
Oggi ho voglia di staccare, per un giorno non voglio parlare di Cuffaro, dei suoi problemi giudiziari dentro ai quali coinvolge tutti i siciliani, delle sue amicizie mafiose e dei suoi incontri romantici nei negozi di biancheria intima. Voglio postare l'intervista che ho realizzato qualche settimana fa ad Umberto Santino, storico volto dell'antimafia e presidente del Centro Studi Peppino Impastato. Anzichè parlare di Re Mida oggi parliamo direttamente dell'Oro che la Sicilia possiede, e che Cuffaro è stato capace di querelare per diffamazione. Per questo vi dico che ormai il presidente indagato non può più sorprendermi.
Caro Umberto, sono passati 30 anni da quando assieme ad Anna Puglisi lei ha fondato il Centro Siciliano di Documentazione, il primo centro che si occupasse esclusivamente dello studio di quel fenomeno criminale che di li a poco sarebbe esploso nella sua massima potenza: la mafia. Sono passati 30 anni, e lei ha seguito passo passo la sua evoluzione: cos'era la mafia dei bagliori e cos'è diventata oggi?
"La mafia, come tutti i fenomeni di durata, si sviluppa intrecciando continuità e trasformazione, per adattarsi ai mutamenti del contesto. Quando è nato il Centro (1977) di mafia si parlava pochissimo, perché allora come oggi l'interesse della stampa, dei cittadini e delle istituzioni è legata ai delitti mafiosi, in particolare ai grandi delitti. La mafia è stata "scoperta" alla fine dell'Ottocento in seguito al delitto Notarbartolo (1893), sarà riscoperta negli anni '60 del Novecento in seguito alla guerra di mafia e alla strage di Ciaculli (1963), e successivsamente negli anni ''80 e ''90 dopo l'assassinio di Dalla Chiesa e le stragi in cui sono morti Falcone e Borsellino. L'idea più diffusa è che se la mafia non uccide non c'è. Deve ancora farsi strada un'idea di mafia adeguata, cioè di un'organizzazione che non si limita a compiere delitti, più o meno eclatanti, ma svolge una serie di attività, in rapporto con il quadro sociale e istituzionale. Ancora oggi il mio "paradigma della complessità", le mie analisi sulla "borghesia mafiosa", cioè sul sistema di relazioni che lega i mafiosi a soggetti del mondo delle professioni, dell'imprenditoria, della pubblica amministrazione, della politica e delle istituzioni, debbono fare molta strada per essere accolti come le idee più adeguate per capire la mafia e altri fenomeni ad essa assimilabili. Su questi temi rimando al mio Dalla mafia alle mafie, appena uscito."
Anche grazie a lei e al Centro di Documentazione Peppino Impastato sarà ricordato per sempre un eroe antimafia, ciò che fu. Stampa, inquirenti e forze dell'ordine avevano tentato di farlo passare come un attacco terrorista mal riuscito. Avete ridato ad un eroe la memoria, e a noi avete avete dato un eroe. C'è stato un momento in cui lei e tutta la gente che voleva la verità avete avuto paura di non riuscire a dimostrarla mai, la vostra, la nostra verità?
"Peppino non era un eroe ma un dirigente e un militante della Nuova sinistra, la cui unicità nella storia della lotta alla mafia sta nella sua provenienza da una famiglia mafiosa. Abbiamo subito un lungo periodo di isolamento perché abbiamo dedicato il Centro a Peppino quando quasi tutti lo consideravano un terrorista e un suicida. Assieme ai familiari che hanno rotto con la cultura mafiosa e ad alcuni compagni di militanza, siamo riusciti a salvare la memoria di Peppino e, dopo più di vent'anni, a far punire alcuni dei responsabili. Siamo riusciti pure a ottenere cle la Commissione parlamentare antimafia si sia occupata del depistaggio operato da rappresentanti delle forze dell'ordine e della magistratura con una relazione che conferma le nostre denunce. Abbiamo fatto pubblicare la relazione (Peppino Impastato: anatomia di un depistaggio, Editori Riuniti, Roma 2001, 2006) e consiglio a tutti la lettura, oltre ai libri con gli scritti di Peppino (Lunga è la notte) e con la storia di vita della madre e la documentazione del suo impegno (La mafia in casa mia, Cara Felicia) pubblicati dal Centro. Debbo dire che abbiamo trovato disponibilità all'interno della magistratura (in particolare Rocco Chinnici e dopo Franca Imbergamo) e collaborazione all'interno delle istituzioni, tramite Giovanni Russo Spena, ex dirigente di Democrazia proletaria."
Lei è stato anche uno degli ultimi a sentire mio nonno Giuseppe prima che venisse ucciso nel 92, otto mesi dopo l'omicidio del figlio. Un piccolo imprenditore colpevole di non aver chinato il capo. Ci fu una telefonata tra di voi. Cosa ricorda di quell'episodio?
"Suo nonno mi ha telefonato, parlandomi dell'assassinio del figlio e delle difficoltà che trovava tra investigatori e magistrati. Siamo rimasti che dovevamo incontrarci al più presto, per vedere come potevamo dargli una mano, ma i mafiosi sono arrivati prima. Purtroppo il rapporto con suo nonno è tutto in quella breve telefonata. Ricordo il rammarico e il dolore di suo nonno, per quello che è possibile manifestare nel corso di una telefonata."
Cuffaro indagato per favoreggiamento alla mafia, la sua ex squadra assessoriale è un elenco di processi per mafia, ogni giorno si scoprono istituzioni colluse. E' un clima di totale connivenza. Cosa vi da la forza di andare avanti?, non credete sia quasi inutile parlare di antimafia alle nuove generazioni quando le vecchie mandano al governo persone, secondo le indagini, colluse con essa? Sembra quasi di scavare sulla battigia...
"La lotta contro la mafia è una storia lunga, fatta più di sconfitte e di insuccessi che di risultati positivi. Nella mia Storia del movimento antimafia ricostruisco le lotte contadine, finora le lotte più consistenti per rinnovare la società siciliana e liberarla dalla mafia. Centinaia di migliaia di persone hanno lottato per quarant'anni, con la parentesi del ventennio fascista, e purtroppo hanno ottenuto una riforma agraria che è stata una beffa e hanno lasciato la Sicilia: un milione dopo i Fasci siciliani, su una popolazione di 3 milioni e mezzo, un milione e mezzo su 4 milioni e mezzo negli anni 50-70. Un esodo rispetto a cui quello biblico è la fuga di poche migliaia.
Oggi come ieri le difficoltà sono tantissime, ma se vogliamo liberarci da un'oppressione feroce e pervasiva, è una strada obbligata. Senza dire che qualche risultato si è ottenuto, a cominciare dalla vicenda di Peppino Impastato. E oggi ci sono, con tutti i limiti, iniziative significative: il lavoro nelle scuole, l'antiracket, l'uso sociale dei beni confiscati. Si può continuare..."
A Gennaio dovrebbe arrivare la sentenza di primo grado del processo a Cuffaro per favoreggiamento alla mafia. Che effetti pensa che possa avere una condanna sulla sua presidenza e sulla Sicilia in generale?
"Non mi illudo molto. Di condanne ce ne sono già state, non solo in primo grado. Bisogna sapere che non basta, anche se è indispensabile, la repressione, e che le mafie sono un sistema di accumulazione e di potere e c'è una cultura dell'illegalità diffusa e condivisa. Bisogna impegnarsi su vari fronti, ma è decisivo creare um'economia legale forte, altrimenti vincerà sempre quella illegale. Cuffaro è l'erede del sistema clientelare democristiano, opportunamente riciclato, che assicura ottimi affari alla borghesia mafiosa e distribuisce quote di reddito anche agli strati popolari. Il centrosinistra non ha un progetto sociale e politico complessivo. Non è un caso che la prima e ultima vittoria delle sinistre alle elezioni regionali siciliane risale al 20 aprile del 1947, quando le sinistre erano alla testa del movimento contadino. Dieci giorni dopo c'è stata la strage di Portella della Ginestra..."
Con l'arresto di Provenzano molti pensavano forse che la mafia sarebbe stata indebolita, se non addirittura sconfitta. Per quanto mi riguarda ho opinioni differenti. Lei crede che questo arresto sia veramente servito a qualcosa?
"Provenzano è stato l'icona della mafia ma in realtà è stato solo un capo militare. La forza della mafia sta, come dicevo prima, nel suo sistema di relazioni. La mafia militare ha ricevuto parecchi colpi ma quel sistema è in piedi e non basta reprimere, occorre creare un blocco sociale alternativo, facendo leva soprattutto sui problemi della disoccupazione, del lavoro nero e precario, costruendo un'antimafia sociale, finora praticata solo embrionalmente. Le recenti mobilitazioni dei senzacasa di Palermo che hanno ottenuto, anche con la collaborazione del Centro, l'uso delle case confiscate ai mafiosi, può essere l'inizio di un cammino."
Per finire volevo chiederle cosa pensa della “web-antimafia”. Migliaia di siti, di blog di controinformazione, di pagine web contro la mafia. Anche questo ha un senso? Anche questa è una concreta lotta contro la mafia? Anche il web da parte sua sta facendo qualcosa?
“Peppino è vivo e lotta insieme a noi, le nostre idee non moriranno mai” anche grazie a lei. A questo pensa mai?
"Va benissimo il web, il problema è se veicola sciocchezze e stereotipi o analisi serie e documentazioni adeguate. Abbiamo un sito da parecchi anni ed è abbastanza visitato.
Peppino è morto, in modo atroce, e gli slogan non lo fanno rivivere. L'unico modo per tenere viva la sua esperienza è continuare il lavoro. Temo che anche per il successo del film, che lo ha ridotto a una sorta di Peter Pan di provincia, molti fanno riferimento a un Peppino più inventato che reale. Sappiamo che si sono aperti circoli e sezioni di partito intitolati a Peppino, ma solo pochi hanno contatti con il Centro. E c'è pure qualcuno che tenta di cavalcare quel successo, ignorando i pochissimi che hanno lavorato per trent'anni, spesso in grande isolamento, pure da parte di giornali e televisioni che passano per impegnati, a cominciare da Samarcanda e dintorni. Ricordo una trasmissione di Tempo reale nel febbraio del 1995, sulla piazza di Terrasini, a pochi metri dal luogo dove c'era la radio di Peppino. Nessuno ha parlato di lui. Mi chiedo: quanti degli spettatori del film hanno letto i suoi scritti e quelli del Centro?"