sabato 30 dicembre 2006

Primo provvedimento: limitare il potere


In questi giorni di tranquillità ho avuto il tempo per riflettere su alcuni passi che secondo me possono condurre nella giusta direzione. Cambiare la rotta di una Sicilia che va alla deriva non è una cosa semplice e ne sono perfettamente consapevole. Di certo il cambiamento non avverrà solo con le mie parole e con i vostri commenti. Servono proposte concrete, e proposte concrete faremo. Noi non facciamo sofismi, non lasciamo ad altri i compiti concreti per fare solo la parte degli intellettuali. Non è mio costume e credo neanche della maggior parte della gente che scrive su questo blog. La mia idea di "politica pulita= sicilia libera" non è un'utopia. Non ho l'arroganza di dire che è un progetto perfetto, ma di certo è attuabile. Prendendo spunto da una proposta di Beppe Grillo ho pensato ad un primo passo importante e significativo: la limitazione della eleggibilità dei politici siciliani al parlamento regionale. La proposta di Grillo su scala nazionale in Sicilia avrebbe effetti immediati e tagibili. Io credo che si debba limitare l'eccessivo accentramento di potere di cui i deputati siciliani e quelli italiani in genere sono "vittime innocenti". Detenere il potere per più di dieci anni vuol dire diventare una lobby, su questo non può esserci dubbio. Dieci anni sono più che sufficienti a dare la propria impronta politica alla Sicilia. Non possiamo continuare ad avere poltrone che una volta toccate rimangono attaccate al sedere. Questa non è magia, è un cancro, è una metastasi.
E' impensabile che ci siano parlamentari giunti alla decima legislatura. E' chiaro che quando già non contribuisce direttamente alla loro elezione, la criminalità organizzata ha tutte le ragioni per stabilire sodalizi solidi e duraturi con questi matusalemme della politica. Vedi capitolo Andreotti. Si deve intaccare il sistema di potere del politico siciliano. Un politico che si occupa della cosa pubblica per più di dieci anni ne diventa proprietario, va incontro a deliri di onnipotenza, crede di poter fare miracoli, va in giro a promettere più lavoro per tutti mentre invece ne da molto ad alcuni, crede che svelare indagini agli indagati sia un atto di giustizia divina e di perdono. Gesù perdona, io no. Un onorevole-fossile si trasforma in un ufficio collocamento, in ufficio di sanità pubblica, in appaltatore di lavori pubblici. Non sono brutti pensieri, sono varie realtà.
Non ci sarebbe niente di scandaloso. Ogni partito politico, ogni movimento ha più di un uomo di punta, ha parecchi uomini e parecchie donne in grado di succedersi. Sarebbe salutare una loro scelta senza l'obbligo di una legge. Ma conoscendo alcuni politici nostrani non esiterebbero a cambiare schieramento per essere rieletti. Ecco la necessità dell'intervento del legislatore regionale, intervento che rappresenterebbe anche un progetto pilota per la politica nazionale.
Credo che da questa proposta si possa partire. Scrivete le vostre idee. Valutiamole assieme.

P.S. Leggevo su Repubblica che il presidente Cuffaro ha dichiarato: "Se mi condanneranno per favoreggiamento aggravato mi dimetterò. Se invece verrò condannato per favoreggiamento semplice rimarrò al mio posto, perchè sarebbe come aver fatto un favore ad un amico". Su queste ultime parole vorrei soffermarmi qualche secondo. Ormai le speranze di un'assoluzione sembrano abbandonate. Ormai Cuffaro non nega più che il fatto sia accaduto, ma afferma che nel caso del favoreggiamento semplice, quelle rivelazioni sarebbero state solo un favore all'amico Aiello, non alla mafia. Spero che i giudici prendano in considerazione queste parole, per me sono aberranti. Che faccia...

domenica 24 dicembre 2006

Buon Natale


Tra qualche ora sarà Natale. Un Natale come tanti altri dal 92. In sala da pranzo è già tutto pronto. Prima di andare volevo augurare a tutti voi un sincero buon natale e tanta serenità, di cuore. Voglio farlo con una poesia che Enzo Orlando, un giovane poeta siciliano originario di Lucca Sicula, dedicò a mio nonno Giuseppe, ucciso il 17 Dicembre del 92. La poesia fa parte del suo libro Soldatini e Libellule, ormai introvabile.

Il Guerriero
(17 Dicembre 1992)

"Dedicata a Giuseppe Borsellino, imprenditore di Lucca Sicula in Agrigento. Ucciso dalla mafia."

Non scorderò mai, la notte del 21 Aprile 1992
la notte dell'orrore. Il pianto, il dolore
dell'uomo a cui avevano ucciso il figlio
Giovane bandiera, paterno vanto
un figlio ucciso per terra, nel nulla.

Non dimenticherò mai lo sguardo del guerriero,
nell'estate di ghiaccio, dell'anno del tritolo.
La rabbia interna chiedeva giustizia
e non Vendetta, devianza sicula, ragione gretta.

Non scorderò il volto scavato
da un solo unico pensiero.
Nel suo modo e negl'indumenti
il colore-devastato, il nero.

Ricorderò sempre che lottava contro i tiranni
o contro i fantasmi-mulini a vento.
Nella Terra Muto-Sordo-Cieca, banale
obbedienza

Dimenticherò ch'era già morto prima di morire
perchè, forse, non lo hanno ucciso, in piazza
quel pomeriggio del 17 Dicembre 1992.

sabato 23 dicembre 2006

Lettera agli amici dei MeetUp siciliani di Beppe Grillo


Cari amici dei MeetUp siciliani di Beppe Grillo,

sono Benny Calasanzio, e l’indirizzo del mio blog è www.bennycalasanzio.blogspot.com .

Il mio (e di tutti quelli che visitano e commentano) è un blog della Legalità, un blog contro tutte le mafie e soprattutto contro tutte quelle istituzioni e quei politici che in Sicilia non riescono a stare lontani dalla criminalità organizzata. E’ un vizio diffuso e perfettamente bipartisan. Un vizio che si può chiamare anche centinaia di migliaia di voti. E’ un blog dell’antimafia applicata alla politica siciliana, è un blog di denuncia che non chiede gentilmente favori ma pretende a muso duro diritti. Diritto di essere un regione non mafiosa, il diritto di avere rappresentanti degni e non indagati per mafia, il diritto di vivere liberi e di esprimere tutto il nostro potenziale intellettuale ed economico senza il protettorato di Cosa Loro. Il nostro “Clean Sicily” ci avvicina molto al vostro “Clean Parliament”, ed è per questo che vi scrivo, perché se a livello nazionale un parlamento pulito è una priorità, a livello siciliano parliamo ormai di impellenza e immediatezza. Non so quanti anni di politici collusi e clientelismo spudorato possiamo ancora permetterci, ma se esiste un baratro profondo e dal quale non si può risalire, noi ci stiamo andando dentro ignari e sorridenti. La vostra organizzazione solida e la vostra reputazione, coniugata al nostro impegno e alla nostra determinazione credo possano servire a qualcosa e credo non debbano andare perduti. Dobbiamo parlare alla gente, spiegare loro che finchè si votano certi personaggi, a destra e a sinistra c’è l’imbarazzo della scelta, ogni lotta e ogni sacrificio in nome dell’antimafia sarà assorbito e neutralizzato da ambienti mafioso-politici pienamente legittimati dallo scudo “il popolo è il vero giudice”. Potremmo organizzare un grande incontro in Sicilia, una grande manifestazione senza bandiere e senza colori politici per chiedere solamente “pulizia nelle istituzioni”. Per ripetere fino allo spasmo che non esiste un “anticuffarismo”, ma soltanto un “anticollusione”, ed è Cuffaro che è finito sulla nostra strada, non il contrario. La gente si riconosce più nei movimenti che nei partiti, soprattutto in Sicilia dove pochi riescono ad eliminare i loro esponenti collusi. Vi chiedo di riunirvi e dirci cosa ne pensiate, al più presto. E’ un richiesta semplice che dobbiamo porre tutti i partiti e a tutte quelle istituzioni regionali che hanno questi “piccoli problemi”. La politica e la gestione della cosa pubblica, soprattutto in Sicilia, si deve fare in modo onesto e trasparente. Chi non riesce vada via, lontano dai palazzi “delle decisioni”.

Noi siamo pronti, voi cosa ne dite?

P.S. A tutti quelli che da me comprerebbero un'auto usata: consiglio di regalarsi e regalare "Storia del movimento antimafia", di Umberto Santino edito da Editori Riuniti. "La prima storia delle lotte contro la mafia. Dalla lotta di classe in Sicilia all'impegno della società civile in tutta Italia" Dovrebbe costare intorno a 19 euro. E' un gran libro.

martedì 19 dicembre 2006

Sulle mie motivazioni


Mi sembra giusto nei confronti di tutti coloro i quali leggono questo blog spiegare il mio pensiero e la mia idea di legalità. In Sicilia operano tante associazioni che lottano contro la mafia in modi diversi. C'è chi si occupa di coltivare le terre confiscate ai boss, chi lotta contro il racket delle estorsioni, chi lotta contro il traffico di droga, chi contro la prostituzione, chi contro la piccola criminalità collegata alla grande. E’ tutta gente che fa il suo lavoro in maniera eccellente e a cui va il merito del cambiamento in atto dagli anni 90 ai giorni nostri. E’ chiaro che tutte queste attività sono fondamentali per la lotta alla mafia, tutte e nessuna esclusa.

La mia personale lotta alla nasce da un concetto diverso e più "politico". Io credo che finchè la mafia sarà tutelata e rappresentata nelle istituzioni l’antimafia sarà una lotta contro l’infinito, contro l’eternamente rigenerabile. Credo che se non si tranciano definitivamente i legami tra la classe politica siciliana e Cosa Loro ogni vittoria dell’antimafia sarà una vittoria parziale alla quale Cosa Loro saprà prontamente rispondere in maniera dolce e burocratica. La mia idea di lotta alla mafia, conciliabile con tutte le altre è una lotta senza quartiere a tutti quei politici e a tutti quegli organi istituzionali che dalla mafia non sanno stare lontani. Capite che se i magistrati rischiano la vita per assicurare alla giustizia i vermi mafiosi e poi (secondo le indagini) il presidente della regione svela tutto agli indagati abbiamo già perso prima di iniziare e perderemo tutte le volte che riproveremo ad iniziare se i presupposti rimarranno gli stessi.

Il mio “giustizialismo” nasce da una pretesa senza compromessi di trasparenza e onestà che la classe politica siciliana deve assicurare e deve impegnarsi anche a dimostrare, non solo a mantenere. Ci sono tanti lavori che non richiedono tale onestà e tale trasparenza, e la Sicilia ne è piena. Se un politico non è in grado di fare il politico in modo “legale” può anche cambiare lavoro in modo tale da far bene anche se stesso. Negli ultimi anni si è troppo tollerata l’ambiguità di alcuni personaggi, sono passate inosservate alcune amicizie e alcune vicinanze ad ambienti dubbi. Si è riusciti a far passare per buono il concetto che siccome fai politica di alto livello puoi venire a contatto con chiunque. Questo è aberrante. A me fa paura. Se non sai distinguere tra gente per bene e mafiosi non fare politica. Io credo che la nostra esigenza primaria sia quella di pretendere uomini “più attenti”, che sappiano distinguere chi è malavitoso da chi non lo è. Sia la destra che la sinistra in questo momento non hanno la forza per rinunciare a queste vicinanze dubbie, forse perché sono bacini enormi di voti.

La mia pretesa è che nel momento in cui siano emersi fatti (non voci) riguardo ad un’esponente di questo o di quel partito che accertano anche solo un vicinanza consapevole con ambienti criminali, il partito politico o l’organo istituzionale competente debba quanto meno sospendere quel personaggio fino al completo accertamento della sua posizione.

Siamo ormai abituati ad accontentarci del leggermente meno peggio, ma in Sicilia non possiamo più permettercelo. E’ una pretesa che tutti dobbiamo avanzare, uomini e donne di destra e uomini e donne di sinistra.

Questi sono i fondamenti della mia lotta. Non ho l’arroganza di dire che è una lotta perfetta e vincente. Ma se ho aperto un blog è perché ho bisogno di sentire la gente, ho bisogno di ricevere critiche e consigli perché so che da solo non posso andare da nessun parte. Non ho bisogno di persone fisiche accanto, ma di tante idee.

giovedì 14 dicembre 2006

Domande scomode


Il cineforum su “La Mafia è Bianca” è andato molto bene. C'era tanta gente, e di questo ringrazio gli organizzatori, gli amici della “Mandria Rossa” (http://blog.libero.it/mandria ) che mi hanno dato questa possibilità. Alla fine alcuni di loro mi hanno posto qualche domanda che mi ha fatto riflettere e che vorrei analizzare su questo blog. Tutti iniziavano la domanda dicendo “Se mi posso permettere...” “Per quello che posso dire...” “Per quello che ho sentito dire...” quasi intimoriti di offendermi o di sembrare addirittura “razzisti”. Avevano paura di dire quello che pensavano dopo aver visto quel film e quasi cercavano da un siciliano approvazione delle loro parole. Questo mi ha molto colpito. La paura di esprimere giudizi e fare domande scomode su una terra che non appartiene loro. Li ho interrotti più volte chiedendo loro di formulare frasi senza filtro e di non contenere le loro idee. Sbaglia chi pensa che chi è al di fuori della Sicilia non abbia i mezzi o addirittura il diritto di chiedere spiegazioni. Il fatto che la mafia sia un problema siciliano è falso non perchè idealmente scorretto, ma perchè economicamente certo. La mafia è un problema dell'Italia intera. Siamo per un momento materiali e cinici. Il giro d'affari della mafia secondo l'Eurispes è di 13 miliardi di euro l'anno. E' mezza finanziaria 2007/08. Sono soldi che mancano nelle casse dell'Italia, non solo della Sicilia. Noi come isola siamo una delle cause di un dissesto nazionale e dobbiamo assumerci le nostre responsabilità e smetterla una volta e per tutte di nasconderci dietro un vittimismo storico. Tutti i siciliani devono capire che dalla loro connivenza, dal loro silenzio, dalla loro tolleranza trae forza un'organizzazione criminale che dimezza le nostre capacità come nazione, non solo come regione. E coloro che stanno fuori dalla Sicilia devono cominciare a pretendere che la Sicilia risolva il suo problema. Dobbiamo cominciare a pensare cosa noi provochiamo all'economia nazionale, e questo fino ad adesso mai nessuno lo ha posto come problema fondamentale dal quale far partire tutte le nostre analisi. 8.005 milioni di euro l'anno dal traffico di droga, 2.841 milioni da crimini legati ad imprese (appalti truccati, aziende pulite per il riciclaggio di denaro sporco ecc.), 1.549 milioni dal traffico di armi, 351 milioni dall'estorsione e dall'usura, 176 milioni dalla prostituzione. E' ora di porci qualche domanda o dobbiamo continuare ad essere spettatori consenzienti? Associazioni come Addio Pizzo stanno facendo storia. Ragazzi e commercianti che, tra altre mille cose, si uniscono e fanno un calendario con belle facce, pulite, oneste, che testimoniano che commerciare si può anche senza pagare pegno a Cosa Loro. Sembra un altro mondo, peccato che l'altro 80% dei negozi paghi a go go. Non condivido la paura e non la tollero, perdonatemi. Un movimento culturale bisogna si basi anche sui nostri doveri come siciliani nei confronti della nostra nazione. Riuscite a immaginare a che livelli sarebbe la Sicilia senza la zavorra mafiosa? Un pizzico di auto-cattiveria, di provocazione che ci smuova dal torpore in cui viviamo beati. Guardo alla mia Sicilia e so che può stare da sola sulle sue gambe, senza aiuti. Si sa che a volte noi siciliani vogliamo essere spronati, e questo non è stereotipico, è vero. Questo compito spetta ad altri, spetta a chi deve cominciare ad avanzare delle richieste e dei chiarimenti. Essere compatiti ci ha portato a questo punto, e questo punto è una regione radicalmente pervasa da intrecci mafiosi e incapace di liberarsene. E allora lasciamo perdere il buonismo e cominciamo a pretendere. Le altre regioni pretendano. I siciliani con le palle pretendano.

domenica 10 dicembre 2006

Lasciaci in Pacs


L'omofobia in Italia è più forte del Cristianesimo. Gli omosessuali sono dei malati che vanno curati, magari anche con l'elettroshock, ma non possono vivere assieme a noi eterosessuali. E' contro natura, anzi, loro sono contro natura. Deviati! Bene hanno fatto al mega corteo della CDLMENOUDC a Roma a scandire slogan contro Grillini e Luxuria. "Prodi boia, Luxuria è la tua troia". Loro sono la Casa della Libertà, con qualche ospite fascista. Mussolini e la libertà da sempre camminano l'una di fianco all'altro... minacciata da una pistola alla schiena. Dicevo che questi omosessuali deviati dovrebbero sparire dalla nostra bella Italia senza vizi e peccati. In questi giorni invece, quella comunista e no-global e anti-cristiana della ministra Pollastrini ha dichiarato che sta preparando un disegno di legge per i patti di solidarietà sociale (PACS) che sarà pronto a Gennaio. Dalla chiesa si è scatenato l'inferno. Facciamo che dalla chiesa si è scatenato il putiferio. Il papa tedesco, dopo essere rinvenuto e aver detto a Ruini "ma sei Bin Laden?" ha tuonato:"La famiglia eterosessuale, fondata sul matrimonio, diventa inesorabilmente un fenomeno relativo: uno dei diversi fenomeni sociali, una delle diverse forme di accoppiamento". Parole sante.
Ratzinger , o chi per lui, è furbo. L'importanza delle parole suggestive è subdola quanto una menzogna. "La famiglia eterosessuale" alludendo anche alla procreazione, a genitori gay che danno al mondo figli che cresceranno deviati. Purtroppo i pacs non parlano di adozioni. Anche la maggior parte degli omosessuali è contraria a questo, caro Joseph, e gli allarmi bisogna lanciarli con cognizione di causa perchè sappiamo quanto per molti italiani siano importanti le parole della chiesa, o si vuole alimentare il focolaio dell'odio omofobo e scatenare dei bei conflitti sociali?
Forse molti non lo sanno, ma con l'attuale sistema legislativo, due omosessuali che vivono assieme tutta la vita, comprano una casa, un'auto, investono dei soldi, se uno dei due muore, all'altro non rimane il becco di un centesimo. Non gli è riconosciuto niente, nè la pensione di reversibilità nè i beni accumulati nè i beni acquistati intestati al partner. Qui non si tratta di matrimoni gay o di adozioni aberranti. Si tratta di giustizia sociale, ed è necessaria una legge che tuteli anche le coppie omosessuali perchè in un paese laico devono essere tutelati anche quei tipi di unione diverse dall'unione biblica eterosessuale.
Per l'Osservatore Romano, al quale sono abbonato da 23 anni, "il passo verso la completa equiparazioni dei diritti tra coppie di fatto e coppie sposate è brevissimo". Si chiama giusitizia ed eguaglianza che tanto nominano e che tanto ingnorano. Tutti gli uomini e le donne devono avere pari diritti. Si tratta di richieste accettabilissime, che nulla tolgono alla Sacra Famiglia Unita Cattolica e che danno la possibilità ad una coppia omosessuale di costruirsi un'esistenza e di tutelarsi per il futuro senza sperare di essere i primi a morire per non rimanere in mezzoaduna strada. E la cosa stupenda è che in caso di morte appunto, gli eredi diretti sono i parenti di colui il quale era intestatario dei beni, parenti che magari lo avevano rinnegato o con i quali non aveva più rapporti cordiali. Questa si può chiamare giustizia? Privare queste coppie di diritti fondamentali è bigotto e ingiusto. Provate a pensare se gli stessi diritti fossero negati ad una coppia etero di conviventi. A pari condizioni di nucleo familiare, qual è la differenza? Due persone, senza figli, che si vogliono bene e vogliono vivere una vita comune. Se non aggiungessi la parola omosessuali nessuno farebbe una piega.
Poi è ora di smetterla di tremare quando il papa apre bocca. E' un rappresentante di una fede, può e deve esprimere le sue opinioni, ma deve lasciare libero uno stato laico di tutelare i diritti di tutti e non solo di quelli che secondo il suo libro lo meritano.
Se questo disegno di legge diventerà una legge l'Italia farà non uno ma dieci passi in avanti, perchè quando si ragione per tradizione o ancor peggio per credenza religiosa (a volte le due cose si confondono) si fanno solo gran danni. Questo governo deve avere il coraggio di osare. Prodi, ateo-comunista alle sollecitazioni dei giornalisti sulle parole della chiesa, ha dichiarato: "Tutto quello che c'era da dire è stato detto". Quasi non lo riconosco, speriamo non cambi idea dopo che Ruini lo sculaccerà. Messaggio per gli integralisti cattolici che odiano gli omosessuali e che di solito amano l'America e Bush: il cattolicissimo Cheney, vicepresidente degli Stati Uniti d'America è al settimo cielo per la gravidanza di sua figlia. La sua nipotina nascerà in primavera. Il padre della bambina è una donna. Cooooooosaaaaaaaaaa??? Putroppo si, anche lei lesbica. Non c'è più mondo.

venerdì 8 dicembre 2006

Presentazione di un uomo


Martedì ci sarà un cineforum qui a Padova e sarà proiettata "La mafia è bianca". Mi hanno chiesto di presentarlo e di presentare a coloro che ancora non lo conoscono Totò Cuffaro, presidente della regione Sicilia e, per quanto mi riguarda, prima persona da rimuovere se si vuole combattere la mafia. Il mio è un punto di vista e può essere sbagliato. Ho già ribadito molte volte come la penso. E' inutile fare e pensare qualunque cosa finchè la mafia è rappresentata nelle istituzioni e quando, ancor peggio le rappresenta. Mi hanno chiesto di commentare la condanna di Mimmo Miceli, ex assessore al comune di Palermo e indicato dai Pm Paci e Di Matteo come collegamento tra Cuffaro e il boss Guttadauro, a 8 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Cosa c'è da commentare? Rimango fedele al concetto che la condanna, in questi casi, rappresenta qualcosa di accessorio in un processo. Certo, è giusto che se si arriva a provare la colpevolezza inconfutabile di un uomo, quello paghi. Non è giusto è obbligatorio. Ma già dai fatti emersi sul conto di Mimmo Miceli, la mia sentenza era già stata emessa: se in piena preparazione delle liste per le elezioni un probabile poi futuro candidato sta nel salotto di un boss la cui mafiosità è acclarata c'è qualcosa che non va. Se Miceli da la disponibilità al boss Guttadauro di fare da tramite tra lui e il presidente Cuffaro ed egli acconsente c'è qualcosa che non va. Questa è gente pericolosa amici miei, questa è gente che non deve avere cittadinanza in Sicilia. Sia chiaro per chi fa finta di nulla che la condanna di Miceli pesa come un macigno sul processo parallelo a Cuffaro. Ma torniamo al cineforum. Quando mi hanno chiesto di presentare Cuffaro ho pensato di preparare un piccolo audiovisivo che ricostruisse in maniera chiara e concisa chi è Totò Vasa Vasa e perchè secondo me è un male per la Sicilia. Ne è venuto fuori un breve lavoro di 7 minuti che definirei "esplicito". L'ho subito caricato su Google Video e questo è il link: Chi è Cuffaro Salvatore detto Totò? I testi sono tratti da Wikipedia, le immagini da "La mafia è bianca" e dalla puntata di "Anno Zero" e la musica è dei Gotan Project.

martedì 5 dicembre 2006

La mafia è di destra? Chiedetelo a lui


Lo stereotipo che la mafia sta a destra è molto diffuso, e ad onor del vero sempre più confermato. Quasi tutti i politici indagati o candannati per reati che hanno a che fare con la criminalità organizzata appartengono a quei partiti che oggi si collocano nella CDL. E' un fatto e non intendo smentirlo, sminuirei il lavoro dell'UDC siciliana. Ma è altrettanto vero che grazie a questo stereotipo se n'è creato un altro, forse più subdolo, quello secondo il quale la mafia di certo non sta a sinistra. La sinistra antimafia, la sinistra per la legalità, la sinistra per la giustizia. E vedi Claudio Fava, Nando Dalla Chiesa, Francesco Forgione e dici: beh è vero.
Piccola parentesi: gli unici due partiti della coalizione che attualmente governa che hanno escluso dalle loro liste condannati e indagati sono stati L'Italia dei Valori e i Comunisti Italiani. Siamo in una botte di ferro. Dicevo che si vive bene nello stereotipo, senza la necessità di dimostrare niente a nessuno. Allora credo sia venuta l'ora di scoprire qualche altarino troppo ben celato, che contrasta con l'immagine di trasparenza e di rigore morale che in questo caso i Democratici di Sinistra da sempre sbandierano come prerogativa di ogni aspetto e di ogni azione del loro partito. Borsellino diceva nell'89 che un partito politico oltre ad essere onesto deve anche sforzarsi di dare un'immagine e un'apparenza non fraintendibile di questa onestà. Ma come al solito la logica dei voti che ha portato l'UDC ad essere praticamente obbligata a ricandidare Cuffaro per non perdere il suo enorme bacino di elettori, ha portato i DS ad inserire nelle loro liste un personaggio che già dalla faccia fa più paura di Bernardo Provenzano. Un indagato davvero particolare: Vladimiro Crisafulli, detto Mirello. Tale Mirello è di sinistra ma alla fine si trova sempre a destra; è sempre circondato da uomini di destra, alla Camera spesso sbaglia ala e quando lo chiamano Totò risponde "che c'è?" (suvvia.. scherzo!), nelle pause dei lavori parlamentari parla sempre con deputati dell'opposizone e si lascia andare a commenti spinti e ambigui, come quello sulla prestazione di Cuffaro ad "Anno Zero" : "Bravo Totò, bravo Totò sei stato grande!".
Non è uno con le idee poco chiare, ce le ha troppo chiare, è quello il problema. I Democratici di Sinistra non hanno avuto il coraggio e la forza di negargli la candidatura (chissà cosa direbbe Berlinguer della questione morale) e adesso tale Mirello siede alla Camera e rappresenta me e tutti quelli che hanno dato la propria fiducia al governo Prodi. Mi sento un pò in colpa. Ma voglio raccontarvi la storia di questo campione di voti, di questo uomo che tutto sembra tranne che uno di sinistra. Accanto a lui Schifani sembra un no-global.

Da http://www.diario.it/home_diario.php?page=cn04042302

[Vladimiro Crisafulli, detto Mirello. Dirigente storico del Pci di Enna, vicepresidente dell’Assemblea siciliana, Mirello è uno di cui Emanuele Macaluso ha detto: «Viene da una zona in cui il partito esiste solo in quanto esiste una persona». Crisafulli, ecumenico, si vanta di «parlare con tutti». Così il 19 novembre 2001 ha parlato con Raffaele Bevilacqua, avvocato, ma anche boss mafioso, uno che, secondo i magistrati, «ha assunto un ruolo di vertice in Cosa nostra nella provincia di Enna». Lo ha incontrato in una saletta riservata dell’hotel Garden di Pergusa: per colmo della sfortuna, in quella saletta era stata impiantata una telecamera nascosta, messa lì per beccare i responsabili di una tentata estorsione. Invece degli uomini del racket, la videocassetta ha registrato, implacabile, l’imprevisto colloquio tra il politico e il boss. «Ti sto facendo una posizione, curnutu ca si», diceva Mirello. E giù a trattare di tagliaboschi da assumere, di un’azienda da inserire nel consorzio Conscoop, di una gara da 60 milioni di euro da bandire, dell’impresa del figlio del boss da favorire.
Dopo le indagini, ora il pubblico ministero ha chiesto di archiviare le accuse: «Crisafulli appare disponibile», scrive il magistrato di Caltanissetta, «a esplorare con Bevilacqua l’area delle ipotesi strettamente politiche nel territorio e, in parte, ad addentrarsi nell’area grigia dell’affarismo politico-elettorale». Ma «non risulta che le richieste di Bevilacqua siano state esaudite». Dunque, si chiuda la vicenda.
Mirello, che si era autosospeso dal partito (ma non dalle auto blu dell’assemblea siciliana) ora torna in pista, sventolando la richiesta d’archiviazione come una medaglia al valore: avete visto? è tutto a posto. Con il Foglio, nel luglio 2003, era riuscito anche a vantarsi della sua maniera di fare politica: «Con chiunque me lo chieda parlo anche di appalti, certo, non sono mica la farina del diavolo, sono materia della politica e dell’amministrazione, e io qui sono un convogliatore di finanziamenti, uno che vuole muovere le cose». Del resto, «Totò Cuffaro è esattamente nella mia situazione». Come dargli torto? Mentre sta per uscire (salvo decisione diversa che potrà essere presa dal giudice delle indagini preliminari) dall’inchiesta di Caltanissetta per i rapporti pericolosi con il boss Bevilacqua, Mirello Crisafulli entra però in un’indagine di Messina sullo smaltimento rifiuti. La storia coinvolge due ex funzionari del Pci grandi amici di Mirello, Franco e
Liborio Gulino, che partiti da una piccola cooperativa rossa di Enna sono diventati in pochi anni gli imprenditori più ricchi della zona, ras degli appalti per i rifiuti in Sicilia e presenti anche in continente (Piacenza) e all’estero (Cile). Ma la politica siciliana procede serenamente, senza «giustizialismi» e inutili furori antimafia.]

Questi fatti devono portare ad un attento esame di coscienza collettivo. Il nostro lavoro deve essere prima di tutto cacciare questa gente dalle istituzioni. Come facciamo ad eliminare la mafia e ad inculcare i valori dell'antimafia e della legalità alle nuove generazioni se poi noi "adulti" mandiamo a rappresentarci questa gente. Come al solito ci si rifugia dietro alla sentenza. Forse assolto, certo, ma dei fatti che sono emersi, cosa ce ne facciamo? Tutti amici come prima? Paolo, Giovanni, mancate troppo alla Sicilia!

sabato 2 dicembre 2006

Ultima parte della storia


[...]Tutte le sue dichiarazioni rese alla giustizia, dopo pochi giorni arrivavano alle orecchie di coloro i quali lo avrebbero ucciso; infatti nel 93 nel corso dell’ operazione antimafia “Avana 2” vengono arrestati un impiegato della Cancelleria di Sciacca e gli agenti di scorta del magistrato cui mio nonno si rivolgeva. Purtroppo mio nonno era già stato ucciso. Il 17 dicembre 92 esce di casa per comprare le sigarette, chiede a mio cugino, piccolo figlio di Paolo, di accompagnarlo, ma quel giorno per pura fortuna mio cugino non ha voglia di uscire. Parcheggia la sua macchina di fronte al tabacchino, compra le sigarette e risale in auto. Mentre sta per fare retromarcia vede dallo specchietto una moto di grossa cilindrata, una enduro, allora si ferma e la lascia passare. La piazza è piena di gente. Gente al bar, gente che passeggia, gente che guarda, gente che ride. I due in moto lo affiancano e scaricano su di lui un caricatore di mitraglietta. La pallina aveva terminato la sua corsa su di un piano che ormai era diventato verticale. Mio nonno sapeva tutto, sapeva chi aveva ucciso mio zio, conosceva mandanti ed esecutori. Poteva prendere una pistola e farsi giustizia da solo. Poteva fregarsene di quella giustizia che lo aveva abbandonato e fare una pazzia. Non lo fece, e la fine è nota a tutti. Mia madre ebbe a dire: “ si potevano toccare i proiettili sotto la pelle, sulla spalla” e lì forse mi feci un’idea reale, materiale di ciò che era successo. Faccio mie a questo punto le tre domande che mio zio affidò ad un foglio che non aveva un destinatario preciso e che spero lo trovi adesso:

1) Mio zio Paolo è stato ucciso. Mio nonno ha fatto nomi e cognomi, ha descritto fedelmente fatti e circostanze fornendo indizi ben precisi; perchè non è successo niente? Perchè la magistratura non è intervenuta tempestivamente?

2) Se quello che ha detto era tutto falso, perchè allora lo hanno ucciso? Alla luce della morte di mio nonno, le sue dichiarazioni non sono mandati di cattura?

3) Di chi è la responsabilità della sua morte?

Queste sono domande alle quali si deve dare una risposta, perchè non si può accettare che un uomo si fidi della giustizia, e che quest’ultima, di fatto, lo consegni, pur senza intenzionalità, nelle mani dei suoi killer. La mia famiglia a quell’epoca chiese giustizia, “giustizia subito, non quando questa sembrerà vuota e inutile”. Da quei mesi terribili sono passati quattordici anni, che a me sembrano tantissimi. Poi guardo mia madre, mia nonna e mio zio e capisco che per loro è passato poco più di un attimo. Mentre li guardo penso a quanto poco si sia fatto per evitare che la vita di un’intera famiglia venisse resa un inferno, quasi un’attesa faticosa e quotidiana della pace eterna. E guardo a quel paese, Lucca, che dalle finestre delle case vide prima mio zio già morto depositato su una macchina e teatralmente colpito, e poi mio nonno giustiziato in perfetto stile mafioso in piazza, in pieno giorno. Guardo a quelle persone che con il loro silenzio hanno forse salvato la loro vita, ma che hanno condannato noi ad odiare quel paese, ad odiare quella gente e quell’omertà che uccide più dei pallettoni che noi, e non gli inquirenti, trovammo nell’auto. Se vieni ucciso per mafia in Sicilia rischi di essere ucciso due volte: la prima dai proiettili, la seconda dall’indifferenza.

Poi guardo a quella giustizia così appannata, così provinciale, così pressapochista a cui mio nonno si affidò in quell’epoca per dare un senso a quella vita che gli rimaneva, per potere continuare a vivere sapendo di aver fatto di tutto perchè coloro che gli avevano ucciso suo figlio pagassero. Forse fu un terribile sbaglio affidarsi ad un sistema giudiziario frammentario, che di li a poco, nelle tristi occasioni delle stragi di Capaci e Via d’Amelio mostrò tutte le spaccature e le contraddizioni che vi erano al suo interno. O forse era la cosa giusta da fare, dare tutto e subito prima che i killer tornassero a finire il lavoro, e lasciare nelle mani dei giudici quanto più materiale possibile per fare giustizia e per dare una svolta a quella Sicilia sonnecchiante sotto quel sole che ti spinge a socchiudere gli occhi quando è “giusto” che tu non veda. Quattordici anni sono passati, e la mia famiglia ancora aspetta. Per Paolo ancora non ci sono colpevoli, non ci sono processi e non ci sono imputati. Per mio nonno un killer è in carcere. Può questo bastare a placare il dolore e la rabbia per tutto quello che è successo? Ci si aspetterebbe da noi forse una condanna della giustizia e dei suoi uomini, senza distinzioni, forse sarebbe comprensibile, forse legittima. Ma nonostante tutto, noi come famiglia, da “buoni stupidi idealisti”, non riusciamo ancora a rinnegare quella giustizia che ci ha abbandonati. Non riusciamo a dire che la giustizia non esiste, non siamo mai riusciti anche solamente a pensare di affidarci ad un altro tipo di giustizia. Anzi, paradossalmente questa storia è un appello, un urlo a fare della giustizia e della legalità i pilastri portanti da cui ricostruire una Sicilia in ginocchio. Voglio dire e sottolineare, e a questo tengo più di tutto, che non ci sentiamo affatto sconfitti dalla mafia, che ci sentiamo orgogliosi di aver avuto dei parenti che hanno avuto il coraggio di dire no ad un sistema condiviso e quotidiano che schiaccia i siciliani e li fa sentire paradossalmente protetti, senza spazio e senza aria, ma protetti. Mio zio e mio nonno non sono più accanto a noi, è vero, ma quello che hanno fatto è per noi un percorso di fiume ben segnato, dal quale non si può straripare, dal quale non si può anche solo casualmente deviare: è la via della legalità e dell’antimafia, della lotta a quel cancro che sta corrodendo la Sicilia da anni e che non accenna a mollare la presa, è il rifiuto del puzzo del compromesso mafioso, è la voglia di respirare il profumo di quella primavera nuova che verrà. La mafia non è stata sconfitta, come qualcuno allegramente proclamava. E stando alle indagini è presente ai vertici delle istituzioni regionali. E’ questo che fa più male a chi come noi ha vissuto già una volta sulla propria pelle il significato di “mafia”. Ci fa male vedere un presidente della regione indagato per favoreggiamento alla mafia, fa male vedere i suoi assessori indagati per concorso esterno in associazione mafiosa, e fa male quando lo stesso presidente dice che “la mafia fa schifo”. Noi, come familiari di vittime innocenti di mafia, chiediamo che queste cose si lascino dire a chi può permetterselo, a chi ha l’onore e la reputazione per farlo; chi se ne è appropriato, francamente, stando alle indagini, è sempre più inadatto a farsi padre di questi proclami.

La strada è ancora lunga, e forse ci siamo mossi poco dal 92. Ma i nuovi che ci sono e quelli che verranno libereranno la Sicilia nel segno di quegli eroi antimafia che formano il più grande patrimonio che la nostra regione può offrire al mondo. Cominciamo a fare tutti qualcosa.

venerdì 1 dicembre 2006

Tratto da "Senza storia" di A.Bugea ed E. Di Bella


Oggi è uscito "Senza storia", il libro di Alfonso Bugea ed Elio Di Bella di cui avevo parlato in un post precedente. Da oggi pubblicherò a puntate la storia della mia famiglia che è contenuta nel libro. E' abbastanza lunga, quindi la dividerò in cinque post. Per quanto mi riguarda potete copiarla e diffonderla come volete, dal libro naturalmente non guadegnerò un centesimo.

Giuseppe e Paolo Borsellino

Io ricordo poco della mafia che ho conosciuto. Per fortuna forse. Ero molto piccolo quando mio zio e mio nonno vennero uccisi. Dell’omicidio di mio zio Paolo, infatti, non ricordo praticamente nulla. Però, dopo solo otto mesi, uccisero mio nonno, e allora fu come svegliarsi di colpo, fu come perdere un’innocenza e una verginità intellettuale incapaci di comprendere tanta spietatezza. Da lì cominciai a ricordare ed ad accumulare immagini, sguardi e silenzi che mi diedero una chiara consapevolezza di cosa fosse realmente la mafia. Un episodio in particolare mi è rimasto bene impresso e che, in una sorta di lucida schizofrenia, ho di fronte quotidianamente; fu la prima volta che ebbi a che fare con quella “cosa nostra” che a sette anni vedevo rappresentata nei disegni come una piovra, con tentacoli ovunque, ma che vedevo saldamente relegata nella carta, nei libri, lontano da me: ero nella sala d’aspetto di un pediatra, ed ero seduto sulla sedia, accanto mia madre, e ricordo che muovevo i piedi, che ancora non toccavano terra, avanti e indietro, come fanno splendidamente i bambini spensierati. Aspettavamo il nostro turno per una visita di routine. Poi sentii il rumore della jeep di mio padre, e vidi lui scendere lo scivolo che portava alla sala d’aspetto con gli occhi gonfi. Mia madre non ebbe bisogno di una parola. Fu lei ad urlare solo “mio padre”. Quella fu la conclusione di un conto rimasto aperto dopo l’omicidio di mio zio Paolo, fratello di mia madre, avvenuto otto mesi prima. In quel momento capii anche che cosa nostra non lasciava mai capitoli aperti. Non ricordavo però quando quel conto era stato aperto, quando Paolo e Giuseppe Borsellino osarono dire no a quella organizzazione criminale che riduce i siciliani in tanti piccoli schiavi di un padre-padrone eternamente senza nome. Ma andiamo con ordine. Negli anni, dei due omicidi in casa quando c’ero io se ne parlò raramente. Il discorso da mia madre non fu mai affrontato direttamente. Ma vedevo quotidianamente i segni che quei lutti provocarono su di lei e su tutta la famiglia. Neanche mio zio me ne parlò mai. In seguito venni a sapere che in quegli anni, mentre io ancora giocavo e disegnavo, loro avevano portato avanti la battaglia che aveva iniziato mio nonno Giuseppe la notte stessa dell’omicidio di mio zio Paolo. Nei loro silenzi protettivi, loro lottavano, andavano alle manifestazioni in giro per la Sicilia, a Rosso e Nero di Michele Santoro, da Tano Grasso, mio zio scriveva all’ On. Violante (che non gli rispose mai). Leggendo requisitorie, fascicoli dell’inchiesta e articoli di giornale ho potuto avere chiara una storia che per tanto tempo è stata giustamente vissuta come tabù in famiglia nei miei confronti, e sulla quale, senza dubbio, le inchieste giudiziarie non hanno fatto abbastanza luce, luce che avrebbe potuto dare una minima speranza di fiducia nella giustizia ma che di fatto ci lascia ancora oggi con l’amaro sapore della doppia beffa in bocca. Credo fermamente che questa sia prima di tutto una storia di martiri di mafia, e come tale vada raccontata, perchè emergano alla fine, sì la speranza e la voglia di giustizia come risarcimento morale per me e per la mia famiglia, ma anche le responsabilità di chi non ha protetto la scelta coraggiosa dei miei parenti di affidarsi alla giustizia quando avrebbero potuto cercare altre vie “non ufficiali”. Mi avvarrò nella mia ricostruzione di una lucidissima analisi fatta da mio zio Pasquale, fratello di Paolo e di mia madre Antonella, oggi sposato, con una splendida famiglia e una affermata carriera da psicologo in Veneto.

Per iniziare mi viene in mente il titolo di un articolo apparso tempo fa su Diario “Borsellino? Erano in tre”. Non erano giudici, non avevano deciso di sacrificare la vita per la lotta alla mafia, come aveva fatto il più illustre Paolo. Erano persone normalissime, che lottavano per mantenere una famiglia. Nient’altro. Ma sono diventati eroi quando nella loro normalità e nel loro rifiuto del compromesso hanno saputo dire no ad una logica mafiosa che oggi più che mai si scopre attuale, e che spero possa essere sconfitta dalle nuove generazioni, compresa la mia, che hanno e avranno la fortuna di poter guardare indietro e avere esempi di vita, come Falcone, Borsellino, Impastato, e tanti altri. Tra questi altri, a parer mio, ci sono anche mio nonno e mio zio.

Mio nonno, Giuseppe Borsellino, nasce a Lucca Sicula nel 1936 , in una di quelle famiglie siciliane nelle quali appena nato devi subito fare del tuo per portare il pane a casa perchè la fame è tanta. Si sposa giovanissimo con mia nonna Lilla e comincia una lunga sequela di lavori andati più o meno bene che lo portano condurre camion e a fare il trasportatore. Qui la sua vita si intreccia a doppio filo con quella di suo figlio, mio zio Paolo, nato nel 1961 e orientato da sempre verso quel tipo di lavoro “duro”, tutto polvere, camion e cemento che ora era diventato anche quello di suo padre. I due cominciano a dedicarsi completamente a ciò che riguarda il movimento terra e il trasporto di inerti, e con un budget poco al di sopra dello zero iniziano questa attività di cui avrebbero condiviso l’inizio e purtroppo anche la fine. Comprano un piccolo impianto usato per la produzione di calcestruzzo per 39 milioni di lire, rigorosamente rateizzato. Non ci sono soldi neanche per installarlo. I miei parenti non avevano boss che finanziassero per loro, se li avessero avuti probabilmente avrebbero aperto una bella clinica privata a Bagheria, avrebbero amici “importanti” in Regione e soprattutto sarebbero vivi. Ma mio zio e mio nonno erano un altro genere di persone, un altra “razza”. Erano fondamentalmente persone oneste. Umili, in difficoltà finanziarie, a tratti disperate, ma oneste. Siamo alla metà degli anni ottanta, e piano piano l’impresa avvia la sua produzione, fornendo materiali prevalentemente ai privati, visto che, stranamente, a contendersi i lavori pubblici della zona di Lucca sono sempre le stesse tre imprese, due di Agrigento e una di Giuliana, come se esistesse un “patto” tra amministrazione e imprese per la spartizione dei lavori. Ma questo non interessa me e non interessava mio zio e mio nonno che lentamente stavano avviando la loro impresa con grandissimi sacrifici. Ma come le regole implicite della sicilianità più ortodossa insegnano, prima di fare qualcosa sul territorio devi chiedere il permesso, devi essere autorizzato da un ente parastatale a cui ogni tanto devi cedere parte del ricavo se vuoi continuare ad essere “protetto”: il “Ministero dei lavori pubblici di Cosa Nostra”. Non chiedere il permesso ed essere un’alternativa alle imprese “protette” evidentemente non piacque ai vertici e forse fu il primo passo falso. La neonata impresa di calcestruzzi: contava quattro operai, disponeva di un capitale minimo e di certo non ambiva a conquistare nessuna posizione dominante nel panorama imprenditoriale della zona; anzi, furono proprio la situazione economica critica, la scarsità di lavoro filtrata dalle tre imprese preminenti ad essere un segnale per coloro i quali avevano capito da tempo che quella azienda momentaneamente in difficoltà, in quella posizione strategica doveva essere rilevata, e doveva esserlo a qualunque costo. Infatti le offerte non tardarono ad arrivare, e questo, si può dire, fu realmente l’inizio della fine. La prima offerta, 150 milioni, ricevette come risposta da parte di mio zio Paolo una frase beffarda e tagliente: “Con quei soldi non vi vendo nemmeno i pneumatici delle betoniere”. Dopo qualche mese, e dopo evidentemente un’attenta valutazione da parte della cosca di Lucca, giunge ai miei parenti una nuova offerta apparentemente più appetibile: 150 milioni di lire per il 50% dell’impresa da parte di Calogero Sala, imprenditore di Burgio. Non si poteva più rifiutare perchè ormai la situazione economica era al collasso, e padre e figlio, di comune accordo decidono di vendere. I nuovi soci dell’impresa si chiamano Sala Calogero, Davilla Mario, Galifi Pietro, Polizzi Paolo. Concretizzato l’acquisto, il gruppo comincia ad investire subito in mezzi e beni per l’impresa, in modo tale da aumentare il capitale sociale e costringere i miei parenti a cedere ulteriori quote, fino a metterli fuori gioco: questo sembrava il tentativo fin dall’inizio, quello di liberarsi dei Borsellino il prima possibile e in qualunque modo. I rapporti, come prevedibile, si deteriorano da subito. Gli alberi dei nostri terreni cominciarono ad essere tagliati, i camion ad essere incendiati, e le minacce si moltiplicavano ogni giorno. Le pressioni per abbandonare l’impresa non erano più tanto implicite, e più volte, anche davanti ad altre persone, mio zio e mio nonno furono minacciati dagli altri soci. Ma la morte è lontana dai pensieri della nostra famiglia. Non potevano arrivare ad uccidere un uomo per un’impresa, al massimo avrebbero provato a spaventarlo. E’ stata questa forse la nostra più grande ingenuità, pensare che se eri onesto non dovevi temere, anche perchè avevi la giustizia accanto. E fu questo punto che ebbe inizio un breve piano inclinato, sul quale il primo a rotolare fu mio zio Paolo, che trovò la morte ad aspettarlo alla fine della sua discesa il 21 Aprile del 1992. Viene ritrovato con i piedi fuori dal finestrino, nella sua Panda parcheggiata in uno dei depositi dell’impresa, come se fosse stato ucciso lì. E’ un bluff. Nonostante il pressapochismo delle indagini si può intuire che mio zio sia stato ucciso in un altro luogo, poi portato in quel posto e nuovamente colpito per completare la messa in scena. Mio zio è morto molto lontano da lì, ma questo evidentemente non era importante per il proseguo delle indagini. Quel giorno tornava da Alcamo, con un suo amico e compagno di lavoro da sempre: Giuseppe Maurello. Erano andati a ritirare un pezzo di ricambio per il camion, ma la strada del ritorno si è interrotta prima di arrivare a Lucca. Forse quell’amico che era con lui sapeva fin dall’inizio che mio zio non sarebbe più tornato, forse lungo il tragitto era prevista una tappa che mio zio non conosceva, e che forse conosceva Maurello. Ciò che è certo è che quella fu la sua ultima tappa. Dopo pochi giorni riconsegnarono alla mia famiglia l’auto nella quale fu ritrovato mio zio: c’erano ancora i pallettoni del fucile sotto il sedile, sembrava quasi che non fosse stata neanche esaminata, era come se i rilievi sul posto del ritrovamento e sull’auto fossero stati volutamente fatti superficialmente. Ciò mi porta alla mente le indagini preliminari svolte dopo l’omicidio di Peppino Impastato, ma questa è un’atra storia. Sembra, a nostro parere, che non ci sia mai stata la voglia e la forza di trovare i colpevoli, che non ci siano state indagini svolte seriamente e in maniera ponderata fin dall’inizio, e che non ci sia stata infine una minima apparenza di interesse da parte degli inquirenti ad andare avanti. Mio zio Paolo fu ucciso perchè rappresentava l’ultimo baluardo alla conquista dell’impresa e di tutto ciò che ne sarebbe conseguito: nella zona dovevano realizzarsi le canalizzazioni di tre fiumi. Era la prima vera occasione per i neo-soci di entrare nei giri importanti dei lavori pubblici che contavano. E mio zio era l’ultimo problema. Tolto di mezzo Paolo, mio nonno si sarebbe zittito e avrebbe ceduto la propria quota e allora gli affari sarebbero potuti decollare. Mio nonno Giuseppe non era un eroe, e non sarebbe mai voluto diventarlo, proprio come tutti i veri eroi. La sera stessa dell’omicidio, quando i miei genitori ancora dovevano raggiungere Lucca, lui era già in caserma per iniziare a collaborare con la giustizia, con la dott.sa Plazzi, perchè sapeva tante cose che se fossero davvero state ascoltate e prese in considerazione, almeno mio nonno sarebbe stato salvato, e qualcun altro sarebbe in galera. Ma, come scrive mio zio Pasquale, “quando in Sicilia uccidono qualcuno si pensa che abbia fatto comunque qualcosa di cattivo, che se la sia cercata la morte”, e questo pensiero sembra aver dato una direzione quantomeno superficiale per non dire criminale alle indagini. Mio nonno si reca in caserma e parla, parla e parla fin quando non ha più nulla da dire, descrive minuziosamente tutte le circostanze, dalle offerte per la cessione dell’impresa, fino alle minacce e ai pedinamenti. Ma mentre lui parla forse non tutto viene ascoltato e scritto. Parla di cosche, delle implicazioni politiche nei malaffari, delle infiltrazioni mafiose della zona nelle istituzioni, e quello che girava intorno agli appalti e soprattutto quello che riguardava il settore del calcestruzzo.. Dice, forse, troppe cose anche per un giudice. Certe cose, si sa, è meglio lasciarle sotto il tappeto, pulire si, ma solo fino ad un certo punto. Lasciamo nell’ombra ciò che nell’ombra deve restare. Chiaramente dopo poco tempo, per un’accidentale fuga di notizie la sua collaborazione è già di dominio pubblico. Anche per lui il piano comincia ad inclinarsi, ma nessuno ci crede, non possono uccidere anche lui. Negli otto mesi trascorsi fino al giorno del suo omicidio mio nonno quasi quotidianamente si trova a parlare con gli inquirenti, non lascia nulla di intentato, chiama la commissione antimafia, si mette in contatto con il Centro Studi Impastato, cerca magistrati, capitani dei carabinieri, associazioni, non si ferma un solo minuto fino a quando il pomeriggio del 17 dicembre del 92 lo fermano altri. Parla anche con Umberto Santino. Egli mi racconta in questi giorni di quella chiamata, mi dice che la ricorda con emozione, e che avevano fissato un appuntamento a Lucca: “purtroppo gli assassini arrivarono prima”. Giorno dopo giorno sente sempre di più la solitudine, non solo da parte di un paese che lo ha completamente lasciato da solo, per paura o per vigliaccheria, ma anche da parte di una magistratura che non lo protegge, che lo lascia circondare dagli sciacalli che di li a poco lo raggiungeranno. “Prendeteli o quelli mi ammazzano” implora gli inquirenti. Fa nomi e cognomi, ricostruisce circostanze, ma nessuno viene arrestato. “Sono un morto che cammina” ebbe modo di sentire mia madre dalla sua bocca. Ormai si era rassegnato: barba lunga, vestiti neri, sprofondato in una vecchia poltrona aspettava quella fine che forse solo lui aveva intuito e alla quale forse andava incontro per porre fine ad un dolore che dall’interno, forse lo avrebbe portato via comunque. La morte di mio nonno fu come nel romanzo di Gabriel Garcia Màrquez la “Storia di una morte annunciata”: le istituzioni quando non sono nutrite dalla vigoria, dalla forza e dai valori di certi uomini diventano scatole vuote non in grado di aiutare più nessuno. La Prefettura rilasciò a mio nonno l’autorizzazione al porto d’armi per una pistola per difesa personale. Uno stato che concede come unico aiuto l’autorizzazione a difendersi con le armi. [continua...]

mercoledì 29 novembre 2006

E ancora giù... nuovi probabili capi di imputazione per il presidente indagato


La posizione processuale dell'indagato Cuffaro potrebbe aggravarsi ulteriormente, tanto da spingere forse il presidente a dover ritrattare quelle famose promesse di dimissioni. Secondo il pm Nino Di Matteo dai fatti emersi dal 2005 ad oggi ci sarebbero gli estremi per contestare al presidente oltre al favoreggiamento aggravato a Cosa Loro anche il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Non un giudice comunista, ma lo stesso che nel 2004 si era opposto alla contestazione dello stesso capo d'imputazione nei confronti di Cuffaro. Sarei curioso di sentire Cuffaro su Di Matteo. Buono quando lo difende cattivo quando lo accusa. Mi sembra che di tutto si possa parlare in questo caso tranne che di faziosità giudiziaria. Dato per assodato questo concetto, copio l'articolo integrale dal sito de L'espresso.

Dibattito aperto sulla nuova contestazione al presidente, sostenuta dal pm Nino DiMatteo
"Cuffaro va processato per mafia"

E il fronte dell´accusa si spacca

a.z.
Secondo il magistrato nel corso del giudizio in tribunale sono emersi fatti nuovi
E´ più di un anno che cova questa convinzione. Ha cambiato idea strada facendo Nino Di Matteo, uno dei tre titolari, oltre al procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone, del processo a carico del presidente della Regione Totò Cuffaro. Si è convinto che, dal decreto di citazione in giudizio del governatore, siano venuti fuori elementi nuovi tali da aggravare il capo di imputazione: da favoreggiamento a Cosa nostra a concorso esterno. Lo aveva già messo per iscritto in due lettere, una del giugno 2005 quando in Procura c´era ancora Piero Grasso e una a Giuseppe Pignatone nel periodo di reggenza dell´ufficio. Lunedì pomeriggio il procuratore Francesco Messineo ha deciso di affrontare l´argomento, ha letto una delle due lettere a tutti i colleghi della Dda e si è scatenato il putiferio. Con Di Matteo pronto a rompere il fronte che negli ultimi due anni lo aveva visto schierato insieme ai colleghi Maurizio de Lucia e Michele Prestipino con i quali rappresenta l´accusa nel processo Cuffaro. Loro, così come il procuratore aggiunto Pignatone, restano dell´idea che l´accusa di concorso esterno non sia sostenibile, Di Matteo ha parlato per più di un´ora e mezzo ma non li ha convinti: e, alla fine, si è ritrovato d´accordo con Gaetano Paci, il collega con cui sta per portare a termine il processo "gemello" a Mimmo Miceli e al quale, nel giugno 2004, l´allora procuratore Grasso ritirò la delega dell´inchiesta Cuffaro pochi giorni dopo un´infuocata riunione di Dda nella quale Paci spinse fino all´ultimo perché a Cuffaro venisse contestato il concorso esterno in associazione mafiosa.
A giugno 2004 anche Di Matteo votò contro. Poi sono arrivate le dichiarazioni del grande accusatore Salvatore Aragona nei dibattimenti Cuffaro e Miceli, sono arrivate le nuove dichiarazioni del pentito Francesco Campanella su altre fughe di notizie su indagini in corso proprio a carico di Campanella (l´ormai famoso incontro sotto il ficus di Palazzo d´Orleans), è arrivata una nuova versione, più completa, delle intercettazioni ambientali a casa del boss Giuseppe Guttadauro nelle quali il nome del governatore ricorre molto frequentemente nelle conversazioni tra il capomafia e Mimmo Miceli. Tutti elementi che, letti in un unico contesto, hanno convinto Di Matteo che fosse ora di aggravare il capo di imputazione al presidente. E d´altronde, le parole da lui usate solo qualche settimana fa nella requisitoria del processo Miceli rispecchiano chiaramente il suo pensiero: «Una trattativa a distanza fra il boss Giuseppe Guttadauro e Salvatore Cuffaro che si concluse con l´indicazione di Mimmo Miceli come persona idonea a soddisfare le esigenze di tutti in occasione delle Regionali del 2001».
Adesso la spaccatura del banco dell´accusa al processo Cuffaro appare difficilmente sanabile e crea non poca tensione in Dda. Venerdì se ne tornerà a parlare, ma il dibattito è puramente accademico: la decisione sull´eventuale aggravamento del capo di imputazione spetta esclusivamente ai magistrati titolari del procedimento e le posizioni non lasciano spazio a sorprese di sorta.

martedì 28 novembre 2006

L'ora antimafia a scuola

Segnalo un'iniziativa davvero importante che riguarda la lotta alla mafia, che come al solito non parte dai politici ma dalla società civile, e precisamente dall'Ass. Culturale Gruppo Santo Calì, diRiposto (CT). E' un'iniziativa che ha già raccolto adesioni illustri, come quella di Claudio Fava, Riccardo Orioles, Leoluca Orlando, Itaca, Ass. Peppino Impastato Cinisi. Si tratta di isituire nelle scuole un'ora settimanale esclusivamente dedicata all'ampia tematica dell'antimafia. Di seguito troverete il volantino di presentazione a cui non rubo altre parole. Tutti voi potete raccogliere le firme che non necessitano di autenticazione o del numero di documento del firmatario. Chiedo a tutti coloro i quali siano interessati di scrivermi una mail in modo che io possa spedire il modulo di raccolta. Si possono organizzare banchetti, piccole manifestazioni, qualsiasi cosa. Basta che riusciamo a raccogliere un numero mastodontico di firme, perchè magari ultimamente qualcuno ha perso di vista dove sta la Sicilia bedda, quella che lotta e che non si arrende e quell'altra, quella che non ci piace per nulla.

L’ORA DI ANTIMAFIA A SCUOLA

Il bisogno di PROGETTARE un piano di interventi efficaci nell’ambito scolastico sul tema dell’educazione alla legalità nasce dalla condizione di inadeguatezza della scuola rispetto a tale problematica, che, da qualche anno a questa parte, molti operatori del settore avvertono.
E' necessario analizzare gli obiettivi, gli strumenti, i contenuti, che una scuola pienamente democratica deve perseguire e utilizzare per la costruzione di una società veramente civile. Una scuola, cioè, che sia in grado di attuare strategie utili a garantire tutte le occasioni di crescita, riflessione e operatività che oggi, spesso, sono affidate alle energie ed alle risorse di pochi tra gli addetti ai lavori: molte delle energie profuse si disperdono, purtroppo, in eccessivi e tortuosi percorsi burocratici.

“L’antimafia” a scuola non deve essere più ridotta ad una voce contabile e dispendiosa della progettualità scolastica, ma deve concretizzarsi in un efficace piano di Crescita della coscienza sociale e civile degli alunni contro la criminalità e la mentalità mafiosa
Occorre conservare la memoria e la coscienza di ciò che ha significato e significa in Sicilia nel mondo la parola Mafia..
Negli anni ’80 parallelamente alle grandi stragi di mafia, ad esempio, la L.R. 51/80 in Sicilia ha consentito a tutte le scuole, anche le più periferiche, di progettare su tutti i fronti; il pullulare di tante iniziative ha prodotto una sorta di rivoluzione culturale, nelle scuole e fuori dalle scuole, di immensa portata. Dopo più di venti anni invece le risorse finanziarie assegnate alle scuole attraverso la LR. 20/99,(che incomprensibilmente ha soppiantato la L.R.51/80) hanno ridotto drasticamente le possibilità di un intervento serio, concreto e operativo da parte degli addetti ai lavori.E’ triste e duro ribadirlo, ma è anche doveroso! Tutto ciò che non ha a che fare con la Legalità, ha a che fare con la mafia e con la mentalità mafiosa ad essa connessa, con le radici dell’ignavia, dell’omertà, dell’indifferenza.

Chiediamo, pertanto, che venga affidata alle scuole la possibilità di operare seriamente su questo versante, perché è indispensabile e prioritario per la qualità del vivere civile.
L’ora di antimafia a scuola, dunque, nasce dal bisogno di affermare l’alto valore civile di tutto ciò che afferisce all’educazione alla legalità, ma va sicuramente oltre perché, nello specifico, sottrae “l’educazione alla legalità” al provvisorio della progettualità e, pertanto, alla precarietà degli interventi sul tema.

Con questa petizione si vuole rivendicare la centralità del pensar civile che deve trovare nella scuola la sua fucina ideale.
Hanno firmato la petizione anche Don Luigi Ciotti, Maria Falcone, Nando Dalla Chiesa, Francesco Forgione, Vincenzo Agostino, Tano Grasso, Pasquale Scimeca, Oliviero Diliberto, Margherita Asta, Sonia Alfano e tanti … tanti altri

sabato 25 novembre 2006

Una Commissione Antimafia perfettamente bipartisan


I blog sono pieni di post e di commenti che riguardano la nuova Commissione Antimafia costituita di recente. Tutto lo scandalo nasce dal fatto che a far parte di un organo di monitoraggio e studio del fenomeno criminale ci sono due personaggi condannati per corruzione con sentenza passato in giudicato, un inquisito e un ex galeotto. Se fosse una figura retorica si chiamerebbe ossimoro. Ma siccome non lo è possiamo chiamarla anche vergogna. I due eroi condannati, che chiamerò con numero, un po' come i carcerati onesti, sono: 1 Pomicino Cirino Paolo (1 anno e 8 mesi per finanziamento illecito tangente Enimont, 2 mesi patteggiati per corruzione per fondi neri Eni); 2 Vito Alfredo (2 anni patteggiati e 5 miliardi di lire restituiti per 22 episodi di corruzione a Napoli). I due aspiranti supereroi sono: 2 Vizzini Carlo , coinvolto in Mani Pulite e patteggiato; 3 Gentile Antonio (arrestato nel 1987 per la mala gestione della Carical (3500 miliardi di buco, poi il processo finì nel nulla). Quando è stato reso pubblico tutto questo la prima giustificazione dei compagni al governo è stata “Non sono stati indicati da noi ma dalla CDL”. Troppo facile... Facciamo un passo indietro. Un giorno l'On. Licandro del PDCI si sveglia e pensa: “Cavolo, bisognerebbe impedire che in commissione antimafia entrino condannati e indagati per mafia...” Giusto. Sarebbe come escludere i pedofili dalla Commissione Infanzia, è naturale, non c'è bisogno neanche di parlarne. Allora Licandro corre in parlamento e propone questo emendamento. Si vota ed ecco cosa viene fuori:“I parlamentari indagati per mafia o per reati contro la Pubblica Amministrazione potranno continuare a far parte della commissione Antimafia. La Camera ha respinto l'emendamento, presentato da Licandro (Pdci), che dava la possibilità ai presidenti delle Camere di escludere dall'organismo tutti i deputati e senatori ‘sottoposti a procedimenti giudiziari’ per reati di mafia e contro la Pubblica Amministrazione.” Gli unici che hanno votato si all'emendamento sono stati 21 : 14 del PDCI: Bellillo, Cancrini, Cesini, Crapolicchio, De Angelis, Licandro, Napoletano, Paglierini, Pignataro Ferdinando, Sgobio, Soffritti, Tranfaglia, Vacca,Venier; 1di An: Napoli Angela; 1di Forza Italia: Fasolino; 1 di Dc-Psi: Nardi; 2 de L'ulivo: Lomaglio, Samperi;1 dell’ Idv: Astore

1 del Movimento Per L'autonomia: Lo Monte. A tutti gli altri onorevoli sarebbe andato bene che un condannato per mafia sedesse accanto a loro in commissione. Ricapitoliamo: è vero che i due condannati in commissione, l'arrestato e l'inquisito sono della CDL, ma sono al loro posto anche grazie alla sinistra. E' bene ricordarle certe cose. Allora mi siedo e aspetto con calma che Francesco Forgione, deputato di Rifondazione e personaggio da sempre schierato in prima linea contro la mafia dica qualcosa, protesti, si dimetta. E infatti arrivano le sue parole: “Inquisiti? Si ma eletti. E' sempre stato così anche in passato”. Ma cosa sta succedendo? Qualche anno prima va in parlamento siciliano ad annichilire Cuffaro e a chiedergli di andarsene e adesso parla come uno di Forza Italia?
Facciamo un ultimo breve passo indietro. In effetti da sempre in commissione Antimafia siedono personaggi con i quali io non prenderei nemmeno l'autobus, altro che discutere di legalità. Anni 1992-94 Vincenzo Scotti (DC) e Vincenzo Sorice (DC). Anni 1996-2001 Bonaventura Lamacchia (Rinn. It) Giuseppe Firrarello (CDU). Anni 2001-06 Benito Nocco (Forza Italia) Antonio Gentile (Forza Italia) Carlo Vizzini (Forza Italia). Gentile e Vizzini sono alla seconda esperienza, ormai sono affezionati, e quasi quasi se fanno anche una terza commissione diventano onesti. E' possibile che la commissione antimafia sia un centro di recupero? Io non ho nulla da dire sull'On.Forgione, anzi, è uno dei pochi sui quali non ho nulla da dire. Ma perchè avalla una scelta sbagliata frutto di compromessi?

giovedì 23 novembre 2006

Cuffaro ad AnnoZero on line


Molti hanno visto quello che è successo giovedì sera ad Anno Zero. Moltissimi avrebbero voluto vederlo. Purtroppo io ero lì e ho dovuto subire prima da siciliano e poi da familiare di vittime innocenti della mafia uno spettacolo indegno per una regione che sicuramente merita altro. Siparietti, battute in puro stile berlusconiano, ridicolizzazione di una tragedia nazionale chiamata mafia. Uno spettacolo di quelli che rimangono impressi nella memoria storica, un po' come le immagini dello stesso Cuffaro che da un teatro di Palermo attacca Falcone con un “se siete servi di qualcuno”. Poco dopo Falcone salta in aria per mano mafiosa. Dopo 15 anni si ripete la scena. Stesso conduttore, stesso ospite (Claudio Fava), stesso tema. Con un foglietto Cuffaro attacca due vittime INNOCENTI della mafia, mettendo in dubbio l'innocenza di mio zio, poi indossa la coppola definendosi “uomo d'onore”, poi in piena discussione sulla mafia se ne esce con un “potete inquadrarmi da questa parte che vengo meglio?” Io mi chiedo come qualcuno possa ancora tollerarlo come presidente della regione, come si possano giustificare certi atteggiamenti. E' troppo facile parlare di faziosità, di pregiudizi politici. Ieri ho messo on line l'estratto della puntata. Tutta Italia parla di quello che è successo, su internet ci sono un centinaio di siti e di blog che trattano della performance del presidente. Adesso chi vuole può vedere e scaricare un video da mettere assieme a quello di 15 anni fa, una piccola collezione di spezzoni di decadenza di una classe dirigente, “la migliore della Democrazia Cristiana” ormai tutta indagata o condannata. Chi pensava che Cuffaro avesse limiti ha preso un bel granchio. Qui il problema non è l'uomo Cuffaro, ma ciò che rappresenta per noi siciliani:tutto quello che di male c'è nella nostra terra, come clientelismo, amicizie in odor di mafia, favoritismo. Liberiamoci di questa gente, e puntiamo su coloro i quali hanno un passato trasparente e un futuro senza pretese personalistiche. C'è in gioco tanto e non c'è ancora tanto da giocare. Facciamo tutti qualcosa, è un appello.


ECCO I DUE LINK AL VIDEO:

http://video.google.it/videoplay?docid=9016262520173915063&hl=it

http://www.youtube.com/watch?v=_l1Ldi_Y0D0


martedì 21 novembre 2006

Intervista ad Umberto Santino per questo blog


Oggi ho voglia di staccare, per un giorno non voglio parlare di Cuffaro, dei suoi problemi giudiziari dentro ai quali coinvolge tutti i siciliani, delle sue amicizie mafiose e dei suoi incontri romantici nei negozi di biancheria intima. Voglio postare l'intervista che ho realizzato qualche settimana fa ad Umberto Santino, storico volto dell'antimafia e presidente del Centro Studi Peppino Impastato. Anzichè parlare di Re Mida oggi parliamo direttamente dell'Oro che la Sicilia possiede, e che Cuffaro è stato capace di querelare per diffamazione. Per questo vi dico che ormai il presidente indagato non può più sorprendermi.

Caro Umberto, sono passati 30 anni da quando assieme ad Anna Puglisi lei ha fondato il Centro Siciliano di Documentazione, il primo centro che si occupasse esclusivamente dello studio di quel fenomeno criminale che di li a poco sarebbe esploso nella sua massima potenza: la mafia. Sono passati 30 anni, e lei ha seguito passo passo la sua evoluzione: cos'era la mafia dei bagliori e cos'è diventata oggi?

"La mafia, come tutti i fenomeni di durata, si sviluppa intrecciando continuità e trasformazione, per adattarsi ai mutamenti del contesto. Quando è nato il Centro (1977) di mafia si parlava pochissimo, perché allora come oggi l'interesse della stampa, dei cittadini e delle istituzioni è legata ai delitti mafiosi, in particolare ai grandi delitti. La mafia è stata "scoperta" alla fine dell'Ottocento in seguito al delitto Notarbartolo (1893), sarà riscoperta negli anni '60 del Novecento in seguito alla guerra di mafia e alla strage di Ciaculli (1963), e successivsamente negli anni ''80 e ''90 dopo l'assassinio di Dalla Chiesa e le stragi in cui sono morti Falcone e Borsellino. L'idea più diffusa è che se la mafia non uccide non c'è. Deve ancora farsi strada un'idea di mafia adeguata, cioè di un'organizzazione che non si limita a compiere delitti, più o meno eclatanti, ma svolge una serie di attività, in rapporto con il quadro sociale e istituzionale. Ancora oggi il mio "paradigma della complessità", le mie analisi sulla "borghesia mafiosa", cioè sul sistema di relazioni che lega i mafiosi a soggetti del mondo delle professioni, dell'imprenditoria, della pubblica amministrazione, della politica e delle istituzioni, debbono fare molta strada per essere accolti come le idee più adeguate per capire la mafia e altri fenomeni ad essa assimilabili. Su questi temi rimando al mio Dalla mafia alle mafie, appena uscito."

Anche grazie a lei e al Centro di Documentazione Peppino Impastato sarà ricordato per sempre un eroe antimafia, ciò che fu. Stampa, inquirenti e forze dell'ordine avevano tentato di farlo passare come un attacco terrorista mal riuscito. Avete ridato ad un eroe la memoria, e a noi avete avete dato un eroe. C'è stato un momento in cui lei e tutta la gente che voleva la verità avete avuto paura di non riuscire a dimostrarla mai, la vostra, la nostra verità?

"Peppino non era un eroe ma un dirigente e un militante della Nuova sinistra, la cui unicità nella storia della lotta alla mafia sta nella sua provenienza da una famiglia mafiosa. Abbiamo subito un lungo periodo di isolamento perché abbiamo dedicato il Centro a Peppino quando quasi tutti lo consideravano un terrorista e un suicida. Assieme ai familiari che hanno rotto con la cultura mafiosa e ad alcuni compagni di militanza, siamo riusciti a salvare la memoria di Peppino e, dopo più di vent'anni, a far punire alcuni dei responsabili. Siamo riusciti pure a ottenere cle la Commissione parlamentare antimafia si sia occupata del depistaggio operato da rappresentanti delle forze dell'ordine e della magistratura con una relazione che conferma le nostre denunce. Abbiamo fatto pubblicare la relazione (Peppino Impastato: anatomia di un depistaggio, Editori Riuniti, Roma 2001, 2006) e consiglio a tutti la lettura, oltre ai libri con gli scritti di Peppino (Lunga è la notte) e con la storia di vita della madre e la documentazione del suo impegno (La mafia in casa mia, Cara Felicia) pubblicati dal Centro. Debbo dire che abbiamo trovato disponibilità all'interno della magistratura (in particolare Rocco Chinnici e dopo Franca Imbergamo) e collaborazione all'interno delle istituzioni, tramite Giovanni Russo Spena, ex dirigente di Democrazia proletaria."

Lei è stato anche uno degli ultimi a sentire mio nonno Giuseppe prima che venisse ucciso nel 92, otto mesi dopo l'omicidio del figlio. Un piccolo imprenditore colpevole di non aver chinato il capo. Ci fu una telefonata tra di voi. Cosa ricorda di quell'episodio?

"Suo nonno mi ha telefonato, parlandomi dell'assassinio del figlio e delle difficoltà che trovava tra investigatori e magistrati. Siamo rimasti che dovevamo incontrarci al più presto, per vedere come potevamo dargli una mano, ma i mafiosi sono arrivati prima. Purtroppo il rapporto con suo nonno è tutto in quella breve telefonata. Ricordo il rammarico e il dolore di suo nonno, per quello che è possibile manifestare nel corso di una telefonata."

Cuffaro indagato per favoreggiamento alla mafia, la sua ex squadra assessoriale è un elenco di processi per mafia, ogni giorno si scoprono istituzioni colluse. E' un clima di totale connivenza. Cosa vi da la forza di andare avanti?, non credete sia quasi inutile parlare di antimafia alle nuove generazioni quando le vecchie mandano al governo persone, secondo le indagini, colluse con essa? Sembra quasi di scavare sulla battigia...

"La lotta contro la mafia è una storia lunga, fatta più di sconfitte e di insuccessi che di risultati positivi. Nella mia Storia del movimento antimafia ricostruisco le lotte contadine, finora le lotte più consistenti per rinnovare la società siciliana e liberarla dalla mafia. Centinaia di migliaia di persone hanno lottato per quarant'anni, con la parentesi del ventennio fascista, e purtroppo hanno ottenuto una riforma agraria che è stata una beffa e hanno lasciato la Sicilia: un milione dopo i Fasci siciliani, su una popolazione di 3 milioni e mezzo, un milione e mezzo su 4 milioni e mezzo negli anni 50-70. Un esodo rispetto a cui quello biblico è la fuga di poche migliaia.
Oggi come ieri le difficoltà sono tantissime, ma se vogliamo liberarci da un'oppressione feroce e pervasiva, è una strada obbligata. Senza dire che qualche risultato si è ottenuto, a cominciare dalla vicenda di Peppino Impastato. E oggi ci sono, con tutti i limiti, iniziative significative: il lavoro nelle scuole, l'antiracket, l'uso sociale dei beni confiscati. Si può continuare..."


A Gennaio dovrebbe arrivare la sentenza di primo grado del processo a Cuffaro per favoreggiamento alla mafia. Che effetti pensa che possa avere una condanna sulla sua presidenza e sulla Sicilia in generale?

"Non mi illudo molto. Di condanne ce ne sono già state, non solo in primo grado. Bisogna sapere che non basta, anche se è indispensabile, la repressione, e che le mafie sono un sistema di accumulazione e di potere e c'è una cultura dell'illegalità diffusa e condivisa. Bisogna impegnarsi su vari fronti, ma è decisivo creare um'economia legale forte, altrimenti vincerà sempre quella illegale. Cuffaro è l'erede del sistema clientelare democristiano, opportunamente riciclato, che assicura ottimi affari alla borghesia mafiosa e distribuisce quote di reddito anche agli strati popolari. Il centrosinistra non ha un progetto sociale e politico complessivo. Non è un caso che la prima e ultima vittoria delle sinistre alle elezioni regionali siciliane risale al 20 aprile del 1947, quando le sinistre erano alla testa del movimento contadino. Dieci giorni dopo c'è stata la strage di Portella della Ginestra..."

Con l'arresto di Provenzano molti pensavano forse che la mafia sarebbe stata indebolita, se non addirittura sconfitta. Per quanto mi riguarda ho opinioni differenti. Lei crede che questo arresto sia veramente servito a qualcosa?

"Provenzano è stato l'icona della mafia ma in realtà è stato solo un capo militare. La forza della mafia sta, come dicevo prima, nel suo sistema di relazioni. La mafia militare ha ricevuto parecchi colpi ma quel sistema è in piedi e non basta reprimere, occorre creare un blocco sociale alternativo, facendo leva soprattutto sui problemi della disoccupazione, del lavoro nero e precario, costruendo un'antimafia sociale, finora praticata solo embrionalmente. Le recenti mobilitazioni dei senzacasa di Palermo che hanno ottenuto, anche con la collaborazione del Centro, l'uso delle case confiscate ai mafiosi, può essere l'inizio di un cammino."

Per finire volevo chiederle cosa pensa della “web-antimafia”. Migliaia di siti, di blog di controinformazione, di pagine web contro la mafia. Anche questo ha un senso? Anche questa è una concreta lotta contro la mafia? Anche il web da parte sua sta facendo qualcosa?
“Peppino è vivo e lotta insieme a noi, le nostre idee non moriranno mai” anche grazie a lei. A questo pensa mai?

"Va benissimo il web, il problema è se veicola sciocchezze e stereotipi o analisi serie e documentazioni adeguate. Abbiamo un sito da parecchi anni ed è abbastanza visitato.
Peppino è morto, in modo atroce, e gli slogan non lo fanno rivivere. L'unico modo per tenere viva la sua esperienza è continuare il lavoro. Temo che anche per il successo del film, che lo ha ridotto a una sorta di Peter Pan di provincia, molti fanno riferimento a un Peppino più inventato che reale. Sappiamo che si sono aperti circoli e sezioni di partito intitolati a Peppino, ma solo pochi hanno contatti con il Centro. E c'è pure qualcuno che tenta di cavalcare quel successo, ignorando i pochissimi che hanno lavorato per trent'anni, spesso in grande isolamento, pure da parte di giornali e televisioni che passano per impegnati, a cominciare da Samarcanda e dintorni. Ricordo una trasmissione di Tempo reale nel febbraio del 1995, sulla piazza di Terrasini, a pochi metri dal luogo dove c'era la radio di Peppino. Nessuno ha parlato di lui. Mi chiedo: quanti degli spettatori del film hanno letto i suoi scritti e quelli del Centro?"

domenica 19 novembre 2006

Grazie a tutti


Volevo ringraziare di cuore tutti coloro che tramite questo blog hanno espresso la loro solidarietà a me e alla mia famiglia dopo le accuse false e allusive di un presidente di regione che non potendo rispondere alle domande che gli venivano poste ha preferito attaccare una VITTIMA INNOCENTE DELLA MAFIA sapendo di citare documenti vecchi e ormai inutilizzabili. Questo, in una parola, è meschino. Punto. Ma le vostre parole, i vostri sfoghi e i vostri dibattiti ci tirano su e ci danno ossigeno per andare avanti nella nostra lotta alla mafia, quella vera, quella che non ha coppole, piuttosto giacca e cravatta, o camici a volte. Io sono il Signor Nessuno, uno studente siciliano fuorisede a Padova, che suo malgrado ha avuto una famiglia distrutta dalla mafia. Non è stata una mia scelta, mi dipiace per tutti coloro i quali pensano che sia una trovata pubblicitaria o pura megalomania. Ho scelto di fare una battaglia personale affinchè, a partire dalle istituzioni, la mafia sia debellata. Non è mia colpa se Cuffaro è capitato in mezzo. A me non interessa lui come persona, potrebbe anche essere in gamba, a me non importa nulla. Io ho da ridire sul Cuffaro presidente della regione indagato per favoreggiamento aggravato alla mafia. E' un'accusa incompatibile con questo ruolo politico. Io giudico questo e i fatti che sono emersi, e non voglio che a rappresentarmi sia un'indagato. A maggior ragione non tollero che a rappresentare l'antimafia sia un indagato. Rita Borsellino, Umebrto Santino, Don Ciotti, Giovanni Impastato. Ci sono persone che lo fanno da una vita e che possono permetterselo. Lasciamo fare ad altri. "La mafia mi fa schifo" Cuffaro non potrà mai dirlo, a prescindere dalla sentenza. I fatti che lo contraddicono sono già emersi. Punto. Questa è la mia lotta, questo è quello che rivendico, e nient'altro che questo. I miei parenti sono morti perchè non hanno ceduto ad una organizzazione criminale che oggi si cerca di far passare quasi come simpatica. Smitizzare cosa? La mafia non è un mito, e mia madre mi ha detto che se ne è resa conto toccando i proiettili dalla spalla massacrata di mio nonno. Non si può andare davanti a milioni di telespettatori cercando di far svanire nel nulla migliaia di vittime innocenti, uccise, stando a quello che dice Cuffaro, da miti, da assassini che evidentemente non sono mai esistiti. Questo è terrorismo, questa è mentalità mafiosa, questo è negare la memoria a uomini e donne per i quali è rimasta l'unica arma. Mi ha accusato di essere uno dei tanti moralisti che fanno male alla sicilia. Un moralista non fa male, ammesso che io lo sia. Sono i mafiosi il vero male, non chi critica amicizie pericolose e chiede chirezza da parte di un uomo che ci rappresenta nel mondo. Non si può concedere ad un uomo di stravolgere la realtà. Ma che immagine abbiamo dato della Sicilia nel resto d'Italia, nel mondo? Un Re Mida che tocca l'oro e lo trasforma in fango. Quello che vi chiedo, è di avere fiducia nella Sicilia per bene che prima o poi verrà fuori, vi chiedo di rinunciare ai favori e ai privilegi, vi chiedo di negare il consenso, in ogni campo e in ogni schieramento a chi rappresenta valori che non appartengono alla cultura della legalità. Vorrei regalare a mio zio e a mio nonno e a tutte le vittime della mafia una Sicilia diversa, una Sicilia come quella in cui credevano.

venerdì 17 novembre 2006

Cuffaro, sprofonda in pace, ma non buttare fango sulla brava gente, tienitelo.


Cercherò di commentare nella maniera più schematica e imparziale quello che è successo ad "Anno Zero" ieri sera, tralasciando considerazioni personali e opinioni generali per le quali ci sarà tempo per questo: ho detto quello che pensavo a Cuffaro, gli ho chiesto di smetterla di fare il paladino dell'antimafia, per un semplice motivo: non può permetterselo; è sotto processo per favoreggiamento aggravato alla mafia. E' come un cacciatore iscritto al WWF, è una cazzata. Stop. E' un ossimoro, uno sporco ossimoro. Il presidente indagato non ha risposto a questo, ha cercato di infangare la memoria di mio zio Paolo, tirando fuori un documento che secondo lui avrebbe dovuto mettermi in difficoltà. Ha cercato di infangare la memoria di una vittima della mafia per salvare la faccia da probabile favoreggiatore. Nessun uomo poteva fare qualcosa di più squallido, pensavo nemmeno Cuffaro. E ancora una volta è sprofondato ancora più giù di quanto chiunque potesse pensare. Il piccolo problema è che il documento che ha tirato fuori risale a molti anni fa, e ad oggi, risulta praticamente un falso, in quanto non rispecchia più la realtà dei fatti. E Cuffaro o chi per lui lo sapeva, ma ha cercato il colpaccio.
Ma andiamo con calma. Giovedì esce un articolo sul Giornale di Sicilia che annuncia la mia presenza ad Anno Zero. Alle 10 mi chiama la redazione del programma di Santoro dicendomi che più volte l'ufficio stampa di Cuffaro ha tentato di farsi dare il mio numero di cellulare per rintracciarmi e sapere chi ero e cosa avevo intenzione di chiedere. Naturalmente loro non hanno acconsentito. Non tutti sono suoi dipendenti. Si è scatenata una caccia alle notizia su di me, su chi ero, su cosa volevo, su chi erano i miei parenti. Cominciano ad arrivare da Santa Margherita le prime indiscrezioni. Cuffaro o chi per lui non appena scopre i nomi di mio nonno e di mio zio si precipita a recuperare documenti personali riguardante gli iter per l'attribuzione del titolo di vittima innocente dell mafia. Mio nonno Giuseppe all'epoca fu immediatamente riconosciuto, e lo è tutt'ora come tale. Anche mio zio, subito. Accade in seguito che un pentito, poi risultato inattendibile dice che ad un summit aveva sentito il nome di mio zio Paolo. Si blocca tutto, il titolo viene sospeso. Si indaga, si ascoltano altri teste, si confrontano deposizioni e alla fine si arriva ad una conclusione inconfutabile: Paolo Borsellino, figlio di Giuseppe Borsellino è una vittima innocente della mafia. Ma a sugellare il tutto arriva una lettera dall'Assessorato Regionale del Lavoro. E' il 24 Luglio del 2006, n° di protocollo della lettera: 19157. "Visti gli atti d'ufficio si certifica che Borsellino Giuseppe (mio cugino, figlio di Paolo) è iscritto al n° 167 dal 16/06/06 negli elenchi dei FIGLI DI VITTIME INNOCENTI DELLA MAFIA AI SENSI DELLA LEGGE 302 DEL 20/10/1990.
Cuffaro ha presentato volontariamente un documento parziale, volutamente allusivo, nella speranza di infangare la memoria di mio zio. Questo è veramente infimo. Accusa me, attaccami, insultami, ma non uccidere di nuovo una vittima della mafia. Prima gli assassini e poi i probabili favoreggiatori. Quando potrà avere pace?, visto che la giustizia ormai, anche quando ci sarà, sarà troppo vecchia e vuota.
P.S. Il nostro avvocato ha già la regitrazione della puntata e i due documenti, il vero e il falso. Alla fine chi voleva querelare il mondo si beccherà una denuncia per diffamazione, di un morto per mafia, fosse l'ultima cosa che facciamo. Vergogna.

venerdì 10 novembre 2006

Esce "Senza storia", di Bugea e Di Bella


Ci siamo quasi. Il primo dicembre uscirà in allegato con il Giornale di Sicilia il nuovo libro di Alfonso Bugea "Senza storie", che nell'estratto di seguito viene riassunto. Due delle sessanta vite spezzate dalla mafia raccontate dal giornalista sono quelle di mio nonno e mio zio, Giuseppe e Paolo Borsellino, uccisi nel 92 ad otto mesi di distanza l'uno dall'altro per non aver ceduto alla logica mafiosa a cui erano allergici: è una cosa di famiglia. E all'interno del libro ci saranno una decina di pagine scritte da me che ricostruiscono quello che la mafia ha fatto alla mia famiglia pescando dai ricordi di un bambino. Ci ha fatto male, certo, ma non ci ha sconfitto, per nulla. Finchè rimarrà anche un solo uomo con la testa in alto a guardarli negli occhi saranno sempre miseramente sconfitti, anche se dalla loro possono avere presidenti di regione, assessori, sindaci ecc. Ringrazio Alfonso per la possibilità che mi ha dato, perchè quante più persone conoscono la storia di chi non c'è più, più a lungo loro sopravviveranno nella memoria di chi vive.
Nonappena il libro sarà uscito, pubblicherò la mia storia su questo blog.

P.S. Nei prossimi giorni posterò anche l'intervista che ho fatto personalmente ad Alfonso Bugea.

MAFIA: IN UN LIBRO STORIE DI VITTIME DIMENTICATE PER ERRORE
I LORO NOMI STORPIATI PER STRAFALCIONI NEI TESTI DELLA REGIONE
(ANSA) - PALERMO, 10 NOV -


Può sembrare banale, ma la lotta alla mafia si fa anche con la grammatica italiana e l' ortografia: scrivendo, cioè, per bene le parole e senza errori di battitura negli atti ufficiali. Evitando strafalcioni si evita di distorcere la memoria delle vittime innocenti di Cosa Nostra.

È questa la provocazione contenuta nelle 120 pagine del libro «Senza storia», scritta dal giornalista Alfonso Bugea e dallo storico Elio Di Bella, edizioni Concordia, che il primo dicembre sarà in vendita nelle edicole della provincia di Agrigento in allegato al Giornale di Sicilia. Il volume ricostruisce le vicende di 60 vite spezzate dalla mafia, la prefazione scritta dai magistrati Annamaria Palma e Luigi Patronaggio, contiene anche testi di Francesco La Licata, Roberto Saetta.

Tra i tanti uccisi per aver difeso il bene comune, chiesto diritti e non favori, o semplicemente per sbaglio, ci sono anche persone il cui nome e cognome è stato alterato e, dunque, reso irriconoscibile negli atti ufficiali della Regione siciliana, in un elenco che accompagna la legge approvata dall'Ars nel 1999. Profanando, in questo modo, raccontano gli autori, non solo loro memoria ma anche il diritto ad un aiuto che la legge offre ai familiari, che sono così rimasti soli e

vulnerabili. Vi sono tante vittime innocenti che non hanno più un volto ed un nome solo perchè un frettoloso dattilografo ha trascritto i loro dati anagrafici con disattenzione e senza fare alcuna verifica. Una disattenzione denunciata dallo storico Giuseppe Cassarrubea già negli anni Settanta, ma in cui la Regione è incorsa anche un ventennio dopo. Come dimostra il caso di Masina Spinelli. L' elenco della Regione la pone come vittima di mafia assassinata il 16 maggio del 1946 a Favara. E

per la stessa data cita anche Gaetano Guarino, sindaco e farmacista, ucciso mentre parlava con alcune persone. La legge accomuna le due storie e, coincidendo la data del decesso, sembra volerli morti nello stesso agguato.

Nulla di più falso. Perchè la signora non era di Favara, e sicuramente non era in quel paese nel giorno indicato dalla legge per la semplice ragione che era già morta due mesi prima a Burgio. Ma c'è di più. La legge la chiama Marina, e commette un ulteriore errore. Perchè lei si chiama

Tommasa, per gli amici e parenti Masina: Masina Perricone per l'esattezza. Spinelli era il nome del marito. Lei, 33 anni, appena sposata, stava rientrando a casa nello stesso istante in cui un commando stava cercando di eliminare il candidato sindaco di Burgio, Antonio Guarisco. I colpi sparati furono tanti. Uno colpì a morte la casalinga. Guarisco si salvò. Fu ferito solo ad un

braccio. Uccisa a Burgio, ma per la legge lo è stata in un altro posto, col nome alterato e per di più sconosciuto. Dunque dimenticata. Con il risultato che pur essendo stata dichiarata vittima innocente della mafia i parenti non hanno potuto ottenere alcun aiuto e beneficio dall'amministrazione pubblica. Ed ancor oggi non sanno di aver avuto in casa una martire di Cosa nostra sancita dalla legge.

«Il libro - spiegano i due autori Bugea e Di Bella – contiene altre storie 'paradossalì come questa. Dimenticanze clamorose che concorrono a cancellare dalla memoria le vittime, ma anche la stessa mafia che ne ha decretato la fine. Come se non esistesse! Riparare agli errori del passato, ricordare chi è morto senza colpa, aiutare i superstiti vuol dire combattere Cosa nostra».

giovedì 9 novembre 2006

Aggiornamenti sull'indulto ceppalonico


Ricordo quest'estate, al mare, un caldo incredibile, e Repubblica. Leggevo "Al massimo settemila".
Tanti, e non di più, dovevano essere coloro i quali avrebbero beneficiato dell'indulto voluto strenuamente dal grande statista campano conosciuto come Mastella da Ceppaloni. Già allora, prima che la schifezza venisse approvata con l'aiuto del partito degli indagati, Forza Italia, qualche magistrato aveva fatto due conti e aveva detto che come minimo avrebbero abbandonato il carcere ventimila detenuti. Anche lui ha cannato. Ad oggi sono infatti circa 25.000 coloro che sono già fuori, ai quali andranno aggiunti man mano quelli che hanno compiuto reati fino al 2 maggio del 2006 e non sono ancora stati scoperti. Criminali con un bonus in tasca, neanche Berlusconi avrebbe saputo fare così bene, e sì che lui è un esperto. A tal proposito, Max Giusti in una sua gag diceva che in effetti in 5 anni di governo Berlusconi non erano riusciti a salvare dalla galera Previti; il centrosinitra c'è riuscito in 3 mesi. Chapeau,Chapeau! Paradossalmente il problema più grave non era quello delle scarcerazioni ma quello dei processi, piccolo dettaglio sfuggito al grande statista che ha rubato il ministero a Di Pietro, l'unico che era in grado di occuparsi di giustizia, e per questo prontamente allontanato. Proprio oggi il Consiglio Superiore della Magistratura in risposta al grande ministro ha approvato una risoluzione che lancia l'allarme sugli effetti che l'indulto sta avendo sui processi. L'ottanta per cento dei processi in corso finirà con un nulla di fatto, perchè a causa della schifezza, la sentenza non sarà eseguibile. Vuol dire che i magistrati in questo momento stanno processando imputati che sono già "assolti", se per assolti si intende un'assoluzione simile a quella di Andreotti. Quella della giustizia in questo momento è una macchina che sta girando a vuoto, buttando al vento denaro (alla procura di Catania hanno finito la carta e la benzina), energie e tempo prezioso che potrebbe essere usato per altri processi e per altri reati (i pochi che non sono stati graziati dall'indulto). Tra i processi che si stanno svolgendo mentre leggete, solo una percentuale che oscilla fra 3 al 9 % finirà con una condanna non coperta dall'indulto. Un amnistia avrebbe avuto effetti meno catastrofici.
Vi lascio con un estratto della risoluzione del CSM:
"Quando la giustizia penale è lenta, la trattazione di tutti i processi per reati interamente condonati finisce di fatto per allontanare la definizione di quelli nei quali la pena inflitta è destinata ad essere effettivamente scontata, con grave danno per la collettività "