mercoledì 29 novembre 2006

E ancora giù... nuovi probabili capi di imputazione per il presidente indagato


La posizione processuale dell'indagato Cuffaro potrebbe aggravarsi ulteriormente, tanto da spingere forse il presidente a dover ritrattare quelle famose promesse di dimissioni. Secondo il pm Nino Di Matteo dai fatti emersi dal 2005 ad oggi ci sarebbero gli estremi per contestare al presidente oltre al favoreggiamento aggravato a Cosa Loro anche il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Non un giudice comunista, ma lo stesso che nel 2004 si era opposto alla contestazione dello stesso capo d'imputazione nei confronti di Cuffaro. Sarei curioso di sentire Cuffaro su Di Matteo. Buono quando lo difende cattivo quando lo accusa. Mi sembra che di tutto si possa parlare in questo caso tranne che di faziosità giudiziaria. Dato per assodato questo concetto, copio l'articolo integrale dal sito de L'espresso.

Dibattito aperto sulla nuova contestazione al presidente, sostenuta dal pm Nino DiMatteo
"Cuffaro va processato per mafia"

E il fronte dell´accusa si spacca

a.z.
Secondo il magistrato nel corso del giudizio in tribunale sono emersi fatti nuovi
E´ più di un anno che cova questa convinzione. Ha cambiato idea strada facendo Nino Di Matteo, uno dei tre titolari, oltre al procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone, del processo a carico del presidente della Regione Totò Cuffaro. Si è convinto che, dal decreto di citazione in giudizio del governatore, siano venuti fuori elementi nuovi tali da aggravare il capo di imputazione: da favoreggiamento a Cosa nostra a concorso esterno. Lo aveva già messo per iscritto in due lettere, una del giugno 2005 quando in Procura c´era ancora Piero Grasso e una a Giuseppe Pignatone nel periodo di reggenza dell´ufficio. Lunedì pomeriggio il procuratore Francesco Messineo ha deciso di affrontare l´argomento, ha letto una delle due lettere a tutti i colleghi della Dda e si è scatenato il putiferio. Con Di Matteo pronto a rompere il fronte che negli ultimi due anni lo aveva visto schierato insieme ai colleghi Maurizio de Lucia e Michele Prestipino con i quali rappresenta l´accusa nel processo Cuffaro. Loro, così come il procuratore aggiunto Pignatone, restano dell´idea che l´accusa di concorso esterno non sia sostenibile, Di Matteo ha parlato per più di un´ora e mezzo ma non li ha convinti: e, alla fine, si è ritrovato d´accordo con Gaetano Paci, il collega con cui sta per portare a termine il processo "gemello" a Mimmo Miceli e al quale, nel giugno 2004, l´allora procuratore Grasso ritirò la delega dell´inchiesta Cuffaro pochi giorni dopo un´infuocata riunione di Dda nella quale Paci spinse fino all´ultimo perché a Cuffaro venisse contestato il concorso esterno in associazione mafiosa.
A giugno 2004 anche Di Matteo votò contro. Poi sono arrivate le dichiarazioni del grande accusatore Salvatore Aragona nei dibattimenti Cuffaro e Miceli, sono arrivate le nuove dichiarazioni del pentito Francesco Campanella su altre fughe di notizie su indagini in corso proprio a carico di Campanella (l´ormai famoso incontro sotto il ficus di Palazzo d´Orleans), è arrivata una nuova versione, più completa, delle intercettazioni ambientali a casa del boss Giuseppe Guttadauro nelle quali il nome del governatore ricorre molto frequentemente nelle conversazioni tra il capomafia e Mimmo Miceli. Tutti elementi che, letti in un unico contesto, hanno convinto Di Matteo che fosse ora di aggravare il capo di imputazione al presidente. E d´altronde, le parole da lui usate solo qualche settimana fa nella requisitoria del processo Miceli rispecchiano chiaramente il suo pensiero: «Una trattativa a distanza fra il boss Giuseppe Guttadauro e Salvatore Cuffaro che si concluse con l´indicazione di Mimmo Miceli come persona idonea a soddisfare le esigenze di tutti in occasione delle Regionali del 2001».
Adesso la spaccatura del banco dell´accusa al processo Cuffaro appare difficilmente sanabile e crea non poca tensione in Dda. Venerdì se ne tornerà a parlare, ma il dibattito è puramente accademico: la decisione sull´eventuale aggravamento del capo di imputazione spetta esclusivamente ai magistrati titolari del procedimento e le posizioni non lasciano spazio a sorprese di sorta.

martedì 28 novembre 2006

L'ora antimafia a scuola

Segnalo un'iniziativa davvero importante che riguarda la lotta alla mafia, che come al solito non parte dai politici ma dalla società civile, e precisamente dall'Ass. Culturale Gruppo Santo Calì, diRiposto (CT). E' un'iniziativa che ha già raccolto adesioni illustri, come quella di Claudio Fava, Riccardo Orioles, Leoluca Orlando, Itaca, Ass. Peppino Impastato Cinisi. Si tratta di isituire nelle scuole un'ora settimanale esclusivamente dedicata all'ampia tematica dell'antimafia. Di seguito troverete il volantino di presentazione a cui non rubo altre parole. Tutti voi potete raccogliere le firme che non necessitano di autenticazione o del numero di documento del firmatario. Chiedo a tutti coloro i quali siano interessati di scrivermi una mail in modo che io possa spedire il modulo di raccolta. Si possono organizzare banchetti, piccole manifestazioni, qualsiasi cosa. Basta che riusciamo a raccogliere un numero mastodontico di firme, perchè magari ultimamente qualcuno ha perso di vista dove sta la Sicilia bedda, quella che lotta e che non si arrende e quell'altra, quella che non ci piace per nulla.

L’ORA DI ANTIMAFIA A SCUOLA

Il bisogno di PROGETTARE un piano di interventi efficaci nell’ambito scolastico sul tema dell’educazione alla legalità nasce dalla condizione di inadeguatezza della scuola rispetto a tale problematica, che, da qualche anno a questa parte, molti operatori del settore avvertono.
E' necessario analizzare gli obiettivi, gli strumenti, i contenuti, che una scuola pienamente democratica deve perseguire e utilizzare per la costruzione di una società veramente civile. Una scuola, cioè, che sia in grado di attuare strategie utili a garantire tutte le occasioni di crescita, riflessione e operatività che oggi, spesso, sono affidate alle energie ed alle risorse di pochi tra gli addetti ai lavori: molte delle energie profuse si disperdono, purtroppo, in eccessivi e tortuosi percorsi burocratici.

“L’antimafia” a scuola non deve essere più ridotta ad una voce contabile e dispendiosa della progettualità scolastica, ma deve concretizzarsi in un efficace piano di Crescita della coscienza sociale e civile degli alunni contro la criminalità e la mentalità mafiosa
Occorre conservare la memoria e la coscienza di ciò che ha significato e significa in Sicilia nel mondo la parola Mafia..
Negli anni ’80 parallelamente alle grandi stragi di mafia, ad esempio, la L.R. 51/80 in Sicilia ha consentito a tutte le scuole, anche le più periferiche, di progettare su tutti i fronti; il pullulare di tante iniziative ha prodotto una sorta di rivoluzione culturale, nelle scuole e fuori dalle scuole, di immensa portata. Dopo più di venti anni invece le risorse finanziarie assegnate alle scuole attraverso la LR. 20/99,(che incomprensibilmente ha soppiantato la L.R.51/80) hanno ridotto drasticamente le possibilità di un intervento serio, concreto e operativo da parte degli addetti ai lavori.E’ triste e duro ribadirlo, ma è anche doveroso! Tutto ciò che non ha a che fare con la Legalità, ha a che fare con la mafia e con la mentalità mafiosa ad essa connessa, con le radici dell’ignavia, dell’omertà, dell’indifferenza.

Chiediamo, pertanto, che venga affidata alle scuole la possibilità di operare seriamente su questo versante, perché è indispensabile e prioritario per la qualità del vivere civile.
L’ora di antimafia a scuola, dunque, nasce dal bisogno di affermare l’alto valore civile di tutto ciò che afferisce all’educazione alla legalità, ma va sicuramente oltre perché, nello specifico, sottrae “l’educazione alla legalità” al provvisorio della progettualità e, pertanto, alla precarietà degli interventi sul tema.

Con questa petizione si vuole rivendicare la centralità del pensar civile che deve trovare nella scuola la sua fucina ideale.
Hanno firmato la petizione anche Don Luigi Ciotti, Maria Falcone, Nando Dalla Chiesa, Francesco Forgione, Vincenzo Agostino, Tano Grasso, Pasquale Scimeca, Oliviero Diliberto, Margherita Asta, Sonia Alfano e tanti … tanti altri

sabato 25 novembre 2006

Una Commissione Antimafia perfettamente bipartisan


I blog sono pieni di post e di commenti che riguardano la nuova Commissione Antimafia costituita di recente. Tutto lo scandalo nasce dal fatto che a far parte di un organo di monitoraggio e studio del fenomeno criminale ci sono due personaggi condannati per corruzione con sentenza passato in giudicato, un inquisito e un ex galeotto. Se fosse una figura retorica si chiamerebbe ossimoro. Ma siccome non lo è possiamo chiamarla anche vergogna. I due eroi condannati, che chiamerò con numero, un po' come i carcerati onesti, sono: 1 Pomicino Cirino Paolo (1 anno e 8 mesi per finanziamento illecito tangente Enimont, 2 mesi patteggiati per corruzione per fondi neri Eni); 2 Vito Alfredo (2 anni patteggiati e 5 miliardi di lire restituiti per 22 episodi di corruzione a Napoli). I due aspiranti supereroi sono: 2 Vizzini Carlo , coinvolto in Mani Pulite e patteggiato; 3 Gentile Antonio (arrestato nel 1987 per la mala gestione della Carical (3500 miliardi di buco, poi il processo finì nel nulla). Quando è stato reso pubblico tutto questo la prima giustificazione dei compagni al governo è stata “Non sono stati indicati da noi ma dalla CDL”. Troppo facile... Facciamo un passo indietro. Un giorno l'On. Licandro del PDCI si sveglia e pensa: “Cavolo, bisognerebbe impedire che in commissione antimafia entrino condannati e indagati per mafia...” Giusto. Sarebbe come escludere i pedofili dalla Commissione Infanzia, è naturale, non c'è bisogno neanche di parlarne. Allora Licandro corre in parlamento e propone questo emendamento. Si vota ed ecco cosa viene fuori:“I parlamentari indagati per mafia o per reati contro la Pubblica Amministrazione potranno continuare a far parte della commissione Antimafia. La Camera ha respinto l'emendamento, presentato da Licandro (Pdci), che dava la possibilità ai presidenti delle Camere di escludere dall'organismo tutti i deputati e senatori ‘sottoposti a procedimenti giudiziari’ per reati di mafia e contro la Pubblica Amministrazione.” Gli unici che hanno votato si all'emendamento sono stati 21 : 14 del PDCI: Bellillo, Cancrini, Cesini, Crapolicchio, De Angelis, Licandro, Napoletano, Paglierini, Pignataro Ferdinando, Sgobio, Soffritti, Tranfaglia, Vacca,Venier; 1di An: Napoli Angela; 1di Forza Italia: Fasolino; 1 di Dc-Psi: Nardi; 2 de L'ulivo: Lomaglio, Samperi;1 dell’ Idv: Astore

1 del Movimento Per L'autonomia: Lo Monte. A tutti gli altri onorevoli sarebbe andato bene che un condannato per mafia sedesse accanto a loro in commissione. Ricapitoliamo: è vero che i due condannati in commissione, l'arrestato e l'inquisito sono della CDL, ma sono al loro posto anche grazie alla sinistra. E' bene ricordarle certe cose. Allora mi siedo e aspetto con calma che Francesco Forgione, deputato di Rifondazione e personaggio da sempre schierato in prima linea contro la mafia dica qualcosa, protesti, si dimetta. E infatti arrivano le sue parole: “Inquisiti? Si ma eletti. E' sempre stato così anche in passato”. Ma cosa sta succedendo? Qualche anno prima va in parlamento siciliano ad annichilire Cuffaro e a chiedergli di andarsene e adesso parla come uno di Forza Italia?
Facciamo un ultimo breve passo indietro. In effetti da sempre in commissione Antimafia siedono personaggi con i quali io non prenderei nemmeno l'autobus, altro che discutere di legalità. Anni 1992-94 Vincenzo Scotti (DC) e Vincenzo Sorice (DC). Anni 1996-2001 Bonaventura Lamacchia (Rinn. It) Giuseppe Firrarello (CDU). Anni 2001-06 Benito Nocco (Forza Italia) Antonio Gentile (Forza Italia) Carlo Vizzini (Forza Italia). Gentile e Vizzini sono alla seconda esperienza, ormai sono affezionati, e quasi quasi se fanno anche una terza commissione diventano onesti. E' possibile che la commissione antimafia sia un centro di recupero? Io non ho nulla da dire sull'On.Forgione, anzi, è uno dei pochi sui quali non ho nulla da dire. Ma perchè avalla una scelta sbagliata frutto di compromessi?

giovedì 23 novembre 2006

Cuffaro ad AnnoZero on line


Molti hanno visto quello che è successo giovedì sera ad Anno Zero. Moltissimi avrebbero voluto vederlo. Purtroppo io ero lì e ho dovuto subire prima da siciliano e poi da familiare di vittime innocenti della mafia uno spettacolo indegno per una regione che sicuramente merita altro. Siparietti, battute in puro stile berlusconiano, ridicolizzazione di una tragedia nazionale chiamata mafia. Uno spettacolo di quelli che rimangono impressi nella memoria storica, un po' come le immagini dello stesso Cuffaro che da un teatro di Palermo attacca Falcone con un “se siete servi di qualcuno”. Poco dopo Falcone salta in aria per mano mafiosa. Dopo 15 anni si ripete la scena. Stesso conduttore, stesso ospite (Claudio Fava), stesso tema. Con un foglietto Cuffaro attacca due vittime INNOCENTI della mafia, mettendo in dubbio l'innocenza di mio zio, poi indossa la coppola definendosi “uomo d'onore”, poi in piena discussione sulla mafia se ne esce con un “potete inquadrarmi da questa parte che vengo meglio?” Io mi chiedo come qualcuno possa ancora tollerarlo come presidente della regione, come si possano giustificare certi atteggiamenti. E' troppo facile parlare di faziosità, di pregiudizi politici. Ieri ho messo on line l'estratto della puntata. Tutta Italia parla di quello che è successo, su internet ci sono un centinaio di siti e di blog che trattano della performance del presidente. Adesso chi vuole può vedere e scaricare un video da mettere assieme a quello di 15 anni fa, una piccola collezione di spezzoni di decadenza di una classe dirigente, “la migliore della Democrazia Cristiana” ormai tutta indagata o condannata. Chi pensava che Cuffaro avesse limiti ha preso un bel granchio. Qui il problema non è l'uomo Cuffaro, ma ciò che rappresenta per noi siciliani:tutto quello che di male c'è nella nostra terra, come clientelismo, amicizie in odor di mafia, favoritismo. Liberiamoci di questa gente, e puntiamo su coloro i quali hanno un passato trasparente e un futuro senza pretese personalistiche. C'è in gioco tanto e non c'è ancora tanto da giocare. Facciamo tutti qualcosa, è un appello.


ECCO I DUE LINK AL VIDEO:

http://video.google.it/videoplay?docid=9016262520173915063&hl=it

http://www.youtube.com/watch?v=_l1Ldi_Y0D0


martedì 21 novembre 2006

Intervista ad Umberto Santino per questo blog


Oggi ho voglia di staccare, per un giorno non voglio parlare di Cuffaro, dei suoi problemi giudiziari dentro ai quali coinvolge tutti i siciliani, delle sue amicizie mafiose e dei suoi incontri romantici nei negozi di biancheria intima. Voglio postare l'intervista che ho realizzato qualche settimana fa ad Umberto Santino, storico volto dell'antimafia e presidente del Centro Studi Peppino Impastato. Anzichè parlare di Re Mida oggi parliamo direttamente dell'Oro che la Sicilia possiede, e che Cuffaro è stato capace di querelare per diffamazione. Per questo vi dico che ormai il presidente indagato non può più sorprendermi.

Caro Umberto, sono passati 30 anni da quando assieme ad Anna Puglisi lei ha fondato il Centro Siciliano di Documentazione, il primo centro che si occupasse esclusivamente dello studio di quel fenomeno criminale che di li a poco sarebbe esploso nella sua massima potenza: la mafia. Sono passati 30 anni, e lei ha seguito passo passo la sua evoluzione: cos'era la mafia dei bagliori e cos'è diventata oggi?

"La mafia, come tutti i fenomeni di durata, si sviluppa intrecciando continuità e trasformazione, per adattarsi ai mutamenti del contesto. Quando è nato il Centro (1977) di mafia si parlava pochissimo, perché allora come oggi l'interesse della stampa, dei cittadini e delle istituzioni è legata ai delitti mafiosi, in particolare ai grandi delitti. La mafia è stata "scoperta" alla fine dell'Ottocento in seguito al delitto Notarbartolo (1893), sarà riscoperta negli anni '60 del Novecento in seguito alla guerra di mafia e alla strage di Ciaculli (1963), e successivsamente negli anni ''80 e ''90 dopo l'assassinio di Dalla Chiesa e le stragi in cui sono morti Falcone e Borsellino. L'idea più diffusa è che se la mafia non uccide non c'è. Deve ancora farsi strada un'idea di mafia adeguata, cioè di un'organizzazione che non si limita a compiere delitti, più o meno eclatanti, ma svolge una serie di attività, in rapporto con il quadro sociale e istituzionale. Ancora oggi il mio "paradigma della complessità", le mie analisi sulla "borghesia mafiosa", cioè sul sistema di relazioni che lega i mafiosi a soggetti del mondo delle professioni, dell'imprenditoria, della pubblica amministrazione, della politica e delle istituzioni, debbono fare molta strada per essere accolti come le idee più adeguate per capire la mafia e altri fenomeni ad essa assimilabili. Su questi temi rimando al mio Dalla mafia alle mafie, appena uscito."

Anche grazie a lei e al Centro di Documentazione Peppino Impastato sarà ricordato per sempre un eroe antimafia, ciò che fu. Stampa, inquirenti e forze dell'ordine avevano tentato di farlo passare come un attacco terrorista mal riuscito. Avete ridato ad un eroe la memoria, e a noi avete avete dato un eroe. C'è stato un momento in cui lei e tutta la gente che voleva la verità avete avuto paura di non riuscire a dimostrarla mai, la vostra, la nostra verità?

"Peppino non era un eroe ma un dirigente e un militante della Nuova sinistra, la cui unicità nella storia della lotta alla mafia sta nella sua provenienza da una famiglia mafiosa. Abbiamo subito un lungo periodo di isolamento perché abbiamo dedicato il Centro a Peppino quando quasi tutti lo consideravano un terrorista e un suicida. Assieme ai familiari che hanno rotto con la cultura mafiosa e ad alcuni compagni di militanza, siamo riusciti a salvare la memoria di Peppino e, dopo più di vent'anni, a far punire alcuni dei responsabili. Siamo riusciti pure a ottenere cle la Commissione parlamentare antimafia si sia occupata del depistaggio operato da rappresentanti delle forze dell'ordine e della magistratura con una relazione che conferma le nostre denunce. Abbiamo fatto pubblicare la relazione (Peppino Impastato: anatomia di un depistaggio, Editori Riuniti, Roma 2001, 2006) e consiglio a tutti la lettura, oltre ai libri con gli scritti di Peppino (Lunga è la notte) e con la storia di vita della madre e la documentazione del suo impegno (La mafia in casa mia, Cara Felicia) pubblicati dal Centro. Debbo dire che abbiamo trovato disponibilità all'interno della magistratura (in particolare Rocco Chinnici e dopo Franca Imbergamo) e collaborazione all'interno delle istituzioni, tramite Giovanni Russo Spena, ex dirigente di Democrazia proletaria."

Lei è stato anche uno degli ultimi a sentire mio nonno Giuseppe prima che venisse ucciso nel 92, otto mesi dopo l'omicidio del figlio. Un piccolo imprenditore colpevole di non aver chinato il capo. Ci fu una telefonata tra di voi. Cosa ricorda di quell'episodio?

"Suo nonno mi ha telefonato, parlandomi dell'assassinio del figlio e delle difficoltà che trovava tra investigatori e magistrati. Siamo rimasti che dovevamo incontrarci al più presto, per vedere come potevamo dargli una mano, ma i mafiosi sono arrivati prima. Purtroppo il rapporto con suo nonno è tutto in quella breve telefonata. Ricordo il rammarico e il dolore di suo nonno, per quello che è possibile manifestare nel corso di una telefonata."

Cuffaro indagato per favoreggiamento alla mafia, la sua ex squadra assessoriale è un elenco di processi per mafia, ogni giorno si scoprono istituzioni colluse. E' un clima di totale connivenza. Cosa vi da la forza di andare avanti?, non credete sia quasi inutile parlare di antimafia alle nuove generazioni quando le vecchie mandano al governo persone, secondo le indagini, colluse con essa? Sembra quasi di scavare sulla battigia...

"La lotta contro la mafia è una storia lunga, fatta più di sconfitte e di insuccessi che di risultati positivi. Nella mia Storia del movimento antimafia ricostruisco le lotte contadine, finora le lotte più consistenti per rinnovare la società siciliana e liberarla dalla mafia. Centinaia di migliaia di persone hanno lottato per quarant'anni, con la parentesi del ventennio fascista, e purtroppo hanno ottenuto una riforma agraria che è stata una beffa e hanno lasciato la Sicilia: un milione dopo i Fasci siciliani, su una popolazione di 3 milioni e mezzo, un milione e mezzo su 4 milioni e mezzo negli anni 50-70. Un esodo rispetto a cui quello biblico è la fuga di poche migliaia.
Oggi come ieri le difficoltà sono tantissime, ma se vogliamo liberarci da un'oppressione feroce e pervasiva, è una strada obbligata. Senza dire che qualche risultato si è ottenuto, a cominciare dalla vicenda di Peppino Impastato. E oggi ci sono, con tutti i limiti, iniziative significative: il lavoro nelle scuole, l'antiracket, l'uso sociale dei beni confiscati. Si può continuare..."


A Gennaio dovrebbe arrivare la sentenza di primo grado del processo a Cuffaro per favoreggiamento alla mafia. Che effetti pensa che possa avere una condanna sulla sua presidenza e sulla Sicilia in generale?

"Non mi illudo molto. Di condanne ce ne sono già state, non solo in primo grado. Bisogna sapere che non basta, anche se è indispensabile, la repressione, e che le mafie sono un sistema di accumulazione e di potere e c'è una cultura dell'illegalità diffusa e condivisa. Bisogna impegnarsi su vari fronti, ma è decisivo creare um'economia legale forte, altrimenti vincerà sempre quella illegale. Cuffaro è l'erede del sistema clientelare democristiano, opportunamente riciclato, che assicura ottimi affari alla borghesia mafiosa e distribuisce quote di reddito anche agli strati popolari. Il centrosinistra non ha un progetto sociale e politico complessivo. Non è un caso che la prima e ultima vittoria delle sinistre alle elezioni regionali siciliane risale al 20 aprile del 1947, quando le sinistre erano alla testa del movimento contadino. Dieci giorni dopo c'è stata la strage di Portella della Ginestra..."

Con l'arresto di Provenzano molti pensavano forse che la mafia sarebbe stata indebolita, se non addirittura sconfitta. Per quanto mi riguarda ho opinioni differenti. Lei crede che questo arresto sia veramente servito a qualcosa?

"Provenzano è stato l'icona della mafia ma in realtà è stato solo un capo militare. La forza della mafia sta, come dicevo prima, nel suo sistema di relazioni. La mafia militare ha ricevuto parecchi colpi ma quel sistema è in piedi e non basta reprimere, occorre creare un blocco sociale alternativo, facendo leva soprattutto sui problemi della disoccupazione, del lavoro nero e precario, costruendo un'antimafia sociale, finora praticata solo embrionalmente. Le recenti mobilitazioni dei senzacasa di Palermo che hanno ottenuto, anche con la collaborazione del Centro, l'uso delle case confiscate ai mafiosi, può essere l'inizio di un cammino."

Per finire volevo chiederle cosa pensa della “web-antimafia”. Migliaia di siti, di blog di controinformazione, di pagine web contro la mafia. Anche questo ha un senso? Anche questa è una concreta lotta contro la mafia? Anche il web da parte sua sta facendo qualcosa?
“Peppino è vivo e lotta insieme a noi, le nostre idee non moriranno mai” anche grazie a lei. A questo pensa mai?

"Va benissimo il web, il problema è se veicola sciocchezze e stereotipi o analisi serie e documentazioni adeguate. Abbiamo un sito da parecchi anni ed è abbastanza visitato.
Peppino è morto, in modo atroce, e gli slogan non lo fanno rivivere. L'unico modo per tenere viva la sua esperienza è continuare il lavoro. Temo che anche per il successo del film, che lo ha ridotto a una sorta di Peter Pan di provincia, molti fanno riferimento a un Peppino più inventato che reale. Sappiamo che si sono aperti circoli e sezioni di partito intitolati a Peppino, ma solo pochi hanno contatti con il Centro. E c'è pure qualcuno che tenta di cavalcare quel successo, ignorando i pochissimi che hanno lavorato per trent'anni, spesso in grande isolamento, pure da parte di giornali e televisioni che passano per impegnati, a cominciare da Samarcanda e dintorni. Ricordo una trasmissione di Tempo reale nel febbraio del 1995, sulla piazza di Terrasini, a pochi metri dal luogo dove c'era la radio di Peppino. Nessuno ha parlato di lui. Mi chiedo: quanti degli spettatori del film hanno letto i suoi scritti e quelli del Centro?"

domenica 19 novembre 2006

Grazie a tutti


Volevo ringraziare di cuore tutti coloro che tramite questo blog hanno espresso la loro solidarietà a me e alla mia famiglia dopo le accuse false e allusive di un presidente di regione che non potendo rispondere alle domande che gli venivano poste ha preferito attaccare una VITTIMA INNOCENTE DELLA MAFIA sapendo di citare documenti vecchi e ormai inutilizzabili. Questo, in una parola, è meschino. Punto. Ma le vostre parole, i vostri sfoghi e i vostri dibattiti ci tirano su e ci danno ossigeno per andare avanti nella nostra lotta alla mafia, quella vera, quella che non ha coppole, piuttosto giacca e cravatta, o camici a volte. Io sono il Signor Nessuno, uno studente siciliano fuorisede a Padova, che suo malgrado ha avuto una famiglia distrutta dalla mafia. Non è stata una mia scelta, mi dipiace per tutti coloro i quali pensano che sia una trovata pubblicitaria o pura megalomania. Ho scelto di fare una battaglia personale affinchè, a partire dalle istituzioni, la mafia sia debellata. Non è mia colpa se Cuffaro è capitato in mezzo. A me non interessa lui come persona, potrebbe anche essere in gamba, a me non importa nulla. Io ho da ridire sul Cuffaro presidente della regione indagato per favoreggiamento aggravato alla mafia. E' un'accusa incompatibile con questo ruolo politico. Io giudico questo e i fatti che sono emersi, e non voglio che a rappresentarmi sia un'indagato. A maggior ragione non tollero che a rappresentare l'antimafia sia un indagato. Rita Borsellino, Umebrto Santino, Don Ciotti, Giovanni Impastato. Ci sono persone che lo fanno da una vita e che possono permetterselo. Lasciamo fare ad altri. "La mafia mi fa schifo" Cuffaro non potrà mai dirlo, a prescindere dalla sentenza. I fatti che lo contraddicono sono già emersi. Punto. Questa è la mia lotta, questo è quello che rivendico, e nient'altro che questo. I miei parenti sono morti perchè non hanno ceduto ad una organizzazione criminale che oggi si cerca di far passare quasi come simpatica. Smitizzare cosa? La mafia non è un mito, e mia madre mi ha detto che se ne è resa conto toccando i proiettili dalla spalla massacrata di mio nonno. Non si può andare davanti a milioni di telespettatori cercando di far svanire nel nulla migliaia di vittime innocenti, uccise, stando a quello che dice Cuffaro, da miti, da assassini che evidentemente non sono mai esistiti. Questo è terrorismo, questa è mentalità mafiosa, questo è negare la memoria a uomini e donne per i quali è rimasta l'unica arma. Mi ha accusato di essere uno dei tanti moralisti che fanno male alla sicilia. Un moralista non fa male, ammesso che io lo sia. Sono i mafiosi il vero male, non chi critica amicizie pericolose e chiede chirezza da parte di un uomo che ci rappresenta nel mondo. Non si può concedere ad un uomo di stravolgere la realtà. Ma che immagine abbiamo dato della Sicilia nel resto d'Italia, nel mondo? Un Re Mida che tocca l'oro e lo trasforma in fango. Quello che vi chiedo, è di avere fiducia nella Sicilia per bene che prima o poi verrà fuori, vi chiedo di rinunciare ai favori e ai privilegi, vi chiedo di negare il consenso, in ogni campo e in ogni schieramento a chi rappresenta valori che non appartengono alla cultura della legalità. Vorrei regalare a mio zio e a mio nonno e a tutte le vittime della mafia una Sicilia diversa, una Sicilia come quella in cui credevano.

venerdì 17 novembre 2006

Cuffaro, sprofonda in pace, ma non buttare fango sulla brava gente, tienitelo.


Cercherò di commentare nella maniera più schematica e imparziale quello che è successo ad "Anno Zero" ieri sera, tralasciando considerazioni personali e opinioni generali per le quali ci sarà tempo per questo: ho detto quello che pensavo a Cuffaro, gli ho chiesto di smetterla di fare il paladino dell'antimafia, per un semplice motivo: non può permetterselo; è sotto processo per favoreggiamento aggravato alla mafia. E' come un cacciatore iscritto al WWF, è una cazzata. Stop. E' un ossimoro, uno sporco ossimoro. Il presidente indagato non ha risposto a questo, ha cercato di infangare la memoria di mio zio Paolo, tirando fuori un documento che secondo lui avrebbe dovuto mettermi in difficoltà. Ha cercato di infangare la memoria di una vittima della mafia per salvare la faccia da probabile favoreggiatore. Nessun uomo poteva fare qualcosa di più squallido, pensavo nemmeno Cuffaro. E ancora una volta è sprofondato ancora più giù di quanto chiunque potesse pensare. Il piccolo problema è che il documento che ha tirato fuori risale a molti anni fa, e ad oggi, risulta praticamente un falso, in quanto non rispecchia più la realtà dei fatti. E Cuffaro o chi per lui lo sapeva, ma ha cercato il colpaccio.
Ma andiamo con calma. Giovedì esce un articolo sul Giornale di Sicilia che annuncia la mia presenza ad Anno Zero. Alle 10 mi chiama la redazione del programma di Santoro dicendomi che più volte l'ufficio stampa di Cuffaro ha tentato di farsi dare il mio numero di cellulare per rintracciarmi e sapere chi ero e cosa avevo intenzione di chiedere. Naturalmente loro non hanno acconsentito. Non tutti sono suoi dipendenti. Si è scatenata una caccia alle notizia su di me, su chi ero, su cosa volevo, su chi erano i miei parenti. Cominciano ad arrivare da Santa Margherita le prime indiscrezioni. Cuffaro o chi per lui non appena scopre i nomi di mio nonno e di mio zio si precipita a recuperare documenti personali riguardante gli iter per l'attribuzione del titolo di vittima innocente dell mafia. Mio nonno Giuseppe all'epoca fu immediatamente riconosciuto, e lo è tutt'ora come tale. Anche mio zio, subito. Accade in seguito che un pentito, poi risultato inattendibile dice che ad un summit aveva sentito il nome di mio zio Paolo. Si blocca tutto, il titolo viene sospeso. Si indaga, si ascoltano altri teste, si confrontano deposizioni e alla fine si arriva ad una conclusione inconfutabile: Paolo Borsellino, figlio di Giuseppe Borsellino è una vittima innocente della mafia. Ma a sugellare il tutto arriva una lettera dall'Assessorato Regionale del Lavoro. E' il 24 Luglio del 2006, n° di protocollo della lettera: 19157. "Visti gli atti d'ufficio si certifica che Borsellino Giuseppe (mio cugino, figlio di Paolo) è iscritto al n° 167 dal 16/06/06 negli elenchi dei FIGLI DI VITTIME INNOCENTI DELLA MAFIA AI SENSI DELLA LEGGE 302 DEL 20/10/1990.
Cuffaro ha presentato volontariamente un documento parziale, volutamente allusivo, nella speranza di infangare la memoria di mio zio. Questo è veramente infimo. Accusa me, attaccami, insultami, ma non uccidere di nuovo una vittima della mafia. Prima gli assassini e poi i probabili favoreggiatori. Quando potrà avere pace?, visto che la giustizia ormai, anche quando ci sarà, sarà troppo vecchia e vuota.
P.S. Il nostro avvocato ha già la regitrazione della puntata e i due documenti, il vero e il falso. Alla fine chi voleva querelare il mondo si beccherà una denuncia per diffamazione, di un morto per mafia, fosse l'ultima cosa che facciamo. Vergogna.

venerdì 10 novembre 2006

Esce "Senza storia", di Bugea e Di Bella


Ci siamo quasi. Il primo dicembre uscirà in allegato con il Giornale di Sicilia il nuovo libro di Alfonso Bugea "Senza storie", che nell'estratto di seguito viene riassunto. Due delle sessanta vite spezzate dalla mafia raccontate dal giornalista sono quelle di mio nonno e mio zio, Giuseppe e Paolo Borsellino, uccisi nel 92 ad otto mesi di distanza l'uno dall'altro per non aver ceduto alla logica mafiosa a cui erano allergici: è una cosa di famiglia. E all'interno del libro ci saranno una decina di pagine scritte da me che ricostruiscono quello che la mafia ha fatto alla mia famiglia pescando dai ricordi di un bambino. Ci ha fatto male, certo, ma non ci ha sconfitto, per nulla. Finchè rimarrà anche un solo uomo con la testa in alto a guardarli negli occhi saranno sempre miseramente sconfitti, anche se dalla loro possono avere presidenti di regione, assessori, sindaci ecc. Ringrazio Alfonso per la possibilità che mi ha dato, perchè quante più persone conoscono la storia di chi non c'è più, più a lungo loro sopravviveranno nella memoria di chi vive.
Nonappena il libro sarà uscito, pubblicherò la mia storia su questo blog.

P.S. Nei prossimi giorni posterò anche l'intervista che ho fatto personalmente ad Alfonso Bugea.

MAFIA: IN UN LIBRO STORIE DI VITTIME DIMENTICATE PER ERRORE
I LORO NOMI STORPIATI PER STRAFALCIONI NEI TESTI DELLA REGIONE
(ANSA) - PALERMO, 10 NOV -


Può sembrare banale, ma la lotta alla mafia si fa anche con la grammatica italiana e l' ortografia: scrivendo, cioè, per bene le parole e senza errori di battitura negli atti ufficiali. Evitando strafalcioni si evita di distorcere la memoria delle vittime innocenti di Cosa Nostra.

È questa la provocazione contenuta nelle 120 pagine del libro «Senza storia», scritta dal giornalista Alfonso Bugea e dallo storico Elio Di Bella, edizioni Concordia, che il primo dicembre sarà in vendita nelle edicole della provincia di Agrigento in allegato al Giornale di Sicilia. Il volume ricostruisce le vicende di 60 vite spezzate dalla mafia, la prefazione scritta dai magistrati Annamaria Palma e Luigi Patronaggio, contiene anche testi di Francesco La Licata, Roberto Saetta.

Tra i tanti uccisi per aver difeso il bene comune, chiesto diritti e non favori, o semplicemente per sbaglio, ci sono anche persone il cui nome e cognome è stato alterato e, dunque, reso irriconoscibile negli atti ufficiali della Regione siciliana, in un elenco che accompagna la legge approvata dall'Ars nel 1999. Profanando, in questo modo, raccontano gli autori, non solo loro memoria ma anche il diritto ad un aiuto che la legge offre ai familiari, che sono così rimasti soli e

vulnerabili. Vi sono tante vittime innocenti che non hanno più un volto ed un nome solo perchè un frettoloso dattilografo ha trascritto i loro dati anagrafici con disattenzione e senza fare alcuna verifica. Una disattenzione denunciata dallo storico Giuseppe Cassarrubea già negli anni Settanta, ma in cui la Regione è incorsa anche un ventennio dopo. Come dimostra il caso di Masina Spinelli. L' elenco della Regione la pone come vittima di mafia assassinata il 16 maggio del 1946 a Favara. E

per la stessa data cita anche Gaetano Guarino, sindaco e farmacista, ucciso mentre parlava con alcune persone. La legge accomuna le due storie e, coincidendo la data del decesso, sembra volerli morti nello stesso agguato.

Nulla di più falso. Perchè la signora non era di Favara, e sicuramente non era in quel paese nel giorno indicato dalla legge per la semplice ragione che era già morta due mesi prima a Burgio. Ma c'è di più. La legge la chiama Marina, e commette un ulteriore errore. Perchè lei si chiama

Tommasa, per gli amici e parenti Masina: Masina Perricone per l'esattezza. Spinelli era il nome del marito. Lei, 33 anni, appena sposata, stava rientrando a casa nello stesso istante in cui un commando stava cercando di eliminare il candidato sindaco di Burgio, Antonio Guarisco. I colpi sparati furono tanti. Uno colpì a morte la casalinga. Guarisco si salvò. Fu ferito solo ad un

braccio. Uccisa a Burgio, ma per la legge lo è stata in un altro posto, col nome alterato e per di più sconosciuto. Dunque dimenticata. Con il risultato che pur essendo stata dichiarata vittima innocente della mafia i parenti non hanno potuto ottenere alcun aiuto e beneficio dall'amministrazione pubblica. Ed ancor oggi non sanno di aver avuto in casa una martire di Cosa nostra sancita dalla legge.

«Il libro - spiegano i due autori Bugea e Di Bella – contiene altre storie 'paradossalì come questa. Dimenticanze clamorose che concorrono a cancellare dalla memoria le vittime, ma anche la stessa mafia che ne ha decretato la fine. Come se non esistesse! Riparare agli errori del passato, ricordare chi è morto senza colpa, aiutare i superstiti vuol dire combattere Cosa nostra».

giovedì 9 novembre 2006

Aggiornamenti sull'indulto ceppalonico


Ricordo quest'estate, al mare, un caldo incredibile, e Repubblica. Leggevo "Al massimo settemila".
Tanti, e non di più, dovevano essere coloro i quali avrebbero beneficiato dell'indulto voluto strenuamente dal grande statista campano conosciuto come Mastella da Ceppaloni. Già allora, prima che la schifezza venisse approvata con l'aiuto del partito degli indagati, Forza Italia, qualche magistrato aveva fatto due conti e aveva detto che come minimo avrebbero abbandonato il carcere ventimila detenuti. Anche lui ha cannato. Ad oggi sono infatti circa 25.000 coloro che sono già fuori, ai quali andranno aggiunti man mano quelli che hanno compiuto reati fino al 2 maggio del 2006 e non sono ancora stati scoperti. Criminali con un bonus in tasca, neanche Berlusconi avrebbe saputo fare così bene, e sì che lui è un esperto. A tal proposito, Max Giusti in una sua gag diceva che in effetti in 5 anni di governo Berlusconi non erano riusciti a salvare dalla galera Previti; il centrosinitra c'è riuscito in 3 mesi. Chapeau,Chapeau! Paradossalmente il problema più grave non era quello delle scarcerazioni ma quello dei processi, piccolo dettaglio sfuggito al grande statista che ha rubato il ministero a Di Pietro, l'unico che era in grado di occuparsi di giustizia, e per questo prontamente allontanato. Proprio oggi il Consiglio Superiore della Magistratura in risposta al grande ministro ha approvato una risoluzione che lancia l'allarme sugli effetti che l'indulto sta avendo sui processi. L'ottanta per cento dei processi in corso finirà con un nulla di fatto, perchè a causa della schifezza, la sentenza non sarà eseguibile. Vuol dire che i magistrati in questo momento stanno processando imputati che sono già "assolti", se per assolti si intende un'assoluzione simile a quella di Andreotti. Quella della giustizia in questo momento è una macchina che sta girando a vuoto, buttando al vento denaro (alla procura di Catania hanno finito la carta e la benzina), energie e tempo prezioso che potrebbe essere usato per altri processi e per altri reati (i pochi che non sono stati graziati dall'indulto). Tra i processi che si stanno svolgendo mentre leggete, solo una percentuale che oscilla fra 3 al 9 % finirà con una condanna non coperta dall'indulto. Un amnistia avrebbe avuto effetti meno catastrofici.
Vi lascio con un estratto della risoluzione del CSM:
"Quando la giustizia penale è lenta, la trattazione di tutti i processi per reati interamente condonati finisce di fatto per allontanare la definizione di quelli nei quali la pena inflitta è destinata ad essere effettivamente scontata, con grave danno per la collettività "

lunedì 6 novembre 2006

www.cpj.org ovvero come si muore scrivendo


Ho voluto inserire già nel titolo di questo post un indirizzo internet molto interessante, sicuramente troppo poco pubblicizzato. E' un sito a difesa della libertà di stampa, ma contiene statistiche molto interessanti sulle quali vorrei soffermarmi. Vorrei parlare soprattutto di Russia, ora che l'ondata di indignazione per l'omicidio di Anna Politkovkaja si è placata e tutti siamo tornati amici come prima. Scopro su questo sito che fare il giornalista è richioso quanto fare i check-in a Bagdad. Prima di parlare del compagno Putin voglio snocciolare qualche dato. Dal 1992 sono morti 580 giornalisti: scrittori/giornalisti carta stampata 32.4%, giornalisti radio-televisivi 20.1%, redattori 16.2%, cameramen 9.3%, fotografi 7.6%, editorialisti/commentatori 8.9%, produttori 6.2%, editori 3.1%, tecnici 2.1%. I dati cominciano a diventare interessanti quando si elencano le cause di morte: omicidio diretto 71.4%, in mezzo al fuoco incrociato 18.4%, durante altre attività pericolose 10%, indeterminati 0.2%. Le armi che lo hanno uccisi: piccole armi (fucili, pistole) 48.4%, armi pesanti (artiglieria, bombardamenti) 16.2%, esplosivi 9.5%, coltelli 7.6%, mani nude 5.3%. Ora avviciniamoci poco a poco alla Russia. Parliamo dei mandanti degli omicidi: gruppi politici 24.4%, servizi segreti 20.5%, gruppi criminali 12.6%, gruppi paramilitari 8.5%, esercito 7.2%, locali 1.5%, mob 1.2%, sconosciuti 24.1%. I gruppi politici sono più sanguinari dei gruppi criminali? In effetti ho sempre sospettato della Lega... Piccola cascata di dati. Impunità per gli omicidi: completa impunità 85%, giustizia parziale 8%, giustizia piena 7%. Minacciati prima dell'assassinio: 24.6%. Rapiti prima dell'assassinio: 19.1%. Medium per il quale lavoravano: carta stampata 59%, televisione 26%, radio 17%, internet 1%. Genere: maschi 93.4%, femmine 6.6%. Giornalisti locali 85%, corrispondenti 15%. Freelance 10.8%. Adesso voglio darvi gli ultimi due schemi di percentuali per completare il quadro che diventa sempre più raccapricciante, e poi parleremo di Russia, e infine chiederò al governo come è ancora possibile intrattenere rapporti economici-culturali-umani con il generale KGB Putin. I giornalisti uccisi si occupavano di: guerra 31%, politica 24.3%, corruzione 21.9%, crimine 14%, diritti umani 12%, sport/cultura 3.4%, affari 1.7%. Chi si occupa di politica rischia di più di chi si occupa di corruzione? L'ho sempre detto che la politica è pericolosa... e i poveri giornalisti (Travaglio, Gomez) che si occupano di Berlusconi? Rischiano il 45.4%? Proviamo a fare un piccolo test: quali sono le nazioni dove sono è avvenuta la maggior parte degli omicidi? Iraq, scontato: 78. Poi? Algeria, mezza sorpresa: 60. E al terzo posto? Congo?, Afghanistan?, Colombia? Third Place: RUSSIA!, 42. Allora sono andato a guardare che tipo di relazioni l'Italia, repubblica democratica, avesse con la Russia, terza nazione più pericolosa per i giornalisti e campione di violazione dei diritti umani. Vado su http://www.esteri.it/ita/4_27_57_45.asp, il sito degli esteri e comincio a leggere, pensando nel frattempo ad Anna e a tutti quei giornalisti morti sotto il silenzio sprezzante del compagno Putin.

"Negli ultimi anni, le relazioni tra Italia e Federazione Russa hanno raggiunto un livello di assoluta eccellenza, al punto di meritare giustamente la qualifica di "relazioni privilegiate"

"Il Presidente del Consiglio, Romano Prodi, ha incontrato a Mosca il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, il 20 giugno scorso, il Ministro degli Affari Esteri, Massimo D'Alema, ha compiuto la sua prima visita in Russia il 30 giugno, nel corso della quale ha incontrato il Ministro degli Esteri Lavrov ed il Ministro delle Finanze Kudrin." Hanno chiesto notizie, Massimo e Romano, riguardo l'assassinio della Politkovkaja ai probabili mandanti a volto coperto? Hanno parlato di diritti umani? E di quelli ceceni? Sanno che Anna Politkovskaja prima di essere ammazzata scriveva articoli contro il regime sovietico? E che proprio nell'ultimo articolo si stava occupando del maltrattamento dei sospetti terroristi ceceni?

"Esportazioni verso la Russia sul totale delle esportazioni italiane: 1.5%.

Importazioni dalla Russia sul totale delle importazioni italiane : 3.1%."


Abbiamo, hanno fatto la guerra a Saddam anche perchè non rispettava i diritti umani e commerciamo con la Russia e ce ne vantiamo anche? Ah, ma forse perchè il 68,1% delle importazioni riguardano prodotti energetici? Perchè se il compagno chiude i rubinetti del gas noi... noi dove andiamo poi?

Mi piacerebbe però vedere il mio Romano che va in TV e dichiara a reti unificate che noi intratteniamo notevoli rapporti commerciali con la Russia, nonostante sia una nazione dove non ci sono diritti umani, dove la libertà non è garantita e dove si dubita se sia necessaria un'inchiesta dopo l'assassinio di una giornalista libera. Nessuno dei rappresentati del governo russo è andato al funerale della giornalista... beh almeno sono coerenti! Gli italiani hannoil diritto di sapere certe cose. Ho votato Romano perchè voglio trasparenza, sennò mi tenevo Dorian Gray.

Io voglio sapere perchè rompiamo le balle all'Iran, alla Corea, alla Siria, alla Cina e poi andiamo a braccetto con gli assassini di stato. Perchè?

giovedì 2 novembre 2006

Lamezia vincit omnia


Ho un'amica di Lamezia che ieri è tornata a Padova dopo qualche giorno di vacanza a casa sua. Mi ha raccontato tutto quello che sta succedendo e che ha avuto modo di vedere in prima persona, senza telecamere e purtroppo senza il fondamentale contributo del programma di Michele Cucuzza. Case date alle fiamme, macchine incendiate, bombe carta davanti ai negozi. La ndrangheta del racket è riuscita a fare quattro attentati in quattro giorni e dodici in una settimana. Sono numeri da Bagdad. L'ultimo e il più grave è stato l'incendio che ha devastato l'intera casa di un suo amico, figlio di un imprenditore nel campo della gomma che non si era piegato alla richiesta del pizzo. E' una situazione tremenda che a prima vista può spaventare, far pensare ad un predominio della malavita ma che riflettendo dovrebbe fare l'effetto opposto. Perchè tutti questi attentati, tutto questo casino succedendo proprio adesso? Di certo un predominio non ha picchi o discese vertiginose, è costante. C'è una ragione molto semplice: i commercianti e gli imprenditori cominciano a non pagare. Non so se per coraggio o per disperazione ma le entrate dei Senza-palle-boss iniziano a diminuire, e allora scoppia l'inferno: intimidazioni, minacce, esplosioni. Ogni attentato per una organizzazione criminale è un investimento. Non si investe senza previsioni di guadagno, specialmente in questo campo. Ricordo Capaci, via D'Amelio. Le cosche della zona calabrese, che secondo Wikipedia “sono attualmente circa 150 clan locali (definiti cosche o 'ndrine) che affiliano circa 6.000 mafiosi, legati spesso da vincoli familiaristici” hanno intuito che bisognava riportare un certo clima per rilanciare le entrate e il prestigio dell'azienda, mettendo però in conto però anche l'effetto “boomerang relativo”della visibilità mediatica. Relativo perchè se è vero che tale visibilità potrebbe essere dannosa per il concentrarsi di eccessiva attenzione statale (probabilità invio esercito) è anche vero che lo stesso messaggio serve da monito per gli altri commercianti.

I giornali ne parlano, le televisioni anche. C'è molta attenzione sulla Calabria in questo momento. E io credo sia il momento giusto per fare sentire Lamezia circondata da tutta l'Italia, perchè le vittime del racket hanno bisogno di non sentirsi soli, hanno bisogno di sfruttare al massimo questo momento di ribellione per spingere tutti gli altri a non pagare. E' una fase molto delicata ma potrebbe essere l'ultima utile. O ci si butta tutti da una parte tutti assieme o la barca affonda, anche se solo uno rimane dalla parte sbagliata. Se tutto tornerà alla normalità, se i mass media se ne dimenticheranno, se gli imprenditori ricominceranno a pagare sarà un ciclo che ricomincerà, forse per sempre. Ma Lamezia si sta riscoprendo una grande città, su ottantamila persone i vermi criminali sono una piccola parte, e da quello che ho visto e che percepisco, hanno i numeri e gli uomini e le donne per abbandonare una mentalità della paura che rende campioni dei poverini che si fanno chiamare mafiosi. Senza la paura loro non esistono, sono degli ologrammi. Alla manifestazione antimafia che ci fu a Lucca Sicula per commemorare mio nonno e mio zio c'erano solo i bambini delle scuole e le associazioni. Ora la situazione è un'altra. La Calabria va in strada ad urlare al mondo che la parte buona è quella più forte. Mi piace pensare che in ogni cosa ci sia una parabola che scende fino a toccare il fondo, ed è in quel momento che ricomincia a risalire. In Sicilia non succede nulla da una decina d'anni. Il numero verde anti-racket è stato chiuso perchè in tre-quattro anni ha ricevuto un paio di chiamate. Tutto va bene da noi, tutto è romanticamente perfetto. A Palermo l'ottanta per cento dei negozianti paga il pizzo, a Gela un po' di più. E tutti vivono felici e contenti in perfetto matrimonio con la mafia. E vi chiedo di non dire la parola magica Paura. Cazzate! A Lamezia quella famiglia ha perso tutto, il magazzino, la casa che è da demolire e il figlio dopo qualche giorno scrive su Repubblica che ricomincerà a costruire l'azienda e a non pagare il pizzo come ha sempre fatto. E' un eroe? No, è un vincitore. E' chi paga il pizzo che è un perdente, perchè perde la dignità, perchè perde parte del suo lavoro perchè perde la sua libertà. Forse sembrerà un punto di vista brusco, affrettato, arrogante. Ma se non ci si sveglia adesso e si continua a giustificare tutto quello che accade o che non accade non riusciremo mai a liberarci di ciò che ci rende schiavi di un padrone eternamente senza nome.

mercoledì 1 novembre 2006

Discriminazioni irlandesi


Oggi non parlerò di mafia. Quindi non palerò neanche di Cuffaro ok? Voglio raccontarvi una piccola storia di ordinaria discriminazione accaduta a Padova in pub del centro, l'Highlander. Non è una grande notizia forse, ma è finita su tre giornali, Il Mattino di Padova, Il Gazzettino e La Repubblica. Già, La Repubblica pubblica queste cose, ma la lettera che ho scritto a Cuffaro no però... Quindi da un piccolo episodio si è innescato un casino e ho deciso di postarvi la lettera.

Brutto episodio accaduto ieri sera a me e alla mia amica in un pub del ghetto di Padova, l'Highlander, uno dei locali più frequentati del centro. La mia amica ha 19 anni ed è costretta su una sedia a rotelle. Verso mezzanotte ha avuto bisogno di usare il bagno e quindi abbiamo girato un po' per il centro per vedere quale bar fosse ancora aperto, visto che “non le andava” di usare i bagni pubblici messi a disposizione dall'amministrazione comunale (angoli, stradine, piazza della frutta). L'unico locale aperto e che avesse il bagno per diversamente abili era proprio l'Highlander. Premetto che eravamo stati in quel locale circa una settimana prima, se questo servisse ad essere “clienti”. Quando siamo entrati ho chiesto alla cameriera le chiavi del bagno dei disabili (l'unico chiuso). La ragazza immediatamente è andata in cassa a chiedere, ma visto che tardava a tornare sono andato a cercarla. Quando mi sono avvicinato alla cassa il barista mi ha detto queste parole alle quali per un momento non ho creduto, pensando ad una goliardata: “Con tutto il rispetto ma il bagno lo possono usare solo i clienti” e mi ha addirittura chiesto lo scontrino per accertare che avessimo consumato. Ho cercato di spiegargli la situazione “particolare” ma non ha voluto sentire ragioni. Nel frattempo la mia amica stava aspettando all'entrata, come una clandestina, una “non-cliente”. E' stata costretta ad usare quello “normale” senza poter chiudere la porta per via della carrozzina. Non è stato un bel momento. Quello che chiedo al vostro giornale, all'opinione pubblica e forse anche a me stesso è se sia possibile ancora oggi subire tali umiliazioni solo perchè quel giorno non si è consumato da bere, solo perchè non si appartiene alla categoria dei “clienti” o forse solo perchè non si ha la possibilità di usare le gambe come gli altri. Era un urgenza, né una gita né un divertimento. Forse questa notizia sarà utile ai clienti del pub, è bene sapere chi ci da da bere.

Cordialmente,
Benny Calasanzio

Replica dell'assessore del comune di Padova, Francesco Bicciato:

Signor Calasanzio,
trovo semplicemente scandaloso quello che vi è accaduto. Da parte mia farò presente ai vigili urbani l'accaduto. Giro la mail anche all'Ass. Sinigaglia allle Politiche Sociali e all'Ass. Pieruz al Commercio perchè siano informati sul fatto.
A lei e alla sua amica ovviamente va la mia piena solidarietà.
Cordiali saluti,
Francesco Bicciato