lunedì 16 gennaio 2012

Una recensione di Mafia Spa

di Matilde Geraci per Palermo24h.com

La più grande impresa italiana che, con i suoi affari sporchi, soffoca e distrugge l’economia di un Paese, privando i cittadini di ricchezza e benessere. Questo racconta il libro di un coraggioso giornalista siciliano, Benny Calasanzio.

Alla libreria Kursaal Khalesa (piazza Foro Umberto I, 21), è stato presentato Mafia Spa. Gli affari della più grande impresa italiana (Editori Internazionali Riuniti, 2011), il secondo libro di Benny Calasanzio, uscito il 26 ottobre scorso. Il volume ricostruisce tutti gli affari (sporchi) delle mafie, illustrando quelle che sono le inevitabili conseguenze di un sistema corrotto al suo interno e che subdolamente entra a far parte del nostro tessuto sociale, alterandone le coordinate – soprattutto quelle economiche e politiche – e sovvertendo il ruolo che riveste nel nostro Paese la pubblica amministrazione.

Esplicativa in tal senso anche la copertina del saggio che raffigura su sfondo bianco l’immagine capovolta della Giustizia con bilancia e spada, simboli rispettivamente di ponderatezza e potere nel far rispettare le leggi. Il risultato delle azioni del vastissimo sistema criminale è la progressiva demolizione della legalità, per far posto all’illegalità.

In essa non possono trovare spazio le tante, troppe vittime: quelle uccise e quelle ignorate da gran parte delle istituzioni.Lo trovano però in queste pagine. Le loro storie vengono infatti raccontate per restituire la dignità che gli è stata strappata. Sono storie di vittime, ma allo stesso tempo di vincitori. Uomini e donne che non si sono arresi, ma sono andati avanti scegliendo di non piegarsi a questa terribile azienda della morte.

A scandire i temi tecnici del libro troviamo però anche le storie di personaggi “diversamente onesti”, come quella di Pino Giammarinaro, sorvegliato speciale amico di Vittorio Sgarbi, e di Rosario Cascio, cassiere di Messina Denaro.

È uno studio senza dubbio approfondito, quello fatto dal giovane giornalista siciliano, frutto di ricerche e di letture di documenti, molti dei quali all’epoca inediti, come la relazione semestrale della Dia, il rapporto di Sos Impresa, quello di Legambiente, etc e il quadro generale che ne viene fuori non è certo incoraggiante. L'“azienda” mafia fattura 138 miliardi di euro l’anno, aggiudicandosi così il primo posto per fatturato in Italia, seguita da Assicurazioni Generali (con 120 miliardi nel 2009) e dall’Eni (con 83 miliardi). Sono cifre e dati scandalosi.

La mafia è un’azienda floridissima i cui profitti, costruiti su basi corrotte e sporche del sangue della gente che si è rifiutata di sottostare alle sue regole, non accennano minimamente a diminuire e anzi continua indisturbata a divorare l’economia; ma ciò che indigna ancora di più è che una realtà del genere non l’abbia messa nessuno nella propria agenda politica. Intanto il nostro Paese è in piena crisi finanziaria, con il continuo spauracchio di affondare e di vivere la stessa situazione di Grecia e Argentina.

Lo sguardo lucido e spietato dell’autore sull’Italia di oggi è come “una radiografia aggiornata, una mappa attendibile della mafia finanziaria”, scrive nella prefazione il procuratore aggiunto della Dda di Palermo, Antonio Ingroia. Un panorama completo e accessibile a tutti, quindi, di ciò che rappresenta la multinazionale più potente d’Italia, con i suoi tentacoli sparsi lungo tutta la penisola. Da Reggio Calabria a Milano. Nord e Sud uniti da un colosso multisettoriale che negli anni ha saputo cambiare aspetto e adattarsi, evolversi perfino, diventando imprenditoriale e finanziario, senza però mai perdere la sua componente principale: quella cioè militare e violenta.

Risulta ormai anacronistico raffigurare il mafioso con coppola e lupara in una strada bruciata dal sole siciliano, quando sarebbe più giusto immaginarlo in un bel completo firmato, all’ombra del Pirellone. L’intento dell’analisi di Calasanzio, davvero chiara e minuziosa, è quello di arrivare a più persone possibili, raggiungere qualsiasi categoria sociale e anagrafica perché “solo da una profonda conoscenza può partire una vera rivoluzione”.

Troppe persone non hanno nemmeno idea della mole di beni e capitali che le mafie ogni giorno sottraggono all’economia legale, e dunque ad ognuno di noi, a noi che dichiariamo fino all’ultimo centesimo delle nostre esigue ma pulitissime entrate”, afferma il giornalista, che aggiunge: “Quando ognuno di noi saprà cosa ci sottrae sottostare alle regole di Mafia Spa, forse davvero partirà una rivoluzione contro questi uomini del disonore e contro i collusi che tradiscono giuramenti e mandati popolari. Manovre economiche lacrime e sangue, macelleria sociale, tagli alla cultura, alla sanità e all’ambiente, mentre le mafie aumentano costantemente i propri profitti. Questo è quello che emerge alla fine del mio studio, ovvero un popolo tartassato da tagli e tasse e un’associazione criminale, ormai istituzionalizzata, che decide le nostre sorti. Questa è oggi l’Italia”.

Il coraggio, per fortuna, a questo giovane autore di certo non manca. Una peculiarità che evidentemente scorre nelle vene della sua famiglia. “Ho voluto dedicare il libro a due persone, Giuseppe e Paolo Borsellino, rispettivamente mio nonno e mio zio, morti per mano di Cosa Nostra perché si rifiutarono di pagare il pizzo. (imprenditori uccisi a Lucca Sicula nel 1992 a pochi mesi di distanza uno dall’altro, nda.) Loro mi hanno tramandato un’eredità da non perdere, che ci impone di resistere”.

E in un certo senso la dedica arriva anche a Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, il giudice ucciso insieme alla sua scorta il 19 luglio 1992 nella strage di via D’Amelio. “Per descrivere l’Italia– racconta infine l’autore – ho voluto prendere la sua figura. A settant’anni, con la sua salute cagionevole, è davvero l’immagine perfetta del nostro Paese: vecchia, malandata, ma con quel briciolo di orgoglio, quello zoccolo duro che sta alla base e che è fatto di persone per bene. È la Resistenza”.

domenica 15 gennaio 2012

Mille euro a deputato Ars per Ignazio Cutrò


Aderisco e rilancio l'iniziativa delle associazioni vicine ad Ignazio Cutrò, ovvero la donazione, richiesta ai deputati dell'Ars, di 1.000 euro della loro indennità, che a volte supera i 17 mila euro mensili, per saldare la cartella esattoriale a carico di Cutrò, esecutiva da domani nonostante le sospensioni prefettizie.

martedì 10 gennaio 2012

Se questo è un uomo

Questo uomo si chiama Maurizio Turco. Ogni mese gli pago un lauto stipendio, perché ha giurato sulla Costituzione di fare gli interessi della Repubblica italiana e di tutti i suoi uomini e delle sue donne. Fa il deputato nelle file del Pd ma è un Radicale. Oggi quest'uomo, o quel che ne resta, ha deciso che se fai il parlamentare puoi colludere con la mafia senza il rischio di andare in galera. Che i giudici non possono esercitare l'azione giudiziaria fino in fondo nei confronti di un parlamentare. Oggi quest'uomo e quel che ne resta hanno votato "no" all'arresto di quello che è considerato dai magistrati il referente politico dei Casalesi, Nicola Cosentino.

"Mafia Spa" il 14 gennaio a Menfi


mercoledì 28 dicembre 2011

La (bella) risposta del sindaco di Pellizzano

Oggi ho ricevuto la risposta del sindaco di Pellizzano alla mia lettera aperta sui divieti riguardanti i cani. Devo dire due cose: la prima è che effettivamente il mio tono era abbastanza aspro e me ne scuso, più che altro perché non era detto che i cartelli fossero stati installati durante il suo mandato. E la seconda è che, nonostante ciò, il sindaco ha promesso che a breve rimuoverà i cartelli e si è mostrato molto sensibile, dunque credo alla sua buona fede. Questa è una vittoria di tutti. Di Baloo, di tutti i cani e di Pellizzano. E anche del suo sindaco.

Egregio signor Benny Calasanzio, 
ho ricevuto la sua aspra, e per certi versi sorprendente mail che, se pur eccessiva nella forma, trovo comunque giusta nella sostanza.

Se lei, quando era a Pellizzano , fosse venuto a trovarmi in Comune forse le sue critiche si sarebbero, almeno un po', attenuate e stemperate e avremmo trovato almeno un argomento su cui saremmo stati in perfetto accordo: l'amore per gli animali. Ho una decina di gatti e quasi tutti sono dei trovatelli che qualcuno, conoscendo la mia sensibilità per gli animali, ha abbandonato sotto casa mia. Per questi amici, non potendomeli portare appresso, spesso rinuncio ad allontanarmi dal mio paese per le vacanze.

Per quanto riguarda i cartelli, non li ho fatti collocare io e, sinceramente, non mi sono mai preoccupato del loro contenuto prima che lei me lo facesse notare. Non è una scusa e me ne assumo la responsabilità attuale e le prometto che provvederò a sostituirli appena possibile con altri con un avviso più civile.

Mi dispiace anche che lei abbia già deciso che la sua lettera per me è una perdita di tempo perchè non è un mio potenziale elettore. Credo esistano anche amministratori che compiono il proprio dovere indipendentemente dall'interesse elettorale e da qualsiasi altro tipo di interesse personale.

Infine, se lei mi avesse conosciuto, avrebbe capito che non è certo il richiamo alla magistratura che mi farà cambiare quei cartelli ma la convinzione che essi sono sbagliati.

Quando tornerà Pellizzano, se ne avrà il tempo e la voglia, venga a trovarmi in Comune anche con il suo amico a quattro zampe.

Auguri di buon anno anche al suo Baloo.

Vanni Tomaselli
Sindaco di Pellizzano

Assedio alla toga. Parla Nino Di Matteo

Dal mio blog su Cado in piedi

Nino Di Matteo me lo ha detto chiaramente, quando, a telefono, gli ho fatto notare con una battuta che questo libro avrei voluto scriverlo io con lui: «Non faccio lo scrittore, ho accettato di scrivere questo libro solo perché me lo ha chiesto un giornalista come Loris Mazzetti, che di solito non si occupa prettamente di criminalità organizzata. Non avrei accettato con nessun altro. Mi sono sentito... tranquillo, pronto a confidargli memorie e pensieri e ad aprirmi completamente».

Dopo aver letto "Assedio alla toga" (Aliberti, 2011), ho compreso fino in fondo le parole di Di Matteo. Superficialmente avevo sottovalutato l'esperienza e la conoscenza della mafia di Loris Mazzetti. Per errore personale, certo, ma anche perché, nelle occasioni in cui ne abbiamo parlato, soprattutto durante le cene successive agli incontri pubblici, lui, giornalista di esperienza, di fama, e dirigente di Rai tre, non faceva mai il "cerimoniere", come molti suoi colleghi meno importanti e meno preparati.
Piuttosto ascoltava, faceva domande, cercava di capire. E io pensavo ne sapesse "poco". E, mi piace ammetterlo, non avevo capito nulla.

"Assedio alla toga" non è un banale botta-risposta tra un tecnico del Diritto ed un giornalista che fa il suo compitino in maniera devota. È un dialogo, mai banale, tra chi si pone dalla parte di chi vuol capire e chi da quella di chi vuol farsi capire.

Ciò che emerge da questo libro, soprattutto per chi non conosce nemmeno "alla larga" il pubblico ministero Di Matteo, è l'immagine di un uomo profondamente giusto, partigiano della Costituzione, cultore del Diritto ma anche della corretta applicazione della legge. Le sue parole spiazzano anche chi, ogni giorno, mastica e ingoia mafia. Quando parla del processo sulla "trattativa" Stato-mafia, ti convince che il suo augurio è quello che davvero mai nessun esponente delle istituzioni abbia trattato con la mafia. La sua vittoria non è la condanna, ma l'accertamento della verità. Chi pensa che sia in atto una battaglia tra Ros dei Carabinieri e procura di Palermo, o non ha compreso nulla o guarda solo da un lato, che certo non è quello del palazzo di Giustizia palermitano.

Loris Mazzetti non celebra un eroe, né gli confezione un intervista in ginocchio. Proprio perché è Loris Mazzetti, e ciò dovrebbe fugare a monte ogni dubbio. Poche incursioni nel personale, sempre legate al tema di questo libro, che non è, ripeto, la biografia di un uomo giusto, ma una conversazione per spiegare ai lettori, si spera molti, perché il vero allarme democratico, più che la mafia militare, siano la riforma della giustizia di matrice piduista, la retorica ed inutile (e dannosa) separazione delle carriere in magistratura, le leggi "ammazza-pentiti", e, infine, la stessa norma che lo costringerà, a breve, ad occuparsi d'altro, a lasciare per sempre l'antimafia, semplicemente perché lo ha fatto per troppo tempo (e troppo bene). Non conta l'esperienza accumulata, la memoria storica: lo si fa per evitare accentramenti di potere. Già, un procuratore o un sostituto della Dda di Palermo, notoriamente, acquisiscono rispetto, potere e influenza, soprattutto tra i poteri forti, nella politica, nell'imprenditoria e nella finanza. Già.

Il libro si chiude con le riflessioni di Loris Mazzetti, che confermano il valore, utilizzato al 30 per cento in Azienda, di questo dirigente Rai dalla passione civile financo superiore al suo maestro, Enzo Biagi. E con la lettera che Nino Di Matteo aveva scritto a Paolo Borsellino a 19 anni dalla sua morte. Una lettera intima, profonda e che conferma l'impressione che si ha di Nino Di Matteo: un amante del giusto sopra ogni cosa, un uomo lontano dai salotti e indifferente alle appartenenze politiche, pronto a sacrificare se stesso e la serenità della sua famiglia per un bene più grande che si chiama "giustizia", che si chiama "democrazia", e che lui vorrebbe si chiamasse semplicemente "Italia".

P.s. In procura, a Palermo, dopo questo libro aumenteranno i "risolini" dei colleghi e degli avvocati. Quei "risolini" che accompagnano lui ed Ingroia quando partecipano alle manifestazioni antimafia, quando si lasciano "abbracciare" dai giovani che manifestano in loro sostegno. Loro considerano Di Matteo e "quelli come lui" illusi, passionari, inguaribili romantici. Sono "risolini" isterici, di consapevolezza di uno spessore diverso, per loro irraggiungibile. Spero di vederli ancora per molto sulle bocche giuste.

lunedì 26 dicembre 2011

(Fuoritema) Pellizzano vietata ai cani.

Gentile sindaco di Pellizzano, Vanni Tommaselli,

siamo appena tornati da quattro splendidi giorni nella incantevole località che lei amministra, Pellizzano, piccola realtà dal sapore intimo e prezioso. Abbiamo alloggiato in un hotel, il Pezzotti, che ci ha concesso di portare con noi il nostro labrador di un anno, Baloo. Per la cronaca, ovviamente, vaccinato anche per i non obbligatori e munito di microchip. Noi portiamo sempre con noi il nostro cane, e, qualora non ci avessero consentito di tenerlo con noi in albergo, avremmo cambiato sistemazione o anche luogo di villeggiatura. Sa, se l'alternativa è abbandonarlo o lasciarlo in una pensione (luoghi, per carità, sempre più accoglienti e sicuri), se permette preferiamo cercare meglio e portarlo con noi.

No, non le sto scrivendo per raccontarle la nostra vacanza. Ma per dirle cosa non mi è piacuto di Pellizzano. Credo sia uno dei pochi paesi/città in cui al cane è vietato anche respirare. In ogni parco pubblico, si noti bene la parola "ogni", troneggiava la segnaletica verticale con un bel cane sbarrato e la scritta «Vietato l'ingresso ai cani». Non «Vietato l'ingresso ai cani se non al guinzaglio» (che forse per qualcuno ci può stare), ma vietato in toto l'ingresso.


Tutti i parchi che ho visto, quattro, e tutti rigorosamente vietati al mio amico Baloo, erano ovviamente vuoti: non un bambino, non un anziano, non un essere umano. Ma l'importante era che non ci fosse alcun quadrupede. Mi chiedo: era per rispettare la frase fatta «in questo parco non c'è nemmeno un cane»?


Ho riflettuto su questa circostanza, mi sono avvelenato qualche minuto del mio tempo. E mi chiedo: lei ha mai visto un cane spaccare un gioco, una giostra per i bambini? Scrivere sugli arredi e sui muri di un parco con un pennarello indelebile o con una bomboletta? Lasciare bottiglie di vetro in giro, a volte anche rotte? Ha mai assistito ad un cane che dopo essersi iniettato eroina, lasciasse lì la siringa (forse) infetta? O forse ha assistito ad un accoppiamento tra cani, alla fine del quale, il maschio lasciava per terra il contraccettivo?


A meno di qualche evento soprannaturale, le risposte dovrebbero essere tutte "no". Di solito queste cose le fanno degli umani classificabili nell'insieme dei cosiddetti "idioti". Però non c'era un cartello con scritto «Vietato l'ingresso agli idioti». Il problema dei parchi pubblici di Pellizzano sono i cani.


Forse lei teme per le suole delle scarpe dei plicianèti? Ma le assicuro che in percentuale sono più gli idioti che i padroni che lasciano per terra gli escrementi dei cani.


Detto questo lei penserà: questo idiota mi ha fatto perdere 5 minuti per leggere le sue idiozie. Chissenefrega, tanto mica vota qui, mica mi crea un danno. Si sbaglia. Le assicuro che gli amanti dei cani sono tanti. Nel rapporto di Eurispes 2011 si legge che l’87,2 per cento degli italiani ha nei confronti degli animali un sentimento positivo. Il 41,7 per cento ha in casa un animale domestico. Il 48,4 per cento di chi possiede un animale, ospita nella propria casa un cane. E visto che attorno al suo paese ci sono altri posti davvero incantevoli, uno potrebbe cercarne uno più accogliente per Fido, arrecando un grave danno economico al suo paese, ai suoi esercenti, e ai suoi residenti più in generale.

In Italia non esiste alcuna legge che vieta l'ingresso dei cani nei parchi e più in generale nei luoghi pubblici. Esistono ordinanze, indecenti come quella del suo Comune. Pensi che l'ex ministro per il Turismo, Michela Vittoria Brambilla, ha scritto con l’Anci (Associazione nazionale comuni italiani) un'ordinanza che va nel senso opposto alla sua. Il provvedimento può essere recepito, appunto, con una semplice ordinanza sindacale da parte dei sindaci. Secondo il documento ministeriale, gli animali, possono accedere ovunque, salvo che in ospedali, asili, scuole, con l’eccezione delle case di riposo, in quanto il ministro ha anche pensato al disagio dei nostri anziani se privati del loro amico del cuore. Altro che divieti nei parchi pubblici.


Le dirò di più. Quello che lei ha fatto è illegale: secondo il ministero della Salute, che richiama una circolare dell’Anci, «vietare l’ingresso ai cani nei locali pubblici e quindi negli esercizi commerciali è illegale». Il padrone deve garantire le norme di sicurezza ed evitare che l’animale sporchi e, fatto salvo l’obbligo di guinzaglio e museruola come da profilassi antirabbica, nulla è possibile vietare. Altro che divieto nei parchi pubblici.


E allora, caro sindaco, cosa dice, li estirpiamo questi cartelli, per sostituirli con «Qui i cani con padroni educati sono i benvenuti»? O dobbiamo ad ogni costo presentare un esposto alla magistratura?

giovedì 22 dicembre 2011

Mafia a Peschiera del Garda. Ma il sindaco querela

Prologo
Il 26 febbraio del 2009 il sindaco di Peschiera del Garda (VR), Umberto Chincarini, si recava con passo deciso presso la locale stazione dei carabinieri e presentava una querela contro il sottoscritto. Per il sindaco sarei colpevole di diffamazione e ingiuria. Ancora oggi, dopo la notifica da parte dell'autorità giudiziaria, il pm non ha deciso se archiviare o rinviarmi a giudizio. 

Sotto accusa era un articolo pubblicato sul mio blog dal titolo «Il sindaco di Peschiera che mente sapendo di mentire». Incriminata, in particolare, la chiusa del pezzo: «È proprio una soddisfazione poter dire, dati alla mano, che il sindaco sulla mafia mente, è un bugiardo, e ad essere querelato dovrebbe essere lui, magari per mano dello Scico». Mi riferivo alla negazione cronica, da parte sua, della presenza, ormai asfissiante, della mafia a Peschiera del Garda, e più in generale in tutta l'area lacustre. E citavo, tra gli altri documenti, il rapporto del 1997 dello Scico, il servizio centrale di investigazione della Finanza: «la criminalità organizzata è sbarcata sul lago di Garda, investendo nell'edilizia, nel commercio e anche tentando la scalata in aziende in dissesto». A ciò si aggiungeva il fatto che il 5 ottobre dello stesso anno il gip di Verona, su richiesta del pubblico ministero Marco Zenatelli, aveva emesso tre ordinanze di custodia cautelare per usura aggravata, estorsione, lesioni personali gravi, esercizio abusivo dell'attività finanziaria ed impiego di denaro di provenienza illecita, nell'ambito di indagini della Dia di Padova sugli affiliati al clan camorristico Licciardi. Uno dei tre, Ciro Cardo, sorvegliato speciale con obbligo di soggiorno a Peschiera, era addirittura il cognato del capo clan Pietro Licciardi, da anni detenuto in regime di 41 bis.

***

Alle prime ore del 20 dicembre scorso, più di cento tra agenti e militari della questura di Caserta, del centro operativo della Direzione investigativa antimafia di Napoli e del Comando provinciale dei carabinieri di Caserta, eseguono un provvedimento emesso il 14 dicembre dal Collegio per le misure di prevenzione del tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Il collegio accoglie in toto la proposta di provvedimento formulata dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, in concerto con il questore di Caserta e il direttore della Dia. Si tratta del sequestro di beni mobili e immobili, nei confronti di quattro personaggi ritenuti organici al clan dei casalesi, coinvolti nell'ambito del riciclaggio di denaro sporco.

I quattro sono: Pasquale Pirolo, alter ego di Antonio Bardellino; Michele Santonastaso, avvocato già agli arresti per associazione mafiosa (sarebbe “in mano” al boss Francesco Bidognetti); Nicola Capaldo, imprenditore; Giuseppe Nocera, cugino di Raffaele, cognato del super boss Michele Zagaria. Sono tutti definiti dagli inquirenti «gravitanti nell'organizzazione camorristica dei casalesi».
Cosa c'entro io, cosa c'entra Peschiera del Garda, cosa c'entra Umberto Chincarini?

Come si legge nel provvedimento alle lettere “g” ed “h”, tra gli innumerevoli beni intestati e sequestrati a Giuseppe Nocera, fedelissimo del boss Michele Zagaria, nato a San Cipriano d’Aversa il 27 luglio del 1960, c'è anche una «abitazione sita in Peschiera del Garda (VR), alla via Venezia, riportata in catasto al foglio 10, particella 1363 sub.20, intestato al 50 per cento; garage di mq. 18 sito al medesimo indirizzo, riportato in catasto al foglio 10, particella 1363 sub.37 (comprese le parti comuni del fabbricato, tra le quali la piscina di cui alle particelle 61-62-67) intestato al 50 per cento. Il restante 50 per cento dell'immobile risulta intestato alla moglie.

Nocera, oltre all'ingombrante parentela, è socio in affari nella “Azzurra Immobiliare”, «avente sede in Napoli al Centro direzionale Isola F12, della quale è amministratore»; l'altro socio è l'avvocato Santonastaso, quello, per intenderci, che, durante un'udienza del processo Spartacus alla camorra, lesse in aula, per conto dei suoi clienti alla sbarra, un proclama che aveva il sapore dell'intimidazione nei confronti di Roberto Saviano, della giornalista Rosaria Capacchione e del magistrato Raffaele Cantone.

Dunque, mi chiedo. Ma perché mai un fedelissimo di quello che fino a qualche settimana fa era il latitante più pericoloso d'Italia, insieme a Matteo Messina Denaro, va ad investire le sue somme in una bella casa con piscina a Peschiera del Garda, perla lacustre dove la mafia non esiste, tanto che il sindaco querela tutti quelli che insinuano qualcosa al riguardo?

La risposta è dentro di voi. E non fatela uscire, si ingolferebbe il tribunale di Verona.

Il mio regalo di Natale. Contro la mafia.


«Cara mamma, tu sei una grande donna, hai combattuto per noi. Secondo me i mafiosi devono andare tutti in prigione, ma non per 5-6 anni. Ergastolo! Così Palermo e altre città vivranno in pace. Baci, Vitto. Bentornata, ti amo».

Valeria è molto restia a parlare della sua vita privata, e, a maggior ragione, a divulgare le bellissime lettere che i suoi figli, Emanuele, Vittoria e Margherita, le scrivono spesso, nonostante vivano tutti sotto lo stesso tetto. Per questa ha fatto un'eccezione. Ha voluto farmi un dono per Natale. Mi ha autorizzato a pubblicarla perché possa donare a tanti la stessa forza che ha trasmesso a lei in un momento di grande sconforto. 

Valeria Grasso è una testimone di giustizia palermitana, imprenditrice con la "testa dura". Si è messa in testa di essere più forte dell'interno clan Madonia, che le chiedeva il pizzo. E, fino ad oggi, sta avendo ragione. Certo, vive sotto scorta, ma la sua palestra, quella superstite a intimidazioni e danneggiamenti, va molto bene.

Questa lettera è la speranza di una bambina di 10 anni, che ha scoperto la mafia quando ha visto la sua mamma andare in giro blindata dalla scorta dei carabinieri. Che ha vissuto a fianco di Valeria senza lasciarla mai un attimo. Una famiglia così solida e legata che nemmeno la temibile cosa nostra riesce a distruggere.

E io la regalo a voi questa lettera. Perché possiate passare un Natale felice, insieme ai vostri cari, insieme a Valeria e ai suoi figli.