale, intervento che rappresenterebbe anche un progetto pilota per la politica nazionale.
Credo che da questa proposta si possa partire. Scrivete le vostre idee. Valutiamole assieme.

P.S. Leggevo su Repubblica che il presidente Cuffaro ha dichiarato: "Se mi condanneranno per favoreggiamento aggravato mi dimetterò. Se invece verrò condannato per favoreggiamento semplice rimarrò al mio posto, perchè sarebbe come aver fatto un favore ad un amico". Su queste ultime parole vorrei soffermarmi qualche secondo. Ormai le speranze di un'assoluzione sembrano abbandonate. Ormai Cuffaro non nega più che il fatto sia accaduto, ma afferma che nel caso del favoreggiamento semplice, quelle rivelazioni sarebbero state solo un favore all'amico Aiello, non alla mafia. Spero che i giudici prendano in considerazione queste parole, per me sono aberranti. Che faccia...

domenica 24 dicembre 2006

Buon Natale


Tra qualche ora sarà Natale. Un Natale come tanti altri dal 92. In sala da pranzo è già tutto pronto. Prima di andare volevo augurare a tutti voi un sincero buon natale e tanta serenità, di cuore. Voglio farlo con una poesia che Enzo Orlando, un giovane poeta siciliano originario di Lucca Sicula, dedicò a mio nonno Giuseppe, ucciso il 17 Dicembre del 92. La poesia fa parte del suo libro Soldatini e Libellule, ormai introvabile.

Il Guerriero
(17 Dicembre 1992)

"Dedicata a Giuseppe Borsellino, imprenditore di Lucca Sicula in Agrigento. Ucciso dalla mafia."

Non scorderò mai, la notte del 21 Aprile 1992
la notte dell'orrore. Il pianto, il dolore
dell'uomo a cui avevano ucciso il figlio
Giovane bandiera, paterno vanto
un figlio ucciso per terra, nel nulla.

Non dimenticherò mai lo sguardo del guerriero,
nell'estate di ghiaccio, dell'anno del tritolo.
La rabbia interna chiedeva giustizia
e non Vendetta, devianza sicula, ragione gretta.

Non scorderò il volto scavato
da un solo unico pensiero.
Nel suo modo e negl'indumenti
il colore-devastato, il nero.

Ricorderò sempre che lottava contro i tiranni
o contro i fantasmi-mulini a vento.
Nella Terra Muto-Sordo-Cieca, banale
obbedienza

Dimenticherò ch'era già morto prima di morire
perchè, forse, non lo hanno ucciso, in piazza
quel pomeriggio del 17 Dicembre 1992.

sabato 23 dicembre 2006

Lettera agli amici dei MeetUp siciliani di Beppe Grillo


Cari amici dei MeetUp siciliani di Beppe Grillo,

sono Benny Calasanzio, e l’indirizzo del mio blog è www.bennycalasanzio.blogspot.com .

Il mio (e di tutti quelli che visitano e commentano) è un blog della Legalità, un blog contro tutte le mafie e soprattutto contro tutte quelle istituzioni e quei politici che in Sicilia non riescono a stare lontani dalla criminalità organizzata. E’ un vizio diffuso e perfettamente bipartisan. Un vizio che si può chiamare anche centinaia di migliaia di voti. E’ un blog dell’antimafia applicata alla politica siciliana, è un blog di denuncia che non chiede gentilmente favori ma pretende a muso duro diritti. Diritto di essere un regione non mafiosa, il diritto di avere rappresentanti degni e non indagati per mafia, il diritto di vivere liberi e di esprimere tutto il nostro potenziale intellettuale ed economico senza il protettorato di Cosa Loro. Il nostro “Clean Sicily” ci avvicina molto al vostro “Clean Parliament”, ed è per questo che vi scrivo, perché se a livello nazionale un parlamento pulito è una priorità, a livello siciliano parliamo ormai di impellenza e immediatezza. Non so quanti anni di politici collusi e clientelismo spudorato possiamo ancora permetterci, ma se esiste un baratro profondo e dal quale non si può risalire, noi ci stiamo andando dentro ignari e sorridenti. La vostra organizzazione solida e la vostra reputazione, coniugata al nostro impegno e alla nostra determinazione credo possano servire a qualcosa e credo non debbano andare perduti. Dobbiamo parlare alla gente, spiegare loro che finchè si votano certi personaggi, a destra e a sinistra c’è l’imbarazzo della scelta, ogni lotta e ogni sacrificio in nome dell’antimafia sarà assorbito e neutralizzato da ambienti mafioso-politici pienamente legittimati dallo scudo “il popolo è il vero giudice”. Potremmo organizzare un grande incontro in Sicilia, una grande manifestazione senza bandiere e senza colori politici per chiedere solamente “pulizia nelle istituzioni”. Per ripetere fino allo spasmo che non esiste un “anticuffarismo”, ma soltanto un “anticollusione”, ed è Cuffaro che è finito sulla nostra strada, non il contrario. La gente si riconosce più nei movimenti che nei partiti, soprattutto in Sicilia dove pochi riescono ad eliminare i loro esponenti collusi. Vi chiedo di riunirvi e dirci cosa ne pensiate, al più presto. E’ un richiesta semplice che dobbiamo porre tutti i partiti e a tutte quelle istituzioni regionali che hanno questi “piccoli problemi”. La politica e la gestione della cosa pubblica, soprattutto in Sicilia, si deve fare in modo onesto e trasparente. Chi non riesce vada via, lontano dai palazzi “delle decisioni”.

Noi siamo pronti, voi cosa ne dite?

P.S. A tutti quelli che da me comprerebbero un'auto usata: consiglio di regalarsi e regalare "Storia del movimento antimafia", di Umberto Santino edito da Editori Riuniti. "La prima storia delle lotte contro la mafia. Dalla lotta di classe in Sicilia all'impegno della società civile in tutta Italia" Dovrebbe costare intorno a 19 euro. E' un gran libro.

martedì 19 dicembre 2006

Sulle mie motivazioni


Mi sembra giusto nei confronti di tutti coloro i quali leggono questo blog spiegare il mio pensiero e la mia idea di legalità. In Sicilia operano tante associazioni che lottano contro la mafia in modi diversi. C'è chi si occupa di coltivare le terre confiscate ai boss, chi lotta contro il racket delle estorsioni, chi lotta contro il traffico di droga, chi contro la prostituzione, chi contro la piccola criminalità collegata alla grande. E’ tutta gente che fa il suo lavoro in maniera eccellente e a cui va il merito del cambiamento in atto dagli anni 90 ai giorni nostri. E’ chiaro che tutte queste attività sono fondamentali per la lotta alla mafia, tutte e nessuna esclusa.

La mia personale lotta alla nasce da un concetto diverso e più "politico". Io credo che finchè la mafia sarà tutelata e rappresentata nelle istituzioni l’antimafia sarà una lotta contro l’infinito, contro l’eternamente rigenerabile. Credo che se non si tranciano definitivamente i legami tra la classe politica siciliana e Cosa Loro ogni vittoria dell’antimafia sarà una vittoria parziale alla quale Cosa Loro saprà prontamente rispondere in maniera dolce e burocratica. La mia idea di lotta alla mafia, conciliabile con tutte le altre è una lotta senza quartiere a tutti quei politici e a tutti quegli organi istituzionali che dalla mafia non sanno stare lontani. Capite che se i magistrati rischiano la vita per assicurare alla giustizia i vermi mafiosi e poi (secondo le indagini) il presidente della regione svela tutto agli indagati abbiamo già perso prima di iniziare e perderemo tutte le volte che riproveremo ad iniziare se i presupposti rimarranno gli stessi.

Il mio “giustizialismo” nasce da una pretesa senza compromessi di trasparenza e onestà che la classe politica siciliana deve assicurare e deve impegnarsi anche a dimostrare, non solo a mantenere. Ci sono tanti lavori che non richiedono tale onestà e tale trasparenza, e la Sicilia ne è piena. Se un politico non è in grado di fare il politico in modo “legale” può anche cambiare lavoro in modo tale da far bene anche se stesso. Negli ultimi anni si è troppo tollerata l’ambiguità di alcuni personaggi, sono passate inosservate alcune amicizie e alcune vicinanze ad ambienti dubbi. Si è riusciti a far passare per buono il concetto che siccome fai politica di alto livello puoi venire a contatto con chiunque. Questo è aberrante. A me fa paura. Se non sai distinguere tra gente per bene e mafiosi non fare politica. Io credo che la nostra esigenza primaria sia quella di pretendere uomini “più attenti”, che sappiano distinguere chi è malavitoso da chi non lo è. Sia la destra che la sinistra in questo momento non hanno la forza per rinunciare a queste vicinanze dubbie, forse perché sono bacini enormi di voti.

La mia pretesa è che nel momento in cui siano emersi fatti (non voci) riguardo ad un’esponente di questo o di quel partito che accertano anche solo un vicinanza consapevole con ambienti criminali, il partito politico o l’organo istituzionale competente debba quanto meno sospendere quel personaggio fino al completo accertamento della sua posizione.

Siamo ormai abituati ad accontentarci del leggermente meno peggio, ma in Sicilia non possiamo più permettercelo. E’ una pretesa che tutti dobbiamo avanzare, uomini e donne di destra e uomini e donne di sinistra.

Questi sono i fondamenti della mia lotta. Non ho l’arroganza di dire che è una lotta perfetta e vincente. Ma se ho aperto un blog è perché ho bisogno di sentire la gente, ho bisogno di ricevere critiche e consigli perché so che da solo non posso andare da nessun parte. Non ho bisogno di persone fisiche accanto, ma di tante idee.

giovedì 14 dicembre 2006

Domande scomode


Il cineforum su “La Mafia è Bianca” è andato molto bene. C'era tanta gente, e di questo ringrazio gli organizzatori, gli amici della “Mandria Rossa” (http://blog.libero.it/mandria ) che mi hanno dato questa possibilità. Alla fine alcuni di loro mi hanno posto qualche domanda che mi ha fatto riflettere e che vorrei analizzare su questo blog. Tutti iniziavano la domanda dicendo “Se mi posso permettere...” “Per quello che posso dire...” “Per quello che ho sentito dire...” quasi intimoriti di offendermi o di sembrare addirittura “razzisti”. Avevano paura di dire quello che pensavano dopo aver visto quel film e quasi cercavano da un siciliano approvazione delle loro parole. Questo mi ha molto colpito. La paura di esprimere giudizi e fare domande scomode su una terra che non appartiene loro. Li ho interrotti più volte chiedendo loro di formulare frasi senza filtro e di non contenere le loro idee. Sbaglia chi pensa che chi è al di fuori della Sicilia non abbia i mezzi o addirittura il diritto di chiedere spiegazioni. Il fatto che la mafia sia un problema siciliano è falso non perchè idealmente scorretto, ma perchè economicamente certo. La mafia è un problema dell'Italia intera. Siamo per un momento materiali e cinici. Il giro d'affari della mafia secondo l'Eurispes è di 13 miliardi di euro l'anno. E' mezza finanziaria 2007/08. Sono soldi che mancano nelle casse dell'Italia, non solo della Sicilia. Noi come isola siamo una delle cause di un dissesto nazionale e dobbiamo assumerci le nostre responsabilità e smetterla una volta e per tutte di nasconderci dietro un vittimismo storico. Tutti i siciliani devono capire che dalla loro connivenza, dal loro silenzio, dalla loro tolleranza trae forza un'organizzazione criminale che dimezza le nostre capacità come nazione, non solo come regione. E coloro che stanno fuori dalla Sicilia devono cominciare a pretendere che la Sicilia risolva il suo problema. Dobbiamo cominciare a pensare cosa noi provochiamo all'economia nazionale, e questo fino ad adesso mai nessuno lo ha posto come problema fondamentale dal quale far partire tutte le nostre analisi. 8.005 milioni di euro l'anno dal traffico di droga, 2.841 milioni da crimini legati ad imprese (appalti truccati, aziende pulite per il riciclaggio di denaro sporco ecc.), 1.549 milioni dal traffico di armi, 351 milioni dall'estorsione e dall'usura, 176 milioni dalla prostituzione. E' ora di porci qualche domanda o dobbiamo continuare ad essere spettatori consenzienti? Associazioni come Addio Pizzo stanno facendo storia. Ragazzi e commercianti che, tra altre mille cose, si uniscono e fanno un calendario con belle facce, pulite, oneste, che testimoniano che commerciare si può anche senza pagare pegno a Cosa Loro. Sembra un altro mondo, peccato che l'altro 80% dei negozi paghi a go go. Non condivido la paura e non la tollero, perdonatemi. Un movimento culturale bisogna si basi anche sui nostri doveri come siciliani nei confronti della nostra nazione. Riuscite a immaginare a che livelli sarebbe la Sicilia senza la zavorra mafiosa? Un pizzico di auto-cattiveria, di provocazione che ci smuova dal torpore in cui viviamo beati. Guardo alla mia Sicilia e so che può stare da sola sulle sue gambe, senza aiuti. Si sa che a volte noi siciliani vogliamo essere spronati, e questo non è stereotipico, è vero. Questo compito spetta ad altri, spetta a chi deve cominciare ad avanzare delle richieste e dei chiarimenti. Essere compatiti ci ha portato a questo punto, e questo punto è una regione radicalmente pervasa da intrecci mafiosi e incapace di liberarsene. E allora lasciamo perdere il buonismo e cominciamo a pretendere. Le altre regioni pretendano. I siciliani con le palle pretendano.

domenica 10 dicembre 2006

Lasciaci in Pacs


L'omofobia in Italia è più forte del Cristianesimo. Gli omosessuali sono dei malati che vanno curati, magari anche con l'elettroshock, ma non possono vivere assieme a noi eterosessuali. E' contro natura, anzi, loro sono contro natura. Deviati! Bene hanno fatto al mega corteo della CDLMENOUDC a Roma a scandire slogan contro Grillini e Luxuria. "Prodi boia, Luxuria è la tua troia". Loro sono la Casa della Libertà, con qualche ospite fascista. Mussolini e la libertà da sempre camminano l'una di fianco all'altro... minacciata da una pistola alla schiena. Dicevo che questi omosessuali deviati dovrebbero sparire dalla nostra bella Italia senza vizi e peccati. In questi giorni invece, quella comunista e no-global e anti-cristiana della ministra Pollastrini ha dichiarato che sta preparando un disegno di legge per i patti di solidarietà sociale (PACS) che sarà pronto a Gennaio. Dalla chiesa si è scatenato l'inferno. Facciamo che dalla chiesa si è scatenato il putiferio. Il papa tedesco, dopo essere rinvenuto e aver detto a Ruini "ma sei Bin Laden?" ha tuonato:"La famiglia eterosessuale, fondata sul matrimonio, diventa inesorabilmente un fenomeno relativo: uno dei diversi fenomeni sociali, una delle diverse forme di accoppiamento". Parole sante.
Ratzinger , o chi per lui, è furbo. L'importanza delle parole suggestive è subdola quanto una menzogna. "La famiglia eterosessuale" alludendo anche alla procreazione, a genitori gay che danno al mondo figli che cresceranno deviati. Purtroppo i pacs non parlano di adozioni. Anche la maggior parte degli omosessuali è contraria a questo, caro Joseph, e gli allarmi bisogna lanciarli con cognizione di causa perchè sappiamo quanto per molti italiani siano importanti le parole della chiesa, o si vuole alimentare il focolaio dell'odio omofobo e scatenare dei bei conflitti sociali?
Forse molti non lo sanno, ma con l'attuale sistema legislativo, due omosessuali che vivono assieme tutta la vita, comprano una casa, un'auto, investono dei soldi, se uno dei due muore, all'altro non rimane il becco di un centesimo. Non gli è riconosciuto niente, nè la pensione di reversibilità nè i beni accumulati nè i beni acquistati intestati al partner. Qui non si tratta di matrimoni gay o di adozioni aberranti. Si tratta di giustizia sociale, ed è necessaria una legge che tuteli anche le coppie omosessuali perchè in un paese laico devono essere tutelati anche quei tipi di unione diverse dall'unione biblica eterosessuale.
Per l'Osservatore Romano, al quale sono abbonato da 23 anni, "il passo verso la completa equiparazioni dei diritti tra coppie di fatto e coppie sposate è brevissimo". Si chiama giusitizia ed eguaglianza che tanto nominano e che tanto ingnorano. Tutti gli uomini e le donne devono avere pari diritti. Si tratta di richieste accettabilissime, che nulla tolgono alla Sacra Famiglia Unita Cattolica e che danno la possibilità ad una coppia omosessuale di costruirsi un'esistenza e di tutelarsi per il futuro senza sperare di essere i primi a morire per non rimanere in mezzoaduna strada. E la cosa stupenda è che in caso di morte appunto, gli eredi diretti sono i parenti di colui il quale era intestatario dei beni, parenti che magari lo avevano rinnegato o con i quali non aveva più rapporti cordiali. Questa si può chiamare giustizia? Privare queste coppie di diritti fondamentali è bigotto e ingiusto. Provate a pensare se gli stessi diritti fossero negati ad una coppia etero di conviventi. A pari condizioni di nucleo familiare, qual è la differenza? Due persone, senza figli, che si vogliono bene e vogliono vivere una vita comune. Se non aggiungessi la parola omosessuali nessuno farebbe una piega.
Poi è ora di smetterla di tremare quando il papa apre bocca. E' un rappresentante di una fede, può e deve esprimere le sue opinioni, ma deve lasciare libero uno stato laico di tutelare i diritti di tutti e non solo di quelli che secondo il suo libro lo meritano.
Se questo disegno di legge diventerà una legge l'Italia farà non uno ma dieci passi in avanti, perchè quando si ragione per tradizione o ancor peggio per credenza religiosa (a volte le due cose si confondono) si fanno solo gran danni. Questo governo deve avere il coraggio di osare. Prodi, ateo-comunista alle sollecitazioni dei giornalisti sulle parole della chiesa, ha dichiarato: "Tutto quello che c'era da dire è stato detto". Quasi non lo riconosco, speriamo non cambi idea dopo che Ruini lo sculaccerà. Messaggio per gli integralisti cattolici che odiano gli omosessuali e che di solito amano l'America e Bush: il cattolicissimo Cheney, vicepresidente degli Stati Uniti d'America è al settimo cielo per la gravidanza di sua figlia. La sua nipotina nascerà in primavera. Il padre della bambina è una donna. Cooooooosaaaaaaaaaa??? Putroppo si, anche lei lesbica. Non c'è più mondo.

venerdì 8 dicembre 2006

Presentazione di un uomo


Martedì ci sarà un cineforum qui a Padova e sarà proiettata "La mafia è bianca". Mi hanno chiesto di presentarlo e di presentare a coloro che ancora non lo conoscono Totò Cuffaro, presidente della regione Sicilia e, per quanto mi riguarda, prima persona da rimuovere se si vuole combattere la mafia. Il mio è un punto di vista e può essere sbagliato. Ho già ribadito molte volte come la penso. E' inutile fare e pensare qualunque cosa finchè la mafia è rappresentata nelle istituzioni e quando, ancor peggio le rappresenta. Mi hanno chiesto di commentare la condanna di Mimmo Miceli, ex assessore al comune di Palermo e indicato dai Pm Paci e Di Matteo come collegamento tra Cuffaro e il boss Guttadauro, a 8 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Cosa c'è da commentare? Rimango fedele al concetto che la condanna, in questi casi, rappresenta qualcosa di accessorio in un processo. Certo, è giusto che se si arriva a provare la colpevolezza inconfutabile di un uomo, quello paghi. Non è giusto è obbligatorio. Ma già dai fatti emersi sul conto di Mimmo Miceli, la mia sentenza era già stata emessa: se in piena preparazione delle liste per le elezioni un probabile poi futuro candidato sta nel salotto di un boss la cui mafiosità è acclarata c'è qualcosa che non va. Se Miceli da la disponibilità al boss Guttadauro di fare da tramite tra lui e il presidente Cuffaro ed egli acconsente c'è qualcosa che non va. Questa è gente pericolosa amici miei, questa è gente che non deve avere cittadinanza in Sicilia. Sia chiaro per chi fa finta di nulla che la condanna di Miceli pesa come un macigno sul processo parallelo a Cuffaro. Ma torniamo al cineforum. Quando mi hanno chiesto di presentare Cuffaro ho pensato di preparare un piccolo audiovisivo che ricostruisse in maniera chiara e concisa chi è Totò Vasa Vasa e perchè secondo me è un male per la Sicilia. Ne è venuto fuori un breve lavoro di 7 minuti che definirei "esplicito". L'ho subito caricato su Google Video e questo è il link: Chi è Cuffaro Salvatore detto Totò? I testi sono tratti da Wikipedia, le immagini da "La mafia è bianca" e dalla puntata di "Anno Zero" e la musica è dei Gotan Project.

martedì 5 dicembre 2006

La mafia è di destra? Chiedetelo a lui


Lo stereotipo che la mafia sta a destra è molto diffuso, e ad onor del vero sempre più confermato. Quasi tutti i politici indagati o candannati per reati che hanno a che fare con la criminalità organizzata appartengono a quei partiti che oggi si collocano nella CDL. E' un fatto e non intendo smentirlo, sminuirei il lavoro dell'UDC siciliana. Ma è altrettanto vero che grazie a questo stereotipo se n'è creato un altro, forse più subdolo, quello secondo il quale la mafia di certo non sta a sinistra. La sinistra antimafia, la sinistra per la legalità, la sinistra per la giustizia. E vedi Claudio Fava, Nando Dalla Chiesa, Francesco Forgione e dici: beh è vero.
Piccola parentesi: gli unici due partiti della coalizione che attualmente governa che hanno escluso dalle loro liste condannati e indagati sono stati L'Italia dei Valori e i Comunisti Italiani. Siamo in una botte di ferro. Dicevo che si vive bene nello stereotipo, senza la necessità di dimostrare niente a nessuno. Allora credo sia venuta l'ora di scoprire qualche altarino troppo ben celato, che contrasta con l'immagine di trasparenza e di rigore morale che in questo caso i Democratici di Sinistra da sempre sbandierano come prerogativa di ogni aspetto e di ogni azione del loro partito. Borsellino diceva nell'89 che un partito politico oltre ad essere onesto deve anche sforzarsi di dare un'immagine e un'apparenza non fraintendibile di questa onestà. Ma come al solito la logica dei voti che ha portato l'UDC ad essere praticamente obbligata a ricandidare Cuffaro per non perdere il suo enorme bacino di elettori, ha portato i DS ad inserire nelle loro liste un personaggio che già dalla faccia fa più paura di Bernardo Provenzano. Un indagato davvero particolare: Vladimiro Crisafulli, detto Mirello. Tale Mirello è di sinistra ma alla fine si trova sempre a destra; è sempre circondato da uomini di destra, alla Camera spesso sbaglia ala e quando lo chiamano Totò risponde "che c'è?" (suvvia.. scherzo!), nelle pause dei lavori parlamentari parla sempre con deputati dell'opposizone e si lascia andare a commenti spinti e ambigui, come quello sulla prestazione di Cuffaro ad "Anno Zero" : "Bravo Totò, bravo Totò sei stato grande!".
Non è uno con le idee poco chiare, ce le ha troppo chiare, è quello il problema. I Democratici di Sinistra non hanno avuto il coraggio e la forza di negargli la candidatura (chissà cosa direbbe Berlinguer della questione morale) e adesso tale Mirello siede alla Camera e rappresenta me e tutti quelli che hanno dato la propria fiducia al governo Prodi. Mi sento un pò in colpa. Ma voglio raccontarvi la storia di questo campione di voti, di questo uomo che tutto sembra tranne che uno di sinistra. Accanto a lui Schifani sembra un no-global.

Da http://www.diario.it/home_diario.php?page=cn04042302

[Vladimiro Crisafulli, detto Mirello. Dirigente storico del Pci di Enna, vicepresidente dell’Assemblea siciliana, Mirello è uno di cui Emanuele Macaluso ha detto: «Viene da una zona in cui il partito esiste solo in quanto esiste una persona». Crisafulli, ecumenico, si vanta di «parlare con tutti». Così il 19 novembre 2001 ha parlato con Raffaele Bevilacqua, avvocato, ma anche boss mafioso, uno che, secondo i magistrati, «ha assunto un ruolo di vertice in Cosa nostra nella provincia di Enna». Lo ha incontrato in una saletta riservata dell’hotel Garden di Pergusa: per colmo della sfortuna, in quella saletta era stata impiantata una telecamera nascosta, messa lì per beccare i responsabili di una tentata estorsione. Invece degli uomini del racket, la videocassetta ha registrato, implacabile, l’imprevisto colloquio tra il politico e il boss. «Ti sto facendo una posizione, curnutu ca si», diceva Mirello. E giù a trattare di tagliaboschi da assumere, di un’azienda da inserire nel consorzio Conscoop, di una gara da 60 milioni di euro da bandire, dell’impresa del figlio del boss da favorire.
Dopo le indagini, ora il pubblico ministero ha chiesto di archiviare le accuse: «Crisafulli appare disponibile», scrive il magistrato di Caltanissetta, «a esplorare con Bevilacqua l’area delle ipotesi strettamente politiche nel territorio e, in parte, ad addentrarsi nell’area grigia dell’affarismo politico-elettorale». Ma «non risulta che le richieste di Bevilacqua siano state esaudite». Dunque, si chiuda la vicenda.
Mirello, che si era autosospeso dal partito (ma non dalle auto blu dell’assemblea siciliana) ora torna in pista, sventolando la richiesta d’archiviazione come una medaglia al valore: avete visto? è tutto a posto. Con il Foglio, nel luglio 2003, era riuscito anche a vantarsi della sua maniera di fare politica: «Con chiunque me lo chieda parlo anche di appalti, certo, non sono mica la farina del diavolo, sono materia della politica e dell’amministrazione, e io qui sono un convogliatore di finanziamenti, uno che vuole muovere le cose». Del resto, «Totò Cuffaro è esattamente nella mia situazione». Come dargli torto? Mentre sta per uscire (salvo decisione diversa che potrà essere presa dal giudice delle indagini preliminari) dall’inchiesta di Caltanissetta per i rapporti pericolosi con il boss Bevilacqua, Mirello Crisafulli entra però in un’indagine di Messina sullo smaltimento rifiuti. La storia coinvolge due ex funzionari del Pci grandi amici di Mirello, Franco e
Liborio Gulino, che partiti da una piccola cooperativa rossa di Enna sono diventati in pochi anni gli imprenditori più ricchi della zona, ras degli appalti per i rifiuti in Sicilia e presenti anche in continente (Piacenza) e all’estero (Cile). Ma la politica siciliana procede serenamente, senza «giustizialismi» e inutili furori antimafia.]

Questi fatti devono portare ad un attento esame di coscienza collettivo. Il nostro lavoro deve essere prima di tutto cacciare questa gente dalle istituzioni. Come facciamo ad eliminare la mafia e ad inculcare i valori dell'antimafia e della legalità alle nuove generazioni se poi noi "adulti" mandiamo a rappresentarci questa gente. Come al solito ci si rifugia dietro alla sentenza. Forse assolto, certo, ma dei fatti che sono emersi, cosa ce ne facciamo? Tutti amici come prima? Paolo, Giovanni, mancate troppo alla Sicilia!

sabato 2 dicembre 2006

Ultima parte della storia


[...]Tutte le sue dichiarazioni rese alla giustizia, dopo pochi giorni arrivavano alle orecchie di coloro i quali lo avrebbero ucciso; infatti nel 93 nel corso dell’ operazione antimafia “Avana 2” vengono arrestati un impiegato della Cancelleria di Sciacca e gli agenti di scorta del magistrato cui mio nonno si rivolgeva. Purtroppo mio nonno era già stato ucciso. Il 17 dicembre 92 esce di casa per comprare le sigarette, chiede a mio cugino, piccolo figlio di Paolo, di accompagnarlo, ma quel giorno per pura fortuna mio cugino non ha voglia di uscire. Parcheggia la sua macchina di fronte al tabacchino, compra le sigarette e risale in auto. Mentre sta per fare retromarcia vede dallo specchietto una moto di grossa cilindrata, una enduro, allora si ferma e la lascia passare. La piazza è piena di gente. Gente al bar, gente che passeggia, gente che guarda, gente che ride. I due in moto lo affiancano e scaricano su di lui un caricatore di mitraglietta. La pallina aveva terminato la sua corsa su di un piano che ormai era diventato verticale. Mio nonno sapeva tutto, sapeva chi aveva ucciso mio zio, conosceva mandanti ed esecutori. Poteva prendere una pistola e farsi giustizia da solo. Poteva fregarsene di quella giustizia che lo aveva abbandonato e fare una pazzia. Non lo fece, e la fine è nota a tutti. Mia madre ebbe a dire: “ si potevano toccare i proiettili sotto la pelle, sulla spalla” e lì forse mi feci un’idea reale, materiale di ciò che era successo. Faccio mie a questo punto le tre domande che mio zio affidò ad un foglio che non aveva un destinatario preciso e che spero lo trovi adesso:

1) Mio zio Paolo è stato ucciso. Mio nonno ha fatto nomi e cognomi, ha descritto fedelmente fatti e circostanze fornendo indizi ben precisi; perchè non è successo niente? Perchè la magistratura non è intervenuta tempestivamente?

2) Se quello che ha detto era tutto falso, perchè allora lo hanno ucciso? Alla luce della morte di mio nonno, le sue dichiarazioni non sono mandati di cattura?

3) Di chi è la responsabilità della sua morte?

Queste sono domande alle quali si deve dare una risposta, perchè non si può accettare che un uomo si fidi della giustizia, e che quest’ultima, di fatto, lo consegni, pur senza intenzionalità, nelle mani dei suoi killer. La mia famiglia a quell’epoca chiese giustizia, “giustizia subito, non quando questa sembrerà vuota e inutile”. Da quei mesi terribili sono passati quattordici anni, che a me sembrano tantissimi. Poi guardo mia madre, mia nonna e mio zio e capisco che per loro è passato poco più di un attimo. Mentre li guardo penso a quanto poco si sia fatto per evitare che la vita di un’intera famiglia venisse resa un inferno, quasi un’attesa faticosa e quotidiana della pace eterna. E guardo a quel paese, Lucca, che dalle finestre delle case vide prima mio zio già morto depositato su una macchina e teatralmente colpito, e poi mio nonno giustiziato in perfetto stile mafioso in piazza, in pieno giorno. Guardo a quelle persone che con il loro silenzio hanno forse salvato la loro vita, ma che hanno condannato noi ad odiare quel paese, ad odiare quella gente e quell’omertà che uccide più dei pallettoni che noi, e non gli inquirenti, trovammo nell’auto. Se vieni ucciso per mafia in Sicilia rischi di essere ucciso due volte: la prima dai proiettili, la seconda dall’indifferenza.

Poi guardo a quella giustizia così appannata, così provinciale, così pressapochista a cui mio nonno si affidò in quell’epoca per dare un senso a quella vita che gli rimaneva, per potere continuare a vivere sapendo di aver fatto di tutto perchè coloro che gli avevano ucciso suo figlio pagassero. Forse fu un terribile sbaglio affidarsi ad un sistema giudiziario frammentario, che di li a poco, nelle tristi occasioni delle stragi di Capaci e Via d’Amelio mostrò tutte le spaccature e le contraddizioni che vi erano al suo interno. O forse era la cosa giusta da fare, dare tutto e subito prima che i killer tornassero a finire il lavoro, e lasciare nelle mani dei giudici quanto più materiale possibile per fare giustizia e per dare una svolta a quella Sicilia sonnecchiante sotto quel sole che ti spinge a socchiudere gli occhi quando è “giusto” che tu non veda. Quattordici anni sono passati, e la mia famiglia ancora aspetta. Per Paolo ancora non ci sono colpevoli, non ci sono processi e non ci sono imputati. Per mio nonno un killer è in carcere. Può questo bastare a placare il dolore e la rabbia per tutto quello che è successo? Ci si aspetterebbe da noi forse una condanna della giustizia e dei suoi uomini, senza distinzioni, forse sarebbe comprensibile, forse legittima. Ma nonostante tutto, noi come famiglia, da “buoni stupidi idealisti”, non riusciamo ancora a rinnegare quella giustizia che ci ha abbandonati. Non riusciamo a dire che la giustizia non esiste, non siamo mai riusciti anche solamente a pensare di affidarci ad un altro tipo di giustizia. Anzi, paradossalmente questa storia è un appello, un urlo a fare della giustizia e della legalità i pilastri portanti da cui ricostruire una Sicilia in ginocchio. Voglio dire e sottolineare, e a questo tengo più di tutto, che non ci sentiamo affatto sconfitti dalla mafia, che ci sentiamo orgogliosi di aver avuto dei parenti che hanno avuto il coraggio di dire no ad un sistema condiviso e quotidiano che schiaccia i siciliani e li fa sentire paradossalmente protetti, senza spazio e senza aria, ma protetti. Mio zio e mio nonno non sono più accanto a noi, è vero, ma quello che hanno fatto è per noi un percorso di fiume ben segnato, dal quale non si può straripare, dal quale non si può anche solo casualmente deviare: è la via della legalità e dell’antimafia, della lotta a quel cancro che sta corrodendo la Sicilia da anni e che non accenna a mollare la presa, è il rifiuto del puzzo del compromesso mafioso, è la voglia di respirare il profumo di quella primavera nuova che verrà. La mafia non è stata sconfitta, come qualcuno allegramente proclamava. E stando alle indagini è presente ai vertici delle istituzioni regionali. E’ questo che fa più male a chi come noi ha vissuto già una volta sulla propria pelle il significato di “mafia”. Ci fa male vedere un presidente della regione indagato per favoreggiamento alla mafia, fa male vedere i suoi assessori indagati per concorso esterno in associazione mafiosa, e fa male quando lo stesso presidente dice che “la mafia fa schifo”. Noi, come familiari di vittime innocenti di mafia, chiediamo che queste cose si lascino dire a chi può permetterselo, a chi ha l’onore e la reputazione per farlo; chi se ne è appropriato, francamente, stando alle indagini, è sempre più inadatto a farsi padre di questi proclami.

La strada è ancora lunga, e forse ci siamo mossi poco dal 92. Ma i nuovi che ci sono e quelli che verranno libereranno la Sicilia nel segno di quegli eroi antimafia che formano il più grande patrimonio che la nostra regione può offrire al mondo. Cominciamo a fare tutti qualcosa.

venerdì 1 dicembre 2006

Tratto da "Senza storia" di A.Bugea ed E. Di Bella


Oggi è uscito "Senza storia", il libro di Alfonso Bugea ed Elio Di Bella di cui avevo parlato in un post precedente. Da oggi pubblicherò a puntate la storia della mia famiglia che è contenuta nel libro. E' abbastanza lunga, quindi la dividerò in cinque post. Per quanto mi riguarda potete copiarla e diffonderla come volete, dal libro naturalmente non guadegnerò un centesimo.

Giuseppe e Paolo Borsellino

Io ricordo poco della mafia che ho conosciuto. Per fortuna forse. Ero molto piccolo quando mio zio e mio nonno vennero uccisi. Dell’omicidio di mio zio Paolo, infatti, non ricordo praticamente nulla. Però, dopo solo otto mesi, uccisero mio nonno, e allora fu come svegliarsi di colpo, fu come perdere un’innocenza e una verginità intellettuale incapaci di comprendere tanta spietatezza. Da lì cominciai a ricordare ed ad accumulare immagini, sguardi e silenzi che mi diedero una chiara consapevolezza di cosa fosse realmente la mafia. Un episodio in particolare mi è rimasto bene impresso e che, in una sorta di lucida schizofrenia, ho di fronte quotidianamente; fu la prima volta che ebbi a che fare con quella “cosa nostra” che a sette anni vedevo rappresentata nei disegni come una piovra, con tentacoli ovunque, ma che vedevo saldamente relegata nella carta, nei libri, lontano da me: ero nella sala d’aspetto di un pediatra, ed ero seduto sulla sedia, accanto mia madre, e ricordo che muovevo i piedi, che ancora non toccavano terra, avanti e indietro, come fanno splendidamente i bambini spensierati. Aspettavamo il nostro turno per una visita di routine. Poi sentii il rumore della jeep di mio padre, e vidi lui scendere lo scivolo che portava alla sala d’aspetto con gli occhi gonfi. Mia madre non ebbe bisogno di una parola. Fu lei ad urlare solo “mio padre”. Quella fu la conclusione di un conto rimasto aperto dopo l’omicidio di mio zio Paolo, fratello di mia madre, avvenuto otto mesi prima. In quel momento capii anche che cosa nostra non lasciava mai capitoli aperti. Non ricordavo però quando quel conto era stato aperto, quando Paolo e Giuseppe Borsellino osarono dire no a quella organizzazione criminale che riduce i siciliani in tanti piccoli schiavi di un padre-padrone eternamente senza nome. Ma andiamo con ordine. Negli anni, dei due omicidi in casa quando c’ero io se ne parlò raramente. Il discorso da mia madre non fu mai affrontato direttamente. Ma vedevo quotidianamente i segni che quei lutti provocarono su di lei e su tutta la famiglia. Neanche mio zio me ne parlò mai. In seguito venni a sapere che in quegli anni, mentre io ancora giocavo e disegnavo, loro avevano portato avanti la battaglia che aveva iniziato mio nonno Giuseppe la notte stessa dell’omicidio di mio zio Paolo. Nei loro silenzi protettivi, loro lottavano, andavano alle manifestazioni in giro per la Sicilia, a Rosso e Nero di Michele Santoro, da Tano Grasso, mio zio scriveva all’ On. Violante (che non gli rispose mai). Leggendo requisitorie, fascicoli dell’inchiesta e articoli di giornale ho potuto avere chiara una storia che per tanto tempo è stata giustamente vissuta come tabù in famiglia nei miei confronti, e sulla quale, senza dubbio, le inchieste giudiziarie non hanno fatto abbastanza luce, luce che avrebbe potuto dare una minima speranza di fiducia nella giustizia ma che di fatto ci lascia ancora oggi con l’amaro sapore della doppia beffa in bocca. Credo fermamente che questa sia prima di tutto una storia di martiri di mafia, e come tale vada raccontata, perchè emergano alla fine, sì la speranza e la voglia di giustizia come risarcimento morale per me e per la mia famiglia, ma anche le responsabilità di chi non ha protetto la scelta coraggiosa dei miei parenti di affidarsi alla giustizia quando avrebbero potuto cercare altre vie “non ufficiali”. Mi avvarrò nella mia ricostruzione di una lucidissima analisi fatta da mio zio Pasquale, fratello di Paolo e di mia madre Antonella, oggi sposato, con una splendida famiglia e una affermata carriera da psicologo in Veneto.

Per iniziare mi viene in mente il titolo di un articolo apparso tempo fa su Diario “Borsellino? Erano in tre”. Non erano giudici, non avevano deciso di sacrificare la vita per la lotta alla mafia, come aveva fatto il più illustre Paolo. Erano persone normalissime, che lottavano per mantenere una famiglia. Nient’altro. Ma sono diventati eroi quando nella loro normalità e nel loro rifiuto del compromesso hanno saputo dire no ad una logica mafiosa che oggi più che mai si scopre attuale, e che spero possa essere sconfitta dalle nuove generazioni, compresa la mia, che hanno e avranno la fortuna di poter guardare indietro e avere esempi di vita, come Falcone, Borsellino, Impastato, e tanti altri. Tra questi altri, a parer mio, ci sono anche mio nonno e mio zio.

Mio nonno, Giuseppe Borsellino, nasce a Lucca Sicula nel 1936 , in una di quelle famiglie siciliane nelle quali appena nato devi subito fare del tuo per portare il pane a casa perchè la fame è tanta. Si sposa giovanissimo con mia nonna Lilla e comincia una lunga sequela di lavori andati più o meno bene che lo portano condurre camion e a fare il trasportatore. Qui la sua vita si intreccia a doppio filo con quella di suo figlio, mio zio Paolo, nato nel 1961 e orientato da sempre verso quel tipo di lavoro “duro”, tutto polvere, camion e cemento che ora era diventato anche quello di suo padre. I due cominciano a dedicarsi completamente a ciò che riguarda il movimento terra e il trasporto di inerti, e con un budget poco al di sopra dello zero iniziano questa attività di cui avrebbero condiviso l’inizio e purtroppo anche la fine. Comprano un piccolo impianto usato per la produzione di calcestruzzo per 39 milioni di lire, rigorosamente rateizzato. Non ci sono soldi neanche per installarlo. I miei parenti non avevano boss che finanziassero per loro, se li avessero avuti probabilmente avrebbero aperto una bella clinica privata a Bagheria, avrebbero amici “importanti” in Regione e soprattutto sarebbero vivi. Ma mio zio e mio nonno erano un altro genere di persone, un altra “razza”. Erano fondamentalmente persone oneste. Umili, in difficoltà finanziarie, a tratti disperate, ma oneste. Siamo alla metà degli anni ottanta, e piano piano l’impresa avvia la sua produzione, fornendo materiali prevalentemente ai privati, visto che, stranamente, a contendersi i lavori pubblici della zona di Lucca sono sempre le stesse tre imprese, due di Agrigento e una di Giuliana, come se esistesse un “patto” tra amministrazione e imprese per la spartizione dei lavori. Ma questo non interessa me e non interessava mio zio e mio nonno che lentamente stavano avviando la loro impresa con grandissimi sacrifici. Ma come le regole implicite della sicilianità più ortodossa insegnano, prima di fare qualcosa sul territorio devi chiedere il permesso, devi essere autorizzato da un ente parastatale a cui ogni tanto devi cedere parte del ricavo se vuoi continuare ad essere “protetto”: il “Ministero dei lavori pubblici di Cosa Nostra”. Non chiedere il permesso ed essere un’alternativa alle imprese “protette” evidentemente non piacque ai vertici e forse fu il primo passo falso. La neonata impresa di calcestruzzi: contava quattro operai, disponeva di un capitale minimo e di certo non ambiva a conquistare nessuna posizione dominante nel panorama imprenditoriale della zona; anzi, furono proprio la situazione economica critica, la scarsità di lavoro filtrata dalle tre imprese preminenti ad essere un segnale per coloro i quali avevano capito da tempo che quella azienda momentaneamente in difficoltà, in quella posizione strategica doveva essere rilevata, e doveva esserlo a qualunque costo. Infatti le offerte non tardarono ad arrivare, e questo, si può dire, fu realmente l’inizio della fine. La prima offerta, 150 milioni, ricevette come risposta da parte di mio zio Paolo una frase beffarda e tagliente: “Con quei soldi non vi vendo nemmeno i pneumatici delle betoniere”. Dopo qualche mese, e dopo evidentemente un’attenta valutazione da parte della cosca di Lucca, giunge ai miei parenti una nuova offerta apparentemente più appetibile: 150 milioni di lire per il 50% dell’impresa da parte di Calogero Sala, imprenditore di Burgio. Non si poteva più rifiutare perchè ormai la situazione economica era al collasso, e padre e figlio, di comune accordo decidono di vendere. I nuovi soci dell’impresa si chiamano Sala Calogero, Davilla Mario, Galifi Pietro, Polizzi Paolo. Concretizzato l’acquisto, il gruppo comincia ad investire subito in mezzi e beni per l’impresa, in modo tale da aumentare il capitale sociale e costringere i miei parenti a cedere ulteriori quote, fino a metterli fuori gioco: questo sembrava il tentativo fin dall’inizio, quello di liberarsi dei Borsellino il prima possibile e in qualunque modo. I rapporti, come prevedibile, si deteriorano da subito. Gli alberi dei nostri terreni cominciarono ad essere tagliati, i camion ad essere incendiati, e le minacce si moltiplicavano ogni giorno. Le pressioni per abbandonare l’impresa non erano più tanto implicite, e più volte, anche davanti ad altre persone, mio zio e mio nonno furono minacciati dagli altri soci. Ma la morte è lontana dai pensieri della nostra famiglia. Non potevano arrivare ad uccidere un uomo per un’impresa, al massimo avrebbero provato a spaventarlo. E’ stata questa forse la nostra più grande ingenuità, pensare che se eri onesto non dovevi temere, anche perchè avevi la giustizia accanto. E fu questo punto che ebbe inizio un breve piano inclinato, sul quale il primo a rotolare fu mio zio Paolo, che trovò la morte ad aspettarlo alla fine della sua discesa il 21 Aprile del 1992. Viene ritrovato con i piedi fuori dal finestrino, nella sua Panda parcheggiata in uno dei depositi dell’impresa, come se fosse stato ucciso lì. E’ un bluff. Nonostante il pressapochismo delle indagini si può intuire che mio zio sia stato ucciso in un altro luogo, poi portato in quel posto e nuovamente colpito per completare la messa in scena. Mio zio è morto molto lontano da lì, ma questo evidentemente non era importante per il proseguo delle indagini. Quel giorno tornava da Alcamo, con un suo amico e compagno di lavoro da sempre: Giuseppe Maurello. Erano andati a ritirare un pezzo di ricambio per il camion, ma la strada del ritorno si è interrotta prima di arrivare a Lucca. Forse quell’amico che era con lui sapeva fin dall’inizio che mio zio non sarebbe più tornato, forse lungo il tragitto era prevista una tappa che mio zio non conosceva, e che forse conosceva Maurello. Ciò che è certo è che quella fu la sua ultima tappa. Dopo pochi giorni riconsegnarono alla mia famiglia l’auto nella quale fu ritrovato mio zio: c’erano ancora i pallettoni del fucile sotto il sedile, sembrava quasi che non fosse stata neanche esaminata, era come se i rilievi sul posto del ritrovamento e sull’auto fossero stati volutamente fatti superficialmente. Ciò mi porta alla mente le indagini preliminari svolte dopo l’omicidio di Peppino Impastato, ma questa è un’atra storia. Sembra, a nostro parere, che non ci sia mai stata la voglia e la forza di trovare i colpevoli, che non ci siano state indagini svolte seriamente e in maniera ponderata fin dall’inizio, e che non ci sia stata infine una minima apparenza di interesse da parte degli inquirenti ad andare avanti. Mio zio Paolo fu ucciso perchè rappresentava l’ultimo baluardo alla conquista dell’impresa e di tutto ciò che ne sarebbe conseguito: nella zona dovevano realizzarsi le canalizzazioni di tre fiumi. Era la prima vera occasione per i neo-soci di entrare nei giri importanti dei lavori pubblici che contavano. E mio zio era l’ultimo problema. Tolto di mezzo Paolo, mio nonno si sarebbe zittito e avrebbe ceduto la propria quota e allora gli affari sarebbero potuti decollare. Mio nonno Giuseppe non era un eroe, e non sarebbe mai voluto diventarlo, proprio come tutti i veri eroi. La sera stessa dell’omicidio, quando i miei genitori ancora dovevano raggiungere Lucca, lui era già in caserma per iniziare a collaborare con la giustizia, con la dott.sa Plazzi, perchè sapeva tante cose che se fossero davvero state ascoltate e prese in considerazione, almeno mio nonno sarebbe stato salvato, e qualcun altro sarebbe in galera. Ma, come scrive mio zio Pasquale, “quando in Sicilia uccidono qualcuno si pensa che abbia fatto comunque qualcosa di cattivo, che se la sia cercata la morte”, e questo pensiero sembra aver dato una direzione quantomeno superficiale per non dire criminale alle indagini. Mio nonno si reca in caserma e parla, parla e parla fin quando non ha più nulla da dire, descrive minuziosamente tutte le circostanze, dalle offerte per la cessione dell’impresa, fino alle minacce e ai pedinamenti. Ma mentre lui parla forse non tutto viene ascoltato e scritto. Parla di cosche, delle implicazioni politiche nei malaffari, delle infiltrazioni mafiose della zona nelle istituzioni, e quello che girava intorno agli appalti e soprattutto quello che riguardava il settore del calcestruzzo.. Dice, forse, troppe cose anche per un giudice. Certe cose, si sa, è meglio lasciarle sotto il tappeto, pulire si, ma solo fino ad un certo punto. Lasciamo nell’ombra ciò che nell’ombra deve restare. Chiaramente dopo poco tempo, per un’accidentale fuga di notizie la sua collaborazione è già di dominio pubblico. Anche per lui il piano comincia ad inclinarsi, ma nessuno ci crede, non possono uccidere anche lui. Negli otto mesi trascorsi fino al giorno del suo omicidio mio nonno quasi quotidianamente si trova a parlare con gli inquirenti, non lascia nulla di intentato, chiama la commissione antimafia, si mette in contatto con il Centro Studi Impastato, cerca magistrati, capitani dei carabinieri, associazioni, non si ferma un solo minuto fino a quando il pomeriggio del 17 dicembre del 92 lo fermano altri. Parla anche con Umberto Santino. Egli mi racconta in questi giorni di quella chiamata, mi dice che la ricorda con emozione, e che avevano fissato un appuntamento a Lucca: “purtroppo gli assassini arrivarono prima”. Giorno dopo giorno sente sempre di più la solitudine, non solo da parte di un paese che lo ha completamente lasciato da solo, per paura o per vigliaccheria, ma anche da parte di una magistratura che non lo protegge, che lo lascia circondare dagli sciacalli che di li a poco lo raggiungeranno. “Prendeteli o quelli mi ammazzano” implora gli inquirenti. Fa nomi e cognomi, ricostruisce circostanze, ma nessuno viene arrestato. “Sono un morto che cammina” ebbe modo di sentire mia madre dalla sua bocca. Ormai si era rassegnato: barba lunga, vestiti neri, sprofondato in una vecchia poltrona aspettava quella fine che forse solo lui aveva intuito e alla quale forse andava incontro per porre fine ad un dolore che dall’interno, forse lo avrebbe portato via comunque. La morte di mio nonno fu come nel romanzo di Gabriel Garcia Màrquez la “Storia di una morte annunciata”: le istituzioni quando non sono nutrite dalla vigoria, dalla forza e dai valori di certi uomini diventano scatole vuote non in grado di aiutare più nessuno. La Prefettura rilasciò a mio nonno l’autorizzazione al porto d’armi per una pistola per difesa personale. Uno stato che concede come unico aiuto l’autorizzazione a difendersi con le armi. [continua...]